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    Fede, speranza e amore

    Rowan Williams

     


    L'amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.
    Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l'amore.
    (1 Cor. 13,8-13)

    Fede, speranza e amore: tre valori indispensabili nella vita del discepolo cristiano. Ma come funzionano? E come si fa a coltivarli? Intendo esplorare queste domande approcciandole indirettamente secondo il pensiero di uno dei più grandi mistici della storia cristiana, il frate spagnolo del xvi secolo Giovanni della Croce [1], il cui contributo è stato particolarmente prezioso.
    Come altri teologi del suo tempo, Giovanni della Croce dà per scontata una visione della mente umana che funziona essenzialmente in tre modi: la mente capisce, ricorda e vuole. In termini più astratti, è composta dall'interazione di comprensione, memoria e volontà. Il contributo più importante e innovativo che offre il teologo è che se mettiamo insieme comprensione, memoria, volontà, fede, speranza e amore abbiamo una mappa completa dell'essere umano. Nella vita cristiana, la fede (così dice Giovanni della Croce) è ciò che accade alla comprensione, la speranza è ciò che accade alla memoria, e l'amore è ciò che accade alla volontà. Dunque crescere come discepolo significa intraprendere il percorso dalla comprensione alla fede, dalla memoria alla speranza e dalla volontà all'amore.
    Giovanni della Croce credeva che in questo processo di crescita cristiana una delle cose più difficili fosse la sensazione di aver perso l'orientamento per strada. Scopriamo di non conoscere affatto quello che pensavamo di conoscere, ciò che credevamo di ricordare è avvolto da una patina di confusione, e ciò che credevamo di volere alla fine si mostra vuoto di significato. Dobbiamo venire ricreati nella fede, nella speranza e nell'amore, affinché le nostre comprensione, memoria e volontà diventino ciò che Dio vuole che siano.
    Utilizzerò questa suddivisione per iniziare una riflessione su fede, speranza e amore, prendendo in esame alcuni dei problemi e delle crisi che dobbiamo affrontare nella nostra cultura contemporanea in relazione alla comprensione, alla memoria e alla volontà, ossia le strategie con cui cerchiamo di negare o di scappare dal modo in cui il problema viene posto. Infine, penseremo a come, in quanto discepoli, possiamo ritrovare la nostra direzione e vivere la nostra umanità con pienezza.

    Fede e comprensione

    Iniziamo con la comprensione, o intelligenza. Oserei dire che, al momento, la nostra cultura non apprezza granché l'intelligenza, ma forse è un'esagerazione che necessita di essere chiarita. Il problema è come comprendiamo le cose in un ambiente dove regna la più totale confusione riguardo a chi e che cosa possa avere davvero un interesse alla verità di per sé. Come funziona l'intelligenza in una cultura dove ci chiediamo di continuo «Che cosa è vero?» e «Esiste una verità?». Tradizionalmente, infatti, l'intelligenza ha a che fare con il rapporto che intercorre tra la mente e che cosa c'è al di là; se non c'è alcun "al di là", non c'è rapporto. Tale mancanza implica anche che non ci siano domande scomode da porre a mano a mano che l'intelligenza cresce, perché non cresce in un senso che possa generare interesse o nuove prospettive.
    Oggigiorno, spesso abbiamo un approccio all'intelligenza o alla conoscenza che le tratta in modo altamente funzionale. Prendiamo un documento ufficiale sullo scopo dell'educazione che ci dice che la sua funzione primaria è di rendere la nostra economia più competitiva. Di qualunque cosa si tratti, non credo che c'entri con l'intelligenza. È un approccio che non sembra certo premiare l'intelligenza nel suo senso originario; non lascia molto spazio alla mente per espandersi e sentirsi stimolata e arricchita in modi imprevedibili (tra l'altro, in modi che potrebbero essere totalmente privi di profitto secondo i canoni dell'economia produttiva).
    Allo stesso tempo, esiste la prospettiva che abbiamo imparato a chiamare postmoderna, dove qualunque prospettiva è valida tanto quanto qualsiasi altra, e ogni rivendicazione personale della verità (senza parlare poi della verità assoluta) può essere considerata dagli altri come offensiva od oppressiva. Viviamo in un momento storico che Giovanni della Croce avrebbe tranquillamente potuto descrivere come una "notte oscura" dell'intelligenza. Non sappiamo veramente a che cosa serva la conoscenza, e non sappiamo nemmeno di poter conoscere o che cosa possiamo conoscere. Tutto ciò influenza anche la nostra autocomprensione cristiana. Nel mondo occidentale i credenti hanno perduto una gran parte della certezza dottrinale, anche se ne parlano a gran voce. Abbiamo perso la fiducia nella nostra abilità a rintracciare l'operato di Dio e a riportare al mondo la sua parola con coraggio. Talvolta neghiamo tutto ciò adottando forme di fede tribali, moralizzanti, rumorose, che insistono sul fatto che la chiarezza possa essere ottenuta e che i dubbi possano essere messi a tacere, e che si oppone fermamente all'atmosfera generale di perdita d'animo; tuttavia, queste forme di fede spesso non riescono a fare i conti con la portata del cambiamento culturale che ereditiamo, e la loro insistenza diventa un inquietante emblema della nostra società.
    Sembriamo aver perso l'orientamento. Certamente, la chiesa in generale continua a dire ciò che ha sempre detto in materia di culto e legge la Bibbia con devozione; più di quanto crediamo, la stessa cosa accade in milioni di cuori e menti cristiane, e questa è una buona cosa. Eppure gran parte della vita percepita e pubblica della chiesa sembra pervasa da una perdita d'animo e di fiducia. Riusciamo davvero a capire Dio? Possiamo davvero aspettarci che le persone assorbano la dottrina universale in tutta la sua pienezza e ricchezza di sfumature con la stessa fiducia della generazione precedente? In tutto questo c'è anche un problema di perdita di fiducia nella ragione nel mondo contemporaneo. Non intendo una perdita di fiducia nelle procedure razionali, bensì una perdita di pazienza nel ragionare, nel convincimento reciproco; la perdita insomma dell'idea che, attraverso il convincimento reciproco e l'argomentazione attenta, la nostra mente si possa espandere per accogliere più verità. La nostra intelligenza non sembra godere di buona salute, sia fuori sia dentro la chiesa, e abbiamo messo a punto una serie di metodi infallibili per fingere che il problema non esista.
    Ora, ciò che ci dice Giovanni della Croce (egli non si rivolge soltanto alle suore carmelitane del xvi secolo) è che quando percepiamo un "muro" di fronte alla nostra intelligenza, un senso di confusione e di perdita in termini di comprensione, la fede cresce nel suo significato più autentico. Non ci appare come un sistema, una risposta onnicomprensiva a tutti i nostri problemi. Ci appare molto semplicemente nella forma di un "rapporto affidabile". Forse non capiamo, o non troviamo le parole per parole per dirlo, ma impariamo in qualche modo a fidarci di una presenza, un "altro" che non cambia e non se ne va. Ci rendiamo conto che quando le indicazioni e i punti di riferimento ci vengono tolti, c'è una presenza che non ci lascia. Questa è la fede, oserei dire, in senso profondamente biblico.
    Prendiamo in esame i discepoli nell'evangelo, e tutte le volte che non riescono a comprendere ciò che Gesù intende ed egli chiede loro: «Non avete ancora capito?». Pensiamo a quanto spesso pongono domande sciocche, cercano di andarsene, non hanno idea di che cosa stia accadendo. Ma con le parole di Pietro in Giov. 6,68, essi dicono anche: «Signore, da chi andremmo noi?». Sanno che la presenza che li ha chiamati è affidabile e che per quanto possano essere insicuri, volubili e capaci di tradire, dimenticare e abbandonare, la persona che hanno davanti, e che chiamano Rabbi o Maestro, è colui che non andrà via.
    La perdita di comprensione, di una distinzione netta tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, fa parte del compito difficile di mettere in discussione ciò che siamo a ogni livello. Allo stesso tempo, siamo liberi di affrontare questo problema e imparare a conviverci sapendo che non verremo "abbandonati". La fede come rapporto affidabile è qualcosa di diverso dalla fede come insieme di enunciati, o la fede nella mia capacità di padroneggiare la verità; forse si avvicina di più alla fede nel fatto che io posso essere padroneggiato dalla verità, che verrò trattenuto anche quando mi sembrerà di non farcela più. Se il mio rapporto con la verità vivente viene iniziato e sostenuto dalla fedeltà di Dio invece che dalla mia, è affidabile. Rendermene conto, però, richiede che faccia un passo indietro rispetto alla fiducia nelle mie risorse.
    Così, in questo tempo e nel tempo a venire, la fede che proclamiamo noi cristiani dovrà essere non un sistema intelligente, bensì la possibilità di un rapporto affidabile. Dobbiamo puntare al Dio che non ci lascia andare, al Cristo che non abbandona. Però, qui sta l'intoppo, anche noi dobbiamo essere persone affidabili, che hanno relazioni affidabili, che ci sono per coloro che si sentono abbandonati e per chi non sa più chi è e dove si trova. Attraverso la nostra fedeltà verso coloro che sono perduti, coloro che soffrono o che stanno ai margini, iniziamo a mostrare che cosa voglia dire avere fede in colui che non ci abbandona. Una delle sfide più grandi per la chiesa oggi è come incarnare quel tipo di affidabilità nella società moderna e nel mondo. Potrebbe richiedere un cambiamento nel tipo di chiesa che crediamo di essere, dato che veniamo percepiti (ingiustamente, senza dubbio, ma in larga misura) come persone la cui più grande preoccupazione è decidere a chi dire «no».
    Ecco dunque la sfida: nell'era della notte oscura dell'intelligenza siamo spinti verso una nuova comprensione della fede in quanto rapporto affidabile tra noi e Dio, e siamo chiamati a incarnare questo rapporto e a offrirlo, in quanto discepoli di Gesù.

    Speranza e memoria

    La notte oscura e il muro influenzano anche la memoria. A volte si parla di amnesia sociale. All'incirca una volta ogni sei mesi, questo o quel giornale inglese riparte con la domanda «Che cosa vuol dire essere britannici?», «Quali sono i valori britannici?», «Abbiamo dimenticato la nostra storia?» oppure «Che cosa si insegna a scuola sul nostro patrimonio culturale?». Se il problema dell'intelligenza è «Che cos'è la verità?», il problema della memoria è «Ci siamo dimenticati chi eravamo?». Le crisi d'identità sono all'ordine del giorno nella società, non solo negli individui. Che cosa significa essere britannico? Per quel che vale, che cosa significa essere occidentale? Cristiano? "Moderno"? Che cosa vuol dire essere musulmano? Ebreo?
    Le crisi d'identità individuali non sono meno serie e si presentano sotto una tipica forma nel mondo moderno, quella di una crisi di continuità: «Sono la stessa persona che ero prima?». In una cultura in cui la persona media probabilmente non farà lo stesso lavoro per tutta la vita, c'è qualcosa che tiene insieme le varie esperienze mordi-e-fuggi che ci attraversano la mente e la psiche? Carriere spezzate e relazioni interrotte sembrano essere all'ordine del giorno. C'è una storia univoca che si può raccontare su chi sono io, e sui chi siamo noi?
    Come accade con l'intelligenza, anche la memoria trova strategie di negazione per la chiesa, la società e per gli individui. Possiamo ricostruire storie che ci soddisfano e ricreare passati immaginari, rifugiarci non nella tradizione (che è una buona cosa) ma in un tradizionalismo artificioso (che non lo è). Possiamo inventare continuità e fingere che ci siano legami laddove non ci sono: la notte oscura della memoria.
    Che cosa direbbe Giovanni della Croce di tutto questo? La speranza, quando viene alla luce, non è solo fiducia nel futuro, ma anche fiducia nel fatto che ci sia una continuità che riporta futuro, passato e presente alla stessa verità e alla stessa realtà vivente. La speranza, come la fede, è speranza in relazione, relazione con ciò che non se ne va e non abbandona, con una realtà che conosce, vede e contiene ciò che siamo e che siamo stati. Abbiamo una identità non perché ce la siamo inventata, o perché il nostro sé sia un piccolo nocciolo duro immutabile, ma perché abbiamo un testimone a ricordarci chi siamo. Ciò che non capiamo o non vediamo, le parti di noi che non riusciamo a mettere insieme formando una storia convincente, tutto è contenuto in uno sguardo d'amore. Non dobbiamo definire chi siamo e chi siamo stati a tutti i costi, non dobbiamo trovare la verità assoluta sulla nostra storia. Negli occhi di colui che non ci lascia, tutto ciò che siamo e siamo stati è sempre presente e reale, e viene tenuto insieme da quello sguardo unificatore: immaginiamo una serie di pezzetti apparentemente disparati e disconnessi che vengono tenuti insieme da un nastro che viene mosso dall'osservatore, il testimone divino.
    È tutto molto astratto, ma c'è una straordinaria poesia del grande teologo e martire tedesco Dietrich Bonhoeffer che lo rende molto più vivido e personale. Bonhoeffer scrisse la poesia mentre era in carcere per aver preso parte alla congiura per assassinare Adolf Hitler [2].
    Bonhoeffer scrive «Spesso mi dice questo o quello / che dalla cella in cui son tenuto / esco disteso, lieto e risoluto / com'esce un signor dal suo castello» (Bonhoeffer era un uomo dalle origini e dall'educazione aristocratica). La poesia, però, tratta dello scarto tra ciò che «questo o quel-lo» vede, ossia una persona fiduciosa, adulta, razionale, fedele, coraggiosa, avvezza alla preghiera, e ciò che lui sa di provare dentro di sé: la debolezza e la perdita, la lamentela e la paura interiore. «Chi sono?», chiede Bonhoeffer. Sono la persona che vedono gli altri o la persona che conosco quando sono solo con me stesso? La sua risposta è sorprendente e diretta: non ne ho idea, spetta a Dio risolvere la questione. Non devo decidere se sono coraggioso o codardo, fiducioso o spaventato, o entrambi. Chi sono io è nelle mani di Dio. E questa, forse, è la speranza di cui parla Giovanni della Croce. Va oltre l'ipotesi che io sia solo quello che vedo o quello che so. Mi dice che sono più di quanto mi renda conto, agli occhi di Dio, nel bene o nel male. Mi dice di sperare in «ciò che è invisibile» (ottima citazione biblica), in colui che non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull'essere umano, poiché egli stesso conosceva quello che era nell'essere umano (Giovi 2,25).
    La speranza, quindi, non è semplicemente la fiducia nel futuro, è la fiducia che il passato, il presente e il futuro siano tenuti insieme dalla relazione con Dio, in modo che le confusioni sulla memoria – Chi eravamo noi? Chi ero io? Chi sono io e chi siamo? – diventino tollerabili grazie al testimone che sta nei cieli, un testimone che non abbandona. Ciò suggerisce che la chiesa deve essere caratterizzata da una profonda pazienza: pazienza con gli esseri umani per le loro confusioni e incertezze; pazienza in un mondo in cui tutto sembra poco chiaro e in pericolo di andare perduto; pazienza affinché ci si renda conto che ci vuole tempo perché ognuno di noi possa crescere in Cristo. E se ci vuole tempo per noi, allora ci vuole tempo per la chiesa e la comunità per crescere in generale. Speranza e pazienza sono inseparabili. Solo una chiesa che ha la pazienza di apprendere può proclamarsi effettivamente portatrice di speranza.

    Amore e volontà

    Che cose accade, infine, a ciò che vogliamo? E alla volontà? Nella nostra cultura parliamo molto della scelta. Purtroppo, ciò che intendiamo è spesso poco più della cosiddetta scelta da "scaffale di supermercato". Ci sono molte cose là fuori e sono libero di decidere quale voglio. Cosi, però, trattiamo la nostra volontà come una serie di atti di scelta sconnessi e disgregati, espressioni della superficie di ciò che voglio. Scelgo questo, e non quest'altra, ma ha poca importanza. Quello che conta è che sono "libero", qui e ora, di esercitare la mia scelta.
    In tutto questo parlare di libertà, finiamo per perdere di vista il senso dei desideri profondi che ci rendono le persone che siamo. Perdiamo di vista il fatto che ci sia una corrente nelle nostre vite che si muove verso un obiettivo. Ironicamente, nella società contemporanea abbiamo sottovalutato la presenza dell'eros. Pare strano perché oggi l'eros, sotto forma di immagini sessuali, sembra essere praticamente ovunque. Ma questo non è lo stesso eros nel senso del profondo desiderio che mi fa chi sono, che fa sì che tutta la mia vita sia attratta verso qualcosa al di là di me stesso che le dà significato: la persona che amo, il Dio che cerco di amare. La nostra società non rende manifesto questo senso di profonda smania di significato e accettazione.
    Privilegiamo la mentalità del consumatore («prendo questo»), perciò non ci poniamo domande profonde sulla direzione del desiderio alla radice del nostro essere. Tentiamo di tenerlo a bada con la ricerca di accorgimenti che aumentano le scelte dei consumatori nella società, rimandando l'imbarazzante domanda definitiva: «Perché?». Allo stesso tempo, mettiamo a punto strategie che affinano la nostra aggressività e la nostra autostima nei contesti individuali. Ci diciamo «guidati da uno scopo» quando spesso, ahimè, intendiamo semplicemente «reso capace di affermazione più aggressiva». Commercializziamo libri sui segreti delle persone di successo, il cui scopo principale è trovare nuove tecniche per pestare i piedi al prossimo. Perdiamo di vista il fatto che la libertà più importante è la libertà di essere noi stessi e la libertà di crescere, non quella di «essere noi stessi» nel senso di affermare ciò che vogliamo, momento per momento, ma piuttosto quella di scoprire lentamente e con pazienza il più profondo ritmo della nostra vita, e trovare il contesto in cui cresceremo come Dio ci vuole. Volontà e scelta vanno inquadrate in questo senso, non come atti di affermazione, né di scelta nel vuoto.
    Giovanni della Croce ci direbbe che se affrontiamo i problemi, se affrontiamo l'apparente «notte oscura» che circonda la volontà, la libertà e la scelta, osservando impietosamente la nostra tendenza a banalizzare queste realtà in noi stessi e nella nostra cultura, forse saremo pronti a crescere nell'amore. Amore: espressione della libertà di ricevere. Amore: ciò che ci spinge a prendere tempo e lasciar andare l'ansia. Amore: ciò che ci arricchisce e ci permette di «accettare dei doni», di essere resi vivi, pervasi dal respiro dell'altro. Non è una cosa passiva, come alcune immagini potrebbero suggerire, ma uno stato di apertura alla gioia. Amore: non solo fare il bene, ma anche avere un profondo rispetto contemplativo per il mondo, per l'umanità in generale, per gli esseri umani in particolare, e per Dio.
    Quando Paolo parla dell'amore in 1 Corinzi 13, ci spiega chiaramente che l'amore semplicemente come «fare il bene» non basta. L'amore deve essere trovare il piacere l'uno nell'altro, il rifiuto di essere contento per il fallimento dell'altro e la volontà di ricevere la verità in quanto portatrice di vita e di gioia. L'amore è generato dall'essere amato, questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, dice la prima lettera di Giovanni (1 Giov. 4,10).
    Questa frase riassume tutti i temi di questo capitolo. La presenza affidabile che non se ne va; la presenza che ricorda e abbraccia in un solo sguardo ciò che è stato ed è vero su di noi; la testimonianza eterna e incrollabile di ciò che siamo. Quella presenza è l'amore. Siamo visti, conosciuti e contenuti, ma soprattutto siamo accolti. Siamo gli oggetti di una gioia eterna. E se finalmente il messaggio sta mettendo le radici nelle nostre menti e nei nostri cuori, allora la chiesa fondamentalmente è e deve dimostrare di essere un luogo dove vengono dati tempo e spazio, dove ognuno può avere lo spazio per sperimentare l'amore eterno, un luogo in cui non c'è nulla da lasciare fuori dalla porta e dove alle persone viene data la libertà di ricevere in un mondo che pare non far altro che chiedere tutto il tempo (di dare, vendere, comprare, offrire, fare la differenza). La chiesa è un ambiente in cui si può imparare ad aprirsi alla gioia? La gioia che può venire solo lasciandoci andare e lasciando andare l'egoismo ansioso e l'ossessione della scelta costante.
    La chiesa si trova a dover raccogliere una doppia sfida: da un lato quella di essere un luogo affidabile e paziente, e dall'altro quella di diventare un punto abbastanza fermo affinché la gente senta di potersi aprire, e abbastanza tranquillo e sereno perché le persone imparino a ricevere ciò che la verità ultima dell'universo vuole dare loro.
    Dunque questi sono alcuni dei modi in cui, in mezzo alle ansie e alle ossessioni che caratterizzano il mondo contemporaneo, possiamo riscoprire le tre «virtù teologali» della fede, della speranza e dell'amore. Le riscopriamo mentre viene alla luce quella relazione che ci rende interi, quel rapporto con la presenza e testimonianza, l'assoluzione e l'affermazione incondizionate che appartengono a Dio. Scopriamo tutto questo, insomma, in relazione al Dio dell'evangelo, il Dio di Gesù, il Dio che Gesù è. L'evangelo di Dio, come ci dice il Nuovo Testamento, è la buona novella di una presenza eterna, un'intelligenza il cui agire è interamente dedicato a prendersi cura di chi siamo e di chi diventeremo, della nostra crescita in ciò che siamo fatti per essere, ognuno secondo la propria inclinazione, e lo fa con pazienza, chiedendo allo stesso tempo nulla e moltissimo da parte nostra. Dio ci offre vita, pace, presenza a noi stessi e a lui, un dono che, secondo le parole di T.S. Eliot, ci costa «non meno di tutto», ma in un altro senso non ci costa niente, perché, in fin dei conti, un dono è un dono.
    In quanto discepoli, possiamo cominciare a parlare di queste cose e a metterle in pratica? Sì, se siamo pronti a riconoscere ciò che neghiamo, i nostri peccaminosi rifiuti di fede, speranza e amore; se siamo disposti a fare una diagnosi di quello che la società in cui viviamo non è capace di ammettere, i dinieghi che ci schiavizzano e banalizzano la nostra comprensione, la nostra memoria e il nostro desiderio. Sì, se viviamo coerentemente, coraggiosamente, nella consapevolezza che la potenza di Dio, che ci ha creato e redento, è una potenza dedicata alla pienezza della vita.
    Fede, speranza e amore: queste tre virtù, dice Paolo, sono il cuore del nostro discepolato, del nostro apprendimento e della crescita in Cristo. La più grande è l'amore, perché una volta che abbiamo compreso che la sua essenza che ci circonda è fatta di gloria e splendore eterni e immutati, allora tutti i pezzi del puzzle vanno al loro posto.

    Spunti di riflessione e discussione

    1. Come avete affrontato i periodi di aridità, frustrazione o vuoto nella vostra vita di credenti?
    2. In che modo le chiese aiutano le persone a resistere alla mentalità consumistica, nel loro approccio alla fede e in altri ambiti della vita? In che senso talvolta accade che la chiesa stessa incoraggi una tale mentalità?

    NOTE

    1 Juan de Yepes Alvarez (1542-1591), presbitero e poeta spagnolo, fu cofondatore dell'Ordine dei carmelitani scalzi [N.d.R.].
    2 Dietrich BONHOEFFER, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Queriniana, Brescia 2002, pp. 479-480.

    (FONTE: Essere discepoli oggi. Vademecum della vita cristiana, Claudiana 2018, pp. 25-38)



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