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    1. Ricostruire – con i giovani –

    la speranza

    José Luis Moral

    Il Papa ci ha proposto per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) un tema suggestivo e particolarmente vincolante nella situazione socio-culturale odierna: la speranza. Tale argomento forma parte del percorso formativo che da Sydney ci porterà a Madrid nel 2011, “riflettendo nel 2009 sull’affermazione di san Paolo: «Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente» (1 Tm 4,10), e nel 2010 sulla domanda del giovane ricco a Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Mc 10,17)”.
    Riconosce Benedetto XVI, nel messaggio per la GMG di quest’anno, che pur essendo la giovinezza un particolare tempo di speranza, l’attuale crisi di speranza colpisce più facilmente le nuove generazioni, tante volve obbligate a «una fuga alienante verso comportamenti a rischio». Allora, ci chiede il Papa: «Come annunciare la speranza a questi giovani?».
    Benché le sue parole non cerchino un’analisi esaustiva del fatto, tuttavia ci offrono una quadro completo per disegnare la risposta educativa alla suddetta domanda. I termini determinanti della sfida, infatti, riguardano una persona viva (“la speranza non è solo un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo”) e una situazione critica. Tocca alla comunità cristiana fare una adeguata correlazione, in questo caso concreto, mettendo al centro la vita dei giovani.
    Il quid della questione, quindi, risiede in una doppia operazione: le comunità cristiane, da una parte, devono portare avanti un serio lavoro interpretativo per annunciare credibilmente Gesù - la speranza - nel nostro tempo; ciò si deve fare concretamente, dall’altra, ridando speranza ai giovani.
    Non c’è catechesi o pastorale al di fuori del proprio contesto. Ne discende che, per quella doppia operazione, non servono più di tanto i «saperi saputi» e nemmeno basta semplicemente insegnare. Serve piuttosto cercare e ricostruire insieme, «educar-ci»… perché, parafrasando a P. Freire, «nessuno educa nessuno», ma ci educhiamo con gli altri, cresciamo e maturiamo con loro, anche nella speranza. Si tratta di educazione; non di istruzione o di morale: in questo senso dobbiamo fuggire dall’idea che educare sia sinonimo di modellare le nuove generazioni e inculcare loro magari i nostri migliori ideali.
    Mentre nell’istruzione o nell’insegnamento c’è sempre qualcosa che si trasferisce da uno che sa a un altro che ignora, da uno che ha a quello che ne manca, da chi dà a chi riceve, nell’educazione, no! Possiamo, quindi, chiederci: con quali verbi educhiamo? Con gli intransitivi! vivere, crescere, uscire, sorgere, fiorire, fruttificare… Ce ne accorgiamo, in questo modo, come cambia completamente l’azione che dobbiamo compiere con la speranza, e si capisce meglio che ci educhiamo insieme e, soprattutto, che nessuno educa nessuno perché nessuno cresce nessuno, neppure lo fiorisce, né lo fruttifica… né lo educa.
    Gli esseri umani si educano in comunione, in più una comunione sempre mediata dal mondo in cui abitano: ci educhiamo insieme, «nel mezzo e per mezzo del mondo», della vita. In altre parole: la realtà reclama il nostro rapporto con essa ed è lì che tutti ci giochiamo la crescita e lo sviluppo personale e comunitario. In fondo, è la realtà vissuta l’unica che, a dire il vero, può essere la nostra educatrice. In definitiva, ci educhiamo insieme affrontando le sfide della vita collettiva; in questo modo, ciascuno va costruendo, va crescendo come essere umano nello scoprire, confermare o rielaborare le relazioni implicate nella realtà che avvolge la nostra esistenza.
    Per ricostruire con i giovani la speranza, dunque, sarà necessario rivedere i concetti di educazione e di insegnamento o istruzione. Nell’educazione comunque non si tratta di accumulare saperi, ma di costruirli di volta in volta per affrontare le sfide e le novità della vita. Le provocazioni, come quella attuale della crisi di speranza, vengono dalla vita: ragazzi e comunità cristiane sono mediatizzati da questa realtà, da una «realtà-simbolo» (si può aggiungere, per distinguerla dalla «realtà-segno» o da una realtà già decifrata, saputa e disposta per essere trasferita agli altri) e, oltre tutto, da una «realtà-mistero» dove, senza dubbio, è già con noi chi domani «sarà tutto in tutti» (cf 1Cor 15,28).



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