Pellegrini con arte /1
Maria Rattà
(NPG 202501-66)
«Camminare è un’arte, perché, se camminiamo sempre in fretta, ci stanchiamo e non possiamo arrivare alla fine del cammino. Invece, se ci fermiamo e non camminiamo, neppure arriviamo alla fine» [1]. Le parole di papa Francesco ci introducono alla perfezione in questa nostra nuova rubrica dedicata al Giubileo della speranza e intitolata “Pellegrini con arte”. Dire che camminare è un’arte, implica la necessità di una certa perizia nell’intraprendere il percorso, consapevoli di ciò che esso ci domanda, sintetizzabile nella parola “conversione”: si cammina non semplicemente in vista di un luogo “occasionale”, ma per ripartire con una marcia in più per affrontare la vita, trasformati dalla Grazia.
D’altro canto, l’arte ci fa anche allargare i nostri orizzonti, permettendoci una riflessione su molte tematiche, a cominciare, per l’appunto, da quella del pellegrinaggio e del pellegrino. Argomenti dalle radici anche bibliche: fin dalla Genesi si parla di spostamenti verso luoghi sacri, e la storia stessa del popolo ebreo è la storia di un primo, grande pellegrino: Abramo. La sua vicenda ci insegna che il senso del pellegrinaggio sta in una chiamata. Lo sottolinea bene Francesco Da Ponte, che ritrae (nel 1549-1592) la partenza di Abramo nel momento stesso in cui riceve da Dio l’invito a lasciare tutto: non diventiamo pellegrini per una semplice iniziativa umana, ma perché Dio per primo si mette in cammino verso l’uomo per salvarlo, facendogli una promessa come garanzia del premio futuro. Abramo si fida di Dio e comincia così il proprio pellegrinare che lo conduce nella terra di Canaan e poi, a causa della carestia, in Egitto. Dettaglio interessante, quest’ultimo: quante volte ci muoviamo verso Dio perché siamo affamati di Lui? Non c’è, infatti, solo una carestia materiale, ma anche una povertà interiore che ci richiama al bisogno di Altro, di Assoluto, di Unico. Nella carestia, dunque, l’uomo sente fame di Dio perché Dio, da sempre, ha fame dell’uomo. Ecco allora che, negli anni dell’oppressione egiziana, l’Onnipotente ha compassione delle sofferenze del proprio popolo, e invia Mosè a guidarlo verso la liberazione. È un duplice movimento descritto bene da una miniatura biblica del 1507 (Walters Ms. W.805) e da un dipinto di Dieric Bouts il Vecchio, Mosè e il roveto ardente (1450-1475 c.): qui Dio non è una divinità invisibile nel roveto ardente, ma ha carne come la nostra, in una sorta di “preview” sull’incarnazione del Figlio.
Ma questa vicenda ci dice anche altro sul pellegrinaggio: non si cammina da soli, ma con dei compagni di viaggio (lo simboleggia bene Aronne), e soprattutto sempre ancorati alla forza di Dio, rappresentata dal bastone con cui Mosè compie vari prodigi. Già in se stesso il bastone assume molteplici sfumature: scettro del comando, verga del buon pastore, strumento contro i pericoli e attrezzo utile ad alleggerire la fatica. Elementi, gli ultimi due, che ben richiamano la figura del pellegrino munito, fin dall’antichità, del famoso “bordone”. Il bastone è simbolo dell’aiuto che ci viene da Dio nel portare avanti il nostro viaggio di buoni cristiani, sostenuti dalla sua forza. Non a caso in una miniatura di Toros Roslin (1266), Mosè “aspira” le acque attraverso la punta della verga brandita sul fondale marino, invece nelle Catacombe di Via Latina (IV sec.) il bastone fa riaffiorare le onde mentre gli Egiziani si affrettano a raggiungere i fuggitivi. Con lo stesso bastone Mosè otterrà la vittoria contro gli Amaleciti, quando sarà aiutato a tenerlo in alto da Aronne e da Hur. Una vittoria di importanza simbolica per noi cristiani, perché Amalek è la personificazione del male, della lotta contro il peccato: la rilettura di queste tappe della storia del popolo d’Israele ci ricorda che il nostro pellegrinaggio sulla terra è una guerra contro un nemico che ci gira sempre attorno, e c’è bisogno di qualcuno che ci aiuti a tenere sollevate le braccia per vincere, c’è bisogno di qualcuno che abbia vinto il male, e l’unico che lo ha fatto una volta per sempre è, ancora una volta, un pellegrino: Gesù di Nazareth. Cristo è pellegrino non solo perché è il Dio che discende dal Cielo per incarnarsi sulla terra, ma anche perché i suoi piedi hanno percorso numerose strade per andare incontro alla tappa finale della sua vita: Gerusalemme. Questo cammino inizia già nel ventre di Maria, come ci mostra Hugo van der Goes nell’Adorazione dei pastori (1476-1478). Qui la Madonna, in visibile stato interessante, cammina sorretta dallo sposo Giuseppe. È vestita di nero, come un’Addolorata; ha il volto pallido, serio: la nascita del Figlio sarà anche per lei l’inizio di un pellegrinaggio che condurrà alla Passione, come simboleggiato dal drappo rosso sull’asinello, rimando, però, anche alla regalità di Cristo. Tutto il cammino di Gesù, già qui ben riassunto, rammenta i concetti che Paolo e Pietro vergheranno nelle loro epistole: viviamo «quaggiù come stranieri» (1Pt 1,17), siamo «stranieri e pellegrini sulla terra» (Eb 11,13).
La vita stessa è cioè un percorso per tornare a quel Padre delle cui cose Gesù, dodicenne, si occupa in occasione dello smarrimento fra i dottori della Legge, l’episodio che forse, più di tutti, ci presenta un Messia altamente divino e altamente umano, altamente giovane e altamente maturo. Cristo è andato in pellegrinaggio con la famiglia a Gerusalemme, ma non riparte con i genitori. Una trafelata e preoccupatissima Maria, come è quella che solo di sbieco ci presenta Max Liebermann nella tela Il dodicenne Gesù nel Tempio (1879), si trasforma in accigliata e seria nel Ritorno di Gesù a Betlemme dopo la disputa con i Dottori (1342) di Simone Martini. Un’opera insolita, in cui vediamo il seguito di ciò che narra il Vangelo. Giuseppe conduce Gesù alla Madre, con un accenno di rimprovero per lo stato d’animo in cui li ha gettati entrambi e per la gravità di ciò che ha fatto. Ma il ragazzo è fermo nella propria posizione (non solo fisicamente), quasi indisponente: è un adolescente che vuole far valere i propri diritti, tanto da incrociare le braccia in un segno di chiusura verso i genitori, interessato solo, ancora una volta, a quel libro – la Parola, la volontà di Dio – che tiene ancorato al cuore. Luca ci dice però che Gesù sarebbe poi cresciuto in età, sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini: ecco il vero senso del cammino, la maturazione interiore a cui un pellegrinaggio deve condurci. Camminare verso il Padre non ci trasforma in sovvertitori di quelle buone regole umane e divine su cui si innesta il nostro vivere. Ciò vale tanto per i giovani quanto per gli adulti! La vera rivoluzione del vero pellegrino è l’amore, e Gesù questo lo capirà bene, tanto da proseguire il suo viaggio verso Gerusalemme ed entrando nella Via della Croce. Su questa strada si affronta l’angoscia della morte, sapendo che a volte i nostri compagni di viaggio si addormentano lungo il cammino, come ben mostra Andrea Mantegna nella sua versione pittorica dell’Orazione nell’orto (1455), ma sapendo altrettanto che l’aiuto di Dio – qui simboleggiato dalla presenza degli angeli recanti i segni della Passione – non verrà mai a mancarci nei tratti più difficili del percorso. Potremo cadere, ma ci rialzeremo, e ci potranno anche essere nuovi compagni ad assisterci lungo la via, come il Cireneo – simbolo di quell’umanità buona che si fa prossima al dolore altrui –, e ci sarà, soprattutto, la vicinanza di Maria. Lei rimane, silenziosa e discreta, un passo dietro di noi, aiutandoci ad affrontare le salite irte e le burrasche della vita, proprio come la descrive il miniatore di un Libro delle Ore francese (1390-1400), conservato presso il Metropolitan Museum di New York. Qui la Madonna cammina dietro a Gesù, caricato della Croce, e sorregge, rimanendo alle spalle del Figlio, un braccio del pesante legno, con una grazia e una nonchalance che poco fanno intuire la difficoltà della via dolorosa.
La sua delicata presenza sembra ricordarci che la Croce e la morte non sono l’ultima tappa del nostro viaggio, ma che se sapremo affrontare (sostenuti dalla Grazia) anche i tratti complicati del nostro pellegrinaggio sulla terra, ci attenderà la nostra Terra Promessa, la gloria del Cielo accanto a Cristo Risorto. D’altronde, questo ci dice l’esperienza dei discepoli di Emmaus, che nell’incontro con il misterioso pellegrino passeranno dall’essere come le ombre cupe del dipinto di Janet Brooks-Gerloff, Discepoli di Emmaus (XXI sec.) al ritrovare la luce lasciandosi illuminare da Cristo come nella serie di Arcabas per la chiesa della Risurrezione di Torre de’ Roveri (BG). In questo ciclo pittorico, alla fine, ci ritroveremo davanti a una stanza vuota, con una tavola imbandita su cui lo stupore della scoperta ha seminato il disordine; ma saremo anche dinanzi a una porta spalancata sul cielo stellato. Quel cielo che è il simbolo per eccellenza della nostalgia divina, del desiderio di Dio. Perché chi incontra il Risorto non può rimanere fermo, ma è invitato a seguire Gesù lungo lo stesso cammino che Egli ha percorso: per portare il Cielo sulla terra a chi, ancora, vive nel buio dell’inferno della solitudine, e per ritrovare, nel giorno senza tramonto, il Cielo da cui tutti proveniamo. Quel Cielo in cui la nostra speranza troverà compimento per l’eternità.
NOTE
1 Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, 7 giugno 2013.
















































