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     A proposito di “Nuova evangelizzazione”:

    Annunciare

    Gesù il Signore

    come atto d’amore

    che genera vita dove c’è morte

    e consolida speranza dove c’è disperazione

    Appunti di Riccardo Tonelli


    Riscoprire il dono della evangelizzazione


    Da molte parti sale l’invito a ritrovare la gioia e la responsabilità di annunciare che Gesù è il Signore e non c’è altro nome in cui avere la vita.
    Oggi nella Chiesa cresce l’abitudine di chiamare questo processo “nuova evangelizzazione”.
    Secondo l’invito di Giovanni Paolo II il qualificativo “nuova” aggiunge al sostantivo “evangelizzazione” solo l’invito al coraggio ritrovato, all’entusiasmo, all’attenzione reale verso le persone e le culture.
    Il documento di Benedetto XVI che istituisce il “Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione” rilancia questa interpretazione, indicando alcune urgenze: “La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di “nuova evangelizzazione” non significa, infatti, dover elaborare un'unica formula uguale per tutte le circostanze. E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della grazia. Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all'opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano. Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio”.
    In questa prospettiva colloco quindi la mia riflessione.

    Superare schemi riduttivi
    Uno sguardo attento e critico verso il passato recente mette in evidenza alcuni fatti problematici.
    Ci siamo preoccupati, per esempio, della qualità del linguaggio, per non correre il rischio di parlare un’altra lingua, rispetto a quella normale dei giovani della vita quotidiana. E così la sicurezza di un certo linguaggio teologico è stata ridimensionata nella ricerca di modalità espressive maggiormente attuali. A guardare il processo con il distacco oggi doveroso, non si fa nessuna fatica a scoprire i limiti e i rischi dell’operazione. Basta pensare a quelle trasfigurazione del volto di Gesù, che hanno occupato il terreno pastorale alla fine degli anni settanta, sotto l’onda della contestazione giovanile. Penso, per esempio, ai poster che proponevano Gesù come un “ricercato”, perché sommava in sé le caratteristiche di un giovane contestatore, o a quelle celebrazioni eucaristiche che assomigliavano soprattutto ad assemblee politiche programmatiche…
    Anche la preoccupazione relativa al rapporto tra attese e proposte ha catturato tempo e risorse. Venivamo da un’esperienza, pastorale e pedagogica, che consegnava il diritto alla parola a chi poteva pretendere di dichiarare ciò che andava detto, senza compromessi e rassegnati silenzi. In questi modelli, l’annuncio di Gesù era il punto di partenza, forte e obbligato. L’interesse verso l’ascoltatore restava sul piano metodologico... e tutto lo sforzo mirava all’invenzione di stratagemmi adeguati. E se gli esiti erano deludenti, nessuno metteva sotto pregiudicato il processo, ma ci si accontentava di colpevolizzare il distratto.
    I profondi cambi culturali in atto qualche decennio fa hanno spinto a cambiare prospettiva. La preoccupazione di far crescere le attese, di maturare le domande, di spalancare l’attenzione… come primo irrinunciabile passo metodologico, ha dettato un calendario operativo diverso da quello classico. Dalla proposta siamo passati al grosso lavoro di educazione della vita quotidiana, per farla diventare luogo di domande, transitando dal coraggio di proporre senza mezzi termini alla fatica di rendere i giovani attenti e interessati alla proposta.

    Una prospettiva nuova
    L’annuncio di Gesù è il grande gesto di amore che possiamo fare nei confronti dei nostri amici, per restituire ad essi vita, consolidare la speranza, sollecitare ad una responsabilità radicale per la causa del regno di Dio. Non può mai diventare un processo di proselitismo e nemmeno qualcosa che assomigli al bisogno di esternare i pregi della squadra per cui facciamo tifo. È sempre e solo un gesto di amore, totalmente gratuito e radicalmente decentrato verso gli altri.
    Questo mi sembra oggi il punto di prospettiva, da riscoprire, approfondire, rilanciare.
    L’annuncio di Gesù, come gesto d’amore, caldo e appassionato nei confronti delle persone, non nasce né dalla richiesta dell’interlocutore né dal nostro desiderio apostolico. Nasce dalle logiche del servizio pieno e totale, per ogni persona nel mistero della sua esistenza, e per la storia personale e collettiva di tutti, nella prospettiva di quel progetto che Gesù ha chiamato il “regno di Dio”.

    Un impegno per tutti
    Di fronte al tema della evangelizzazione spontaneamente qualcuno potrebbe pensare che si tratta di qualcosa che riguarda solamente gli addetti ai lavori (sacerdoti e catechisti). I laici cristiani hanno altre responsabilità.
    Dalla prospettiva del gesto d’amore per la vita e la speranza, sono invece convinto che la questione investa tutti coloro che hanno responsabilità nei confronti degli altri (gli adulti, genitori e educatori, verso tutti i giovani).
    Vista così l’evangelizzazione si colloca nella logica della “generazione”. Generare non è prima di tutto una questione fisica, ma riguarda il senso e la speranza.

    Un’operazione urgente

    Noi accogliamo abitualmente le ragioni di senso e di speranza, le prospettive di futuro e gli inviti alla responsabilità nel presente, attraverso quella relazione che mette in accoglienza reciproca le persone, soprattutto assicura il dialogo dei giovani con le generazioni che li hanno precedenti (genitori, anziani, educatori).
    Lo stato diffuso di “emergenza educativa” ha rotto questa relazione e non sappiamo più dove andare a ritrovare le ragioni per vivere e per sperare.
    Chi colloca l’evangelizzazione, come gesto d’amore, nella prospettiva della generazione sul senso e sulla speranza, costata facilmente quanto sia urgente oggi, soprattutto a livello giovanile.
    Interpretando, con amore lucido, il vissuto giovanile attuale, affermo la presenza di una diffusa domanda di senso: quello che tutti i giovani cercano, anche nelle espressioni più disturbate, riguarda il senso e la speranza, ragioni di vita e di futuro e la rassicurazione che conforta ogni piccola quotidiana conquista. Constato però che questa ricerca di senso è affannosa e spesso disturbata. Significa che non corrisponde ai nostri parametri spontanei ed esige, almeno in molti casi, una coraggiosa scommessa educativa per definirla in questo modo.
    Questo è consolante e impegnativo. La diffusa crisi attuale e la inquieta domanda giovanile interpellano noi adulti e soprattutto noi educatori della fede a quel livello di profondità competente ed esigente, in cui possiamo radicare veramente la riconquista di una relazione perduta.

    Dal compito alle modalità operative

    La consapevolezza di quanto sia urgente rilanciare l’evangelizzazione, riscoprendola un gesto d’amore “dovuto” (quasi di restituzione…), si traduce nella ricerca di modalità operative in cui realizzarla adeguatamente.
    Anche questa ricerca non riguarda solo gli addetti ai lavori.
    Ogni adulto “pensoso” avverte il dovere di sollecitare e sostenere anche gli addetti ai lavori, aiutandoli (se ce ne fosse bisogno) a superare “tentazioni”, facili in situazione di crisi:
    - la nostalgia delle proposte forti
    - le manifestazioni esteriori senza processi di interiorizzazione
    - la riduzione a piccoli gruppi consolatori
    - una ulteriore emarginazione dei più poveri…

    “Vieni e vedi”
    La prima esigenza operativa che sottolineo: dall’enfasi della testimonianza al fare esperienza assieme.
    Quale esperienza di Gesù posso raccontare? Purtroppo i progetti sono molto più alti delle realizzazioni. Ho paura che per parlare di Gesù dentro la mia esperienza, dovrei scegliere la via del silenzio, come unica strada praticabile in modo sincero. O, al massimo, dovrei accentuare troppe dimensioni personali, a scapito della completezza e autenticità della sua figura di Signore e Salvatore. Dovrei raccontare più di sogni, svaniti nei tradimenti, che di esperienze forti e rassicuranti.
    Non voglio il silenzio. Lo considero una scelta non adeguata, proprio per quella logica di amore che si fa servizio, in cui ho cercato di ricomprendere la necessità dell’annuncio di Gesù oggi.
    Considero praticabile un’altra prospettiva.
    Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare Gesù nel racconto dell’esperienza che alcuni suoi discepoli hanno fatto, stando con lui. Questa esperienza ci consegnano nei documenti della loro e nostra fede (i Vangeli soprattutto, e gli Atti degli Apostoli). La loro esperienza ha suscitato poi molte altre esperienze affascinanti. Siamo in una catena di testimoni coraggiosi che, anello dopo anello, ci portano direttamente alla persona del Signore. A partire da questa convinzione, posso scegliere di parlare di Gesù raccontando la loro esperienza.
    Non ho altro modo, per coerenza con quello che ho premesso. E mi sembra un modello comunicativo davvero bello, che corrisponde ai testi della fede che possediamo e che assicura un coinvolgimento molto esperienziale.
    È interessante constatare che la scelta di raccontare Gesù raccontando l’esperienza che i suoi discepoli hanno fatto con lui e di lui, riporta in primo piano anche la nostra esperienza. Ci permette di raccontare Gesù, coinvolgendoci intensamente e rassicurando, nello stesso tempo, la nostra debolezza – quella che ci costringerebbe al silenzio… - nel conforto autorevole dell’esperienza dei discepoli.

    Un nuovo linguaggio
    I modelli comunicativi possono essere immaginati distesi in una specie di piattaforma linguistica, che ha un suo centro e una sua periferia. Solo quando collochiamo il nostro linguaggio all’interno di questa piattaforma condivisa, possiamo realizzare una comunicazione corretta: capace di rendere in modo corretto i contenuti e, nello stesso tempo, tale da permettere agli interlocutori il confronto, la condivisione e la decisione sul merito della proposta.
    All’interno della stessa piattaforma ci sono però diverse collocazioni. Il nostro linguaggio ne deve scegliere una, orientandosi tra le differenti posizioni. La decisione di quale sia questa collocazione dipende dalla natura dell’oggetto comunicato e dalla funzione che si intende riservare alla comunicazione stessa.
    La comunicazione di regole matematiche, le norme giuridiche e quelle economiche esigono formulazioni denotative precise ed esigenti. La scelta di altre modalità risulterebbe a scapito della comunicazione stessa. Le dichiarazioni di amore, la poesia e l’arte si collocano alla periferia di questa piattaforma: dalla modalità denotativa ci si sposta decisamente verso quella evocativa, dove prevale il riferimento all’oggetto attraverso giochi di libertà e responsabilità molto personali. Al centro della piattaforma si richiede la ripetizione delle formule. Alla periferia prevale la loro invenzione… misurata sull’evento che si vuole condividere.
    Il linguaggio quello che utilizziamo per condividere le esperienze fondamentali dell’esistenza e del senso nella grande esperienza di Gesù di Nazareth, per l’oggetto di cui riferisce e per l’intenzione che regola il rapporto interpersonale, è sempre di frontiera… Non solo non può collocarsi al centro della piattaforma linguistica assumendone logiche ed esigenze (come fosse una espressione giuridica o economica). Ha persino bisogno di sporgersi oltre il confine naturale… per poter rendere più efficacemente presente l’evento comunicato. Ha le sue regole. E le deve osservare. Ma sono quelle di un linguaggio di frontiera e non quelle di un linguaggio di centro della piattaforma linguistica.
    Quando diciamo che Dio ci ama… non possiamo assolutamente pretendere un linguaggio denotativo, come se formulassimo regole matematiche o giuridiche. Siamo davanti ad un gioco di libertà e responsabilità, che nasce dall’esperienza di chi condivide qualcosa della sua esistenza e si preoccupa di suscitare nuovi eventi esperienziali.
    L’accento sull’esperienza come fonte delle informazioni pone innegabili problemi… ma è difficile immaginare scelte diverse.
    L’esperienza si traduce in parole che interpretano e dicono solo una parte di ciò che è stato sperimentato. Abbiamo bisogno di parole autorevoli e consistenti per dare una risonanza più ampia al vissuto personale dell’annunciatore. Se queste parole non fanno riferimento all’esperienza di chi le pronuncia, suonano come vuote e insignificanti.
    La conseguenza è immediata. Riguarda la “lingua” adatta per questo tipo di comunicazione. Va cercato e sperimentato un tipo di linguaggio capace di assicurare al massimo una autentica interpretazione dell’esperienza.
    Con una espressione… provocatoria, propongo un invito preciso, verso un modello linguistico nuovo: quando parliamo di senso e di speranza, dobbiamo affrettarci a dimenticare la lingua che utilizziamo per altre comunicazioni, per sperimentarne, apprenderne, utilizzarne un’altra, molto diversa.
    La lingua da dimenticare è… il “matematichese”: lo strumento linguistico attraverso cui comunichiamo le informazioni, sicure e precise, del centro della piattaforma linguistica (le nozioni di matematica e le norme giuridiche…).
    Quella da apprendere e utilizzare è l’ “amorese”: lo strumento linguistico attraverso cui, con parole e segni, diciamo ad altri il nostro amore, la nostra stima, i nostri progetti di vita. Essa è la lingua tipica della “linguaggio di frontiera”. Ed è, del resto, è la struttura dei Vangeli, il racconto dell’esperienza fatta stando con Gesù, che i discepoli consegnano a tutti, perché la vita incontrata diventi vita e speranza anche per noi.

    Una scommessa antropologica
    La grossa questione con cui si scontra oggi – in una stagione di largo pluralismo – è quella del modello d’uomo verso cui tendere e su cui misurarci quotidianamente.
    L’evangelizzazione va decisamente in crisi quando si misura con modelli antropologici autosufficienti o, al contrario, rassegnati.
    Nell’esistenza quotidiana si è ormai insediato un ospite “inquietante”, il nichilismo, che mette in crisi la prospettiva del senso e della speranza.
    Una citazione che dà da pensare:
    “Un libro sui giovani: perché i giovani, anche se non sempre ne sono coscienti, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
    Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché permette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.
    […]
    E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato” (Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli editore, 2007 e alla nona edizione già nel 2008, pagg. 11 e 12).
    In questa prospettiva, la mia proposta: definire la qualità più alta di maturità umana nella categoria della “invocazione”.
    Prima di tutto, devo precisare il significato che attribuisco all’espressione “invocazione”. Lo dico con una immagine: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.
    In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
    Il trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle. Nell’esercizio al trapezio nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte. Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte.
    L’invocazione rappresenta, nella mia ipotesi antropologica, il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.
    L’invocazione è un’esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo essa è già esperienza di trascendenza, spinta verso il mistero dell’esistenza.
    Lo è ai primi livelli di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sul l’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
    Lo è soprattutto nell’espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nel l’accoglienza del mistero della vita. Ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.

    La responsabilità dell’adulto
    L’evangelizzazione si realizza in un rapporto molto stretto con l’educazione. Di conseguenza, richiede adulti capaci di diventare educatori.
    In che modo?
    Anche a questo livello le strade si dividono.
    Rilancio la mia ipotesi attraverso un simpatico racconto, che traduce in “amorese” i compiti che dobbiamo realizzare quotidianamente, con competenza e passione.
    “Una pecora scoprì un buco nel recinto
    e scivolò fuori.
    Era così felice di andarsene.
    Si allontanò molto e si perse.
    Si accorse allora di essere seguita da un lupo.
    Corse e corse,
    ma il lupo continuava ad inseguirla,
    Finché il pastore arrivò
    e la salvò riportandola amorevolmente all'ovile.
    E nonostante che tutti l'incitassero a farlo,
    il pastore non volle riparare il buco nel recinto”.

    Modelli concreti

    Possiamo riflettere assieme, nella logica della proposta suggerita, attraverso alcuni modelli concreti di evangelizzazione costruita sul racconto dell’esperienza dei discepoli di Gesù.
    Il confronto serve a precisare la proposta e soprattutto ad abilitarci alla sua realizzazione.
    In concreto:
    I discepoli di Emmaus: una storia che è lamia storia - in “Note di pastorale giovanile” 2012/2
    Pietro: dal tradimento al coraggio - in “Note di pastorale giovanile” 2012/3
    Il ragazzo dei 5 pani - in “Note di pastorale giovanile” 2012/4



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