Il lavoro umano
e la sua valenza biblico-teologica
Giuseppe De Virgilio *
Sappiamo quanto sia attuale la riflessione sul lavoro, l’attività umana e l’imprenditoria nell’odierno sistema sociale e come il suo significato vada letto e interpretato nella più ampia visione dell’organizzazione produttiva dei gruppi sociali.[1] Poiché la Bibbia è Parola di Dio rivolta all’uomo nella concretezza della sua realtà esistenziale, tale relazione illumina il tema del lavoro umano e ci aiuta a cogliere la ricchezza del suo messaggio teologico[2] e spirituale.[3] Cercando di offrire una riflessione il più possibile unitaria e organica del lavoro umano nella Bibbia, proponiamo un percorso essenziale, cercando di focalizzare alcune tappe principali del tema nel suo sviluppo genetico.
L’opera del lavoro nella progettualità dell’atto creativo
Nei brani genesiaci delle origini viene presentato il motivo del «lavoro» secondo un doppio significato: il lavoro come «opera di Dio» e il lavoro umano come «collaborazione» di ‘ādām all’opera della creazione. La prospettiva teologica dei «racconti di creazione» presenta l’opus creationis Dei come espressione massima della fondazione della «teologia del lavoro».[4] Il libro sacro si apre con il racconto di Gen 1,1-2,4a. In esso si presenta la settimana della creazione come lo svolgersi di una liturgia cosmica, che culmina nel «sabato» del riposo. Il racconto pone in stretta connessione «lavoro e risposo», come due componenti dell’atto creativo di Dio. L’opera dell’Onnipotente nel creare (relazione tra parola e compimento: dabar/bārā’) indica la volontà positiva (dinamismo che si apre al futuro) impressa nel cosmo e segnata da un «progetto di vita». Un equivalente significato si ritrova nel secondo racconto della creazione (Gen 2,4b-25), dove l’opera creativa inizia con la plasmazione (yāṣar) dell’essere umano «tratto dalla terra e vitalizzato dall’alito divino» (Gen 2,7). Il lavoro, che comprende l’opera di Dio e la collaborazione dell’uomo (nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse: Gen 2,16), non è presentato come una condanna, frutto di una maledizione e conseguenza di una punizione, ma costituisce il movimento della creazione.[5] Entrambi i racconti di creazione presentano Dio con sembianze umane, che agisce come un sapiente architetto (cf. Pr 8,22-31) mentre separa la materia caotica e la dispone secondo un ordine cosmico con leggi proprie.
Questo atto di separazione è definito «opera di Dio» e riceve più volte un giudizio positivo (Gen 1,12.18.21.25: «vide che era cosa buona»). Il lavoro è posto in relazione al progetto creativo e al dono stesso della vita, a tal punto che la vita è frutto del lavoro divino. In questa prospettiva va letta anche la plasmazione della donna dalla costola di Adamo (cf. Gen 2,22). Proprio per segnare il valore del lavoro, Dio sceglie il sabato come «giorno di festa e di contemplazione». Il valore intrinseco del lavoro è confermato dal comando di riposare nel giorno di sabato: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto» (Gen 2,3).[6]
Il dono della vita tra lavoro e riposo
Lo sviluppo dell’opera divina è la creazione della coppia, punto di arrivo del processo della creazione (Gen 1,26). Nel creare l’uomo e la donna viene posta anche la relazione tra lavoro e uomo in quanto umanità è associata al progetto della creazione. Ecco perché nella benedizione iniziale Dio ordina alla coppia: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate…» (Gen 1,28). Nel racconto jahvista (Gen 2,4b-25) la scelta di porre l’uomo nel giardino di Eden «perché lo coltivasse (‘ābad) e lo custodisse (šāmar)» (Gen 2,15), non va interpretata come semplice attività occupazionale, ma nell’ottica di una realizzazione progettuale, di un compito che sorregge l’identità stessa dell’essere creato «ad immagine e somiglianza di Dio». I due verbi ebraici qualificano il lavoro come un servizio e una sollecitudine dell’uomo in rapporto con Dio, più che come un potere sulle cose nella logica utilitaristica della produzione.[7] Pertanto, tra lavoro e riposo, Adamo ed Eva sono chiamati a realizzare sé stessi collaborando all’opera di Dio. Mediante il lavoro l’uomo è posto di fronte alla sua vocazione: il lavoro diventa espressione della vocazione dell’uomo e strumento per il compimento del progetto di Dio.[8]
Secondo la riflessione di Sir 38,34, tutti coloro che lavorano con il loro mestiere, sostengono la creazione. Questa linea interpretativa dell’opera di Dio nel cosmo è ripresa nei Salmi (Sal 8; 104,23; cf. Sir 7,15). Mediante diverse espressioni si vuole affermare che il lavoro umano è come l’effondersi della creazione di Dio e il compimento della sua volontà. Lavoro e riposo costituiscono i punti centrali della relazione con il Creatore, riassunti nel comandamento del sabato (Es 20,8-11): «il sabato non lavorerai!».
Il lavoro come fatica per l’uomo segnato dal peccato
Il successivo racconto della caduta originaria (cf. Gen 3,1-24) schiude una nuova condizione dell’essere umano in relazione al lavoro. Poiché la disobbedienza dell’uomo ha mutato la sua relazione con il Creatore, la collaborazione con Dio nella creazione viene reinterpretata nel quadro conflittuale generato dalla caduta. La terra non è più pacifica: essa produrrà spine e cardi (3,18). Al giardino di Eden (segno dell’ordine cosmico) subentra la terra incolta ed ostile (simbolo del caos), che richiede il lavoro con il sudore del volto (3,16). Dopo il giudizio di Dio l’uomo e la donna sono chiamati a lavorare la terra «fuori del giardino».
Occorre rileggere questa pagina di Gen 3,1-24 nella prospettiva della caduta complessiva della condizione creaturale dell’essere umano e non in quella della «maledizione» del lavoro. Il peccato pone l’uomo su un piano diverso e con esso l’intera prospettiva del lavoro, così come per la donna l’esperienza della maternità nel dolore. Il lavoro diventa un’opera della creazione affidata all’uomo in una «terra divenuta ostile» per il suo peccato[9]. In questo senso il lavoro è una «pena» in funzione della redenzione, come il parto per la donna è un atto di vittoria della vita sulla morte.[10] In questa nuova situazione il lavorare costituisce una missione che è allo stesso tempo collaborazione con l’opera di Dio e processo di espiazione (cf. Pr 31,13; Sir 5,18; 9,9).[11] A partire da Caino e Abele i racconti biblici descrivono le diverse occupazioni lavorative: Abele è allevatore di bestiame, Caino è coltivatore del suolo (cf. Gen 4,2). Nel presentare le diverse figure patriarcali (Enoch, Iabal, Iubal, Lamech, Tubal-Kain: cf. Gen 4,20-22) si accenna include alle funzioni lavorative di alcuni progenitori, designandone la discendenza.
Tradizioni normative e sapienziali sul lavoro
Il motivo lavorativo si sviluppa ampiamente nella tradizione biblica profetica e sapienziale, con una chiara accentuazione sociale: viene condannata la divinizzazione del lavoro come anche la strumentalizzazione schiavista dei lavoratori (cf. Dt 24,14s.). Il lavoro che esclude la presenza di Dio (come quello dei Cainiti) è ritenuto negativo (cf. Gen 4,17-24), così come l’attività umana che si propone in antitesi a Dio stesso (l’esempio della torre di Babele: Gen 11,1-9).
Una singolare concezione del lavoro si trova nella «teologia dell’esodo»: i lavori forzati in Egitto (cf. Es 1,11ss) diventano una memoria storica e teologica della cultura della morte. Nel racconto esodale si nota come il lavoro diventa strumento di oppressione e di morte (cf. Es 5,4-23) e definisce negativamente la realtà dell’Egitto e il suo destino finale. È soprattutto la tradizione della legge ebraica, con diverse norme, a difendere i diritti dei lavoratori e a richiamare i principi fondamentali della giustizia ni riguardi degli schiavi (cf. Lv 29; Dt 15; 18; 24). Si pensi alla legislazione sul sabato (cf. Es 23,12; Dt 5,14) e alle indicazioni legislative per proteggere i salariati (cf. Lv 19,13: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo»). Il lavoro viene reinterpretato nella prospettiva della salvezza e «Dio benedirà l’opera delle sue mani» (Dt 14,29; 16,15; 28,12; Sal 128,2).
Considerando lo sviluppo narrativo dei racconti dell’Antico Testamento constatiamo come il lavoro diventa un «banco di prova» per smascherare le ingiustizie. Così nei profeti frequentemente si allude alla ingiustizia nel lavoro: gli operai sono privati del salario (cf. Ger 22,13), i contadini pressati da imposte (cf. Am 5,11), popoli schiavizzati (cf. 2Sam 12,31), gli schiavi sono condannati e percossi (cf. Sir 3,25-29).[12] Il lavoro assume una sua precisa funzione sociale: la diversità dei mestieri e dei ruoli permette la costruzione della società, lo sviluppo e il perfezionamento della creazione di Dio (Sap 14). Sono molto illuminanti i quadretti sociali espressi nel libro dei Proverbi: in Pr 13,4; 21,25 si ironizza sul modello dell’uomo «pigro che muore di fame», mentre in Pr 16,26 su afferma che la fame stimola l’appetito del lavoro. Troviamo ancora la satira del pigro in Pr 26,14 e in Sir 22,1-2[13]. Si ammira la donna che lavora («non mangia il pane dell’ozio»: Pr 31,27) e si apprezza il lavoro ben fatto in Sir 38,26.28.30. In questo contesto viene anche esaltata la funzione artistica del lavoro e con essa la figura di Salomone (cf. 1Re 7). Una riflessione «teologica» circa il lavoro umano in relazione al senso della vita è attestata nel libro del Qoèlet.[14]Tali prospettive ci permettono di cogliere la ricchezza del tema lavorativo, inquadrato nel più ampio sistema di relazioni che il fedele israelita è chiamato a vivere in relazione alla Legge di Dio e al rispetto del prossimo.
Aspetti del lavoro nei vangeli
Considerando lo sviluppo del tema nel Nuovo Testamento va evidenziata la varietà del vocabolario relativo all’attività lavorativa.[15] È interessante notare come nei racconti evangelici si trovano diversi accenni al lavoro secondo una triplice prospettiva:
a) la persona storica di Gesù di Nazaret;
b) la predicazione di Gesù: detti; le preghiere; la controversia sul sabato;
c) l’insegnamento in parabole.
a) In primo luogo, è Gesù stesso ad essere definito figlio del falegname e (Mt 13,55) ed egli stesso è «falegname» (Mc 6,3 tektōn). L’attestazione marciana potrebbe far pensare alla continuazione del lavoro di artigiano da parte di Gesù fino alla sua missione pubblica, dopo la morte di Giuseppe.[16]
b) Nella predicazione di Gesù si trovano diversi riferimenti indiretti al motivo lavorativo. Il logion sulla priorità del regno (cf. Mt 6,33; Lc 9,25) implica l’impegno umano ordinato al progetto di Dio, dinanzi al quale l’intera attività produttiva dell’uomo è relativizzata. Il motivo lavorativo ritorna nell’insegnamento della preghiera del «Padre Nostro» (Mt 6,9-13) e nell’invito a portare il giogo dolce e leggero del Signore (Mt 11,28-30). L’allusione all’«unum necessarium» contenuta nel racconto lucano di Marta e Maria va compreso in riferimento all’attività lavorativo che implica il rispetto del riposo contemplativo (cf. Lc 10,38-42).
c) Colpiscono alcune parabole che trattano dell’operosità e del lavoro, soprattutto in relazione all’impiego della metafora agricola (campo, vigna)[17] e commerciale (amministratore, talenti)[18]. All’importanza del lavorare onestamente e del produrre frutti per il necessario sostentamento, si contrappone al monito circa la dimensione caduca del lavoro come «possesso egoistico» (idolo), a cui il credente è chiamato a «rinunciare».[19] Contro l’insegnamento degli scribi e dei farisei «che dicono e non fanno» (Mt 23,3), chi segue Cristo deve saper coniugare il messaggio del vangelo con la sua attuazione pratica.[20] In questa prospettiva si coglie il valore teologico della scena del giudizio universale (cf. Mt 25,31-46): il compimento dell’opera di solidarietà da parte di coloro che sono venuti incontro ai bisogni dei poveri è il criterio della ricompensa finale.[21]. Si sottolinea la stretta relazione tra la fede professata e le opere compiute. La portata «etica» dell’insegnamento di Gesù nel primo vangelo non contraddice il principio secondo cui il credente può salvarsi solo con le sue opere. Tale pretesa, che è attestata nella logica legalistica del fariseismo (cf. Lc 18,9-14: la parabola del fariseo e del pubblicano) sarebbe in contraddizione con il messaggio di Gesù e l’interpretazione della comunità ecclesiale.[22]
Nel periodo post-pasquale i primi cristiani hanno proseguito e diffuso gli insegnamenti di Gesù, conferendo al lavoro e al riposo un valore testimoniale.[23] Un aspetto peculiare del quarto vangelo è dato dall’uso teologico di ergon/ergazomai. Il suo impiego delinea l’attività specifica di Gesù nella sua missione terrena, che si aggancia in modo indissolubile all’opera di Dio Padre (cf. Gv 4,34; 5,17; 17,4).[24]
La riflessione paolina sul lavoro
Pur non svolgendo una trattazione sistematica del tema, Paolo rielabora il motivo lavorativo conferendogli una valenza teologica in diversi contesti epistolari.[25] Tale motivo è supportato dalla testimonianza autobiografica che l’apostolo utilizza nella sua argomentazione dottrinale e paracletica. Nel corso della sua missione apostolica, Paolo svolge il lavoro manuale di fabbricante di tende (cf. At 18,3: skēnopoios) e ne rivendica la valenza esemplare (At 20,18-35).[26] Egli ha esercitato il lavoro manuale nel progressivo sviluppo della sua missione, fin dal primo viaggio missionario (cf. At 13,1-14,25) e nei successivi itinerari pastorali. Non fa quindi meraviglia trovare indicazioni sul suo lavoro a Tessalonica (1Ts 2,9), a Corinto (1Cor 4,12; At 18,3), ad Efeso (At 19,11; 20,34), nella seconda permanenza a Corinto (2Cor 12,24) e, con buona probabilità, anche nel corso della prigionia romana (cf. At 28,30). L’apostolo non scinde mai la missione apostolica dalla sua attività lavorativa. Essa diventa una testimonianza credibile dell’impegno cristiano sia nelle relazioni ecclesiali, sia nel processo di evangelizzazione verso i lontani dalla ekklēsia. Scrivendo ai Tessalonicesi Paolo si presenta come modello (typos) da imitare anche nel lavoro (cf. 1Ts 2,9-12). L’incisiva esortazione di 1Ts 4,10-12 conferma questa interpretazione: «Vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani (ergazesthai tais chersin hymōn), come vi abbiamo ordinato, e così condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e non avere bisogno di nessuno».
In 2Ts la problematica del lavoro è collegata probabilmente a una situazione specifica locale, che generava disagio e disordine tra i credenti, i quali non volevano lavorare e pretendevano di essere sostenuti dalla comunità locale. Per contrastare questa tendenza l’apostolo richiama l’esempio dei primi missionari che a Tessalonica hanno evangelizzato lavorando duramente per non essere di peso alla comunità. Essi hanno rinunciato ad essere sostenuti, divenendo un modello per tutti i cristiani (cf. 2Ts 3,6-15). L’attività lavorativa non è solo una realizzazione personale e familiare del credente che sa provvedere alla sua autonomia senza pesare sulla comunità, ma anche un vincolo di comunione solidale, di giustizia sociale, di concordia e di testimonianza evangelica nei riguardi dell’ambiente circostante. Oltre alla fatica propriamente pastorale, il lavoro come esercizio di un mestiere sociale è un mezzo di santificazione (1Ts 4,3.7), espressione di «amore fraterno» (4,9), motivo di onore e di decoro (4,11-12), testimonianza di speranza in attesa della parousia, impegno di giustizia e forma di solidarietà verso gli indigenti (2Ts 3,13).
Ancora più densa è la riflessione sul lavoro nel carteggio corinzio. L’apostolo rivendica la sua fatica lavorativa non solo nelle avversità sperimentate nel corso della missione[27], ma soprattutto per legittimare la gratuità del suo ministero. Egli ha scelto di annunciare il Vangelo privandosi del «diritto (exousia)» dovuto ai predicatori cristiani (1Cor 9,15-18). L’«esempio» autobiografico proposto nella strategia retorica di 1Cor [28] evidenzia l’intreccio tra il motivo lavorativo ed alcuni temi importanti dell’annuncio cristiano[29]. Con rara finezza Paolo dichiara di aver ricevuto il dono dell’apostolato come «ultimo», avendo faticato (ekopiosa) più di tutti gli altri apostoli (1Cor 15,9-10). Nelle lettere dalla prigionia spiccano soprattutto due brani in cui si fa riferimento all’attività lavorativa: Fil 4,10-20 ed Ef 4,28. La testimonianza autobiografica di Fil 4,1-20 conferma la stretta connessione tra la capacità di vivere con il proprio lavoro (autarcheia) e l’adempimento della missione di evangelizzazione. Gli aiuti finanziari ricevuti dalla comunità di Filippi (cf. 2Cor 11,9) vanno interpretati nella prospettiva solidaristica della partecipazione alla predicazione del Vangelo e all’unità della Chiesa. Nell’esortazione di Ef 4,28 l’apostolo invita i credenti a lavorare «operando il bene con le proprie mani, per poter condividere con chi si trova nel bisogno».
Un ultimo riferimento al lavoro si trova nelle Lettere pastorali, che evidenziano l’attività ministeriale delle guide della ekklēsia. Nel descrivere il dinamismo missionario degli evangelizzatori, l’Apostolo ribadisce l’importanza dell’operosità associandola alla fatica e alla «lotta spirituale».[30] Oltre alla figura del pastore, l’impegno lavorativo è menzionato nell’operosità dei credenti e nella capacità di realizzare le «opere buone».[31] In particolare, l’apostolo si riferisce all’impegno lavorativo di due categorie di credenti: a) l’operosità nel servizio delle vedove (1Tm 5,3-16); b) la fatica della predicazione dei presbiteri (1Tm 5,17-22).
Il contributo che la riflessione paolina offre al motivo del lavoro umano è consistente e pluridirezionale. Conferendo il fondamento teologico-cristologico al lavoro umano, Paolo ne segnala una triplice finalità. Esso è una chiamata a vivere nel mondo collaborando al processo di trasformazione e di santificazione secondo il progetto di Dio. In secondo luogo, il lavoro è espressione dell’identità creativa dell’essere umano, delle sue potenzialità e della sua dignità fondata sull’«immagine di Dio» (cf. Gen 1,26). Infine, il lavoro umano esprime un fondamentale valore relazionale e sociale di progresso civile e di pace, che implica un costante impegno per la giustizia e la solidarietà.
Conclusione
Gli elementi emersi dall’analisi biblica relativa al lavoro umano si possono riassumere nei seguenti quattro punti:
1) Il lavoro è inteso nella Bibbia anzitutto come l’azione posta nel creato dalla persona, chiamata da Dio ad esercitare la propria soggettività. Pertanto, il lavoro è pensato «per l’uomo» e il soggetto che dà valore all’attività lavorativa rimane sempre l’essere umano.
2) Il concetto di lavoro nell’Antico Testamento ha come riferimento l’opera preveniente di Dio. Il comandamento di «assoggettare» la terra rimane valido anche dopo il peccato, pur connotando il lavoro in un nuovo contesto di difficoltà e di prova. Emerge il valore naturale del lavoro, insito nell’essere stesso dell’uomo creato, nella sua progettualità e il valore sociale del lavoro in funzione della crescita della comunità.
3) Nel corso della sua esistenza Gesù ha santificato il lavoro anzitutto con la sua testimonianza personale. Egli lavorò obbedendo al Padre e servì la propria famiglia. Nell’impegno della sua missione pubblica il Signore ha santificato il lavoro e ne ha esaltato la dignità attraverso la testimonianza di gratuità, la predicazione del regno, la formazione dei discepoli, l’insegnamento alle folle e la preghiera. Ai discepoli e ad ogni credente è chiara l’importanza dell’operosità umana declinata nella logica della giustizia e del servizio. Rifuggendo ogni forma di egoismo, di utilitarismo e di parassitismo, sull’esempio del Cristo venuto per servire (Mc 10,45), la comunità post-pasquale evangelizza il lavoro in tutte le sue forme. Esso diventa il «terreno fecondo» per accogliere e formare i credenti secondo lo stile evangelico della famiglia ecclesiale.
4) La riflessione paolina sull’importanza dell’attività lavorativa conferma e rafforza l’interpretazione cristologica del lavoro. Non solo lavorare con frutto significa ottemperare alla missione affidata dall’uomo dal Creatore, ma l’attività lavorativa esprime il dinamismo della santificazione e si traduce in un autentico servizio di promozione della vita redenta nel mistero pasquale. Attraverso il lavoro umano si realizza l’esercizio della carità ecclesiale. Nelle forme e nelle espressioni storiche della comunione, con i loro genio lavorativo i credenti concretizzano quella risposta vocazionale di santificazione, in vista dell’edificazione della comunità cristiana e in attesa del compimento escatologico.
* Pontificia Università della Santa Croce, Roma
L’intero articolo su Orientamenti Pastorali n. 4(2026), EDB. Tutti i diritti riservati.
NOTE
[1] Cf. M. Toso, «La dignità del lavoro secondo la dottrina sociale della Chiesa», in Rassegna.Cnos, 2(2010), pp. 185-199.
[2] Cf. G. De Gennaro (a cura di), Lavoro e riposo nella Bibbia, Dehoniane, Napoli 1987; V. Mannucci, «Teologia biblica del lavoro. A dieci anni dalla “Laborem exercens”», in Rassegna di Teologia, 32(1991), pp. 443-468; S. Parisi, «Lavoro», in Temi teologici della Bibbia, a cura di R. Penna – G. Perego – G. Ravasi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010, pp. 710-717; A. Mello, Per una teologia del lavoro, Qiqajon, Magnano – Bose 2021.
[3] Cf. Verso una spiritualità del lavoro professionale. Teologia, Antropologia e Storia a 500 anni dalla Riforma. Atti del Convegno «The Heart of Work», Pontificia Università della Santa Croce. Roma, 19-20 ottobre 2017, Volume III/5, a cura di J. López Díaz – F.M. Requena, Edusc, Roma 2018.
[4] Cf. L. Lucci, «Il lavoro nei racconti biblici della creazione e nei miti mesopotamici», in Rivista Biblica, 49(2001), pp. 3-41; A. Wénin «Le “origini” del lavoro umano secondo Gen 1-11», in Parola Spirito e Vita, 52(2005)2, pp. 9-20; F. Serafini, «Vocazione al lavoro dell’uomo in Genesi 2», in Verso una spiritualità del lavoro professionale, pp. 245-259: Pontificia Commissione Biblica, Che cosa è l’uomo. Un itinerario di antropologia biblica, LEV, Roma 2019, nn. 103-138.
[5] Il lavoro dell’uomo è conseguenziale all’operare di Dio. L’autore biblico usa solo al v. 4a un verbo esclusivo dell’agire divino (bārā’, «creare»); già a partire dal v. 4b, attribuendo a Yhwh il generico «fare» (‘āsā), inizia a descrivere il Creatore in modo paragonabile all’agire umano. È noto, poi, che il verbo «plasmare» (yāṣar) di 2,7 descrive anche l’attività generatrice dell’artigiano (cf. Is 29,16; Ger 18,4) e più volte nell’AT ha Dio come soggetto; cf. Serafini, Vocazione al lavoro dell’uomo in Genesi 2, p. 252.
[6] Cf. Pontificia commissione biblica, Che cosa è l’uomo, nn. 113-116.
[7] Circa l’approfondimento del verbo ‘ābad, cf. A. Fanuli, «‘ābad: schiavitù e servizio», in Parola Spirito e Vita 52(2005)2, pp. 57-80.
[8] Cf. Pontificia commissione biblica, Che cosa è l’uomo, nn. 72; 106-108.
[9] Cf. M. Barbero, «Lavoro», in Schede Bibliche Pastorali. Volume 1: A-L, a cura di G. Barbaglio, EDB, Bologna 2014, p. 2119.
[10] Per l’esaltazione del lavoro della donna, cf. C. Carniti, Il lavoro della donna, in De Gennaro (a cura di), Lavoro e riposo nella Bibbia, pp. 109-124.
[11] La fatica del lavoro evidenzia la vulnerabilità della persona umana dopo la caduta originaria e la sua condizione mortale; cf. Pontificia commissione biblica, Che cosa è l’uomo, nn. 319-321.
[12] Cf. R. Virgili Dal Prà, «Per un lavoro secondo la giustizia: i richiami dei profeti», in Parola Spirito e Vita 52,2 (2005) 81-100; Parisi, «Lavoro», 714-715.
[13] Cf. N. Calduch Benages, «Il lavoro nei Proverbi e Siracide», in Parola Spirito e Vita 52,2 (2005) 21-38.
[14] Cf. L. Mazzinghi, «Il lavoro umano tra illusione e realtà nel libro del Qohelet», in Parola Spirito e Vita 52(2005)2, pp. 39-56.
[15] I verbi greci sono diversi: prassō (fare, compiere); poieō (fare, costruire), ergazomai (lavorare), kopiaō (faticare, stancarsi), euergeteō (beneficare). Tra i sostantivi/aggettivi relativi al lavoro si evidenziano: ergon (opera), ergatēs (operaio, lavoratore), ergasia (occupazione), energeia (forza, energia), energēs (attivo, operoso), euergesia (il fare bene); poiēma (opera artistica). In relazione all’attività di Cristo l’impiego del termine ergon (opera) designa la missione pubblica del Figlio nel mondo (cf. Mt 11,2; Lc 24,19); cf. Parisi, «Lavoro», p. 710.
[16] Cf. E. Rasco, «Gesù: lavoro e riposo nei vangeli», in De Gennaro (a cura di), Lavoro e riposo nella Bibbia, pp. 205-233.
[17] Cf. Mc 4,1-20; Mt 13,24-30.36-43; Mt 20,28-32; Mc 12,1-12. Nei racconti si trovano espressioni riferite al datore di lavoro (Lc 18,1.9: kyrios; Mt 20,1.11: oikodespotēs; epitropos; Lc 12,42: oikonomoi; Mt 10,10: douloi; achreioi).
[18] Cf. Mt 20,1-16; Mt 24,45-51 (Lc 12,42-46); Mt 25,14-30 (Lc 19,12-27); Lc 16,1-8.19-31.
[19] Gesù richiama spesso il pericolo delle ricchezze: cf. Lc 12,16-20; 16,19-31; 10,23-27.28-31.
[20] Il dovere di coniugare la fede con le opere è attestato in Mt 7,24-27 (la parabola delle «due case»). L’importanza dell’impegno fruttuoso è ulteriormente sottolineata dalla parabola dei talenti (Mt 25,14-30).
[21] È interessante sottolineare come il compimento delle sei opere di misericordia segnalate nel racconto matteano viene riassunto con il verso «servire»: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito? (ou diēkonēsamen soì)» (Mt 25,44). Il fare le «opere» di misericordia rientra nel dovere cristiano del «servizio» (diakonia), configurato nell’ottica del modello cristologico (cf. Mt 20,28).
[22] Nella medesima linea interpretativa vanno i detti di Gesù che criticano il legalismo farisaico (cf. Mc 2,23-28; 7,1-13): cf. J.P. Meier, «The Historical Jesus and the Plucking of the Grain on the Sabbath», in Catholic Biblical Quarterly 56(2004), pp. 561-581.
[23] Cf. B. Prete, Lavoro e riposo nei dati degli Atti degli Apostoli, in De Gennaro (a cura di), Lavoro e riposo nella Bibbia, pp. 235-284.
[24] Cf. R. Heiligenthal, «Ergon», in Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, a cura di H. Betz – G. Schneider, Paideia, Brescia 1997, pp. 1371-1374; U. Vanni, Le opere e l’operare di Gesù nel IV vangelo modello dell’attività umana, in De Gennaro (a cura di), Lavoro e riposo nella Bibbia, pp. 285-297; R. Vignolo – M. Fossati, «Mio padre lavora sempre (Gv 5,17), L’opera/le opere come tratto della missione cristologica nel Vangelo di Giovanni», in Parola Spirito e Vita 52(2005)2, pp. 117-148.
[25] Cf. G. De Virgilio, «Aspetti antropologici e teologici del lavoro nell’epistolario paolino», in Ricerche Storico-Bibliche 1-2(2020), pp. 377-402.
[26] Nelle lettere vi sono diversi riferimenti al lavoro e al sostentamento dell’Apostolo: cf. 1Cor 4,12; 9,1-18; 2Cor 6,5; 11,23.27; 1Ts 2,9; 2Ts 3,8; cf. Barnett, «Fabbricazione di tende», in Dizionario di Paolo e delle sue Lettere, a cura di G.F. Hawthorne – R.P. Martin – D.G. Reid, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pp. 602-605.
[27] Cf. 1Cor 4,10-12; 2Cor 6,4-6; 2Cor 11,26-27; cf. A. Gieniusz, «Paolo: lavorare con le proprie mani e compiere fatiche apostoliche», in Parola Spirito e Vita, 52(2005)2, pp. 175-196.
[28] Cf. A. Pereira Delgado, De apóstol a esclavo. El exemplum de Pablo en 1Corintios 9 (AB 182), Gregorian & Biblical Press, Roma 2010, pp. 65-115.
[29] Tra i motivi evocati nell’argomentazione lavorativa di 1Cor 9 si segnalano: la comunione ecclesiale, la legittimazione dell’apostolato, l’aiuto finanziario dovuto ai missionari, il ruolo delle comunità ospitanti, l’ethos delle prime comunità cristiane.
[30] Cf. 1Tm 4,10-11; 2Tm 2,1-7.14-16.
[31] Cf. R. Amici, «Tutto ciò che Dio ha creato è buono» (1Tm 4,4). Il rapporto con le realtà terrene nelle Lettere Pastorali (SRB 48), Dehoniane, Bologna 2007, pp. 125-129.
















































