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    La nuova

    evangelizzazione

    in Europa

    Salvatore Fisichella           

    Benedetto XVI ha più volte formulato, nel corso di questi ultimi due anni, alcuni interrogativi riguardo il compito che spetta alla nuova evangelizzazione. Domande che meritano di essere accolte per tentare di dare una risposta che sia carica di intelligenza e di progettualità non solo per la nuova evangelizzazione, ma perché con essa si possa anche esprimere un pensiero capace di plasmare e formare le nuove generazioni. Parlando in Germania ai Rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica, ha detto: “L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un compito ecumenico centrale nel quale dobbiamo aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo” (23 settembre 2011). In un’altra circostanza, seguendo lo stesso ragionamento, ha detto: “Vediamo che nel nostro mondo ricco occidentale c’è carenza: Tante persone sono carenti dell’esperienza della bontà di Dio. Non trovano alcun punto di contatto con le Chiese istituzionali e le loro strutture tradizionali. Ma perché? … Hanno bisogno di luoghi, dove possano parlare della loro nostalgia interiore. E qui siamo chiamati a cercare nuove vie dell’evangelizzazione” (Consiglio Comitato Cattolici Tedeschi, 24 settembre 2011). Da ultimo si è chiesto: “Sta sempre di nuovo al centro delle dispute la domanda: che cosa è una riforma della Chiesa? Come avviene? Quali sono le sue vie e i suoi obiettivi? Con preoccupazione, non soltanto fedeli credenti, ma anche estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio; come crescano scetticismo e incredulità. Che cosa, dunque, dobbiamo fare? Esistono infinite discussioni sul da farsi perché si abbia un’inversione di tendenza. E certamente occorre fare tante cose. Ma il fare da solo non risolve il problema. Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci” (Auguri Natalizi alla Curia, 22 dicembre 2011).
    Questi e altri gli interrogativi pongono in primo piano la responsabilità per formulare una genuina professione di fede che implica una nuova apologia della fede. Un momento che non è estraneo al credere, al contrario; essa appartiene a pieno titolo all’atto con cui si entra nella logica della fede. Dare ragione della fede non sembra aver appassionato molto i credenti negli ultimi decenni. Forse, anche per questo la convinzione è venuta meno, perché la scelta non era tale. Il ricorso alle tradizioni di sempre o alle esperienze più svariate, prive della forza della ragione, non hanno avuto la possibilità di essere trainanti, specialmente dinanzi a una cultura che si imponeva sempre più con le certezze della scienza. La situazione, per alcuni versi, è andata sclerotizzandosi, si è ritenuto da parte di alcuni che una stanca ripetizione di forme passate potesse costituire un bastione a difesa senza accorgersi che diventavano piuttosto delle sabbie mobili. La strada da percorrere, lo sappiamo, non è per nulla semplice; essa richiede di saper rimanere fedeli al fondamento e proprio per questo capaci di costruire qualcosa che sia ad esso coerente, in grado anche di essere recepito e compreso da un uomo diverso dal passato. Siamo chiamati, quindi, a ribadire con convinzione la necessità di “dare ragione” della fede (1 Pt 3,15), sapendo che questo deve essere fatto con “dolcezza, rispetto e retta coscienza” (1 Pt 3,16). Il richiamo a questi tre termini ha un suo valore programmatico. La presentazione e l’annuncio fatto dai credenti della speranza che è in noi non può ricorrere all’arroganza e all’orgoglio per un certo senso di superiorità nei confronti di altre dottrine. È necessario, per questo, che la nuova evangelizzazione si faccia sostenere da una nuova riflessione antropologica in chiave apologetica, come presentazione dell’evento cristiano in grado di comunicare con il nostro contemporaneo. La fede ha una sua propria forza di credibilità che le deriva dall’essere, anzitutto, in relazione con la Rivelazione di Dio in Gesù Cristo.
    Due espressioni, comunque, possono aiutare per comprendere meglio la sfida della nuova evangelizzazione. La prima appartiene al filosofo il quale, rispondendo a una domanda sulla condizione attuale, si esprimeva in questi termini: “Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà, perché diventa sempre più povero. È già diventato tanto povero da non riconoscere l’assenza di Dio come assenza”. La seconda, è una provocazione che giunge da uno dei pensatori più fecondi dell’ ‘800: “Il punto cruciale della questione sta in questo: se un uomo, imbevuto della civiltà moderna, un europeo, può ancora credere; credere proprio nella divinità del Figlio di Dio Gesù Cristo. In questo infatti sta tutta la fede”. Mentre la prima espressione di M. Heidegger riporta al tema fondamentale dell’orizzonte culturale all’interno del quale si pone l’esigenza della nuova evangelizzazione; la seconda, di Dostoewskij, obbliga a focalizzare il cuore del suo contenuto. L’una e l’altra, comunque, permettono di delineare un scenario su cui tratteggiare alcune considerazioni soprattutto in prospettiva del prossimo Sinodo dei Vescovi dedicato per l’appunto alla Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede.
    Uno dei primi dati che emerge dall’analisi culturale del nostro tempo è il tentativo spasmodico di ottenere la piena autonomia. Il nostro contemporaneo è fortemente caratterizzato dalla gelosia per la propria indipendenza e la responsabilità del suo vivere personale. Dimenticata spesso la relazione con la trascendenza, è diventato allergico a ogni forma di pensiero speculativo e si limita al semplice momento storico, illudendosi che è vero solo ciò che è frutto della verifica scientifica. È precipitato, tra l’altro, in una sorta di empirismo pragmatico che lo porta a supervalutare i fatti sulle idee. Senza alcuna resistenza cambia velocemente il suo modo di pensare e di vivere, diventando sempre più un soggetto cinetico, pronto cioè a sperimentare; desideroso di essere coinvolto in ogni gioco anche se più grande di lui, soprattutto se lo rapisce in quel narcisismo non più neppure velato che lo illude sull'essenza della vita. Siamo all’interno di un'esplosione di rivendicazioni di libertà individuali che toccano la sfera della vita sessuale, delle relazioni interpersonali e familiari, delle attività del tempo libero come di quelle lavorative. Lo spazio dell'insegnamento e della comunicazione ne sono state fatalmente coinvolte e l'intero ambito della vita è modificato. Insomma, si è venuta a creare una situazione completamente nuova in cui si vogliono sostituire gli antichi valori, soprattutto quelli espressi dal cristianesimo. In un orizzonte come questo, in cui l'uomo viene a occupare il posto centrale, baricentro di ogni forma di esistenza, Dio diventa un'ipotesi inutile e un concorrente da evitare, se non da eliminare. Questa svolta si è attuata in maniera relativamente facile; complice spesso una teologia debole e una religiosità fondata più sul sentimento e incapace di mostrare il più vasto orizzonte della fede. In questo contesto Dio viene a perdere il suo posto centrale. La conseguenza che ne deriva, tuttavia, è che l'uomo stesso perde il suo posto. L' "eclissi" del senso della vita riduce l’uomo a non sapersi più collocare, a non trovare più un posto all’interno del creato e della società. In qualche modo cade nella tentazione prometeica e si illude di impadronirsi della vita e della morte, perché ne decide il quando, il come e dove. Una cultura, infine, tesa a idolatrare la perfezione del corpo, a rendere selettivo il rapporto interpersonale sulla base della bellezza fisica, finisce per dimenticare l'essenziale. Si cade così in una sorta di narcisismo costante che impedisce di fondare la vita su valori permanenti e solidi per limitarsi all’effimero. Qui, alla fine, si pone la grande sfida che attende il futuro. Chi vuole la libertà di vivere come se Dio non esistesse lo può fare, ma deve sapere a cosa va incontro. Deve avere coscienza che questa scelta non è premessa di libertà né di autonomia. Limitarsi a disporre della propria vita non potrà soddisfare l'esigenza di libertà. Costringere al silenzio il desiderio di Dio che è radicato nell'intimo, non potrà far approdare all'autonomia. L'enigma dell'esistenza personale non si risolve rifiutando il mistero, ma scegliendo di immettersi in esso. Questo è il sentiero da percorrere; ogni scorciatoia rischia di far perdere nei meandri di una boscaglia, da cui è impossibile vedere sia l'uscita sia la meta da raggiungere. Come si può notare, la crisi, anzitutto, è di ordine culturale e antropologica. L’uomo è in crisi. Non è più capace di ritrovare se stesso dopo le lusinghe a cui aveva dato retta, soprattutto quando aveva creduto di aver raggiunto l’età adulta e di essere pienamente padrone di sé e indipendente da ogni autorità. In effetti, questa voce delle sirene era allettante. A un uomo sempre più al centro di tutto, sostenuto da un recuperato narcisismo, incapace di raggiungere la verità perché privo di ogni fondamento, si doveva solo aggiungere l’ultimo tassello per renderlo pienamente autonomo: l’allontanamento da Dio.
    È strano dover verificare questa condizione in Paesi che sono stati plasmati e formati dalla fede cristiana. La scelta che molti stanno compiendo di rimanere neutrali dinanzi alla religione è niente di più dannoso che si possa immaginare. Le religioni per l'occidente non possono essere tutte uguali. Non siamo in una notte oscura dove tutto è incolore. Il primato della ragione, conquistato nel corso dei secoli, non può appiattirsi proprio ora con un egualitarismo da sabbie mobili che impedisce di dare voce alla forza critica. Questa è chiamata a discernere tra le religioni e a scegliere di riconoscere le proprie origini e l'apporto ricevuto. Vivere di indifferenza, agnosticismo e ateismo non solo non consentirà mai di giungere a una risposta sul tema fondamentale del senso della vita, ma non permetterà di raggiungere l'obiettivo dell'unità di queste terre. Non si dovrebbe ripetere, quindi, lo sbaglio di altri momenti storici nel concepire il nuovo che si prepara come una rottura con il passato. Non è così che la storia progredisce. Non è emarginando né esorcizzando il cristianesimo che si potrà avere una società migliore. Non potrà avvenire. Una lettura come questa non solo è miope, ma è sbagliata nelle sue stesse premesse. Non ci sarà una formazione di identità matura né per i singoli né per i popoli se si prescinde dal cristianesimo. Certo, la nostra storia è costellata di luci e ombre, ma il messaggio che portiamo è di genuina liberazione per l'uomo e di coerente progresso per i popoli. In questi ultimi decenni questi valori si sono ossidati e rischiano di essere sottoposti a uno struggente logorio non per il passare degli anni, ma per la corrosione di fenomeni culturali e legislativi che minano il tessuto sociale. Avere spalancato le porte a presunti diritti non ha portato a maggior coesione né tanto meno a un crescente senso di responsabilità. Ciò che è dato verificare, piuttosto, è il preoccupante rinchiudersi in un individualismo senza sbocco che, presto o tardi, porterà all'asfissia dei singoli e della società. La strada che siamo chiamati a percorrere non è semplice. Le sfide che si pongono sul nostro cammino richiedono di essere affrontate, analizzate e studiate in modo tale da creare una progettualità che possa corrispondere ad un vero progresso per tutti. Un compito peculiare, comunque, ci è chiesto: evitare di camminare da soli. Noi, comunque, non potremmo farlo, non ne siamo capaci, per natura siamo cattolici, cioè aperti a tutti e desiderosi di accompagnarci ad ognuno per offrire la compagnia della fede. È necessario, pertanto, uscire da una forma di neutralità in cui molti Paesi si sono rinchiusi pur di non prendere posizione a favore della propria storia. Se l'Occidente si vergogna di ciò che è stato, delle radici che lo sostengono e dell'identità cristiana che ancora lo plasma allora non avrà futuro. La conclusione potrà essere solo quella di un declino irreversibile. Mettere di nuovo al centro dell'impegno culturale e politico alcuni principi valoriali non potrà che essere efficace per il futuro. In primo piano, la famiglia che rappresenta il soggetto determinante del tessuto sociale. Il primato della vita umana, dal suo primo istante fino alla sua conclusione naturale, appare come l'urgente presa di consapevolezza davanti a una generalizzata forma di denatalità e di spregio per la vita che pone in crisi la stessa sopravvivenza della civiltà. La china dell'invecchiamento, verso cui l'Occidente si sta dirigendo, mostra la stagione invernale di questi Paesi che hanno scelto il declino pur di imporre un discusso diritto del più forte nei confronti della vita innocente. A un uomo rinchiuso nella paura e sempre più solo ciò che gli si propone, è una morte veloce e beffardamente felice. L'ultima illusione è, eufemisticamente, una "dolce morte", come se la morte non portasse con sé il dramma del limite ultimo di una domanda esistenziale perenne che chiede di essere vinta e non subita. Questa slippery slope intrapresa con ingenuità da molti convinti assertori, è troppo scivolosa per essere difesa come un diritto; essa al contrario, nasconde la paura e la sopraffazione del nulla, per non saper dare senso completo all'esistenza. Noi cattolici non indietreggeremo in questa assunzione di responsabilità e non accetteremo di essere emarginati. La nostra opera di nuova evangelizzazione comporta anche questo passaggio. Siamo convinti, infatti, che la nostra presenza sia essenziale. Nessun altro potrebbe sostituirci nel portare quel contributo peculiare che appartiene a noi e che ha segnato nel corso dei millenni una storia di umanizzazione senza confronti. Privi della presenza significativa dei cattolici, comunque, i nostri Paesi sarebbero in ogni caso più poveri, più isolati e meno attraenti. Non vogliamo che questo avvenga per questo chiediamo di essere ascoltati e messi alla prova per verificare ancora una volta la ricchezza della nostra fede per il genuino progresso della società. La speranza che noi portiamo ha qualcosa di straordinariamente grande, perché consente di guardare al presente, pur con le sue difficoltà, con uno sguardo carico di fiducia e di serenità. In una parola, abbiamo il compito di produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un'epoca che darà cultura alle future generazioni.
    La strada nella nuova evangelizzazione è segnata; noi siamo chiamati a rinnovare l’annuncio di Gesù Cristo, del mistero della sua morte e risurrezione, per provocare di nuovo la fede in lui mediante la conversione della vita. Se i nostri occhi fossero ancora capaci di osservare in profondità gli eventi che segnano la vita del nostro contemporaneo, sarebbe facile mostrare quanto questo annuncio abbia ancora un suo spazio privilegiato. Ciò su cui dovremmo provocare la riflessione, infatti, è il senso della vita e della morte, di una vita oltre la morte; intorno a queste questioni che segnano l’esistenza e determinano l’identità personale, Gesù Cristo non può essere un estraneo. Se l’annuncio della nuova evangelizzazione non si fa forte della componente di mistero che avvolge la vita e che relaziona al mistero infinito del Dio di Gesù Cristo, non potrà avere l’efficacia necessaria per chiedere la risposta di fede.
    Un ruolo del tutto peculiare è svolto dai laici. Raccogliamo sotto questo termine tutta la complessa e differenziata realtà ecclesiale dei battezzati che è chiamata a vivere l’esperienza di fede nelle parrocchie, nelle associazioni, nei movimenti e in quella galassia incredibile data dall’azione dello Spirito che costantemente opera per la missione della Chiesa di Cristo e che non si lascia confinare da nulla. Dopo l’articolato insegnamento del Concilio Vaticano II sui laici, i vescovi ritornarono di nuovo sull’argomento per descrivere la loro vocazione e la missione che possiedono nella vita della Chiesa. Il documento Christifideles laici (1988) costituisce un vero patrimonio di teologia e spiritualità per comprendere il ruolo insostituibile che uomini e donne laici possiedono in questo peculiare momento della storia. La costituzione del concilio sulla Chiesa, Lumen gentium, possiede una chiave interpretativa del tutto originale e determinante per comprendere l’apporto del laicato nella nuova evangelizzazione. Si legge: “I laici sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo” (LG 33). Proprio l’inciso “se non per loro mezzo”, dovrebbe provocare seriamente la nostra riflessione sull’apporto peculiare che i laici sono chiamati a realizzare. In altre parole, è ovvio che vi sono ambienti e contesti che non potranno essere raggiunti da nessuno se non da laici e laiche che con la loro vita professionale sono in grado di dare testimonianza della fede. La loro presenza in questi ambienti è insostituibile e solo loro sono capaci di portare quella prima forma di umanizzazione che è spesso preludio necessario per parlare di Gesù Cristo.
    In altre parole, la via della nuova evangelizzazione deve dare spazio al mondo laicale in tutte le sue articolazioni e nella complessità delle sue attività, perché i luoghi che solo loro possono raggiungere siano provocati per la loro presenza positiva. È ovvio che la loro azione sarà tanto più efficace quanto più porteranno con sé la comunità di appartenenza che li incoraggia alla missione, li sostiene nelle difficoltà e permane come luogo di riferimento dove poter raccontare le meraviglie che il Signore compie per mezzo del loro apostolato.
    Mi sia concesso comunque, in questo contesto, spendere in modo particolare una parola per le donne che hanno un ruolo determinante nella vita della Chiesa e il loro servizio di genuina evangelizzazione non solo merita di essere riconosciuto, ma soprattutto di essere sostenuto e promosso. La nuova evangelizzazione potrà avere la sua efficacia nella misura in cui le donne consacrate e laiche saranno impegnate in questo servizio con tutto loro stesse. Non si fa retorica davanti a questo impegno quando si vede la loro preziosa presenza nella vita delle nostre comunità. La loro presenza nel dover bussare a ogni porta per portare dove la famiglia vive la bella notizia del Vangelo di Cristo risorto, fatto da loro è rassicurante e consente a quelle porte di spalancarsi. Nessuno di noi viva nella comunità con la gelosia per ruoli e ministeri che appartengono in modo speciale a loro e che solo per mezzo di loro possono trovare la dovuta efficacia.
    Insomma, siamo posti dinanzi alla grande sfida che tocca la Chiesa in questo momento storico. Permettere che i cristiani recuperino la propria identità e il senso di appartenenza alla Chiesa. Questo può avvenire nella misura in cui si comprende l’esigenza di inserirsi nel cammino stesso della Chiesa e nella sua bimillenaria azione pastorale. Un primo elemento è la formazione. Essa tocca tutti, nessuno escluso. La formazione permette di recuperare il patrimonio di fede e cultura che possediamo e che siamo chiamati a trasmettere alle generazioni che verranno dopo di noi. Ciò comporta la nostra capacità di entrare nella cultura, di conoscerla, comprenderla ma anche di trasformarla alla luce del Vangelo. La nostra non potrà mai essere una passiva presenza di fronte allo sviluppo della cultura in tutte le sue manifestazioni. La presenza del cristiano è “semina” e “fermento”; ciò comporta una presenza attiva negli ambiti della cultura senza temere il forte intento di una tendenza che si pone come un “controllo del linguaggio” tale da impedire le nostre manifestazioni. La formazione tocca il grande ambito della catechesi e raggiunge quello della preparazione dei futuri presbiteri e della predicazione dei sacerdoti. Solo con una sinergia che parte dal Vescovo, primo evangelizzatore, che si estende all’unum presbyterium, un solo presbiterio, che con lui condivide la cura pastorale, e raccoglie intorno a sé tutto il popolo di Dio, permetterà di avere una solida azione evangelizzatrice.
    Un legame del tutto peculiare relaziona la nuova evangelizzazione con la liturgia che è l'azione principale mediante la quale la Chiesa esprime la sua stessa vita. La fede professata va anche celebrata. Fin dalle origini questa è stata la via percorsa. Ciò la comunità predicava, annunciando il vangelo della salvezza, lo rendeva poi presente e vivo nella preghiera liturgica. La salvezza, quindi, non era più solo un annuncio fatto da uomini volonterosi, ma anche azione che lo Spirito realizzava per la presenza di Cristo stesso in mezzo alla comunità credente. Separare questi due momenti equivarrebbe a non comprendere la Chiesa. Essa vive dell'azione liturgica come linfa vitale per il suo annuncio e questo, una volta compiuto, ritorna alla liturgia come suo completamento efficace. La lex credendi e la lex orandi formano un tutt'uno dove diventa difficile perfino vedere l'inizio dell'uno e il termine dell'altro. La nuova evangelizzazione, quindi, dovrà essere capace di fare della liturgia il suo spazio vitale perché abbia pieno significato l'annuncio che viene compiuto. Si tratta in particolare di cambiare la nostra mentalità: non siamo noi che diamo il nostro tempo a Dio, ma siamo chiamati da lui ad entrare nel suo tempo. Quanto viene celebrato, insomma, non è un mero rito estraneo alla vita quotidiana dell'uomo, ma è indirizzato proprio alla sua domanda di senso che attende una risposta spesso ricercata invano altrove. L’importanza di questo legame tra la nuova evangelizzazione e la liturgia, e tra questa e l’azione dello Spirito Santo permettono di provocare ogni credente ad una seria riflessione sulla responsabilità che possediamo e sulla testimonianza che siamo chiamati a esprimere con il nostro stile di vita. In particolare, noi sacerdoti dovremmo riflettere su un tema di estrema importanza quale quello dell’omelia. Il suo valore per l’annuncio, la comprensione del mistero che si celebra e la vita quotidiana è di tale evidenza che non lascia alibi alcuno. Trascurare la preparazione dell’omelia e della catechesi, o peggio improvvisarla, è un torto che in primo luogo viene fatto alla Parola di Dio e, di seguito, un’umiliazione ai fedeli. Il tempo dedicato alla preparazione dell’omelia non è perso, ma condizione per esercitare il ministero in modo fedele, coerente ed efficace. Anche in questo modo rendiamo un vero servizio di formazione del laicato, imprimendo in quanti ascoltano il desiderio per conoscere sempre di più la Parola di Dio e i contenuti della nostra fede.
    Uno spazio peculiare della Nuova Evangelizzazione, infine, è certamente l’ambito della carità. Entrare in questo orizzonte equivale a focalizzare i molteplici segni concreti che instancabilmente la Chiesa continua a presentare al mondo. Obbedienti all’azione dello Spirito Santo, uomini e donne nel corso di questi duemila anni hanno individuato differenti luoghi con l’intento di rendere visibile e attuale la parola del Signore: “I poveri li avete sempre con voi” (Gv 12,8). Qui, infatti, si gioca la sua credibilità in ciò che costituisce il cuore stesso del suo annuncio: l’amore. La carità, comunque, la si vive. Nella circolarità che esiste tra la fede e l’amore è possibile verificare il genuino rapporto che lega con il Signore. Nella fede, infatti, si comprende come Dio ama; nella carità si rende evidente come i cristiani sono fedeli alla sua parola. In un periodo come il nostro, spesso caratterizzato dalla chiusura dell'individuo in se stesso senza possibilità alcuna di relazione, e dove la delega sembra avere la meglio sulla forma diretta di partecipazione, il richiamo alla responsabilità impegna a una testimonianza che sa farsi carico del fratello in maggior necessità di aiuto. Ma questa, dopotutto, è la nostra storia. Sulla parola del Signore ci siamo intestarditi nel privilegiare tutto ciò che il mondo ha rifiutato, considerandolo inutile e poco efficiente. Il malato cronico, il moribondo, l'emarginato, il portatore di handicap e quanto altro esprime agli occhi del mondo la mancanza di futuro e di speranza trovano l'impegno dei cristiani. Possediamo esempi che richiamano con forza alla santità di uomini e donne che hanno fatto di questo programma il concreto annuncio del vangelo di Gesù Cristo e con esso l'inizio di una autentica rivoluzione culturale. Dinanzi a questa santità crolla ogni possibile alibi; l'utopia cede il passo alla credibilità e la passione per la verità e la libertà trovano sintesi nell'amore offerto senza nulla chiedere in cambio. In questo orizzonte prende consistenza anche il segno del volontariato come vero annuncio cristiano di quanti sono capaci di relativizzare ogni assoluto che non prenda in seria considerazione la dignità della persona. In un'epoca in cui tutto sembra divenire possibile solo perché comprato, si dovrebbero moltiplicare i segni con i quali rendere evidente che l'amore e la solidarietà non hanno altro prezzo che l'impegno e il sacrificio personale. Questa testimonianza attesta che la vita personale trova la sua piena realizzazione solo quando si pone nell’orizzonte della gratuità.
    Alcuni giorni prima di essere eletto Papa, Benedetto XVI aveva tenuto a Subiaco una conferenza sulla condizione dell’Europa. Nella sua lucida analisi del momento presente, disse tra l’altro queste parole lungimiranti che costituiscono un programma per i nuovi evangelizzatori: "Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini". La nuova evangelizzazione, pertanto, riparte da qui: dalla credibilità del nostro vivere da credenti e dalla convinzione che la grazia agisce e trasforma fino al punto da convertire il cuore. Un cammino che trova ancora impegnati i cristiani dopo duemila anni di storia.

     



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