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    Come pregava la prima

    comunità cristiana

    di Gerusalemme?

     

    Come interviene lo Spirito santo

    nella preghiera della chiesa? 

     

    Qual è il ruolo dello Spirito santo

    nella preghiera? 

    Commento al Compendio del Catechismo /13

    Enzo Bianchi

    All’inizio degli Atti degli apostoli è scritto che nella prima comunità di Gerusalemme, educata dallo Spirito santo alla vita di preghiera, i credenti “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42).

    (Compendio del Catechismo n. 548)

    Lo Spirito santo, Maestro interiore della preghiera cristiana, forma la chiesa alla vita di preghiera e la fa entrare sempre più profondamente nella contemplazione e nell’unione con l’insondabile mistero di Cristo. Le forme di preghiera, quali sono espresse negli scritti apostolici e canonici, rimarranno normative per la preghiera cristiana.

    (Compendio del Catechismo n. 549)

    Poiché lo Spirito santo è il Maestro interiore della preghiera cristiana e “noi non sappiamo che cosa dobbiamo chiedere” (Rm 8,26), la chiesa ci esorta a invocarlo e a implorarlo in ogni occasione: “Vieni, Spirito Santo!”.

    (Compendio del Catechismo n. 561) 

    Nel giorno di Pentecoste lo Spirito santo promesso dal Signore Gesù viene effuso su Maria e sugli apostoli, mentre questi si trovano insieme nello stesso luogo ad attenderlo (cf. At 2,1-4), “perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). È lo Spirito che istruisce la chiesa, ricordandole tutto ciò che Gesù ha detto (cf. Gv 14,26), è lui il Maestro della preghiera. Il suo insegnamento dà luogo alle cosiddette quattro perseveranze, che caratterizzano la vita della chiesa di ogni tempo e luogo: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42).

    Ma lo Spirito non solo ci insegna a pregare; egli è il soggetto della preghiera. È lui che ci fa gridare: “Abba, Padre” (Rm 8,15; Gal 4,6), che immette in noi il suo desiderio (cf. Rm 8,27). Grazie alla sua azione, i desideri confusi che ci abitano diventano desiderio di Dio, sete di comunione con lui: “lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio, e ci rivela le cose di Dio che nessuno conosce” (cf. 1Cor 2,10-11). Ogni preghiera cristiana, dunque, è in radice un’epiclesi, un’invocazione dello Spirito, grazie alla quale avviene un ri-orientamento di tutta la nostra esistenza: ci rivolgiamo al Padre, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito santo.

    Se ci sono parole nostre nella preghiera, le prime che possiamo balbettare sono quelle con cui invochiamo la discesa dello Spirito, perché “non sappiamo come pregare, ma lo Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Persino l’atto elementare della fede non è possibile senza lo Spirito, perché “nessuno può dire: ‘Gesù è il Signore’, se non nello Spirito santo” (1Cor 12,3). Egli opera sempre, come operano il Padre e il Figlio (cf. Gv 5,17), e “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26), versando nei nostri cuori la capacità di riconoscerci figli, di riconoscere tutto e tutti come voluti e amati da Dio. 

    Lo Spirito santo, che prega continuamente in noi, può invaderci talmente con la sua preghiera, da scavare a poco a poco in noi una sorgente d’acqua viva (cf. Gv 7,38). Così perveniamo a una preghiera continua: è un flusso sotterraneo, un costante ricordo di Dio che ogni tanto emerge e diventa preghiera esplicita, ma che non ci abbandona mai. Allora ci può essere dato di sperimentare ciò che scriveva Isacco il Siro: “Quando lo Spirito stabilisce la sua dimora nell’uomo, questi non può più smettere di pregare, perché lo Spirito non cessa di pregare in lui: dorma o vegli, mangi o beva, il profumo della preghiera esala spontaneamente dal suo cuore”.

    (Famiglia cristiana, 18 novembre 2012



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