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    Da chi Gesù
    ha imparato a pregare? 

    Quando pregava Gesù? 

    Commento al Compendio del Catechismo /8
    Enzo Bianchi

    Gesù, secondo il suo cuore di uomo, ha imparato a pregare da sua Madre e dalla tradizione ebraica. Ma la sua preghiera sgorga da una sorgente più segreta, poiché è il Figlio eterno di Dio che, nella sua santa umanità, rivolge a suo Padre la preghiera filiale perfetta.

    (Compendio del Catechismo n. 541)

     

    Il vangelo mostra spesso Gesù in preghiera. Lo vediamo ritirarsi in solitudine, anche la notte. Prega prima dei momenti decisivi della sua missione o di quella degli apostoli. Di fatto, tutta la sua vita è preghiera, poiché è in costante comunione d’amore con il Padre.

    (Compendio del Catechismo n. 542)

    “Gesù ha appreso le formule di preghiera da sua Madre, che serbava e meditava nel suo cuore tutte le ‘grandi cose’ fatte dall’Onnipotente (cf. Lc 1,49; 2,19.51)” (CCC 2599). Come lei egli apparteneva a un popolo che sapeva pregare, il popolo che ha composto i Salmi, e ha trovato nella pratica di preghiera di Israele un modello fondamentale per la sua vita di fede. La sua preghiera liturgica era dunque improntata alle forme della preghiera giudaica del tempo, com’era vissuta nella liturgia sinagogale e nelle feste al tempio di Gerusalemme: Salmi, recita dello Shema‘ Jisra’el (cf. Dt 6,4-9), delle Diciotto benedizioni, lettura della Torah e dei Profeti (cf. Lc 4,16-21), ecc.

    È da tale fonte che Gesù ha tratto ispirazione per la sua capacità creativa e anche per la sua preghiera personale, che ha grande rilievo nella sua vita. Il suo ministero pubblico è infatti intervallato da frequenti ritiri, soprattutto durante la notte o al mattino presto, per pregare: “in luoghi deserti”, “in disparte”, “da solo”, “sul monte”, in particolare “secondo il suo solito, sul monte degli Ulivi” (Lc 22,39). Tra gli evangelisti Luca è quello che insiste maggiormente su tale modalità di preghiera di Gesù, collegandola ai momenti salienti della sua missione: Gesù prega al momento del battesimo (cf. Lc 3,21-22); prega prima di scegliere i Dodici (cf. Lc 6,12-13); prega alla trasfigurazione (cf. Lc 9,28-29); la preghiera è lo spazio apprestato alla confessione di fede di Pietro (cf. Lc 9,18); prima della passione egli dichiara di aver pregato per Pietro, perché la sua fede non venga meno (cf. Lc 22,32); al Getsemani la sua preghiera è di una speciale intensità (cf. Lc 22,39-46); infine, Gesù prega sulla croce, invocando dal Padre il perdono per i suoi carnefici (cf. Lc 23,34) e consegnando con fiducia il proprio respiro nelle sue mani (cf. Lc 23,46; cf. Sal 31,6).

    Quella di Gesù è preghiera personalissima in cui egli si rivolge a Dio chiamandolo “Papà”, con la sfumatura di particolare intimità insita nel termine aramaico Abba (Mc 14,33): questa “adesione umile e fiduciosa della sua volontà umana alla volontà piena d’amore del Padre” (CCC2600) è la porta d’accesso al mistero della sua personalità, tutta sotto il segno della filialità nei confronti del Padre amato. E a Gesù che prega con insistenza e perseveranza il Padre risponde entrando con lui in un dialogo d’amore: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2,7; Eb 1,5; cf. Mc 1,11), parole che trovano nell’oggi della resurrezione il loro compimento definitivo (cf. At 13,32-33).

    (Famiglia cristiana, 14 ottobre 2012)



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