Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992
PARTE QUARTA
LE DIMENSIONI FONDAMENTALI DEL PROGETTO EDUCATIVO
Capitolo primo
EDUCARE OGGI: MISSIONE IMPOSSIBILE?
Oggi conosciamo tutta una serie di verbi che si riferiscono al miglioramento dell'essere umano: allevare, ammaestrare, assistere, allenare, sviluppare, preparare. In una sequenza ancora più nobile usiamo: formare, socializzare, inculturare.
Nessuno di essi equivale esattamente a educare. Infatti, questo li comprende tutti in misura relativa, e insieme li fonde in forma peculiare poiché si colloca di fronte all'originalità della persona e alle sue imprevedibili possibilità.
Educare non è il ripetersi in un altro essere, è piuttosto sognare di trascendersi in esso. Per questo gli educatori leggono con interesse, come se sentissero parlare di sé, racconti come la Storia Infinita.
Soltanto l'uomo educa, come solo l'uomo crea e immagina. Educare ed educarsi è la sola forma che fa crescere. Dio stesso, proponendosi di salvare l'uomo e di elevarlo, sceglie la via dell'educazione: la sua proposta salvifica non raggiunge la persona, se questa non la comprende e non vi risponde con libertà.
Educare è partecipare all'azione di Dio e collaborare con lui alla salvezza dell'uomo. È una definizione reale che non viene smentita nemmeno dal fatto che l'educazione sia stata talvolta strumentalizzata per fini meschini o ridotta a dimensione puramente orizzontale.
1. DIO EDUCA L'UOMO
Chi legge anche rapidamente la Scrittura scopre che Dio non chiede agli uomini soltanto o soprattutto atti religiosi, come la preghiera e il sacrificio. Li orienta invece assai più alla solidarietà sociale, alla libertà politica, allo sviluppo dell'intelligenza, alla creatività in tutte le sue forme.
Il suo modo di agire e i suoi interventi in favore del popolo sono descritti come una paideia: «Lo educò, si prese cura di lui, lo creò, lo protesse come si fa con un bambino... gli insegnò a camminare prendendolo per mano» (cf Os 11).
L'azione educativa di Dio contempla la crescita progressiva e l'apertura ragionevole, ma anche rotture improvvise con un passato esaurito, partenze repentine e utopiche verso nuove mete appena visibili. Dio non è un fanatico della ripetizione, preferisce le avventure creative.
Sotto l'influsso di questa azione creativa di Dio la comunità diventa educatrice. Un patrimonio di sapienza inizia ad accumularsi nella memoria del popolo, nei suoi libri, nelle sue figure sociali, nel culto, nelle abitudini familiari e nella vita politica.
Abbeverandosi a questa sorgente ispirata dall'alleanza con il Signore e restando aperta al futuro, la persona si addentra nella comprensione di se stessa e accetta con lucidità il suo destino. Viene educata non primariamente osservando precetti cultuali, bensì apprendendo la libertà e crescendo in umanità.
Nella pienezza dei tempi l'opera educatrice di Dio si manifesta con maggiore chiarezza fino a rendersi massimamente visibile in Gesù. Egli, immagine di Dio, si presenta come Maestro che condivide la vita dell'uomo. Oggetto principale del suo magistero è il Regno che illumina con trasparenza la vocazione dell'uomo. Per una risposta libera, Gesù fa appello all'intelligenza e alla sensibilità di quanti lo ascoltano. Per questo scava nel mistero della vita umana e spiega il regno partendo dall'esperienza, le parabole.
La sua azione educativa diventa sistematica e quotidiana con gli apostoli. Pian piano insegna loro a vedere con profondità i problemi fondamentali dell'uomo, facendo ricorso al senso critico di fronte alle interpretazioni correnti sull'infermità, sui mali imprevisti, sulla povertà. Li aiuta a essere comprensivi superando l'integrismo e lo zelo autoritario. Li fa passare da una mentalità ristretta a una visione universale. Li rende pensosi sulla religione vissuta come strumento di dominio.
L'opera educatrice di Dio non finisce qui. San Paolo ne vede la storia divisa in tre fasi che procedono dall'esterno all'interno. Israele è anzitutto considerato come un bambino sotto il controllo di un pedagogo esterno: la legge. Questa gli mostra la via, ma non gli dà la forza per percorrerla, né gli fornisce la configurazione da conseguire. La legge infatti non è la meta, né la forma, né tantomeno la vocazione dell'uomo. Il destino della persona invece sono l'amore e la libertà.
Prevede poi una seconda fase. Nella pienezza dei tempi Dio manda suo Figlio, in cui ci rivela la forma alla quale siamo destinati. Tale forma è plasmata già dentro la nostra natura nell'evento di Gesù e costituisce il nostro codice genetico per la grazia dell'adozione. È dentro di noi e deve rivelarsi e svilupparsi.
Infine considera la terza fase: Gesù ci infonde lo Spirito di figli. Lui, principio interiore ed energia di crescita, diventa nostro pedagogo e guida: è la legge interiore, dello Spirito e della libertà, che spinge a modellarsi secondo la grandezza, la profondità e l'altezza che appaiono evidenti in Cristo.
In questa prospettiva va letta la funzione educativa della Chiesa nel mondo. L'educazione dell'umanità non è una manifestazione opzionale della carità, come può essere dar da mangiare all'affamato o dar ristoro al pellegrino. È il cuore stesso della sua missione. La Chiesa diviene la mediatrice dell'azione educativa di Dio, la continuazione del magistero di Cristo, il segno della presenza dello Spirito nell'uomo.
Perciò nella Chiesa tutto è educativo: e tende a dare all'uomo coscienza del suo essere e del suo destino, a risvegliare energie di costruzione, a scoprire quanto di buono, di nobile e di eterno ha posto il Creatore in lui.
La Chiesa sosterrà sempre la continuità tra responsabilità generativa, dovere di educare, apertura alla conoscenza di Dio, iniziazione al mistero di Cristo e vita secondo lo Spirito, conforme alla parola di san Paolo: «Tutto quello che è vero, tutto quello che è puro, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che è amabile, tutto quello che dà buona fama, tutto quello che è virtuoso o degno di lode, sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
Numerosi saranno sempre nella Chiesa gli educatori del popolo e non soltanto i ministri del culto o i predicatori di religione. Tante persone si dedicheranno a fondare istituzioni educative per tutte le classi sociali, e in ogni contesto culturale.
Molti religiosi si dedicheranno professionalmente all'attività educativa, facendone l'espressione dell'opzione radicale per Dio: non un aspetto giustapposto alla consacrazione religiosa, bensì un modo singolare di esprimerla.
2. IL CENTRO DI ATTENZIONE NEL COMPITO EDUCATIVO: LA PERSONA
Sono tre i riferimenti chiave nell'educazione: la persona, la cultura, i valori. È difficile ipotizzare un progetto educativo senza fare i conti con essi. Insieme costituiscono qualcosa di più unitario di una semplice costellazione orientatrice. Ognuno di questi riferimenti chiave suppone, implica, coinvolge gli altri e, a sua volta, ha un contenuto specifico. Perciò ciascuno è importante, ma li si coglie singolarmente solo mettendoli in relazione vicendevole.
Il primo riferimento chiave è la persona. L'educazione non opera come su una «cera molle» pronta a tutto. La persona porta dentro di sé, come codificata, la direzione verso il destino ultimo. Il fallimento pedagogico di regimi politici che avevano collocato l'educazione dentro una camicia di forza, rivela che neanche tutta la potenza di uno Stato poliziesco riesce a eliminare le esigenze iscritte nella natura umana.
È importante, quindi, dirsi su quale visione d'uomo si basa lo sforzo educativo. Grazie a questa prospettiva si eviterà innanzitutto il rischio di pensare l'educazione in funzione di sistemi politici, di monopoli culturali o di necessità produttive; si impedirà di adeguarla soltanto ai bisogni immediati degli individui e di chiuderla all'interno di angusti orizzonti.
La riflessione continua sulla realtà della persona umana aiuterà a superare una certa unilateralità che, in un modo o nell'altro, caratterizza ancora oggi alcune tendenze educative. Talvolta, in passato, si è insistito assai sull'assimilazione di «lezioni predisposte», senza dare importanza al senso critico; oppure si è cercato di modellare il comportamento dell'individuo mediante la ripetizione di determinate azioni, trascurandone gli atteggiamenti.
Con i mutamenti in atto, oggi si coltivano le motivazioni, ma talvolta si trascura l'acquisizione di un «abito»; si sottolinea l'esperienza di vita, ma si sottovaluta l'esigenza di una fondazione razionale dei valori. L'insistenza sulla creatività rischia di eliminare l'aspetto cognitivo organico; e la supervalorizzazione dell'azione di distruggere la capacità di riflessione.
Viviamo in tempi di flash, di impressioni forti e spesso unilaterali. A questo ci abituano i mezzi di comunicazione e il ritmo della nostra vita.
Correnti economiche e culturali portano all'eccesso determinate accentuazioni e mettono a dura prova la capacità professionale e il buon senso dell'educatore, che deve imporsi una riflessione continua e rinnovata sulla persona: il suo essere e il suo contesto.
Ci sano varie forme di approccio alla persona quando si tratta di precisare in cosa consiste il suo sviluppo integrale e armonico.
Alcuni ne enunciano le facoltà. Si parla dell'intelligenza che bisogna formare con sufficienti conoscenze, con abitudini di ricerca e riflessione, con attitudini di curiosità e interesse. Si allude alla volontà che si sviluppa con la capacità decisionale, la costanza nei propri impegni, la prontezza ad assumersi nuove responsabilità. Ci si riferisce all'affettività che matura quando si stabiliscono rapporti sereni, personali, profondi, disponibili con tutti. Si pensa all'operatività che si rafforza con la capacità di usare strumenti e conoscenze per scopi precisi. Si include la corporeità, cioè l'attenzione del corpo a ciò che si riferisce alla salute, all'equilibrio fisico, allo sviluppo delle capacità motrici, alla forza.
Altri preferiscono optare per il sistema delle relazioni in cui la persona è necessariamente posta: con se stessa, con il mondo fisico o natura, con gli altri, con il trascendente (Dio).
La relazione con sé si modella convenientemente quando si ha coscienza del proprio essere, ci si accetta con serenità, si possiede una giusta conoscenza di quanto accade nella propria persona, si prospetta un progetto di vita e si ha fiducia nelle proprie capacità per realizzarlo.
La giusta relazione con il mondo fisico si esprime nel rispetto dell'ambiente e nella capacità di contemplazione, nella conoscenza e nell'uso corretto degli elementi naturali e nella volontà di trasformarli.
La relazione con gli altri si presenta a diversi livelli: famiglia, amici, comunità, società civile organizzata, storia umana. Richiede accettazione della dignità assoluta e dell'inviolabilità dell'altro, autonomia, e capacità oblativa, inserimento sereno e positivo nelle realtà sociali, radicamento in una tradizione viva, valorizzazione del patrimonio culturale, senso di appartenenza.
Infine, la relazione con il trascendente comprende quello che l'uomo avverte come mistero nella propria esistenza e nel mondo, l'impulso a cercare un senso per il suo esistere, il porsi domande fondamentali circa il proprio destino. Chi riesce a dare un nome a questo mistero parla di relazione con Dio.
Un altro modo di approccio alla persona è l'esame delle sue domande o bisogni essenziali e circostanziali: di identità, di comunità, di gratificazione, di senso, di utopia, di esperienza, di illuminazione o conoscenza. Possono essere indicazioni per un modello educativo, purché non ci si fermi alla mera soddisfazione di bisogni immediati; devono invece essere interpretati come segni per formulare proposte che superino la domanda spontanea.
In questo tentativo di dire che cosa è la persona umana e come si sviluppa, ci confrontiamo con la Parola di Dio. Essa descrive la persona come una creatura singolare nel complesso della creazione, corpo e spirito, libera e responsabile, immagine e figlio di Dio, in continua comunicazione con lui, in rapporto di solidarietà e fraternità con gli uomini, signore del mondo fisico, destinato alla comunione con Dio. Sotto il profilo storico è abilitato a progettare il suo destino umano ed elevato a nuova dignità per la Redenzione. Tuttavia porta i segni di una caduta che pesa sulla sua strada: il peccato.
Ognuno di questi approcci esplicita qualcosa di particolare. L'educazione deve tenere in considerazione tutto questo e trasformarlo in criteri pedagogici.
3. LA CULTURA: ENERGIA, AMBIENTE, MATERIA PRIMA DELL'EDUCAZIONE
La crescita della persona ha luogo nella cultura e da questa è condizionata. Un bambino europeo, che usa strumenti tecnici sofisticati, dispone di strutture educative, visita luoghi storici o artistici e vive in un ambiente di benessere, cresce diversamente da un suo coetaneo africano. Respirando un certo tipo di patrimonio culturale, non soltanto si acquisiscono abilità, ma si forma anche una visione del mondo e matura uno stile di essere persona.
L'educazione sistematica fa sì che la cultura non venga dimenticata e non consista semplicemente in ripetizione, bensì sia un processo accumulativo in cui quanto è acquisito viene trasmesso alle nuove generazioni, preparando gli individui a valutare e ad aprire vie inesplorate. In tal modo la cultura non è soltanto ciò che circondala persona. La penetra e si radica in essa come un dinamismo che la spinge a evolvere verso il meglio servendosi della sua intelligenza. In tal senso, oltre ad essere mezzo di educazione, è anche risultato.
È fondamentale, quindi, chiarire quale cultura si offre, come si aiuta ad assimilare il patrimonio culturale, come si insegna a decodificarne e a rielaborarne i messaggi. A questo si giunge attraverso una maggiore consapevolezza dei condizionamenti che ci sono nella trasmissione di modelli di vita e nei programmi e istituzioni educative.
Per valutare la qualità della cultura ci si è riferiti a criteri diversi: l'essere e l'avere, la persona e le cose, l'etica e il potere, la vita e la morte, la trascendenza e l'immanenza. Si potrebbe inventarne altri, ma evidenzierebbero una medesima constatazione: la cultura e i suoi singoli aspetti non sono neutri, sono orientati. Penetrano silenziosamente nelle coscienze ed esaltano, e quasi consacrano, valutazioni collettive circa i problemi fondamentali dell'uomo.
Così le persone possono sentirsi come trascinate a mettere al primo posto il possesso dei beni materiali e a sottovalutare la dimensione più umana e spirituale dell'esistenza. La cultura dovrebbe condurci ad amare la persona e ad usare le cose; ma può succedere al contrario che quanto diciamo e viviamo ci porti ad amare le cose e ad usare le persone, invertendo i termini.
Un'altra delle polarità enunciate evidenzia che la cultura odierna è costantemente tentata di disporre il criterio etico al potere tecnico, economico o politico. I libri sono pieni di apologie del potere delle armi, dei sistemi. Ci sono nella prassi modelli di educazione che si fondano sulla capacità di imporsi e prevalere.
Allo stesso modo, una sintesi culturale può portare alla cecità o all'indifferenza di fronte al mistero, essere irreligiosa in senso secolare, prima ancora che aconfessionale; mentre altre visioni culturali alimentano la capacità di meravigliarsi, di porsi domande, di sperare.
La cultura, quindi, non è esente da ambiguità: è un prodotto umano. L'educazione ne discerne i contenuti e indaga la relazione da stabilire tra persona e cultura. Non la consegna in forma dogmatica, bensì come un patrimonio di conoscenze e di esperienze suscettibili di critiche, di trasformazioni, di nuovi contributi; come una realtà che, rielaborata dal soggetto, lo aiuta a crescere come persona. Questa diventa così non solo ricettore di cultura esistente, ma anche giudice e soggetto attivo nella sua evoluzione.
Ma perché ciò avvenga, occorre tenere in considerazione le caratteristiche attuali dell'elaborazione culturale. Viviamo dentro una cultura di massa. Mentre in altre epoche poche figure sociali (poeti, sacerdoti, saggi, governanti) e istituzioni influivano direttamente sull'orientamento della cultura, oggi un gran numero di persone partecipa e beneficia di tale produzione. Non per questo mancano agenzie di particolare influsso e perfino centri di potere che tendono al monopolio. E tuttavia sono sempre molti, rappresentano diversi settori e interessi, e soprattutto sono esposti al giudizio dell'opinione generale.
Inoltre, si parla di una cultura dinamica, in continuo e rapido cambiamento. Il concetto sacrale dei costumi e delle norme è svanito. I messaggi si propagano e trasformano abitudini e criteri di vita. Da una generazione all'altra cambiano sia le sensibilità quanto gli strumenti tecnici.
Ne emerge una cultura pluralistica e complessa, che ammette al suo interno differenti visioni parziali e concezioni globali. Nonè unitaria: sono presenti molti sistemi simultanei collegati in un fragile equilibrio. Si elabora, si progredisce e si migliora in forma dialettica, mediante il confronto libero dei punti di vista. La cultura odierna non è «custodita» o «definita» da un'autorità politica o religiosa. Nello stesso ambiente troviamo insieme le culture della vita e della morte, quella agnostica e quella teistica, la etica e la libertaria. Si parla perciò di filoni culturali.
Ciò è determinante per l'azione educativa. Oltre a offrire contenuti culturali, l'educazione è chiamata soprattutto ad abilitare al discernimento e al senso critico. Più che abituare ad adattarsi, deve insegnare a partecipare e a reagire. La persona si trova esposta a tutti i messaggi, proposte e manipolazioni: la si può lasciare indifesa o, al contrario, attrezzarla a reagire positivamente alle sfide, equipaggiarla per il pluralismo e il confronto.
4. I VALORI: SCOPERTA ED EDUCAZIONE
Simile al tema della persona e della cultura è quello dei valori. Della loro natura si occupa la filosofia. Correnti pedagogiche li considerano come l'asse del processo educativo.
In verità i valori costituiscono un riferimento interessante e pressoché indispensabile per progettare la crescita del soggetto. Nell'incontro con la cultura, nella mediazione educativa e nelle riflessioni personali l'individuo matura punti di vista e convinzioni, atteggiamenti e relazioni su quanto infonde dignità e sostegno alla propria esistenza: scopre i valori. Questi hanno una consistenza oggettiva. Non sono soltanto valutazioni della coscienza individuale, o ideali prospettati sopra la realtà, bensì si rivelano come qualità ed esigenze dell'essere. Percepire un valore è intuire la realtà e porsi in comunione con essa. La persona con valori non sarà mai uguale a chi non li possiede, qualunque ne sia la percezione. Per questo si fa indispensabile un processo educativo al riguardo.
4.1. Enunciazione e gerarchia
La pedagogia dei valori comprende una loro enunciazione e gerarchia.
L'enunciazione non risulta uniforme: variano i termini, si moltiplicano le parole, cambiano le costellazioni. In fondo c'è la capacità del soggetto di intuire e cogliere quanto ha valore in modo completo o in frammento.
Così per configurarli se ne indicano gli estremi entro cui si forma una certa scala di gradualità: vita-morte, amore-egoismo, libertà-dipendenza... Oppure vengono usate espressioni che ne indicano la continuità in una direzione ideale: libertà-responsabilità, fede-amore, giustizia-solidarietà. O ancora possono essere raggruppati in aree: personali, sociali, esistenziali, trascendenti.
La gerarchia dei valori è tuttora un interrogativo importante nell'educazione. La vita ha bisogno di un ordine di fini in base a cui operare opzioni assolute o preferenziali. La configurazione di una personalità si rivela come un quadro di valori realizzati in una determinata composizione e gerarchia. Così si parla di personalità religiosa o politica, quando il valore corrispondente è centrale o privilegiato.
In una certa prospettiva a livello inferiore si collocano i valori di tipo edonistico: piacevole o spiacevole; seguono poi quelli vitali: forte, sano, nobile; quindi vengono quelli spirituali: verità, bellezza, giustizia; completano la scala i valori religiosi: quelli che si relazionano con la sfera del «sacro».
Il valore morale rimane fuori dalla classificazione: è da considerare come la struttura di tutti. Poiché si trova dentro ogni aspirazione al valore, è nel cuore stesso della preoccupazione educativa, che cerca sì lo sviluppo integrale, ma mette al primo posto la capacità di discernere il bene e di aderirvi.
Educare ai valori diviene allora una meta privilegiata e un capitolo primario in pedagogia. Ci si chiede: come risvegliare la coscienza dei valori? Come mettere in sintonia con essi, come agire in vista di un loro accoglimento? Come far sì che caratterizzino le scelte di vita?
Gli educatori si rendono conto che non è sufficiente enunciarli, o tantomeno ripeterli, perché vengano assimilati. La sorpresa più grande sta nello scoprire che, dopo aver proposto per anni certi valori, ne vengono vissuti, specie nell'educazione dei giovani, altri, diversi, impliciti o inediti.
Pertanto la pedagogia si pone il problema relativo alla strada da seguire per interiorizzare un valore. Scopre che questo coinvolge tutta la persona: intelligenza, emotività, volontà.
Il percorso educativo può essere scandito in quattro tappe: la percezione-esperienza, la comprensione-consapevolezza, l'esercizio molteplice, la motivazione profonda.
4.2. Esperienza
Il primo passo consiste nell'esperienza del valore: l'avere responsabilità, l'ottenere risultati mediante l'impegno, il soccorrere persone bisognose, il lavorare insieme, il chiarire un interrogativo importante. Nell'esperienza si percepisce non soltanto la qualità oggettiva del valore, ma anche l'effetto nobilitante sulla propria persona, con il conseguente sentimento di soddisfazione. La gratificazione sociale in un ambiente educativo può rafforzare tale esperienza. Relativamente ad alcuni valori, si pone giustamente l'interrogativo sul modo di farli percepire attraverso esperienze significative. Le istituzioni educative che non raggiungono questo intento sono tacciate come teoriche o al margine della vita.
4.3. Comprensione
Tuttavia l'esperienza ha un carattere limitato. Il valore possiede una sua validità universale. La responsabilità non vale solo nella circostanza in cui viene percepita come «piena di valore». Il rapporto d'amicizia non è soltanto un modo di soddisfare una momentanea aspirazione personale. Subentra allora la presa di coscienza, una consapevolezza-convinzione che quanto è sperimentato rimane indissolubilmente connesso col nostro esistere. In questo esito partecipano attivamente l'intelligenza e la riflessione.
E tuttavia non sono sufficienti né l'esperienza gratificante né la convinzione per «incorporare» un valore alla propria esistenza. Spesso ci si ferma all'accettazione intellettuale o episodica. Il valore risulta sradicato dalla vita quotidiana: lo si conosce, ma non lo si sente e non lo si vive.
4.4. Esercizio
Per questo un medesimo valore deve essere percepito e vissuto in molteplici e diversificate circostanze. Il rispetto per la persona è valore acquisito quando lo si vive nei confronti dei compagni, nell'atteggiamento verso gli insegnanti, con le persone conosciute o no, in situazioni diffidi e di conflitto, nell'attenzione e cura degli ambienti in cui viviamo. Finché non si riconosce che il valore è sempre il medesimo in tutte le diverse circostanze, non si può asserire che sia sentito veramente tale.
L'esercizio è indispensabile, e presenta due aspetti: l'interiorizzazione di quanto si è sperimentato e la creazione di espressioni nuove. La responsabilità nella scuola, ad esempio, si esercita nella disciplina, nello studio, nel rispetto dell'ambiente. Ciò è normale e prescritto. Le responsabilità più mature troveranno anche altre espressioni: iniziative, nuove forme di collaborazione, soluzioni a problemi non risolti dell'organizzazione scolastica.
4.5. Motivazione
Nell'educazione ai valori però il punto decisivo è la motivazione personale, che dice convincimento così radicato e fondato che la persona è disposta a scommettere sul valore anche contro vantaggi temporanei. Intervengono sempre la memoria della gratificazione, gli elementi intellettuali di comprensione, le valutazioni morali, le preferenze personali. Ma la persona non dipende dagli stimoli e da appoggi esterni, bensì fa definitivamente e interiormente proprio quanto ha vissuto come valore duraturo.
La nostra azione educativa si orienta per questo verso un tipo di uomo che si mette di fronte a se stesso, agli altri e alla realtà con un patrimonio di significati, con capacità di discernimento, con atteggiamenti personali stabili, che gli permettano di scegliere con libertà e gioia quanto percepisce e vive come «valido».
5. PROSPETTIVE ATTUALI DELL'EDUCAZIONE
Persona, cultura, valori: gli elementi fondamentali del quadro sono chiari. Tuttavia il compito di un educatore oggi somiglia assai poco a quello di un pittore o uno scultore che lavorano con calma su di una materia statica, da cui «estraggono» una forma o immagine.
La crescita della coscienza umana e l'attuale sviluppo della cultura immettono nel compito educativo delle «spinte» a velocità insolita. Bisogna lavorare in movimento e in cambiamento.
Una spinta sta nella domanda giustificata, ma spesso eccessiva e sempre crescente, di educazione. Si tratta di estensione dell'educazione: ciò che era patrimonio di alcuni popoli e di alcune classi sociali è diventato un bisogno generale. Tutti intendono usufruire di un'educazione sistematica, che diventa pure di «massa».
Si tratta inoltre di un fenomeno di quantità di educazione per ciascuno: l'allungamento del periodo scolare si è imposto ovunque. Un'alta percentuale di giovani in certi continenti accede all'università. E anche dopo gli studi medi o universitari si continua la propria formazione prima di poter entrare nel mondo del lavoro o della professione.
E infine si tratta di una domanda di qualità educativa: molti nella società attuale soffrono il complesso di incompetenza. Non c'è modo di appropriarsi con calma di tutto quello di cui si ha bisogno, non già per essere importanti, ma semplicemente per non escludersi. L'ansietà sociale è un'epidemia: basti pensare alla quantità di informazioni e alla varietà degli ambiti culturali che periodici, televisione e vita pubblica ci riversano addosso quotidianamente.
Spesso, quando incalzano i problemi sociali, si incrimina l'educazione. Vecchie norme e valori subiscono cambiamenti. Nascono nuove esigenze, mai affrontate prima in modo sistematico. Nelle trasformazioni si può perdere il passo e l'orientamento, e il prezzo lo pagano di solito i più deboli. Ma sembrano eccessive le responsabilità che si riversano sull'educazione. Insegnanti ed educatori percepiscono di dover qualificare al massimo la propria professione, creando nuove prospettive e metodologie.
Una seconda «spinta» è messa in moto dall'esigenza di una formazione continua, che duri tutta la vita. La vecchia visione di educazione non basta più, poiché la realtà corre sotto i nostri piedi e davanti ai nostri occhi, e l'uomo non può smettere mai di educarsi.
La funzione dell'educazione iniziale è di creare dinamismi, dare strumenti, offrire ideali, iniziare un viaggio che durerà tutta la vita; insomma insegnare ad apprendere non solo conoscenze, ma anche atteggiamenti, abilità. Questo muta la concezione di educazione della persona: non vale anzitutto per quello che ha già elaborato, bensì per quello che insegna a fare, per abilitare ad apprendere.
Tali fenomeni causano una terza «spinta»: la molteplicità di luoghi e di fattori educativi. Talvolta, in passato, veniva riconosciuta l'autorità di istituzioni cui si delegava il compito di educare: la famiglia, la scuola. Questo creava tranquillità, aspettativa e una relazione tra gli educandi e le istituzioni. Queste fornivano sintesi, motivazioni, modelli di vita e esperienze tipo e generavano un forte senso di appartenenza.
Oggi non è possibile «delegare». Apprendiamo e ci formiamo attraverso i mezzi di comunicazione sociale, gli ambienti che scegliamo personalmente, la rete delle amicizie, l'istituzione religiosa, le varie aggregazioni o organismi cui partecipiamo.
Non meno importanti sono poi la strada, la piazza e il mercato. La società trasparente in cui tutto si sa e si discute, dove si lotta mediante la partecipazione e la condivisione, risulta un rilevante luogo di educazione o diseducazione. A ragione si parla di città «educativa»: là dove sono alti i suoi interessi, tanto più degna e rispettosa appare la convivenza; là dove sono corretti i processi sociali e politici, e l'ambiente è salutare, tanto più educa e forma.
Una simile visione delle cose porta a conseguenze sui programmi dell'educazione iniziale, che se isolati dal contesto valgono assai poco. Scopriamo allora la stretta relazione esistente tra educazione e politica. Non nel senso che la politica determini rigidamente il tipo di educazione, oppure che lo Stato fornisca mezzi di educazione per tutti; bensì nel senso che la politica, concepita come promotrice del bene comune e regolatrice della vita pubblica, dispone di opportunità generali per promuovere l'educazione di ciascuno e di tutti.
I primi servizi di informazione, prevenzione e sviluppo possono nascere soltanto in un sistema politico ben ispirato. L'azione educativa della politica precede, accompagna e segue l'educazione sistematica e può anche giungere a neutralizzarla. Questo fa sì che l'educazione non sia unicamente un servizio privato alle persone, ma assuma al contrario il carattere di funzione sociale, ossia coscienza critica e propositiva perché la società crei condizioni di crescita sempre più umana.
6. CONDIZIONI EDUCATIVE INDISPENSABILI
Educare è complesso. Il contesto nel quale si svolge il compito educativo è saturo di stimoli vari. Per conseguire alcuni obiettivi è necessario costruire una convergenza di condizioni favorevoli. Tale convergenza non isola dalla realtà differenziata e varia in cui vive l'individuo, bensì tende a creare uno spazio psicologico, e talvolta anche fisico, che sia intenzionalmente educativo.
Tra le condizioni educative, al primo posto si trova l'ambiente, che è atmosfera, clima, ecosistema. Se l'ambiente è sano e ricco, le persone respirano umanità, cultura, valori.
Tutto ha un influsso sull'ambiente: dall'aspetto delle pareti al volto delle persone. L'ambiente è il risultato di tutti gli elementi che circondano la persona. Esistono ambienti inoffensivi, indifferenti, poco propositivi; se ne trovano altri con forti stimoli, intensamente coinvolgenti, capaci di orientare; altri ancora sono anonimi, inespressivi, repressivi.
Un ambiente educativo non è uno spazio fisso chiuso e separato, è piuttosto una rete di relazioni preferenziali e significative per il soggetto. Attraverso il filtro di tale preferenza, questi analizza le impressioni e le informazioni che gli giungono in maniera disordinata da altre fonti e altri momenti. In tal modo l'ambiente, da fattore esterno alla persona, si trasforma in criterio e misura per i suoi giudizi di valore.
Nell'ambiente educativo emerge come fattore determinante il gruppo degli educatori. L'educatore è una figura che presenta molte sfaccettature ed è mutata nel tempo secondo varie scansioni: è autorità istituzionale, maestro, professore; è orientatore, animatore, amico...
Non è facile tracciarne il profilo in modo completo. L'educatore deve avere autorità su quanti intendono usare il suo servizio. A modellarne l'immagine concorrono il prestigio che danno l'amore e la responsabilità, la preparazione professionale, la sua dedizione al compito educativo.
Ambiente ed educatori emettono segnali che determinano il nascere e il crescere delle relazioni tra le persone. Da esse dipendono l'esito e i risultati del processo educativo.
Oggi si concepiscono non soltanto in forma bipolare, ma multi-direzionale: con gli educatori, i compagni, altre figure, con la comunità e l'istituzione. L'educazione si colloca così in un contesto sociale. Cionondimeno l'atteggiamento degli educatori verso i giovani condiziona tutto il sistema relazionale. L'accoglienza senza pregiudizi, l'affetto adulto dimostrato, la comprensione e l'aiuto per superarsi, l'interesse per la crescita di ognuno, la capacità di collaborazione fungono da «termometro» che misura la situazione relazionale.
È impossibile esplicitare totalmente il tema delle relazioni educative. Sono un'area di creatività in cui emerge la genialità dell'educatore. Non si tratta soltanto di un comportamento corretto e rispettoso, bensì di quell'amore che è capace di creare e ispirare la persona.
Un ulteriore fattore educativo importante sono le attività. L'uomo cresce e matura attraverso tutto quello che fa, ma ciò che è intenzionalmente educativo sono le attività pensate con lo scopo di sviluppare alcuni aspetti o tutta la persona secondo finalità previste. Tali attività servono per apprendere, addestrare, fortificare, illuminare. A tale riguardo risultano decisivi il contenuto e la qualità, lo stile e il metodo secondo cui vengono realizzate nel loro insieme. La scuola privilegia le attività didattiche, ma non dovrebbe trascurare le altre. Gli ambienti destinati al tempo libero propongono attività artistiche, espressive, culturali, ludiche, sociali, che non dovrebbero svolgersi come semplice passatempo, bensì come cammino di crescita umana.
Ogni tipo di attività esige una relativa pedagogia, che valorizzi lo specifico e non perda di vista la globalità. Le attività assumono poi maggiore efficacia educativa quando i giovani stessi, nel contesto di un progetto, sono capaci di pensarle e portarle a termine con propria responsabilità.
Infine emerge una condizione che comprende tutti i fattori indicati e in parte li condiziona: la struttura educativa, come l'insieme di norme e ruoli che regolano l'azione dei soggetti e lo svolgersi delle attività in ordine ai fini. La struttura modella le stesse relazioni: molte buone intenzioni si disperdono davanti a strutture rigide o labili.
D'altra parte, la struttura è necessaria: è come la casa per la famiglia. Una è fatta di mattoni, l'altra di relazioni. Tuttavia, senza la casa, è difficile dar corpo a relazioni stabili.
La struttura va analizzata e commisurata in ogni sua parte: ruoli, organismo, spazi di libertà e partecipazione, norme. Certe strutture evidenziano la libertà di azione, altre invece difendono la propria stabilità spesso formale. Per educare adeguatamente non è indifferente l'uno o l'altro sistema.
A conclusione dell'insieme vi è l'inserimento sociale. Nessuna struttura, nessun educatore o attività educativa consegue un risultato accettabile se non entrano nella dinamica del contesto in cui sono situati. Una volta le istituzioni educative tendevano a separare i loro utenti: ambienti chiusi, orari pieni e ritmati, responsabilità esclusiva degli educatori. Oggi si riconosce invece la ricchezza di uno scambio con l'ambiente circostante: in esso si apprende la cultura della propria gente, si fanno propri i comuni problemi, si mettono alla prova proposte ed esiti educativi.
La complessità del compito educativo e le nuove problematiche dell'educazione sollecitano a una presa di coscienza complessiva di chi si dedica a educare la gioventù.
Motivazioni di basso profilo si rivelano sempre più insufficienti nella prassi. Per essere all'altezza delle richieste ed esigenze odierne appare senza dubbio indispensabile una istanza di fondo che denominiamo vocazione educativa.
Nell'azione tra i giovani si è frequentemente esposti a insuccessi. Educare è entrare nel mistero dell'uomo, incontrare la sua dignità e libertà. Ciò esige competenza e professionalità, ma ancor più passione educativa e cuore apostolico, che attingano abbondantemente alla speranza dell'Evangelo.
















































