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    S. Giovanni Crisostomo

    (345-407)

    Ottorino Pasquato 



    1. VITA

    Nasce ad Antiochia di Siria più probabilmente verso il 345 da famiglia, pare, cristiana e agiata, e riceve dall’ottima madre greca Antusa, rimasta presto vedova, la prima accurata educazione. Studia filosofia presso Andragazio, lettere e retorica, presso il celebre Libanio, che tanta stima nutre per Giovanni. A diciott’anni si mette a «correre le arringhe del foro e ad appassionarsi al teatro». Ma si dà tosto a una vita ritirata e ascetica in famiglia; a vent’anni riceve il battesimo. Frequenta 1’asceterio di Diodoro, poi vescovo di Tarso, illustre esegeta: in questo ambiente-cenobio e centro di cultura viene iniziato all’esegesi biblica di tipo letterale-storico. È nominato lettore dal suo vescovo Melezio.
    Nel 372 sale al monte Silpio, presso Antiochia, ponendosi dapprima sotto la direzione di un eremita. Dopo quattro anni si ritira in una caverna, dedito alla meditazione delle Scritture, con un tenore di vita assai rigido, per due anni. Ammalatosi, ritorna «al porto della sua Chiesa» (Palladio) ad Antiochia, dove riprende le funzioni di lettore nella comunità cristiana, divisa (scisma d’Antiochia). Nel 381 Melezio lo ordina diacono, nel 386 il nuovo vescovo Flaviano lo ordina presbitero. Crisostomo non è un monaco fallito per malattia, come spesso infondatamente si è ritenuto, ma è coerentemente per tutta la vita (da lettore a vescovo) un uomo ecclesiastico per vocazione, come dimostra tutta la sua attività di pastore: la salvezza delle anime, ideale di Paolo, lo trae dalle solitudini del deserto, dove era andato per prepararsi a questo (cf O. Pasquato, Ideale sacerdotale e formazione al sacerdozio del giovane Crisostomo: evoluzione o continuità?, in S. Felici [ed.], La formazione al sacerdozio ministeriale nella catechesi e nella testimonianza dei Padri [Roma 15-17 marzo 1990], Roma 1992, 59-93). Per 12 anni predica ad Antiochia, divenendo celebre predicatore (il «Bocca d’oro», soprannome postumo), (L. Pietri-L. Brottier, Il prezzo dell’unità: Giovanni Crisostomo e il sistema«teodosiano», in Storia del cristianesimo. Religione-Politica-Cultura, 2. La nascita di una cristianità [250-430], Roma 2000, 453-67; qui: un abile predicatore, 454-456). L’improvvisa elezione a vescovo e patriarca di Costantinopoli, in seguito alla morte del patriarca Nettario, apre lo sventurato periodo della sua vita. Applicatosi con intransigenza alla riforma dei costumi del clero, dei monaci, dei laici e della corte imperiale, pur benemerito per molte iniziative caritativo-sociali e amato assai dal popolo, finisce vittima di una forte opposizione, specie dopo che egli depone in un sinodo ad Efeso sei vescovi simoniaci (cf O. Pasquato, I laici in Giovanni Crisostomo. Tra Chiesa, famiglia e città, Roma 20012, 169-178: l’utopia di Giovanni: città a misura di cristiano; L. Pietri-L. Brottier, Il prezzo dell’unità: Giovanni Crisosostomo e il sistema «teodosiano»,456-460: il riformatore al potere). L’azione convergente di alcuni vescovi, specie di Teofilo di Alessandria, incapace di rassegnarsi alla elevazione del Crisostomo al trono patriarcale di Costantinopoli (vi avrebbe voluto il suo confessore!) e dell’ambiziosa imperatrice Eudossia, più volte da lui ripresa per la sua condotta, gli è fatale. Nel sinodo della Quercia (a. 403), presieduto da Teofilo e composto da 36 vescovi ostili al Crisostomo, questi è condannato in base a 29 capi d’accusa falsi, e deposto.
    Subiti due duri esili, uno in Bitinia, un secondo a Cucuso in Armenia, destinato infine a Pizio sul mar Nero orientale, nel viaggio per giungervi, muore a Comana nel Ponto (14 settembre 407) (sul carteggio epistolare del vescovo esule e la diaconessa Olimpiade di Costantinopoli (17 lettere) cf Giovanni Crisostomo, Lettere a Olimpiade, a cura di M. Forlin Patrucco, Milano 1996, specie Introduzione, 7-82 (con bibl.). Nel 438 1a sua salma è trasportata trionfalmente a Costantinopoli. Papa Innocenzo I, cui il Crisostomo si era rivolto prima di lasciare Costantinopoli, ne aveva riconosciuta l’innocenza.

    2. CONTESTO SOCIO-CULTURALE- RELIGIOSO

    Antiochia di Siria e Costantinopoli sono le due città del Crisostomo.

    2.1. Antiochia

    É splendida per posizione geografica, per edifici quali palazzi, teatri, terme, bagni, fori e chiese, per il commercio intenso e per la cultura oltre che per la sua bellezza, per cui fu chiamata la Parigi, e per la sua cultura composita, la Vienna orientale del IV secolo. La sua popolazione, forse di 500.000 abitanti, d’origine e di spirito greco, risulta tuttavia composta di diversità etniche. Antiochia, dove si parla oltre il greco anche il siriaco, è sede di una famosa scuola di retorica diretta dall’illustre retore Libanio; è pure centro d’intensa vita commerciale e agricola, ma anche caratterizzata da un profondo divario tra ricchi e poveri: da qui l’infuocata predicazione di Crisostomo in materia (O. Pasquato, I laici in Giovanni Crisostomo, 173-178). Il popolo è leggero, ironico, ridanciano, irrequieto, spensierato e dissoluto. La vita cristiana, anche dei giovani, è condizionata ancora da forme di paganesimo, specie sul fronte degli spettacoli e, per certi versi, dal giudaismo (50% di cattolici e 15% giudei) (O. Pasquato, Eredità giudaica e famiglia cristiana, in Lateranum, NS. 54 [1988] 58-91). Ma la vita liturgica è intensamente sviluppata dal nostro pastore: catechesi battesimale, predicazione e celebrazione eucaristica, pietà popolare con culto ai martiri, processioni e pellegrinaggi, non privi di forme spettacolari. Il Crisostomo si sforza di creare uno stretto legame tra famiglia e chiesa, a livello di educazione e formazione cristiana, nonostante il disimpegno educativo dei genitori, preoccupati unicamente di avviare i figli a una carriera redditizia e onorata (cf O. Pasquato, Gli spettacoli in S. Giovanni Crisostomo. Paganesimo e cristianesimo ad Antiochia e Costantinopoli nel IV secolo [Or.Chr. An. 201], Roma 1976, 21-70: Antiochia; Id.,Antiochia di Siria, in Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, I, Casale M. [AL.] 1983, coll. 228-233; 238-240; 243-246).

    2.2. Costantinopoli

    Capitale dell’impero, seconda Roma, voluta da Costantino (330) su copia della prima Roma, comporta un contesto socio-culturale-religioso notevolmente diverso. La posizione geografica è più splendida di quella di Antiochia; l’urbanistica è ricca di palazzi, tra i quali spicca la sede imperiale, di ippodromi, di teatri, di bagni, di terme, di fori e di chiese, di cui la più famosa è quella di santa Sofia. La popolazione, forse di 400.000 o 500.000 abitanti circa, è cosmopolita, lo spirito, però, della città è greco, anche se l’elemento gotico gioca un suo ruolo rilevante sotto la guida di Gainas, cui si contrappone il partito dell’eunuco Eutropio, caduto poi in disgrazia dell’imperatore Arcadio. Il problema è risolto, sotto Arcadio, con la vittoria di Costantinopoli sui goti.
    La cultura è ellenistica; la vita economica, caratterizzata da scambi commerciali tra oriente e occidente, è segnata da un ferreo monopolio statale, che finisce per soffocare l’iniziativa privata: ricchi e poveri come ad Antiochia. Il lusso e lo sfarzo della corte imperiale e dei ricchi sono sfrontati. Non pochi anche qui sono gli schiavi. Il popolo si costituisce anche come forza politico-militare, talora decisiva, in particolare nel contesto degli spettacoli, specie dell’ippodromo. La vita cristiana è condizionata dalla presenza di monaci, ecclesiastici, non pochi dei quali non edificanti per la loro condotta, privi di zelo apostolico, ambiziosi, intriganti e parassiti (O. Pasquato, Gli spettacoli in S. Giovanni Crisostomo, 71-94; G. Dagron, Costantinopoli. Nascita di una capitale [330-451], Torino 1991, 303-370: il popolo della capitale; 526-549: la popolazione di Costantinopoli nel IV e V secolo).).
    L’azione pastorale di Crisostomo per i giovani trova qui maggiori difficoltà che ad Antiochia, specie a motivo dei suoi molteplici impegni di carattere amministrativo-socio-caritativo e anche politico-ecclesiastico, in cui come vescovo della capitale si trova implicato. L’ampliarsi dell’orizzonte pastorale e sociale, l’impegno intenso di riforma a tutti i livelli da lui intrapreso, non lo distolgono tuttavia dall’interessamento per la pastorale anche dei giovani (G. Dagron, Costantinopoli, 373-525: la Chiesa di Costantinopoli).

    3. LINEE DI PASTORALE GIOVANILE

    Meraviglia lo scarso interesse dei Padri in genere circa il problema pastorale dei giovani, attenti per lo più al rapporto dei giovani con la cultura pagana (cf Basilio, Lettera ai giovani, a cura di M. Naldini, Firenze 19902). Persiste infatti il principio ellenistico della formazione dell’uomo adulto (adultismo) come fine educativo primario, che H.I. Marrou sintetizza nella incisiva formula: «L’uomo contro il fanciullo» (Storia dell’educazione nell’antichità, Roma 1984, 294-5). Se ne sente l’eco in san Paolo: «Per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, questi non differisce in nulla dallo schiavo» [Gal 4,1]. Vi fa eccezione il Crisostomo. Il primato poi, così presente in lui, dell’educazione morale rispetto all’istruzione, evidente nel fatto dell’evoluzione semantica del termine pedagogo da schiavo accompagnatore a educatore in senso pieno, già vige nell’educazione ellenistica.

    3.1. In generale. Significato e « luoghi » della pastorale giovanile nel Crisostomo

    Egli ebbe un’attenzione speciale al problema formativo giovanile, pur condizionato da strutture ecclesiastiche prive di riferimento diretto ai giovani. Tale fenomeno ecclesiastico-sociale perdurerà per tutto il medioevo. Il dovere dei genitori cristiani a educare i figli secondo il vangelo si basa su Ef 6,1-4. «Sorprende che i Padri, ad eccezione di Giovanni Crisostomo, che su questo testo ha tenuto un’omelia (In ep. ad Eph. hom. 21), non affrontino in rapporto con questo testo del NT i problemi controversi dell’educazione cristiana » (M. L. W. Laistner).
    Notiamo che il dialogo Sul sacerdozio del Crisostomo costituisce anche una splendida esposizione teorica della funzione educativo-pastorale del sacerdote o meglio del vescovo.
    Per il Crisostomo la pastorale consiste nell’aver cura di tutto il Corpo di Cristo (ivi, IV,2). Il pastore, come un medico, deve essere sollecito verso ognuno in base alle sue peculiari necessità (ivi, XI, 4).
    La cura pastorale dei giovani, membra privilegiate del Corpo di Cristo, sono oggetto di assidua preoccupazione del nostro pastore, per il quale il sacerdote deve avere nei confronti dei fedeli l’atteggiamento del padre verso i figli (ivi, V,4).
    Egli deve visitare le famiglie, stabilendo rapporti coi genitori che hanno figli da educare (ivi, III,17; V1,4); in tal modo egli esercita un’azione pastorale sui giovani, almeno indiretta (ivi, V,4).
    Due trattati pedagogici, Contro i detrattori della vita monastica, Sulla vanagloria e sull’educazione dei figli, offrono linee espositive sistematiche di carattere pastorale. Ambito inoltre di cura pastorale diretta dei giovani è quello catecumenale: il Crisostomo contrappone la gioia, che pervade il rito battesimale di chi lo riceve nel pieno vigore delle sue forze, alla tristezza di chi invece lo riceve sul letto di morte: battesimo clinico (Cat. agli illuminandi I,1),(sulla teologia del battesimo in Crisostomo cf J.-P. Cattenoz, Le baptême mystère nuptial. Théologie de saint Jean Chrysostome, Venasque 1993 [cf rec. di O. Pasquato, in Salesianum 59 [1997] 165-167).
    Nella sua catechesi il Crisostomo ha di fronte, oltre che adulti, anche giovani, come ci mostrano le 12 catechesi, uniche rimasteci e tenute ad Antiochia tra il 388 e 391 (cf G. Crisostomo, Le catechesi battesimali, a cura di L. Zappella, Milano 1998: Introduzione: il testo, 9-48). La struttura fondamentale di esse, cioè il nesso inscindibile tra fede-sacramento-vita cristiana, offre un modello di formazione anche giovanile estremamente valido (cf O. Pasquato, Giovanni Crisostomo, in J. Gevaert [ed.], Dizionario di Catechetica, Leumann [TO] 1986, 185-186; Id. Catechesi ecclesiologica nella cura pastorale di Giovanni Crisostomo, in S. Felici [ed.],Ecclesiologia e catechesi patristica. «Sentirsi Chiesa», Roma 1982, 122-172; K. Akanthopoulou, Le catechesi battesimali di Giovanni Crisostomo. Approccio comunicativo, in Historiam Perscrutari. Miscellanea di studi offerti al prof. Ottorino Pasquato, 1a cura di M. Maritano, Roma 2003, 723-746).
    Il nostro pastore raggiunge i giovani abitualmente soprattutto nella liturgia della parola, prima parte della celebrazione eucaristica, in cui essi, catecumeni o fedeli, sono mescolati agli adulti: i riferimenti ai figli sono frequenti, anche in rapporto alle graduali fasi di maturazione.

    3.2. In particolare

    Prendiamo in esame il pensiero pastorale sui giovani nelle due operette citate e nelle omelie del Crisostomo.

    3.2.1. I due trattati

    I due trattati offrono una esposizione organica circa la formazione cristiana dei giovani. In primo luogo, nel Contro i detrattori della vita monastica (PG 47, 319-386; ed. ital. a cura di L. Dattrino, Roma 1996), ossia i genitori, egli sostiene la tesi estremista, d’inviare i figli, temporaneamente, nei monasteri in vista di una educazione cristiana radicale, a motivo dell’inadeguatezza, a tale compito, dei genitori e della profonda corruzione dell’ambiente urbano. Egli disapprova che ai figli venga permesso di vivere lontano da casa per attendere agli studi letterari o di alloggiare in casa del maestro pur di apprendere l’arte meccanica o una più vile, mentre si cerca di affrettarne il ritorno in famiglia, allorché si tratti di educarli alla sapienza celeste nei monasteri (ivi, III,18). La permanenza dei giovani nei monasteri viene da lui stabilita, dapprima da dieci a vent’anni, poi a data indeterminata, fino cioè alla maturità spirituale: ritroviamo qui trasposto il criterio del ginnasio secondo cui l’aumento della efficienza fisica è in rapporto diretto della durata delle esercitazioni corporali (ivi, 1.c.). Egli ha così buon gioco nel passaggio dal piano spirituale a quello fisico e viceversa: la primarietà della formazione cristiana ne esce in sé vincitrice, ma egli non riesce a far breccia, come facilmente prevedibile sugli ostinati padri (ivi, III,19).
    I motivi della scelta del Crisostomo sono da lui così elencati: «l’imperizia dei maestri, l’eventuale ottusità del giovane, la negligenza dei pedagoghi e dei padri, la penuria di denaro, la diversità di costumi e la cattiveria dei condiscepoli, la smodata emulazione e molti altri fattori, compromettenti il buon esito educativo; nei monasteri, invece, basta l’impegno del giovane» (ivi, III, 13). Tale posizione è da lui abbandonata non appena l’esperienza pastorale antiochena lo rende più realista.
    Il secondo trattato, Sulla vana gloria e sull’educazione dei figli (Sch 188 [1972]; ed. ital. a cura di A. Ceresa-Gastaldo, Roma 1977), che pare datato al 396-397 (Max von Bonsdorff), rappresenta il superamento del primo: l’educazione cristiana è affidata ai genitori in famiglia e l’istruzione alle pubbliche scuole. La famiglia appare qui di capitale importanza in quanto cellula della società e della Chiesa. I genitori vengono responsabilizzati a proteggere e sviluppare l’originale bontà del fanciullo. La prima parte, Sulla vana gloria (cc. 1-15), presenta i padri unicamente preoccupati della professione futura dei figli, finalizzata alla ricerca e alla gloria umana. La seconda parte, Sull’educazione dei figli (cc. 16-90), descritta la deprecabile situazione educativa (cc. 16-18), pone in termini positivi il problema di una riuscita formazione cristiana dei figli (cc. 19-22), passando ad esporre i criteri e i modi di soluzione del problema (cc. 23-90). Offre indicazioni circa i metodi di educazione dei sensi esterni (cc. 27-63) e quelli della formazione della vita spirituale (cc. 68-87). Seguono, a conclusione, istruzioni sul matrimonio e sulla formazione delle giovani (cc. 88-90).
    Caratteristica è l’idea centrale secondo cui il padre è come un re con il compito di edificare una città, ossia l’animo del fanciullo. Esso è davvero una città con diversi pensieri ed emozioni, che esigono leggi (cc. 23-25.27). I membri poi della città corrispondono alle parti dell’anima platonica: il coraggio, la brama, la ragione avente per sede rispettivamente il cuore, il fegato e il cervello (cc. 64-65). L’operetta, che non ha pretese scientifiche, si presenta come una omelia o istruzione a genitori. È da notare che essa è la prima operetta di un Padre che tratti in modo organico della formazione cristiana in famiglia. Emerge la necessità dell’educazione morale: «C’è bisogno di un diligente pedagogo, perché si curi del fanciullo, e non di oro» (c. 16). «Alleva un atleta per Cristo e, mentre è nel mondo, educalo sin dalla prima età» (c. 19), tanto più che il fanciullo è facilmente ricettivo: «Se i buoni insegnamenti si imprimono nell’anima ancor tenera, nessuno potrà poi cancellarli, quando diverranno duri come impronte, proprio come avviene per la cera» (c. 20); importante prevenire: «L’intemperanza tenta straordinariamente le anime dei giovani. Prima che il giovane ne faccia esperienza, insegnagli ad essere sobrio, vigilante» (c. 22).
    Al padre viene detto: «Pensa di essere un re, che ha come città sottomessa l’anima del figlio: una città è realmente l’anima» (c. 23); «una città che ha cittadini stranieri, inesperti di tutto. [...] coloro che sono inesperti di tutto facilmente sarebbero disposti ad accogliere le leggi da te» (c. 25). «Imponi dunque delle leggi e bada attentamente ad esse: la nostra legislazione infatti riguarda tutta la terra e noi oggi fondiamo una città. Siano dunque muri e porte i quattro sensi; tutto il resto del corpo sia come una fortezza e le sue porte gli occhi, la lingua, l’udito, l’olfatto, se vuoi, anche il tatto, poiché attraverso queste porte entrano ed escono i cittadini di questa città, cioè i pensieri mediante queste porte hanno esito cattivo e buono» (c. 27). Circa l’udito, il Crisostomo propone l’ascolto di racconti biblici: la storia di Caino e Abele: «Narragli questo racconto in una sola sera a cena», gli si chieda di ridirlo; la sua utilità è di infondere in lui il timore di Dio (c. 40). Se sarà condotto in chiesa, quando verrà letto questo racconto, egli ne gioirà, perché lo conosce già: «Da quel momento il fatto è riposto nella sua memoria» (c. 41). Si racconti poi la storia di Giacobbe e di Esaù (cc. 43-45). Quando il giovane avrà 15 anni o anche più, senta parlare dell’inferno, quando è più giovane, del diluvio e di Sodoma e dei fatti dell’Egitto: racconti tutti pieni di castighi. Quando sarà più maturo senta anche i fatti del NT.
    Pur nell’accentuazione del castigo, c’è posto anche per il premio: «Così infatti anche Dio regge il mondo col timore dell’inferno e la promessa del regno» (c. 67). Alla castità, virtù centrale, corrisponde da un lato la continenza e dall’altro la lussuria; bisogna far sì che né si prostituisca, né si dia alla fornicazione (c. 76). Quanto al freno, egli asserisce: «Non ne conosco altro, se non quello dell’inferno» (ivi). Il giovane eviti gli spettacoli con l’aiuto di un coetaneo esemplare: «Nulla è tanto educativo quanto l’emulazione» (c. 77). «Inoltre ricorriamo per lui ad altri piaceri non dannosi. Conduciamolo da uomini santi, procuriamogli una distensione. Onoriamolo con molti doni [...]: e al posto di quegli spettacoli presenta dilettevoli racconti, praterie e magnifici edifici» (c. 78).
    Al fanciullo non si avvicini nessuna fanciulla, ma solo la serva, anziana (c. 79). Si rechi in chiesa. « Impari a pregare con grande cura e compunzione [....], in breve, s’imprima nel fanciullo il carattere di un uomo santo» (c. 80) (O. Pasquato, «La vana gloria e l’educazione dei figli» di Giovanni Crisostomo. Pedagogia tra deculturazione e inculturazione nel Tardoantico, in Or. Ped. 38/1 [1991] 95-108). Il fidanzamento abbia luogo presto: «Presentagli presto la sposa [...] Credi forse che sia piccola cosa fare in modo che con le nozze un uomo vergine si unisca ad una vergine?» (c. 81). La saggezza poi è la cosa principale per il fanciullo, essa fa capo alla ragione: «Per la sapienza di Dio basta il timore e l’avere il discernimento per le cose degli uomini quanto conviene averne [...]. Pensa quale dono egli sarà per la sposa » (c. 87),(P. Rentinck, La cura pastorale in Antiochia nel IV secolo, Roma 1970, 235-250: il laicato e la cura pastorale). Le nozze siano celebrate con semplicità: «Chiamiamo qui Cristo: ormai lo sposo è degno di lui» (c. 88).

    3.2.2. Le omelie

    Con le numerose omelie rivolte al popolo, spesso nel contesto della celebrazione eucaristica, il Crisostomo raggiunge i giovani presenti in chiesa in modo diretto. Talora anzi ne rimprovera la scompostezza, l’atteggiamento distratto o sconveniente alla casa di Dio. Non risparmia, però, rimproveri ai genitori che non hanno condotto in chiesa i propri figli (In illudSi esurierit inimicus, 3). Se il pastore non tralascia di indirizzarsi direttamente ai figli, più spesso si rivolge ai loro genitori, affinché questi comunichino in casa ai figli ciò che hanno udito in chiesa. Il Crisostomo, consapevole che la pastorale della gioventù passa attraverso la liturgia e la famiglia, intensifica il suo intervento nella duplice direzione: i due canali sono strettamente collegati (O. Pasquato, Giovanni Crisostomo, in M. Sodi-A.M. Triacca, Dizionario di Omiletica, Leumann [TO]-Gorle [BG] 1998, 648-655).

    3.2.2.1. L’educazione dei figli è impegno prioritario dei genitori

    «Si posponga tutto all’interessamento per i figli e alla loro educazione nella disciplina e nell’insegnamento del Signore» (In ep. ad Eph. hom. 21,2). Infatti «non la sola procreazione rende padre, ma anche la cura di essa» (In ep. 2 ad Cor. hom. 15,3). Non il partorire rende madre, ma l’educare (De Maccab. 1,3). «Tutta la cattiveria della gioventù è dovuta alla nostra indolenza » (In illud, Vidua eligatur, 10). Perciò i giovani «scorrazzano privi di castità, svilendosi in disonestà, in giochi d’azzardo, in ritrovi e divertimenti disonesti» (In Matth. hom. 59,7). La strategia pastorale di Crisostomo nei confronti dei giovani si basa sulla formazione dei genitori, formatori a loro volta dei figli, cui trasmettono l’insegnamento della Chiesa: il padre in famiglia è come il vescovo nella diocesi. Ma tutti in famiglia sono coralmente coinvolti nella educazione cristiana dei figli, anche gli schiavi. L’ambiente gioca un ruolo determinante nella pastorale giovanile del Crisostomo. Ciò non toglie il ruolo primario del padre, in particolare verso i figli maschi (1Tm 3,4). «Sei maestro di tutta la famiglia» per mandato divino (In illud, Vidua eligatur, 9). Ruolo subalterno tiene la madre, discepola del marito; suo compito peculiare è l’educazione delle figlie.

    3.2.2.2. Dimensioni dell’intervento pedagogico-pastorale

    Pur nella sua visione accentuatamente escatologica della vita, la concezione educativa del Crisostomo è integrale e carica di significato: «L’anima del giovane è la statua più preziosa di tutte» (Contro i detrattori della vita monastica III,7). La dimensione corporale (nutrimento, sonno, vesti, bagni, ginnastica) è caratterizzata dalla temperanza, in quanto il corpo è strumento dell’anima.
    Il nostro pastore si muove con equilibrio e vero umanesimo. La dimensione intellettuale, con la sofferta evoluzione già da noi descritta, comporta non la proibizione della cultura, ma solo la proibizione «di aderire con l’animo ai mali in essa presenti » (In ep. ad Eph. hom. 21,2). Dopo aver sostenuto che «i giovani non solo avrebbero dovuto interessarsi di quanto ascoltano in chiesa, che anzi questa avrebbe dovuto essere la loro unica attrazione» aggiunge: «tuttavia non intendo pretendere tanto da voi, a causa della vostra debolezza, né distogliere i vostri figli dalla frequenza delle pubbliche scuole, né tanto meno impedirvi di compiere i vostri doveri di cittadini» (In Joh. hom. 3,1). In fondo, il rischio della frequenza della scuola pagana induce una più seria pastorale familiare ed ecclesiale (O. Pasquato, I laici in Giovanni Crisostomo, 77-92: laici e famiglia in contesto).
    Là dimensione religioso-morale (la «vera filosofia»): nella misura in cui il Crisostomo procede nella vita pastorale coglie l’urgenza di immettere nella società cristiani animati dal vangelo per essere luce agli altri. Essi sono i veri filosofi portatori della sapienza del vangelo; sono le nuove generazioni che possono rinnovare la società. Educatori ne sono i genitori, insieme alla Chiesa: la pastorale familiare è presenza, attenzione, ma anche intervento attivo. Base di ogni azione pastorale è la fede, specie nella vita ultraterrena. Centrale nella pastorale del Crisostomo è il problema sessuale; l’impurità è alla radice di altri peccati (In Gen. hom. 59,5). «Né il desiderio di denaro, né di gloria, né nessun altro tormenta questa età quanto l’attrattiva dei corpi» (In ep. ad Tit. hom. 4,2). Utile è ripresentare ai figli i modelli biblici di purezza, dal predicatore esposti nell’omelia. Si riporti a casa il messaggio biblico ascoltato in chiesa, si imbandiscano due mense, quella spirituale e quella materiale: «Fa’ della tua casa una chiesa» (In Gen. Sermo VI,2).

    3.2.2.3. Le fasi di sviluppo psicofisico-spirituale del giovane

    Infanzia-fanciullezza: il Crisostomo vi dedica la maggiore attenzione. La prima educazione incide in modo determinante per l’innata aspirazione alla virtù, la malleabilità del fanciullo, per il quale l’abitudine sortisce a legge (In ep. 1 ad Tim. hom. 9,2).
    Adolescenza-giovinezza: si estende fino al fidanzamento: «All’infanzia segue il mare dell’adolescenza, dove i venti soffiano violenti, come nell’Egeo, perché in noi cresce [...] la concupiscenza» (In Matth. hom. 81,5). L’intervento educativo è necessario anche qui: «Per certo il giovane da solo non è in grado di praticare la virtù» (Ad pop. antioch. 6,7). I giovani sono come cavalli indomiti. Oltre l’impurità, anche il desiderio della ricchezza comincia a prendere piede in essi. L’educazione porta benefici ai giovani, ai genitori e ai discendenti (sui giovani nell’antichità cf E. Eyben, Art., Jugend, in Reallexikon für Antike und Christentum 19 [1998], fasc.148; in particolare per crisostomo cf C. Xodo Cegolon, Crisostomo Giovanni, in M. Laeng [ed.], Enciclopedia pedagogica, II, Brescia 1989, coll. 3369-3373; O. Pasquato, Crisostomo Giovanni, in Dizionario di Scienze dell’Educazione, a cura di J.M. Prellezo et Alii, Torino-Roma 1997, 257).
    Fidanzamento-matrimonio: è la fase più curata dal Crisostomo, dopo quella della fanciullezza. «Alla giovinezza succede l’età propria degli uomini adulti, nella quale sopraggiungono gli impegni di famiglia: è il tempo di cercar moglie» (In Matth. hom. 81,5). Il fidanzamento sia in età appena matura per un sollecito matrimonio: «Unite presto i figli giovani in matrimonio. [...] nel periodo a questo precedente adoperatevi per la loro continenza [...]; giunta però l’ora di sposarsi nessuno la differisca» (In ep. 1 ad Thess. hom. 5,3). Eccone la motivazione: «Se infatti lo sposo accosterà da giovane una sposa casta, se avrà visto solo il corpo di lei, il desiderio di unirsi a lei sarà forte e maggiore il timore di Dio: [...] essi si doneranno reciprocamente, non avendo sperimentato altre unioni» (In ep. 1 ad Thess. hom. 5,3).
    Il matrimonio non procrastinato dà ai giovani una sposa casta e saggia, in grado di allontanarli da rapporti disonesti e di frenare questi puledri. Ed ecco la concezione restrittiva e negativa di matrimonio nel Crisostomo, ben nota: «Il vantaggio del matrimonio è di conservare puro il corpo. Se ciò non avviene, il matrimonio è inutile». I genitori invece procrastinano il matrimonio dei figli (In Matth. hom. 59,7). Le madri poi preparino con cura le figlie al matrimonio, sorvegliandone la ritiratezza, la pietà, la modestia0 nel vestire. Nello statuto familiare del Crisostomo la sposa ha un ruolo decisivo quasi «fermento nella massa», ossia nella famiglia (In ep. 1 ad Tim. hom. 9,2). La celebrazione delle nozze infine a00vvenga sotto il segno della modestia e della semplicità, senza canti e musiche scomposte (De Anna sermo III,4) (O. Pasquato, I laici in Giovanni Crisostomo, 151-154: fidanzamento-matrimonio).

    3.2.3. L’incidenza del vissuto ecclesiale sui giovani

    Accenniamo solo al dato primordiale e fondamentale per la vita cristiana dei giovani, costituito dal loro essere inseriti nella comunità ecclesiale in una interazione arricchente reciproca, anche se essi non vi si trovano come destinatari o agenti esclusivi. Ciò è tanto più vero e importante da notare per la Chiesa antica, priva com’è di strutture ecclesiali specifiche in ordine a una pastorale dei giovani. Ricordiamo appena «luoghi» o momenti, in cui i giovani insieme agli adulti vengono raggiunti da azione pastorale non priva di incisività: il cammino catecumenale, tanto curato dal Crisostomo, la celebrazione eucaristica, il culto ai martiri e alle reliquie in forme attraenti, talora spettacolari da lui promosse, i pellegrinaggi, le processioni e l’elemento, così influente sui giovani, del canto e della musica.
    È noto lo sforzo pastorale di inculturazione del Crisostomo tendente a offrire un sostitutivo, sia pure improprio, agli spettacoli pagani mediante lo sviluppo creativo di forme liturgiche avvincenti e anche spettacolari (ad esempio, trasporto notturno di reliquie sul il mare). È scontato che tale pastorale coinvolge anzitutto i giovani. Ciò però che può trasformarli in profondità è la partecipazione alla celebrazione eucaristica: qui «la Chiesa fa l’eucaristia e l’eucaristia fa la Chiesa»; vi agisce Cristo che «prende la mia carne per santificarmi e dona il suo Spirito per salvarmi» (In nat. Christi 2). La celebrazione eucaristica si fa espressione e costruzione di Chiesa, mediante la parola, a tutti destinata e la stessa mensa posta davanti a tutti: «Noi beviamo dal medesimo calice, simbolo della più perfetta carità» (In Matth. hom. 32,7). L’assemblea riunita («Chi può dire la potenza di tutta la Chiesa riunita?» (In ep. 2 ad Cor. hom. 18,3) in preghiera universale, il gesto di pace, il canto comune, tendono a stabilire i fedeli in unità, aprendoli all’esercizio del sacerdozio comune verso il prossimo, specie i poveri (i laici offrono il sacrificio, ossia l’opera di carità, sull’altare che è Cristo nella persona del povero). Essi poi si devono sentire missionari nel proprio ambiente (ogni categoria di persone si interessi dei propri membri: «I giovani dei giovani», Adv. Jud. 1,8), collaboratori della vita ecclesiale e del governo della Chiesa (O. Pasquato, Eucaristia e Chiesa in Giovanni Crisostomo, in Eph. Lit. 102 [1988] 240-252).
    La pastorale del Crisostomo tende a formare i giovani a sentirsi e ad agire come membra dell’organismo vivo ecclesiale; la famiglia, piccola chiesa, rinvia alla grande Chiesa, che, prolungando l’impegno formativo della famiglia, accoglie i figli, ormai giovani, quali catecumeni e in seguito quali fedeli tra il popolo di Dio: famiglia e Chiesa, in stretta e reciproca unione, esplicano il comune compito pastorale in rapporto ai giovani (O. Pasquato,L’eucaristia nella vita dei cristiani dei primi secolo. Parte seconda. Gli sviluppi: secoli IV-V, in P. Parlotti - M. Maritano (edd.), L’eucaristia nel vissuto dei giovani, Roma 2002, 23-261).



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