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    Un cammino di conversione: luce, penitenza, perdono


    Pellegrini con arte /3

    Maria Rattà

    (NPG 2025-03-61)



    Conversione: parola di movimento e relazione. La sua etimologia ci parla del cambiare direzione, ma anche del rivolgere, del dirigere. I passi, certamente, ma anche gli occhi. Perché convertirsi non è, semplicemente, prendere una strada diversa da quella precedente, ma farlo dopo aver incontrato lo sguardo di qualcuno che ci ha cambiato la vita, di Colui che ci ha amati per primo. Di Uno che siamo disposti a seguire.     
    Detto così sembra cosa semplice il convertirsi, il parlare dell’amore che trascina e trasforma. Ma nella realtà è molto più complicato, come dimostra la storia evangelica del giovane ricco. Perciò nel Codice de Predis (seconda metà del 1400) questo personaggio ha il piede sinistro già pronto a ritornare indietro, sulla strada vecchia, quella delle ricchezze difficili da abbandonare. Chris Cook, invece, in un linguaggio contemporaneo e simbolico, interpreta il giovane ricco investito dalla luce, ma immerso nell’oscurità: è colui che, prima o poi, si ritrova a voltarsi indietro, pensando a ciò che ha lasciato. E ciò che è stato accantonato è nientemeno che Gesù, un Cristo che appare un’ombra in piena luce, ma che è restato ad aspettarlo, come il Padre della parabola del Figlio prodigo. Sembra un ladro, questo giovane benestante, nascosto e timoroso di farsi scoprire finanche nel suo guardare indietro, ma quella figura scura immersa nel chiarore è lì ad indicargli che davvero Gesù sta alla porta e bussa, in attesa che l’uomo gli apra e lo faccia entrare. L’opera di Cook ci rammenta quantomai che «la visione confina con il buio, / anche se c’è un sole splendido. / E questo molti non lo riconoscono»[1],  come scrive il poeta Cesare Viviani. Solo se ci fidiamo di Colui che vuole aprirci gli occhi potremo godere dello splendore della Verità in pieno sole. Nessuna meraviglia, perciò, dinanzi a chi ancora non ha saputo fare spazio al dono della “vista”; occorre pazientare perché apra le porte del cuore a Cristo. D’altronde, Dio stesso ha questa pazienza con noi e sa quali sono i tempi giusti per intervenire nelle nostre vicende. Fa così con san Paolo, chiamato alla conversione proprio mentre più infervorato è il suo animo nella lotta contro i cristiani. E nella luce Saulo viene invitato a cambiare vita, come sottolineano, in modo differente, Michelangelo (1542-1545) e Caravaggio (1600-1601), l’uno con un raggio che – quasi un fulmine a ciel sereno – colpisce il protagonista della storia, l’altro con un fascio di luce teatrale, che investe il cavallo e il cavaliere disarcionato. Un chiarore forte che sottolinea ancora di più la cecità momentanea di chi viene accecato dal troppo sole, ma che si smorza nel chiaroscuro delle braccia aperte di Saulo, spalancate in atto di totale accoglienza di quella Verità che lo inonda, in una resa totale che è “messa a terra” di ogni precedente certezza. Meno drammatica è la caravaggesca Vocazione di san Matteo (1599-1600). Teatrale, anche qui, la luce, così come la composizione, il set, la presenza scenica dei singoli personaggi e i loro gesti. Ma tutto è come fotografato nel solo istante in cui la concitazione del momento pare quasi divenire una calma surreale. Nel Vangelo la risposta di Matteo sarà immediata: si alzerà e seguirà Gesù. Questo mettersi in piedi è descritto dal verbo greco anistemi, verbo di risurrezione che normalmente si riferisce a Cristo. Gesù ha visto Matteo, colui che già nel nome è “dono di Dio”, l’ha guardato nel profondo e lo ha portato a rinascere.      
    Repentino e lieve, dunque, è il cambiamento di Matteo, sconvolgente eppure sereno. «La conversione / non fu sradicamento / o eccelsa mutazione, / ma quel leggero movimento / di volgersi indietro, mentre / ti allontanavi, / facendo comparire appena il profilo / del sorriso»[2] come scrive, ancora, Cesare Viviani.          
    Fra le storie evangeliche di conversione non si può non menzionare anche quella di Zaccheo, il capo dei pubblicani basso di statura, che si arrampica su un sicomoro, mosso dalla curiosità (o speranza?) di vedere Gesù. La sua scalata sull’albero sembra quasi una missione impossibile, perché difficile è, per l’uomo, proiettarsi verso l’alto, come rimarca James Tissot (1886-1896), evidenziando gli intrecci acrobatici di altri personaggi, anch’essi spinti dallo stesso desiderio di Zaccheo. Ma incontrare Dio - scalare il sicomoro - è null’altro che vivere con fede, speranza e carità, come pare voler significare l’illustrazione Zaccheo si arrampica su un albero per vedere Gesù (1510) di Hans Burgkmair. Egli colloca, ai diversi livelli dell’albero, le scritte delle tre virtù teologali. La speranza rappresenta il secondo gradino, dopo la fede e prima della carità. Come a dirci che vivendo con fede possiamo sperare in ciò che la fede stessa ci insegna e ci prospetta, e quindi agire con carità, perché solo così potremo arrivare a vedere Dio faccia a faccia, proprio quel Dio che è la Carità stessa. 
    Zaccheo si impegna a restituire ben più di quanto ha frodato, con una carità traboccante: con la conversione, da sempre, va di pari passo la penitenza. Parola spesso male interpretata, perché essa non rimanda, in termini etimologici, a una pena inflitta, ma a un allontanarsi volontariamente dal male per convertirsi sinceramente al bene. Tuttavia, la nostra stessa cultura religiosa per millenni ha associato alla conversione il concetto errato di una qualche volontaria sofferenza che l’uomo si infligge per riparare a quanto fatto. È pur vero che l’arte, nella sua grandiosità universale, non ha voluto esprimere solo il concetto di penitenza fisica, corporale, ma ha saputo trasmettere soprattutto l’idea di una forte contrizione interiore, di un’ammissione di colpa, di un lamento su se stessi e sui propri errori. E, soprattutto, di un penare che ha a che fare con la presa di coscienza della caducità dell’essere umano, e della morte quale destino comune. Così Canova, nella sua Maddalena penitente (1794-1796), ci presenta una donna non emaciata dalle tante sofferenze volontarie – come quella (1453-1455 c.) di Donatello – ma una figura femminile ancora nel pieno della sua bellezza, pur nell’abbandono di ogni vanità puramente umana: il teschio, la croce, la semplice veste, le lacrime, sono l’indice di questo cambiamento di cuore e di vita, che la porta a non vedersi più, solamente, con gli occhi di un’esteta, ma con quelli di una creatura spirituale, amata prima di tutto da Dio e chiamata a rispondere a questo amore. «È specialmente nel pianto / che l’anima manifesta / la sua presenza», dice il poeta Valerio Magrelli, e «sotto la bontà dei cieli / io sono nudo come quando nacqui. / Dietro il sottile velo delle lacrime / allora sono solamente io»[3].  
    La Maddalena canoviana racconta di come comprendere che commettere il male non è semplicemente danneggiare qualcuno, ma anche se stessi, quando tutta la vita si incentra sulla ricerca di glorie e onori puramente terreni, di cui la spasmodica attenzione per la bellezza diventa paradigma per eccellenza. Perciò, quando si parla di vanità, i pittori si ritrovano a tratteggiare volti e atteggiamenti tipicamente femminili, come l’amore eccessivo per i bei vestiti, i bei gioielli, le belle acconciature. Quelle che l’arte ci presenta sono donne sicure di loro stesse, in una sicurezza che però rasenta la sfrontatezza, come ci raccontano gli sguardi della Vanità (1515) di Tiziano e di Frank Cadogan Cowper (1907), laddove quest’ultimo fa della sua donna vanitosa quasi una laicissima Vergine Maria. A spezzare il cerchio pernicioso di questa vanità, quale culto estremista di una fatua beltà, è solo la consapevolezza che altra è la vera Bellezza, la vera immensità che ci sovrasta. Bene lo dice Ungaretti in una lirica che proprio Vanità si intitola: «D’improvviso / è alto / sulle macerie / il limpido / stupore / dell’immensità / E l’uomo / curvato / sull’acqua / sorpresa / dal sole / si rinviene / un’ombra / Cullata e / piano / franta»[4]. La dicotomia cullata/franta è l’ossimoro della vanità stessa: l’essere umano, in fin dei conti, come dirà il poeta anche in un altro suo componimento, è «immagine / passeggera / presa in un giro / immortale»[5], ma il riconoscimento della vanità umana è, al contempo, il sentirsi piccolo, debole, fragile, eppure nelle mani di Qualcuno più grande e amorevole di lui. Accantonare la vanità aiuta l’uomo a riconoscere la bellezza umana non come l’assoluto, ma quale riflesso della bellezza divina. Ecco spiegato il mistero di quell’arte della conversione leggibile in due sensi: l’arte che “parla” di conversione e l’arte che “provoca” conversione. La vera bellezza reca in sé la speranza di un cambiamento, e a volte di essa si serve Dio per toccare il cuore umano. Storie come quelle di Claudel, dei coniugi Maritain e di artisti contemporanei come Sarubbi e Méndez, raccontano proprio di questo. L’arte è un mezzo potente, che riesce a far vibrare le corde dell’uomo. E sa narrare con profondità e verità la lotta interiore che ogni conversione comporta, e la liberazione che l’animo sente nell’approdare dal perdono di Dio alla capacità di perdonare. Proprio come dirà l’Edmond Dantès di Dumas, perdonando l’ultimo dei suoi carnefici, e rinunciando al suo piano di vendetta: «Sono colui che vi aveva condannato a morire di fame e che tuttavia vi perdona, perché ha bisogno lui stesso di essere perdonato»[6].     
    Una trasformazione possibile perché convertirsi è vedere Dio e, in Lui, vedere con occhi nuovi ogni persona e ogni cosa.


    NOTE

    [1] Cesare Viviani, La visione confina con il buio, in Dimenticato sul prato, Einaudi, 2023, versione E-book.
    [2] Cesare Viviani, La conversione, in Ult. Cit.
    [3] Valerio Magrelli, È specialmente nel pianto, in Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi, 2018, p. 26.
    [4] Giuseppe Ungaretti, Vanità, in Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori, 1999, p. 78.
    [5] Giuseppe Ungaretti, Sereno, in Ult. Cit., p. 86.
    [6] Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo, Garzanti, 2011, Versione E-book.



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