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    Le chiese vuote

    e l’Umanesimo integrale

    Pier Giorgio Gawronski

    (con commento di Armando Matteo)


    La secolarizzazione in Europa sembra non conoscere soste. Nei Paesi del Nord la pratica religiosa è da tempo su livelli bassi (Scandinavia, Regno Unito, Olanda: minore del 10 per cento), e ciononostante continua lentamente a calare (Germania, Francia); non resiste neppure la tradizionale tendenza femminile alla religiosità.

    La novità è che ora crolla anche il numero di coloro (non praticanti) che si definiscono “cristiani”. Le stesse tendenze, da livelli più alti, si registrano in Irlanda e nei Paesi mediterranei.
    In Italia i “praticanti” sono scesi in dieci anni dal 33% al 27%; tra i giovani (18-29 anni) i praticanti sono solo il 14%, e continuano a calare di quasi il 3% l’anno. E i dati ufficiali sulla religiosità sono persino sovrastimati.
    Nel cosiddetto Sud del mondo due tendenze demografiche frenano la secolarizzazione. In America latina (Messico), Africa (Sud Africa), Asia (Filippine), i dati disponibili non rilevano cali della religiosità. Succede così che la migrazione da quei Paesi attutisca il processo di secolarizzazione dei Paesi di destinazione. Inoltre, i migranti che arrivano in Italia (il 52% dei quali non è musulmano, ma cristiano) praticano più dei nativi; e gli italiani “praticanti” sono più prolifici degli atei. Ma questi fenomeni non sono sufficienti a invertire il trend: le chiese continuano a svuotarsi.
    Nei Paesi nordici si chiudono i luoghi di culto, si accorpano le parrocchie, si sperimentano nuovi tipi di “comunità parrocchiali” nei luoghi di lavoro; le Confessioni protestanti minori si fondono fra loro o confluiscono in quelle maggiori; ciò non cambia le tendenze di lungo termine. Le Chiese devono dunque interrogarsi più profondamente sulle cause del loro declino.
    L’analisi sociologica sembra mostrare che la secolarizzazione colpisce di più: i Paesi protestanti e ortodossi, che non quelli cattolici; e i Paesi più “avanzati” in base al reddito, mentre incerto è il ruolo dell’istruzione. Ma le correlazioni statistiche non spiegano cosa c’è dietro.
    Nel corso degli anni c’è chi ha posto l’accento soprattutto sulla identità (cattolica), sbiadita e inquinata dal benessere e dal liberalismo. Semplificando: la tesi era che una linea di fermezza e rigore dottrinale avrebbe potuto restituire credibilità e appeal alla Chiesa cattolica.
    Successivamente l’accento si è spostato e oggi sembra prevalere la visione opposta: se non si ascoltano “i segni dei tempi”, non si è capiti dalle “nuove generazioni”. Così, oltre ad “attualizzare il messaggio”, le Chiese cercano di “modernizzare la comunicazione”. Come si può pensare di intercettare i giovani quando questi comunicano sulle piattaforme digitali, se il messaggio religioso viaggia in modo tradizionale? Ma gli strumenti digitali non possono creare un interesse se questo non c’è. Altre questioni sul tappeto sono il “maschilismo” di alcune Chiese, la morale sessuale, il celibato dei preti, il rapporto con il potere economico e politico. Ma nessuna sembra spiegare davvero la questione. E statisticamente non ottengono risultati soddisfacenti né le Chiese più “moderne”, né quelle più “conservatrici”.
    Nasce dunque spontanea la domanda: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione? Dai dati riportati sembrerebbe di no.
    L’invito di Gesù è sempre lo stesso: «Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23). A ben vedere però, i giovani europei sono solo sopraffatti da mille cose — una fra tutte è l’abuso di audiovisivi —, in famiglie dove figure genitoriali deboli stentano a trasmettere concretamente i valori che hanno conosciuto e sperimentato: tra questi, l’esperienza religiosa. Spesso sono abbandonati alla noia, alla pigrizia, alle scorciatoie e al vuoto. Ma gli operatori giovanili riportano che i giovani hanno fame di infinito, di bellezza, e di Dio; si interrogano su chi sono, da dove vengono, dove vanno, che senso hanno l’impegno, il dolore, l’amore, chi li ama, e chi no. Quando emergono queste domande latenti, diventano più interessati alle relazioni con gli adulti, con il diverso, con il Mistero. Difatti, grande successo hanno i raduni internazionali delle Giornate mondiali della gioventù; e nelle Chiese sono ancora vitali molti gruppi giovanili, laddove si intrecciano relazioni concrete.
    Quali dunque i possibili rimedi contro la secolarizzazione? La “fotografia” della prima Chiesa di Gerusalemme che emerge dalla lettura degli Atti degli Apostoli, può essere d’aiuto (2, 42-47). Schematizzando, la prima comunità cristiana perseverava in 4 cose: la trasmissione del messaggio di Cristo; l’unione fraterna, stare, mangiare insieme; condividere i beni materiali «secondo il bisogno di ciascuno»; l’Eucaristia, frequentare insieme il tempio.
    La pratica religiosa delle Chiese moderne è incentrata sulla liturgia domenicale, che privilegia fortemente il primo punto. Ma già quando si passa al secondo si nota una profonda divaricazione: nella pratica religiosa moderna manca la relazione umana. I membri della prima Chiesa cristiana socializzavano, erano amici, o stavano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori. Si può immaginare uno che dice all’altro: “mio figlio è malato, sono preoccupato”, il confronto fra persone diverse per età, classe sociale, cultura e provenienza, «come in una famiglia accogliente in cui ciascuno può essere sé stesso, con i suoi dubbi e le sue domande, senza timore di essere giudicato» (Frère Alois, Taizé). Infatti all’epoca le confessioni — o lo status di penitente — erano pubbliche.
    Riflettiamo un momento sul concetto di “amicizia a priori”. Per fare degli amici non basta assemblare gente come in un villaggio turistico: si diventa “amici” quando si condivide un’esperienza umana realmente — non solo potenzialmente — importante. Sia i cristiani del I secolo che quelli del XXI hanno in comune (“condividono” passivamente) la fede in Cristo. Ma i primi cristiani condividevano (attivamente) oltre alla dottrina anche l’esperienza quotidiana dell’incarnazione nella loro vita, della Salvezza che viene dallo Spirito. E questa era un’esperienza umana mai scontata: la città terrena «non è una società di genti installate in dimore definitive, ma di genti in cammino» (Maritain). La vita cristiana e la fede nel primo secolo, era anch’essa non lineare: fatta di dubbi, contraddizioni, timori, incertezze, fallimenti, oltreché di gioia e, speranza. La complessità di ogni cammino di fede individuale era condivisa, grazie a una disponibilità reciproca “a priori”. Perciò anche un forestiero appena arrivato poteva essere immediatamente inserito in questo processo di condivisione, da cui nascevano: il consiglio (la “correzione fraterna”), l’incoraggiamento, e la testimonianza reciproca sulla presenza dello Spirito Santo: nutrimenti essenziali di ogni cammino di fede.
    Nelle odierne messe domenicali invece partecipano per la maggior parte sconosciuti che resteranno sempre tali. All’uscita dalla messa salutiamo talvolta i nostri conoscenti ed amici che abitano nel quartiere, è vero; ma lo facciamo spesso con un filo di imbarazzo, quasi scusandoci di confessare la fede, e ci affrettiamo a parlare d’altro: «Come stanno i figli, come va il lavoro, quando partite per le vacanze...». Questo perché tali amicizie, nate fuori dalla chiesa, anche quando coinvolgono i credenti, non si basano sulla fede comune, ma su altre situazioni comuni a credenti e non credenti: l’amore per le passeggiate in montagna, un interesse professionale ecc. Le condivisioni fondative dell’amicizia si realizzano oggi per la maggior parte in occasioni sociali dove — per un giusto rispetto del pluralismo ideologico — non è politically correct parlare della presenza viva di Gesù nella propria vita.
    Anche la condivisione dei beni (terzo punto) oggigiorno appare improponibile, salvo che in forme tiepide e minimaliste. Innanzitutto per mancanza di informazioni: come determinare “il bisogno di ciascuno”, se non si conoscono gli altri? La risposta al “bisogno” sfugge alle regole semplici: come “l’uguaglianza” dei redditi, delle ricchezze, o dei consumi. Forse che un uomo privo di gambe non ha bisogno di supplementi di reddito — per pagarsi delle protesi o un taxi — per potersi recare al lavoro come tutti gli altri (A. Sen)? In secondo luogo, le relazioni umane e spirituali fra i primi cristiani rendevano più naturale la risposta al bisogno anche materiale dell’altro: la condivisione non era un obbligo ma un atto d’amore. E come dice san Paolo, puoi fare qualsiasi cosa, ma se non lo fai per amore non vale niente (e spesso fai bene a non farla). Al contrario, la carità oggi è diventata anch’essa una transazione anonima poco attraente.
    Quanto al quarto punto, del “pregare insieme”, si ha spesso la sensazione che i fedeli domenicali preghino da soli; che pur partecipando insieme alla Messa, pur recitando le stesse preghiere nello stesso momento, si sentano fondamentalmente soli. Anche l’Eucaristia, pur chiamandosi “comunione”, è purtroppo spesso vissuta come un accesso individuale alla grazia, con la presenza più o meno casuale di altri che, simultaneamente ma per conto proprio, ricevono il medesimo sacramento.
    I giovani, assetati di autentica comunione, sono sempre meno interessati a questo modo di stare insieme. E la secolarizzazione è la spia di una grave sofferenza anche dei fedeli che perseverano nella fede. Com’è possibile che la religione dell’Umanesimo integrale abbia disumanizzato le sue pratiche? Senza relazioni umane profonde, la comunità religiosa non è tale, e perde di senso. I cristiani hanno bisogno di condividere la fede e la preghiera: altrimenti la fede si inaridisce. Certo, la condivisione può avvenire e in parte avviene ancora in famiglia. Ma nell’Europa contemporanea anche le famiglie hanno smesso da tempo di essere un luogo privilegiato dove condividere la quotidianità della fede: le coppie sono spesso miste; e comunque una condivisione “a due” sarebbe limitata.
    Perché allora la religiosità organizzata intorno alla funzione domenicale è stata vitale fino a 50 anni fa? Forse, il mondo era fatto di tanti “piccoli villaggi”, nei quali le comunità locali già erano costituite prima di entrare in chiesa, dove “si sapeva tutto di tutti”. A Roma, per esempio, in quartieri come Trastevere e Garbatella, molte case avevano all’ingresso due scalini; e ancora negli anni Cinquanta, fra il tardo pomeriggio e l’inizio della sera, gli abitanti uscivano per sedersi a conversare; la strada era un luogo pubblico. L’assenza di opportunità favoriva la socializzazione. La funzione religiosa domenicale era perciò il culmine di una vita in comune; e l’assemblea dei fedeli a buon diritto poteva dirsi “comunità”.
    La rottura delle relazioni sociali locali determinata dall’interconnessione globale, dalla pervasività del mercato (e delle automobili), dall’elevata produttività del fattore umano, in Occidente può aver snaturato la liturgia domenicale, trasformandola suo malgrado in un rito anonimo di fedeli anonimi. In un mondo che cambia, la staticità della pratica religiosa ne determina la crisi.
    Stando così le cose, la migliore risposta alla secolarizzazione non è né inseguire né respingere la modernità, bensì di reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nelle Chiese. La vita non può essere tenuta al margine della Chiesa, solo commentata, giudicata, o perdonata dal clero. I cristiani hanno bisogno di esplorare, riflettere, e parlare fra loro del loro essere cristiani.

    (L'Osservatore Romano, 22 febbraio 2021)


    Le chiese vuote, l’umanesimo integrale e l’“opzione Francesco”


    Armando Matteo

    La situazione descritta da Pier Giorgio Gawronski, nel suo articolo «Le chiese vuote e l’Umanesimo integrale», del 22 febbraio scorso, non può non dare a pensare. Egli ha perfettamente ragione: da una parte, i credenti si trovano oggi in una condizione epocale davvero inedita, che trova nel segno delle “chiese sempre più vuote” una cifra particolarmente inquietante; dall’altra, una reale presa in carico di tale situazione imporrà loro un grande sforzo di pensiero, di cuore e di azione.
    Proprio per questo, non appare per nulla inverosimile ipotizzare che non pochi di loro possano essere tentati di mettere in atto diversificate strategie di difesa e di rimozione dinanzi a quanto evidenziato in quell’articolo. Ne vorremmo qui di seguito indicare tre.
    Una prima strategia di difesa a cui alcuni credenti potrebbero far ricorso, nel confronto certamente non semplice con il contesto secolarizzato attuale, è quella di una opzione identitaria. Si tratterebbe di spingere l’acceleratore sulle parole d’ordine di sempre, sulla formulazione meccanica di idee chiare e distinte, sulla ripetizione stantia di affermazioni la cui accettazione non richiederebbe alcuno sforzo di assimilazione e meno che mai di interpretazione da parte di colui che è chiamato ad assumerle e a trasformarle in principio di vita.
    D’altro canto, non c’è chi non veda il fascino di una tale impostazione, la quale, in un tempo di grandi evoluzioni, rivoluzioni e controrivoluzioni, offrirebbe un sicuro centro di gravità permanente a cui fare costante riferimento. Non solo, tale impostazione solleverebbe dalla fatica — e che fatica, a soppesare bene le cose segnalate da Gawronski! — di mettere mente e mano ad una qualche nuova forma di mentalità pastorale, dalla necessità di prendere sul serio e almeno con qualche spunto di empatia le nuove istanze, le nuove tendenze e la nuova strumentazione tecnologica che dominano la vita quotidiana. La strategia dell’opzione identitaria renderebbe, in una parola, immuni dallo sforzo di un gesto di creatività e di immaginazione che riuscirebbe finalmente a presentare la scelta di vita cristiana non come totalmente alternativa alla cittadinanza contemporanea del mondo, ma come un qualcosa che la integri, che ne corregga gli sbandamenti, che le offra strumenti per discernere le ambivalenze, mettendo a sua disposizione un orizzonte sempre più grande, che concorra alla piena fecondità dell’esperienza umana delle persone.
    Quando, tuttavia, si cede totalmente alla strategia identitaria, il pericolo più grave è quello denunciato da tempo da Papa Francesco: il pericolo dell’autoreferenzialità, il pericolo di parlarsi addosso, il pericolo di interrompere il fondamentale dinamismo missionario. Di fronte a credenti che insistono su tale opzione identitaria, è più che naturale immaginare la reazione del cittadino medio. La reazione cioè di chi pensa che ciò che i credenti dicono per lui non vale. Non lo tocca. È, appunto, qualcosa dei cattolici e per i cattolici. È oggetto di condivisione di coloro che appunto già da sempre condividono ciò che sentono il dovere di ripetete. Insomma, l’espressione pubblica della parola cristiana perderebbe semplicemente la sua forza di provocazione per tutti. E questa non è cosa da poco.
    La seconda possibile strategia difensiva di altri credenti, di fronte all’imporsi della mentalità secolarizzante, potrebbe essere quella del risentimento permanente. La nuova, per tantissimi versi inedita, collocazione marginale della comunità cristiana non è facile da mandare giù come se fosse un semplice boccone amaro.
    Cosa del resto più che comprensibile. Non è infatti assolutamente vero che l’attuale diffusa e generale estraneità, in particolare presso le nuove generazioni, di tutto un mondo di riti, di miti, di comportamenti cattolici lascia quasi senza parole? Come è stato, infatti, possibile che così rapidamente si disperdesse dalla memoria collettiva il grande fascino delle celebrazioni solenni, grazie alle quali il mistero inquieto dell’esistenza umana veniva riletto e trasfigurato alla luce del mistero divino d’amore incarnato nella vita, morte, passione e risurrezione di Cristo? Come è stato possibile che così facilmente e così velocemente si sia potuto obliare il significato di quelle antiche parole che per secoli hanno indicato all’anima umana le coordinate per contenere le altezze e le bassezze di ogni piccola e grande esistenza: parole come sacrificio, dono, riparazione, peccato, espiazione, redenzione attraverso la croce, remissione della colpa, attesa escatologica, parusia, giudizio finale, paradiso, inferno, purgatorio, e infine salvezza?
    Si pensi ancora più semplicemente a cosa oggi possa pensare un giovane dei voti specifici della vita religiosa; a che cosa cioè possano provocare in lui parole come “castità”, “povertà” e infine “obbedienza”. Sono ormai alle spalle i tempi in cui era un onore avere un figlio prete o una figlia suora. Né andrebbe sottaciuto il peso che le tristissime vicende della pedofilia del clero continua ad avere.
    Più di frequente, infine, le stesse persone che partecipano alla Messa non sanno quasi più neppure quando sedersi o quando stare in piedi, per non parlare affatto delle risposte previste dai riti. Non c’è quasi più parroco che al momento della ricezione della comunione, al posto del previsto “amen”, non si senta rispondere un convinto e partecipato “grazie”!
    Ai cristiani, insomma, non spetta più dirigere la storia della salvezza dell’intero mondo, stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi e, soprattutto, a quali condizioni questi ultimi avrebbero ancora una qualche possibilità di redimersi dalle loro colpe. La regia è in mano ad altri, i quali, di ciò che la Chiesa pensa, afferma e vive, non si preoccupano più di tanto. Che un certo risentimento prenda perciò piede tra i credenti è quasi del tutto comprensibile.
    Quando, tuttavia, diventa predominante, la strategia del risentimento produce effetti devastanti. Si parte da un discorso sempre negativo, sprezzante sulle cose oggi in moda (pur non evitate dagli stessi credenti nella concretezza della pratica) e si persiste nel voler ad ogni costo appesantire la vita di tutti con una precettistica morale rigida, nel voler fare ancora assegnamento ai sensi di colpa, nel voler mettere infine tutti in una costante posizione di debito nei confronti dell’amore di Dio, della sollecitudine della Chiesa, delle scelte di vita dei consacrati, della disponibilità dello stesso povero parroco!
    Il veleno del risentimento è difficile da tenere a bada, perché ha effetti nocivi innanzitutto su chi lo sparge. È lui la prima vittima. È la sua stessa esistenza a perdere calore, colore, charme. Non emana più quella forza di attrazione che da sempre è la vera porta d’ingresso nel campo del religioso. E non c’è bisogno di scomodare un Nietzsche per ricordarci che una religione senza gioia induce a pensare che la vera gioia sia proprio senza la religione!
    La terza ed ultima strategia difensiva possibile ad altri credenti oggi, di fronte all’avanzare della secolarizzazione, è quella che potremmo definire del “tradizionalismo”. Essa si concentrerebbe nella denuncia di ogni tentativo di cambiamento in termini di tradimento. Si penserebbe, infatti, che solo chi non cambia non tradisce e dunque salva sé stesso e può essere garante di una qualche salvezza. Qui la ricerca di punti fermi, dentro il mare democratico e pienamente orizzontale dell’epoca contemporanea, rischia di confondere la certezza con la salvezza e dunque la salvezza con la certezza.
    Anche in questo caso va pure riconosciuto che, con la tentazione/strategia del tradizionalismo, non si tratta di qualcosa che non abbia una qualche ragione d’essere. Il cristianesimo ha perso oggi infatti tante certezze ed immense sicurezze, in molti casi anche di pura natura materiale. Si pensi solo alla scarsità di vocazioni, alla poca gente a messa, alla fatica generale nella catechesi d’iniziazione dei ragazzi. Ma forse la perdita più grande è il venire meno, da parte degli stessi credenti, della sicurezza diciamo così “culturale” di aver fatto la scommessa giusta, di aver cioè fatto la scelta di vita migliore, in ordine al compimento della propria esistenza. Ciascuno oggi deve rispondere da sé alla scelta di restare cristiano e di continuare a frequentare la vita della comunità ecclesiale. E questo vale quasi in misura doppia per ogni consacrato.
    Non esiste, dunque, più alcun supporto o appoggio “esterno” a questa prassi, così come non si sperimenterebbe più alcuna forma di emarginazione sociale o alcun senso di colpa nei confronti della collettività qualora si optasse per la strada della non appartenenza. Nessuno viene più segnato a dito per il fatto di non frequentare i riti e le liturgie ovvero per non accompagnare le tappe della propria crescita o quella dei propri figli con i sacramenti della fede. “Non credere” non rappresenta più una sorta di peccato sociale. Lo stesso credente comune approva come del tutto legittimo il comportamento opposto al suo, ma tale implicita ammissione gli costa il dovere di trovare ragioni da offrire innanzitutto a sé stesso in merito alla propria scelta del Vangelo.
    Ed è così che tutto l’immutabile mondo del sacro e dell’eterna salvezza è diventato, all’improvviso, come ci ha insegnato da tempo Charles Taylor, semplicemente opzionale, oggetto di libera scelta e sempre più spesso oggetto di scelte minoritarie e, secondo non poche persone, oggetto di scelta proprio di soggetti ritenuti intellettualmente minorati! Ingaggiare un confronto audace con tutto ciò, alla ricerca di ciò che è vivo e di ciò che oggi è morto nella tradizione vigente del cristianesimo, appare più che logicamente faticoso, complicato e certamente pericoloso. Non appare perciò più semplice il restare fermi, nell’attesa che le cose ritornino come prima? Non è forse più promettente, almeno meno gravido di possibili azzardi, il fare come si è sempre fatto?
    Ma qui, infine, ci raggiunge l’autorevole ed appassionata parola di Papa Francesco, che ci incoraggia da otto anni a non avere paura di confrontarci con le sfide dell’epoca attuale. Da tempo, ci ricorda che non possiamo restare in attesa che le cose tornino come prima. La cristianità è veramente finita! Da tempo, ci invita a quella creatività e immaginazione del possibile che tocca pure l’universo della prassi pastorale del cristianesimo. Dio si fida realmente dei credenti e della loro opera e ad essi non farà mancare la grazia per il discernimento necessario. Da tempo, ci rammenta insomma che ad un cambiamento d’epoca (che è il portato più vero della secolarizzazione in atto) l’unica risposta all’altezza è quella di un cambiamento della mentalità pastorale, cioè di tutte quelle dinamiche e forme grazie alle quali la comunità dei credenti offre agli uomini e alle donne della generazione cui essi appartengono il “pasto” buono del Vangelo. È urgente perciò passare da un cristianesimo che risponde ad una domanda di consolazione che nessuno gli pone più ad un cristianesimo che permetta a chiunque di incrociarsi con Gesù, innamorarsi di lui ed essere così all’altezza della parte migliore di sé. È l’innamorarsi di Gesù la porta d’accesso e il punto di innesco di quell’umanesimo integrale, di cui oggi il mondo ha tanto bisogno. E di cui il cristianesimo è sempre in debito nei confronti del mondo, in obbedienza al mandato del suo Maestro. Oggi in un modo semplicemente differente da quello di ieri.
    Questa è, in estrema sintesi, l’“opzione Francesco”. E noi, da che parte vogliamo stare?

    (L'Osservatore Romano, 29 maggio 2021)



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