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    Evangelizzare educando: una sintesi (IV/cap. 3 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992

    Capitolo terzo
    EVANGELIZZARE EDUCANDO: UNA SINTESI

    La relazione tra educazione ed evangelizzazione è oggetto di molte discussioni. Il modo pratico di intendere tale relazione porta talvolta a mettere in secondo piano l'evangelizzazione, altre volte invece a strumentalizzare l'educazione o anche, assai più di frequente, a giustapporre l'una all'altra. Al riguardo c'è pure chi addossa la responsabilità di una mancata sintesi alle istituzioni educative: o perché lasciano scarsa libertà ai giovani di fronte all'opzione religiosa, o perché spesso oggi i risultati in esse raggiunti sembrano ad alcuni insufficienti, se non deludenti.
    Comprendere il nesso tra evangelizzazione ed educazione cristiana è certamente più facile se ci poniamo sul piano di un accompagnamento di chi, in forza del battesimo, ha già coscienza della propria filiazione divina e manifesta l'esigenza di approfondire la fede.
    Tuttavia rimane indispensabile un'impostazione corretta della questione.

    1. UN ASPETTO O UN PROGETTO GLOBALE?

    La missione della Chiesa è evangelizzare, e questa resta anche la finalità di tutta la sua azione educativa in qualsiasi modo venga svolta. Fa parte della sua essenza. Ma la Chiesa evangelizza nell'educazione e per mezzo di essa, senza che questa perda la sua tipica peculiarità di servizio alla crescita della persona e della società.
    Perciò l'evangelizzazione attraverso un progetto educativo ha uno sviluppo diverso da quella che si fa nella famiglia, nella parrocchia e nei gruppi ecclesiali. Alcuni aspetti sono comuni mentre altri sono specifici.
    L'educazione abbraccia uno spazio più ampio d'azione della catechesi. Chi è aperto alla promozione umana e sociale, considera con attenzione il fatto educativo come tale, nei suoi aspetti anche più tipicamente laici. Si costituisce così una specie di fronte missionario sul mondo dell'educazione in cui la Chiesa incontra chi apprezza il suo servizio all'uomo e all'umanità intera.
    Aspetto peculiare della catechesi è portare a maturazione l'opzione di fede e, da questa, promuovere la crescita di tutta la persona. Tipico invece dell'educazione è tendere allo sviluppo totale della persona nella sua umanità e, a partire da ciò, scoprire il valore della fede e svilupparla.
    Proprio per questo, quando si esamina la forza evangelizzatrice di un progetto educativo, ci si deve interrogare sulla molteplicità e complessità delle iniziative e degli interventi educativi, che vanno dalla testimonianza cristiana della comunità e sull'ispirazione evangelica delle relazioni educative e delle proposte culturali, sino alla maniera di svolgere la celebrazione dei sacramenti e di vivere la fede nell'impegno vocazionale.
    In ogni caso e in tutti i modi l'evangelizzazione non è un pacchetto di conoscenze speciali: è piuttosto un modo di «assumere» la totalità della vita. Non è perciò un settore nell'impegno educativo, poiché ha una dimensione di profondità di tutto il progetto che voglia dirsi cristiano.

    2. UN OBIETTIVO CHIARO PER L'EVANGELIZZAZIONE

    Nella prospettiva di un'educazione che evangelizza e di una evangelizzazione che educa occorre soffermarsi a chiarire e approfondire le mete che si intendono perseguire nella propria azione, specie tra i giovani.
    L'obiettivo finale condiviso è, chiaramente, la maturità di fede della persona. Non esistono dubbi. E tuttavia, proponendosi l'educazione la crescita integrale, tale maturità comporta una singolare sintesi della fede con la vita e la relativa cultura del soggetto.
    Si tratta di una fede informata, che si confronta con una concreta visione del mondo e con i suoi dinamismi. È allo stesso tempo una fede integrata e centrale, non marginale o insignificante, nella personalità del soggetto e nel suo sistema di valori. Essa risulta motivata sia dal punto di vista intellettuale che esistenziale, e perciò non condizionata dall'esterno, bensì radicata su motivi o ragioni interiori.
    Sarà allora anche una fede critica, ossia aperta al confronto su nuove domande educative o sfide culturali, capace di distinguere l'essenziale dal secondario, il permanente dal provvisorio. Ma, in particolare, sarà una fede impegnata che richiede nell'impostazione della propria esistenza la scelta di valori da tradurre nella prassi, anche esponendosi al «rischio».
    Qualche domanda è legittima al riguardo.
    Quanti sono i giovani dei nostri ambienti ecclesiali che raggiungono questa meta? E quanti la accettano sin dall'inizio? Può la meta finale esprimersi in obiettivi parziali? Sono giustificate le istituzioni educative che non riescono a convertire tutti i loro destinatari? Si può parlare in questo caso di evangelizzazione?
    Non è già positivo l'aver «seminato» a piene mani e con serietà?
    Questi interrogativi meritano tutta l'attenzione e soprattutto risposte plausibili e adeguate.
    All'interno di un progetto educativo l'evangelizzazione scagliona pedagogicamente gli obiettivi, senza perdere mai di vista il traguardo finale. Nella prassi si propone in primo luogo di evidenziare l'importanza della dimensione religiosa nell'esistenza individuale e in una cultura degna dell'uomo. Spesso, tale dimensione viene mortificata, se non ignorata, specie in quegli ambienti in cui il vero coincide con quanto è razionalmente dimostrato, l'esistente con il controllabile, l'etico con ciò che è utile. In simili situazioni il problema del senso passa in secondo ordine di fronte all'efficienza o alla funzionalità delle azioni e delle convinzioni.
    A questo primo obiettivo se ne aggiunge un altro: suscitare il desiderio della fede, sia in chi l'ha già per tradizione sia in chi non ne gode. Ciò si verifica quando essa viene presentata come ricca di valori vitali e culturali. La dimensione religiosa, di per sé generica, si fa così concreta nella presentazione di Cristo, che rivela all'uomo il suo vero essere e il suo destino. La comunità che vive di lui ne offre una testimonianza illuminante.
    C'è poi un terzo obiettivo: aiutare a vivere una prima esperienza di fede. Può rappresentare anche solo un inizio, ma se lascia un segno nella persona, diventa spesso punto di riferimento importante per la vita. Succede pure che quella prima esperienza torni alla mente e venga rivissuta in altre circostanze. Al contrario, i gesti religiosi ripetuti per obbligo rischiano di venire abbandonati con facilità e le conoscenze apprese per esigenze di programma si dimenticano.
    Di qui l'esigenza di perseguire un altro obiettivo: la conoscenza organica e fondata dei contenuti della fede, la pratica coerente della vita cristiana, la formazione di una cultura cristiana, l'impegno come esigenza vocazionale e missionaria.
    Le considerazioni precedenti suppongono un tipo di annuncio che sia veramente tale: una buona novella di salvezza, fedele alla Verità e all'uomo, annunciata e vissuta, per il presente e per il futuro. Un Evangelo che non suoni come una serie di obblighi, bensì come una grande opportunità; che non sia solo una dottrina, ma soprattutto un'offerta di incontro personale con Cristo; non una «spiegazione» su Dio, ma un invito a entrare in comunione di vita con Lui.
    Oltre a questo, è necessario che l'annuncio abbia un alto valore esistenziale, ossia che riveli qualcosa sulla vita dell'uomo, che per lui diventi luce, verità e via. È indispensabile allora tenere in considerazione le situazioni, le speranze e i problemi della crescita del giovane, e in essi pronunciare l'Evangelo.
    Inoltre, l'annuncio dovrà assumere anche una dimensione storica. Il messaggio non può limitarsi all'individuo e alla sua interiorità o al suo ambiente domestico; deve illuminare gli eventi della vita sociale e collettiva e diventare «pratica politica» e «cultura». La sensazione di inutilità storica della fede pone le sue radici nella privatizzazione che ne fanno i cristiani; se non si «applica» la fede ai grandi problemi degli uomini, la si riduce a realtà evanescente e insignificante per la società.
    Infine, ogni annuncio contiene un significato trascendente, capace di rivelare all'uomo il suo destino ultimo e di sollecitarlo continuamente verso tale meta: ciò lo fa sentire «pellegrino» nel mondo e libero davanti agli uomini. Del resto nulla può essere considerato ultimativo in questo mondo se non l'incontro con Dio.

    3. UN CRITERIO: FARE ESPERIENZA DELLA FEDE

    L'esperienza della fede non è solo uno degli obiettivi intermedi nel processo di evangelizzazione; si trasforma pure in criterio metodologico.
    Un tempo i programmi educativi privilegiavano l'informazione sulla fede, l'istruzione religiosa. La pratica si considerava già sufficientemente assicurata dall'ambiente di vita.
    Il problema stava nel dare organicità e razionalità a quanto si era ricevuto e si viveva in famiglia e nella stessa società. L'opzione di fede era considerata plausibile, perché sperimentabile nella vita quotidiana.
    Nella fase successiva si constata invece che, di fatto, questo percorso usuale viene inceppato. I giovani manifestano grosse carenze di conoscenze religiose e spesso tanta confusione circa la vita cristiana.
    Gli educatori allora avvertono come prioritaria l'esperienza personale della fede. La cosa più importante non è che i giovani imparino tutto o molto sulla religione: urge sgretolare pregiudizi, risvegliare il bisogno di «salvezza», dare dimensione reale alla fede come ambito di libertà, di gioia, di valori. In questo si è potuto trascurare la comprensione organica dei contenuti, con i conseguenti rischi di soggettivismo e parzialità. Si torna allora a sollevare la questione della conoscenza della fede e si rileva una nuova insistente domanda di «catechismi» e programmi. In tutto questo emergono giuste esigenze, ma anche non poche ambiguità che potrebbero far regredire non tanto alle forme desuete, quanto a modelli inadeguati se non controproducenti.
    Oggi sembra di essere nel momento di sintesi dei due aspetti, esperienza e conoscenza. Peraltro essi non si oppongono, bensì si richiamano a vicenda e si integrano, se l'esperienza provoca, coinvolge e conferma la conoscenza.
    Ma cos'è esattamente un'esperienza educativa o di fede?
    L'esperienza educativa è una situazione in cui il soggetto entra in contatto diretto con beni, significati o valori che si riferiscono alla sua crescita e lo toccano in profondità. Qualcosa di analogo è l'esperienza della fede. In essa si entra in contatto con un segno,un fatto, una persona, che manifesta in forma abbastanza immediata il vissuto della fede. La coniugazione valore e vita scatena nel soggetto un dinamismo per cui si sente implicato nella situazione in modo totale e attivo: con la ragione, l'affettività, la fisicità, le relazioni. I risultati che conseguono sono sentimenti di gioia, di conquista, di donazione, di gratificazione, di sorpresa, di illuminazione. Ciò favorisce l'incorporazione nell'esistenza del contenuto dell'esperienza, che resta nella memoria come momento esemplare e significativo.
    Non si tratta qui di teatralità ricercata o di impatto emotivo calcolato, e neppure di strumentalizzazione dei sentimenti. Non siamo di fronte a una propaganda o futile promessa di felicità suffragata da luci e suoni. Peraltro si danno esperienze di silenzio, di riflessione, di ascesi, di dolore. In tutte è possibile un elemento di disturbo. Ma l'esperienza vissuta scatena dinamismi interiori e determina trasformazioni nella persona, cui non ci si può umanamente sottrarre.
    Proporre la fede all'interno di un'esperienza significa dare una uguale rilevanza alla comunicazione di conoscenze e alla formazione di convinzioni religiose (aspetto conoscitivo), alla maturazione di sentimenti favorevoli alla fede (aspetto affettivo), all'iniziazione a diverse forme di vita e di azione tipiche dell'esistenza cristiana (aspetto attivo).
    Si tratta di collegare continuamente la riflessione sui problemi umani, in cui si percepiscono limiti e aspirazioni, ricerca e risposte, all'annuncio di Cristo e all'insegnamento religioso (Parola), scegliendo quei temi che sono determinanti per la fede o più significativi per l'esperienza umana giovanile.
    Con tutto ciò non abbiamo ancora superato le «spiegazioni».
    L'esperienza della fede comporta che attraverso tutto questo la persona si apra a Dio con fiducia e gioia, e ne senta la presenza nella vita.
    Momento essenziale dell'esperienza di fede è la celebrazione di essa. Non si tratta di semplice aggiunta; ma appartiene alla natura della fede.
    Culmine e fonte della vita di fede sono le celebrazioni sacramentali, che si manifestano nella loro carica simbolica (segno) ed efficacia reale. Tuttavia negli ambienti educativi si danno diversi tipi di celebrazioni, che nei casi più riusciti giungono a essere totali: sono le modalità diffuse di celebrazione della vita (es. la festa) che diventano propedeutiche o espressive dei segni efficaci della fede.
    Sperimentata deve essere anche la dimensione sociale della fede. A volte la comunità cristiana è conosciuta solo dal di fuori, attraverso i mezzi di comunicazione o mediante i segni materiali della sua presenza. Convivere in essa è ben altra cosa. La fede «si sente» nell'incontro diretto e personale con credenti impegnati, nella partecipazione attiva ai momenti comunitari che sono significativi, nel contatto con le iniziative che la esprimono con vivacità.

    4. UNA TENSIONE FECONDA: LIBERTÀ E PROPOSTA

    Da quanto si è detto finora si deduce che la fede ha bisogno di un clima di libertà per nascere e maturare. E ciò è vero sia per gli adulti che per i giovani e i bambini. Essendo una risposta di amore e di entusiasmo interiore, non può crescere in altro terreno che in quello della libera scelta, del «volontariato».
    Taluni faticano ad accettare questa verità e ne limitano il suo conseguente significato. La fede, dicono, esige sforzi, decisioni, ascesi, continuità. Se la si fa crescere nella «gioia» e nella libera risposta, verrebbero meno tali esigenti istanze, né sarebbero esercitate con regolarità e costanza. Di fronte alle prove, una simile fede sarebbe destinata a crollare.
    Come è intuibile, le due dimensioni sono parimenti necessarie: la motivazione vitale e l'impegno costante. E tuttavia la prima muove la seconda. Come nello sport, nel lavoro o nell'arte, così anche nella fede le persone demotivate o coartate sono quelle che non sopportano la fatica, e tantomeno riescono a impegnarsi per un tempo lungo. È la passione che muove la vita. Chi ama rischia con gusto.
    Oggi peraltro valori e senso della vita sono elaborati in ambienti pieni di spontaneità. Una delle difficoltà delle istituzioni educative a proporre la fede sta nel fatto di apparire o essere troppo regolate e organizzate. I giovani avvertono che i loro interrogativi vitali restano fuori dai programmi e pertanto cercano altrove le soluzioni.
    Per questo ultimamente si persegue il rinnovamento delle istituzioni con l'animazione pastorale dei programmi educativi. Alla normalità di momenti e pratiche si sostituisce un'offerta abbondante e diversificata di proposte, tenendo conto che si verificano diverse disposizioni verso la fede e differenti livelli di conoscenza.
    Tuttavia il sistema della semplice offerta appare una soluzione perdente, data la complessità del vivere sociale e la pressione di agenzie interessate. E d'altro canto non è pensabile riesumare l'autorità istituzionale come istanza che fa accettare a tutti pratiche e momenti religiosi. In effetti, la questione è assai più complessa di quanto sembri, poiché entra in gioco, più che un ruolo, la qualità, la competenza e la passione evangelizzatrice delle persone che formano la comunità educativa. Se questa marcia non ingrana, è davvero vano pensare di riuscire a coniugare libertà personale e proposta di fede.
    In realtà, prendere l'iniziativa dell'annuncio significa in concreto preparare una serie di proposte, alcune dirette a tutti, altre a gruppi specifici, altre ancora a ogni persona; alcune che partano dall'interesse ricreativo e sociale, altre che sfruttino l'interesse culturale ed educativo, altre che mirino direttamente all'esperienza religiosa e all'impegno cristiano. In questa prospettiva hanno la meglio proposte articolate, iniziative pensate, attività programmate, in una parola «vita progettata», cui si attende come risposta interesse, partecipazione e impegno.
    Alla luce di tali considerazioni essere educatori alla fede e della fede implica una serie di disposizioni, quali andare incontro a tutti i giovani, qualunque sia la loro posizione di fronte alla fede, con una parola o un gesto-messagggio che li raggiunga personalmente; avere fiducia nell'azione dello Spirito Santo che muove dal di dentro tutta la persona e fa emergere nella sua coscienza il senso della presenza e della paternità di Dio; inserire la proposta della fede in un clima di segni comprensibili, di relazioni personali animatrici; favorire il formarsi di atteggiamenti, abitudini e gesti di fede, semplici (preghiera, senso di Dio, amore per il prossimo), ma ben radicati nella vita.

    5. CONCLUSIONE: COME IL TESORO NASCOSTO

    L'esperienza cristiana è vissuta oggi come un tutto a disposizione, in cui quanto c'è di coartante perde di valore. La fede è come il tesoro che un uomo scopre in un campo. Per comprarlo, vende con decisione e speranza tutto quello che possiede. Questo è il prezzo della fede. E questa è anche la carica di entusiasmo che serve per decidere. L'educatore deve presentarla così ai giovani perché la amino, la desiderino, la ricevano come un dono e impegno.



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