Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992
Capitolo sesto
PASTORALE VOCAZIONALE: UN ITINERARIO EDUCATIVO
Pastorale vocazionale e pastorale giovanile – è stato scritto in precedenza – sono collegate intimamente a livello di contenuto e di esperienza. Infatti ogni proposta di fede contiene una spinta vocazionale e ogni passo verso un traguardo vocazionale comporta una corrispondente maturazione della fede. La pastorale vocazionale, dunque, è uno speciale aiuto dato a ogni giovane, per entrare con tutto il suo essere nel piano di Dio.
In tal senso la scoperta della chiamata di Dio, l'opzione libera e riflessa per un progetto di vita costituisce la meta e il coronamento di ogni processo di maturazione cristiana. In questa prospettiva richiamiamo qui in sintesi tre istanze di fondo della pastorale giovanile che vanno prese in considerazione nel lavoro vocazionale.
1. VOCAZIONE E PROGETTO DI VITA
La vocazione di ciascun uomo è una iniziativa di Dio, libera, gratuita, inserita in un piano di provvidenza che tocca il singolo non isolatamente, bensì nel contesto di una comunità e di una storia.
Questa realtà misteriosa, divina nella sua origine, è profondamente radicata nella persona, nelle istanze inconsce e nelle sue libere scelte quotidiane, nei dinamismi di crescita e nelle sue resistenze. La scoperta, il chiarimento e l'accoglienza dell'iniziativa di Dio nella propria vita si realizza in un dialogo, in cui ciascuna persona deve ascoltare e rispondere creativamente, costruendo un progetto di vita. Il dialogo è l'esistenza quotidiana, non le parole.
Vocazione e progetto di vita sono due aspetti di una stessa realtà: la chiamata da parte di Dio e la risposta dell'uomo. Sono una prospettiva di futuro suggerita da Dio attraverso segni che è possibile leggere soltanto alla luce della fede, e allo stesso tempo una scelta intuita, scoperta, assunta ed elaborata dall'uomo.
Ci sono, dunque, «leggi» e «fattori» che stanno alla base della vicenda vocazionale.
I segni della chiamata di Dio si leggono nella struttura della personalità e nelle sue tendenze di fondo. In termini dinamici sono la prima attrazione spontanea e «di grazia» verso un'area di valori, l'ingresso volontario in un cerchio di rapporti e di esperienze, l'attenzione a un modello significativo, la costruzione di un piano di vita che non misconosce la ricca realtà umana, ma la organizza tutta attorno a un valore o preferenza d'inizio.
Questo coinvolge le motivazioni, la loro validità e autenticità, la consistenza per sostenere la scelta non soltanto in risposta al primo stimolo, ma anche nel processo del suo concretizzarsi. Comprende il sistema di senso, cioè la scala di preferenze valoriali. Qualunque sia il significato soggettivo che assume il seguire la propria vocazione, la risposta può fiorire solo sulla maturità psicologica di chi si sente interpellato, proporzionata alla portata del passo concreto che compie.
La pastorale vocazionale non consiste nell'insistenza su un tema e non è un'impresa di propiziazione. È da concepire come un processo educativo di crescita della persona che si rende capace di rispondere e di scegliere. Gradualità e razionalità nei motivi e negli stimoli conducono a una vera capacità di ascolto e di risposta a Dio. Se funziona altrimenti, produce stallo e può costituire l'antecedente di future regressioni e pentimenti.
La pastorale vocazionale consiste allora nel mettere in gioco «mediazioni» opportune e autentiche al momento giusto: sono mediazioni comunitarie e personali, entrambe necessarie e complementari. Se si punta sulla «ricerca» di vocazioni senza curare la vita e la testimonianza delle comunità, si rischia la crisi di credibilità: le promesse a parole sono facili, ma l'impatto con la realtà può frustrare.
E viceversa, se si elimina l'intervento personalizzato, aspettando che tutto abbia origine dall'ambiente o dalla interiorità, è una forma di rinuncia ingenua e ignara della logica dell'incarnazione.
Cristo ci insegna a mediare: al fascino della sua persona e della sua parola aggiungeva l'appello indirizzato in modo particolare a ogni singolo, che coinvolgeva in un contesto reale di rapporti e di azione. Il sorgere e maturare delle vocazioni appaiono condizionati alle mediazioni capaci d'introdurre in esperienze umane ed ecclesiali valide per i giovani, perché portatrici di qualità di vita e di segni provvidenziali che rivelano il piano di Dio. Ma persino i gesti più forti che riescono a strappare facile approvazione e ad accendere entusiasmo, non provocano seguito se non suscitano condizioni di disponibilità anche a lungo termine.
La mediazione pedagogica ha, dunque, un punto di partenza: sviluppare personalità con capacità oblativa, in grado di corrispondere alle mozioni della grazia. Il punto di arrivo invece è pronunciare l'appello di Dio per chiamare coloro che presentano disposizioni e attitudini.
Il compito primario in tale processo sta nell'orientamento, che è criterio e metodo di aiuto al sorgere e svilupparsi della chiamata.
Da parte del giovane l'orientamento consiste in quel processo interiore attraverso cui si va autodefinendo progressivamente. Interiorità, libertà e responsabilità della persona ne sono gli aspetti fondamentali. Ogni sforzo di sostituzione del soggetto nel suo ruolo di fronte alla propria vita, anche se a ragione dell'età o dell'inesperienza, è inutile e irrispettoso.
Da parte dell'educatore l'orientamento è l' accompagnamento-guida offerto alla persona in via di autodefinizione. Così da un concetto teologico di vocazione come dialogo con Dio nel corso della vita, si passa all'istanza pedagogica di seguire lo sviluppo unitario e armonico della personalità nella fede, sollecitando il protagonismo del giovane che si confronta con i segni di Dio. L'orientamento aiuta il giovane a definire il progetto di vita attraverso un'adeguata e realistica conoscenza di se stesso, un sereno rapporto con gli altri e con la realtà, un intenso riferimento a Dio.
In questo il promotore vocazionale ha un ruolo facilitante che sviluppa attraverso la testimonianza, l'incontro personale e il dialogo formativo.
2. GIOVANI E DOMANDA VOCAZIONALE
Ogni tanto si ha l'impressione che un certo numero di operatori, guidati peraltro da ottime intenzioni, vogliano celebrare le nozze senza uno degli sposi. Calcolano tutto, tranne chi siano i giovani con cui il Signore cerca di stabilire un dialogo.
I giovani non costituiscono oggi un oggetto unico identificabile, portatore collettivamente di particolari istanze o valori nel corpo sociale. I loro atteggiamenti e le loro valutazioni riproducono il mondo adulto. La gioventù inoltre è frammentata in frange culturali e religiose.
La realtà della condizione giovanile è così complessa che è illusorio generalizzare il discorso a tutta la massa, mentre è più realistico accettare un discorso articolato.
Con questa valutazione, si può considerare il mondo giovanile in tre aree: la gioventù cristiana in «generale» che ha qualche rapporto con la Chiesa e vede in essa un riferimento importante; la gioventù «aggregata», cioè quella che porta avanti un'esperienza di crescita umana e cristiana in gruppi e movimenti di Chiesa; le «storie» personali, cioè quel numero statisticamente irrilevante che dimostra propensione ad assumere una vita totalmente dedicata al Vangelo.
I giovani della prima area esprimono oggi un'insistente domanda di significato, come esito delle tappe precedenti di contestazione e delusione. Tale domanda di significato ha una forte connotazione personale ed è collegata ai bisogni individuali e di gruppo. Appare deideologizzata, sganciata da particolari concezioni dottrinali totalizzanti.
In tal modo, la mentalità giovanile risulta frammentaria, sia quanto alle appartenenze sia riguardo al sistema di significato, cioè all'insieme di bisogni maggiormente avvertiti, di valori e obiettivi ritenuti indispensabili per la vita, di modelli, progetti e ideali fatti propri dai giovani.
La disorganicità è legata all'emergere imperioso della soggettività. I sistemi di significato, che si presentano con pretese totalizzanti, vengono filtrati secondo uno schema interpretativo individuale, che seleziona le loro istanze, da accettare poi o respingere secondo l'opportunità.
L'elaborazione selettiva, soggettiva e frammentaria dell'etica, che qualcuno ha definito come una «morale senza virtù», e della politica, è comune. E lo stesso quadro religioso non sfugge a questa condizione: la fede dei giovani degli anni Ottanta appare, almeno a prima vista, distante dalla fede «cristiana» sia sul piano della informazione corretta sia sul piano della incidenza vitale.
Accanto alla forte accentuazione del soggettivo si avverte una caduta nella quotazione dei progetti collettivi a lungo termine: mancano le grandi idealità, perde di rilevanza la dimensione storico-politica, si preferisce il pre-politico, aumenta la richiesta dell'esperienza gruppale e la domanda di piccolo cabotaggio.
Al posto dell'utopia lontana, si afferma il quotidiano, anche se non necessariamente come resistenza a ogni schema di grande cambiamento e di grande prospettiva ideologica, ma certo come valorizzazione dell'immediato, come possibilità di espressione della persona, come difesa dalla complessità e governabilità delle esigenze.
Un'area numericamente più ristretta è costituita dai «giovani aggregati». L'aggregazione è un elemento diversificatore fondamentale: l'associazionismo ecclesiale si dimostra capace di rispondere a quel primato del personale che rappresenta una delle tendenze più significative della condizione giovanile contemporanea. Gli aderenti presentano una mentalità meno frammentaria, più unitario è il sistema di significato; si assiste a un maggior legame con la Chiesa; è più consistente il vissuto religioso, si constata un grado più alto di progettualità: e ciò sembra dovuto proprio al fattore aggregazione.
All'interno delle aggregazioni cattoliche che vanno dai gruppi sportivi, educativi e culturali a quelli con interessi religiosi, l'asse di attenzione si sposta dall'area dell'azione politica e sociale a quella «formativa», per il bisogno di ridefinire l'identità personale esposta a rischi di dissociazione.
Si riscopre esplicitamente il riferimento «religioso» quale fattore formativo principale.
Un'ultima area riguarda le storie personali. Questa attenzione riscatta l'ineffabilità della persona. Del resto nella Scrittura la vocazione si presenta come caso «unico» di popolo chiamato tra tutti i popoli, caso unico (Abramo) di fede tra tutti i pagani, caso «unico» di responsabilità religiosa (Samuele) nella decadenza generale.
Nelle storie personali si può leggere con sufficiente chiarezza il quadro di motivazioni soggettive, capaci di produrre oggi un appello e spingere verso una verifica: lo choc interiore del Vangelo come messaggio di vita, la scoperta dei bisogni del mondo e della Chiesa, la ricerca di una qualità di vita che riproduca l'esistenza del Signore. Da esse emergono anche i passi di un itinerario vocazionale, i luoghi e le esperienze di maturazione: sono il coinvolgimento attivo; la forza dell'interazione tra persona, gruppo e comunità; il valore di un certo tipo di testimonianza personalizzata al di là della funzione.
In generale, comunque, si può accettare che la sfilata di figure sportive, politiche, religiose, scientifiche, il ritmo vertiginoso con cui gli stessi eventi si succedono, la molteplicità di campi su cui l'attenzione dei giovani è attirata, la libertà con cui ci si colloca davanti a tutte le interpellanze, impediscono che «modelli» o «leaders» siano determinanti nel trascinare, in modo numericamente consistente, alla propria scelta di vita o al proprio quadro totale di riferimento ideale.
Si rileva però il fenomeno della presenza ispirante, del gesto o della parola illuminante che tocca il singolo in forma profonda. E forse è proprio alle storie personali che dobbiamo soprattutto rivolgere lo sguardo e su di esse posare le speranze. Essere totalmente cristiano, infatti, può considerarsi un fenomeno singolare nella società, e concentrare la vocazione cristiana in una vita significativa è una scelta oggi «atipica».
3. IL PROFILO DELLE NUOVE INIZIATIVE
Sulla scorta delle considerazioni precedenti, che uniscono in un collegamento motivato e allo stesso tempo realistico soggetto, contenuto, obiettivi e metodo, si possono cogliere le istanze delle attuali iniziative e tentare di enunciare linee di azione. Tali istanze prendono in considerazione il problema della quantità delle vocazioni, ma soprattutto quello della qualità dello sviluppo vocazionale nel giovane e della mediazione educativa degli educatori.
3.1. Annunciare
Bisogna «annunciare» la vocazione a tutti i giovani.
Chi non evangelizza dal di dentro dei problemi di crescita giovanile, sovrappone e accosta. E la semplice aggiunta non produce qualcosa di vitale. Si tratta invece di annunciare la buona notizia all'interno del progetto di futuro che ogni giovane si porta con sé: il Signore lo salva dall'incertezza e dal non senso.
Annunciare la chiamata del Signore vuol dire partire dal punto in cui il cammino è possibile, e non limitarsi alla raccolta dei frutti. Ogni giovane va aiutato, proporzionalmente all'età, a formulare un progetto di vita radicato sulla fede. La parola poi è pronunciata-di nuovo, in maniera inedita, conforme alle nuove tappe in cui si addentra il giovane. Per questo la pastorale vocazionale, pur essendo generale, poiché non trascura la massa, non è però generica. Colloca sempre Gesù Cristo al centro come futuro e come senso dell'esistenza e dà rilevanza assoluta alla motivazione religiosa nel progetto di vita. Ma si basa su iniziative diversificate.
Nella prassi è determinante considerare il discorso vocazionale fondamentale, non come perdita di tempo o una rinuncia alle vocazioni di particolare consacrazione; ma al contrario, come l'unica forma per allargare la base di scelta e per raccogliere le reazioni spontanee agli stimoli più generali.
In una Chiesa di comunione che rafforza il senso della vocazione, cresce la comprensione di tutte le vocazioni, e dove è apprezzata una vocazione come tale, ricevono aiuto e senso preciso le altre. In un mondo come il nostro, in cui il soggetto è esposto alla frammentazione e le motivazioni durano poco, non è possibile pensare a interventi settoriali e qualificati se non vi è una poderosa sensibilizzazione sulle prospettive di fondo della vita cristiana. Non risulta infatti comprensibile il valore di un messaggio intenso, se non si ha esperienza del fenomeno nel suo insieme.
3.2. Esperienze valide
In secondo luogo urgono esperienze convincenti. Il concetto di esperienza va liberato da connotazioni di fruizione intesa a livello di sentimento capace di produrre una momentanea esaltazione. Vanno ricuperate invece le valenze dell'esperienza educativa: contatto con un bene obiettivo, con totale partecipazione del soggetto a livello di attività, emotività e riflessione razionale. Vale il realismo contro il diaframma verbale, il contatto diretto e il coinvolgimento personale contro intermediari che offrono immagini e ideali, l'analisi e l'approfondimento di qualità contro gli stimoli facili.
In un'esperienza hanno peso la qualità del rapporto e la sincerità nell'accettare i limiti della realtà. Il giovane rimane indeciso e disorientato dalla scissione che c'è tra l'immagine teologica e il ruolo sociale della vocazione proposta. Il sacerdote è quello che definiamo teologicamente, ma il suo ministero e la sua presenza, al di là della testimonianza soggettiva, non lo esprimono in forma immediata e percettibile.
La via sta allora nel mettere in contatto, far provare, invitare a cimentarsi in aspetti particolari (comunità, apostolato, preghiera): è uno dei modi che sembra oggi abbattere un certo muro di indifferenza in un'epoca in cui i giovani sanno che bisogna immunizzarsi contro l'eloquenza.
3.3. Sviluppo completo
Come terza istanza aggiungiamo che lo sguardo va rivolto allo sviluppo completo della persona. Il giovane è centrale in ogni senso, cioè come interlocutore di Dio, come protagonista delle decisioni, come essere in sviluppo verso una coscienza piena della realtà. Bisogna aiutarlo a decidere fornendogli tutti gli elementi necessari.
Forse alcuni giovani hanno conosciuto iniziative vocazionali non autentiche, che in realtà erano forme imprudenti e improvvisate di reclutamento. Di conseguenza essi dimostrano diffidenza verso altre proposte vocazionali, anche se compiute in forma seria e responsabile.
Le iniziative anche specifiche devono curare perciò itinerari complementari per assicurare la pienezza vocazionale, dandole respiro storico, concretezza attuale e significato specifico. Questi itinerari sono tre: la crescita culturale, la maturazione dei rapporti umani, la formazione spirituale.
Il primo dà una visuale sintetica del mondo e dei problemi che lo assillano. Sviluppa la capacità di cogliere i significati dei diversi fenomeni umani, fa diventare sensibili all'appello dei valori, radica abitudini di obiettività, concretezza e metodicità nell'affrontare i problemi della vita. Non mancano in essi tocchi espliciti di tematiche vocazionali: percepire il posto centrale dell'uomo in ogni attività, problema o crisi del mondo; abilitare alla capacità critica sia sui propri pensieri, sentimenti e comportamenti, quanto su ciò che l'ambiente offre come valore; aiutare a liberarsi dai condizionamenti, relativizzando l'immediato (benessere, consumismo); avviare alla responsabilità personale e all'autonomia nelle decisioni; insegnare a raccogliere e ad approfondire le domande di senso.
Sull'iriTormazione spontanea dei giovani si innesta un'azione educativa, che allarga i confini, qualifica i dati e ne approfondisce il senso; ma soprattutto che aiuta a farne una valutazione e una sintesi cristiana. Un'apertura voluta e programmata porta a prendere contatto con realtà umane che stimolano richiami vocazionali: sono situazioni di bisogno materiale e spirituale, realizzazioni esemplari, persone e ambienti significativi.
Accanto alla maturazione culturale i rapporti umani rappresentano un settore privilegiato dell'esperienza della realtà. L'atteggiamento di apertura sociale e altruistica, alla base di una scelta vocazionale matura, non si può ottenere con raccomandazioni verbali. L'unica strada efficace è quella di immergere i giovani in un clima di relazioni interpersonali, fatte di fiducia, di accettazione e di stima che li aiuti a essere se stessi e a chiarirsi le proprie motivazioni.
Il terzo itinerario, vertice e centro, è la formazione spirituale. È l'aspetto che costituisce la base dell'orientamento globale di una persona nella vita. L'immagine di sé, che il giovane va completando negli anni, deve essere improntata all'identità cristiana.
L'ideale di sé dovrà essere costruito sulle mete del Regno di Dio e sugli atteggiamenti di Cristo. Il progetto di vita dovrà superare, pur supponendola, la relazione umana altruista per divenire slancio di carità evangelica.
3.4. Obiettivi particolari
Obiettivi vocazionali particolari della formazione spirituale sono: aiutare il giovane a impostare la vita come dialogo con Dio e risposta a Lui; stimolarlo a prendere una posizione di ricerca attiva della volontà di Dio; sviluppare in lui il senso di appartenenza alla Chiesa e di partecipazione alla sua missione nel mondo; motivarlo ad assumere lo sforzo ascetico che richiedono l'incontro col Signore e gli impegni di vita.
L'accentuazione sull'orientamento-discernimento è un'ulteriore istanza. Questo non è una funzione separata e ridotta a momenti particolari, ma una costante di tutti gli interventi e di tutte le iniziative pastorali. Va però sottolineato come elemento di particolare importanza l'incontro individuale, sia come colloquio educativo, sia come direzione spirituale.
L'incontro educativo ha lo scopo di creare una situazione interpersonale, attraverso la quale il ragazzo può diventare più libero e capace di percepire se stesso, la realtà e i segni di Dio. Offre al giovane elementi per una visione limpida e illuminata della propria interiorità e delle motivazioni del comportamento. Dispone a capire le mozioni dello Spirito e aiuta a dare unità alle diverse esperienze, orientandole verso un progetto di vita in Dio. Accompagna e sostiene l'azione della grazia, la verifica insieme al giovane per sviluppare una sicura spiritualità cristiana, mentre armonizza sviluppi difformi dalla crescita cristiana (scrupoli, difetto di giudizio etico, devozionismo, intimismo...).
Il valore del gruppo e dell'ambiente è un altro punto fermo. Si tratta di creare più spazio di scambio e di risonanza del solo rapporto individuale. L'ambiente non è segnato da chiusure materiali o di visuale, ma determinato dalla scelta di rapporti preferenziali. In tal senso l'ambiente è il gruppo, è l'opera giovanile, è la comunità di riferimento vocazionale.
In un contesto incrociato da stimoli e messaggi molteplici, un gruppo o ambiente ridotto aiuta a sintetizzare i messaggi e a selezionare gli stimoli, non sotto la legge dell'anomia o della fuga, ma in base a un giudizio critico evangelico.
A questa istanza si ricollegano domande pratiche, come l'importanza che si annette ai gruppi giovanili, alle comunità di appoggio e la formazione di animatori per entrambi.
3.5. Proposta esplicita
Da ultimo c'è da sottolineare il valore della proposta reale ed esplicita, che supera l'esperienza. È un orizzonte di senso, colto chiaramente anche se non realizzato al completo. È un progetto di esistenza aperto alla novità di Dio: non è possibile sperimentarlo totalmente; è una «promessa» che si compirà nel futuro. Alcune dimensioni sono reali, storiche e conoscibili, ma soltanto a modo di segni e manifestazioni.
Ciò spinge a vagliare l'immagine di sacerdote o di religioso che i nostri discorsi prospettano e che possono suggerire soltanto ruoli istituzionali, inquadramenti in strutture, continuazione materiale di compiti, insieme di osservanze formali; o, al contrario, esistenze che ricercano una particolare qualità di vita, dove alla carità è dato di esprimersi e alla libertà che va crescendo in Dio è possibile spaziare con piena sincerità umana nella ricerca dell'Assoluto.
Forse è il caso di indicare, a mo' di stimolo, alcuni punti di riferimento nella proposta di vita religiosa, che già si stanno dimostrando se non vincenti, almeno ascoltati.
È utile narrare storicamente la vicenda dei fondatori, come uomini inseriti tra le sfide umane ed ecclesiali del proprio tempo, impegnati in un'avventura mossa da un amore profondo per gli uomini e da un'alleanza con Dio, dalla quale proviene la loro particolare saggezza nell'interpretare la vita; uomini e donne che ravvivarono la comunità cristiana in momenti difficili; presentarli quali iniziatori di progetti di vita che sono offerti ancora oggi come ricerca di Dio e luogo di impegno storico particolare. Il genere «narrativo», più concreto, si sta rivelando di impatto maggiore di quello argomentativo.
Oggi impressiona la forza profetica, contestatrice della banalità dei grandi idoli; impressiona la lievitazione evangelica della storia, portata avanti con svariati contributi e con l'attualizzazione della preferenza di Cristo per i più poveri in un mondo che ha consacrato la disuguaglianza e legifera per i più forti. Così come attira il motivo della sequela del Signore nella forma della sua esistenza storica, quando si presenta come un'esperienza di vita in Dio piuttosto che soltanto come un'aggregazione istituzionale rappresentativa.
La dimensione profetica, di segno, di radicalità non va dunque sminuita, ma messa in evidenza.
Da tutto questo si comprende come la promozione vocazionale è un lavoro di «qualità», per cui non bastano interventi approssimativi, anzi, paiono deleteri. L'entusiasmo e la fede devono tradursi in linee di intervento, maturate nella riflessione e sostenute nel tempo, perché il germe vocazionale posto da Dio nei giovani possa crescere e giungere a maturità.
















































