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    Perdonare le offese: uno sguardo psicologico

    Eugenio Borgna *


    Cosa può dire uno psichiatra di una esperienza non solo umana, ma religiosa, così nobile e così fragile, così luminosa e così arcana, così difficile e così complessa, come è quella del perdono? Non può innanzitutto non riconoscere in essa, con stupore nel cuore, una delle più alte e indicibili testimonianze di umanità che consente a ciascuno di noi di realizzare fino in fondo gli ideali di una vita che dona qualcosa di sé agli altri, e che ci consente di andare al di là delle barriere interiori create dalla solitudine, dall’egocentrismo, dagli impulsi a ritorcere contro gli altri le sofferenze, che loro ci hanno procurato. Ma uno psichiatra non può nemmeno non considerare la fatica, le impervie montagne del risentimento, e della vendetta, che è necessario superare, se vogliamo iniziare il nostro doloroso personale cammino verso la conversione del cuore, e arrivare a conoscere e sperimentare le vie, ricolme di enormi ostacoli pulsionali, che ci portano alla luce del perdono e della redenzione dalle ingiustizie sanguinanti, che la vita ci ha fatto incontrare, e che continuano a serpeggiare in ciascuno di noi: se non sono trascese nel perdono.
    Questo mio discorso intende non occuparsi delle dimensioni etiche e filosofi che del perdono e del perdonare, e in ordine alle quali vorrei rinviare alle pagine straordinarie che sono state scritte da Romano Guardini in un suo splendido libro (Etica), edito dalla Morcelliana di Brescia, ma occuparsi invece dei meccanismi psicologici, degli svolgimenti tematici, delle motivazioni interiori, che entrano in gioco nel momento in cui siamo chiamati a perdonare, e magari vorremmo farlo, ma non ne siamo capaci. Se non scendiamo sulla scia della introspezione nelle regioni della nostra interiorità, e sulla scia della immedesimazione in quelle delle altrui interiorità, non saremo mai in grado di capire come si possa giungere a perdonare, e cioè a compiere un gesto di questa indicibile dimensione umana e cristiana, che è segno di una straordinaria capacità di trasporre le pulsioni egocentriche, anche legittime, che sono in noi, in orizzonti di una alta idealità etica. Insomma, la mia riflessione non vuole se non cercare di intravedere cosa si possa agitare nell’anima, nella interiorità, di chi è chiamato al perdono, e come sia possibile fare riemergere in noi e negli altri le fragili antenne di una speranza che apra il nostro cuore al perdono.

    La fenomenologia del perdono
    Se ci si vuole avvicinare a cogliere la ragione d’essere complessa di una esperienza umana e cristiana, come è questa del perdono, è necessario che la sua fenomenologia sia scomposta e ricomposta nei suoi modi di essere: nelle sue dimensioni costitutive. Così, perdonare una persona, che ci ha fatto del male, è cosa più facile quando ci sia stata una qualche nostra corresponsabilità, e ancora offrire spontaneamente il nostro perdono è cosa diversa da quella di essere invitati, o sollecitati, a farlo: distinzioni apparentemente inutili, e insignificanti, che, se considerate e giudicate dal punto di vista della libertà, hanno una ben diversa significazione etica. Non c’è realtà psicologica e umana più ancorata alla vita interiore di quella del perdonare, dell’offrire il nostro perdono a chi ci ha fatto del male, lasciando in noi ferite sanguinanti, e talora inemendabili. Sì, la dimensione interiore della vita non può non essere tenuta sempre presente nell’analisi di un fenomeno, che ci impegna in ogni nostra fibra, come è quello del perdono, nel quale siano in gioco valori etici di immensa significazione umana e cristiana, nella nostra vita frequentemente ignorati, o dimenticati: nonostante la loro grande importanza.
    Come non pensare che non sia difficile, dopo qualche tempo, perdonare offese lievi che non feriscano la nostra dignità? Ma non è sempre così: le offese, anche quelle trainate dalle parole, e quelle che non dovrebbero destare serie risonanze emozionali, possono invece incistarsi, e continuare a persistere nel tempo: al di là di ogni possibile oblio. Sono offese che dovremmo sapere rimuovere dalla memoria, rendendola aperta alle esperienze di un passato che si liberi dalle ossessioni del male ricevuto, e si trascenda negli orizzonti sconfinati di un futuro che è speranza. Sono offese invece che ci logorano, che ostinate e crudeli oscurano, e avvelenano, le relazioni interpersonali, le corrodono, e le arrugginiscono; imprigionandoci in una disperata solitudine: divorata dal solo pensiero della ritorsione. Sì, sono offese che non consentono più di avere le abituali quotidiane relazioni, e nemmeno di corrispondere ai compiti della vita. Ma, perché le cose abbiano a cambiare, e perché la vita abbia a riprendere i modelli normali di vita, è necessario sapersi liberare dai condizionamenti ghiacciati e implacabili dei risentimenti e delle ritorsioni che accrescono senza fi ne il dolore che si è provato: venendo oltraggiati.
    Come convertire i cuori di chi mantiene l’odio e il risentimento nel suo cuore dinanzi ad avvenimenti così banali e insignificanti, così inutili e inconsistenti? Come dare anima alla quinta opera di misericordia spirituale che è appunto questa: perdonare le offese? La vita è ancora oggi, non di rado, contrassegnata dal deserto dell’amore e della generosità, e non è facile così arginare le influenze che le ingiustizie subite, al di là della loro consistenza, svolgono sui nostri stati d’animo e sulle nostre inclinazioni emozionali. Ci si rinchiude in un vorticoso groviglio di pensieri e di sentimenti contorti che sono sorgenti di ansie e di ossessioni, e che alimentano malessere e sofferenza. Come cambierebbe il mondo, il mondo in cui siamo immersi ogni giorno, se sapessimo perdonare queste offese che sono, fra l’altro, le più frequenti, e che dovremmo sentire l’impegno umano e cristiano di perdonare. Ma la pratica clinica ci insegna che sono proprio le offese banali e occasionali, che più si radicano nell’animo, e che sembrano placarsi solo quando (ma non è sempre così) le pulsioni alla rivendicazione, al risentimento e alla vendetta (quale atroce parola è questa) siano state arginate da sentenze giudiziarie, o da ritorsioni che nulla hanno più di umano.
    Le cose cambiano quando le offese non sono solo episodiche, o leggere nei loro contenuti, ma gravi nelle loro conseguenze: sofferenze dell’anima e sofferenze del corpo che non hanno fine. Queste ferite, queste violenze, non è facile dimenticarle, e non è facile perdonarle; e in ogni caso un conto è parlarne quando non abbiamo subito oltraggi e offese gravi, e non le hanno subite persone a noi care, e un conto è parlarne quando noi ne abbiamo dolorosamente sofferto. Un volto sfigurato, e lacerato, un corpo martoriato che non ha più autonomia, una vita innocente stroncata da inumana violenza, l’immagine straziante del padre che tiene in braccio il figlioletto che muore: sono immagini che accadono quotidianamente ma, quando fossimo noi a essere così martoriati, saremmo capaci di perdonare, o anche solo di chiedere a chi ne sia stato sfigurato il perdono; senza lasciarci incrinare non dall’odio, che è una esperienza inumana, e vorrei che non la si provasse mai, ma dalla incapacità di perdonare, o di trovare in sé parole che ci aiutino a ricreare una speranza irraggiungibile di conversione del cuore che ci porti a vivere la grazia di un perdono umanamente impossibile?
    Le parole, le mie parole, non possono non sentirsi fragili, fragilissime, nel momento in cui hanno a che fare con queste esperienze di inimmaginabile dolore conseguenti a violenze altrui. Il solo parlare di perdono e di perdonare in questi casi di estrema violenza non può essere fatto se non con grande timore, e con immensa delicatezza. Ma ci sono stati uomini, e ci sono state donne, che hanno saputo testimoniare indicibili capacità di perdono, e vorrei ricordare Massimiliano Kolbe, che ha scelto di morire per salvare la vita di un padre di famiglia, e (non potrei, certo, dimenticarla) Etty Hillesum, che nel suo diario dal campo di concentramento di Westerbork, dove attendeva di essere avviata con i suoi genitori e con un suo fratello ad Auschwitz, non ha mai una sola parola di odio e di risentimento nei confronti dei tedeschi. Ma non potrei nemmeno dimenticare santa Teresa di Calcutta che ha dedicato la sua vita a una ininterrotta testimonianza di amore e di perdono. In un contesto radicalmente diverso, ma, con una analoga indicibile generosità d’animo, e con una straordinaria concezione etica della politica, il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela hanno fatto confluire le inenarrabili sofferenze subite nel fiume luminoso del perdono: oggi inimmaginabile in un campo come quello della vita politica.

    Il perdono come cura?
    L’esperienza umanissima del perdono è allora in conflitto senza fine con esperienze emozionali a essa antitetiche, come sono quelle del risentimento, della ritorsione, della vendetta, del rancore, e al perdono, come ho cercato di dire, non si giunge se non attraverso un lungo straziato cammino di riflessione interiore, e di liberazione dal giogo dell’odio e dei risentimenti. Certo, il perdono, lo dimostrano studi psicologici molto seri, consente di mantenere meglio il nostro equilibrio psichico, e la nostra salute psichica, mentre il mancato perdono non ci consente in alcun modo di uscire dalla cascata fatale dei risentimenti, e ci impedisce di sottrarci alla pesantezza pietrificata del passato, e di vivere il tempo come apertura alla speranza. Ma le parole della psicologia e della psichiatria non bastano a convertire al perdono persone che siano state ferite nell’anima da feroci ingiustizie, da grandi sofferenze, dalla perdita di persone amate, o dalla devastazione del proprio volto. Guarire perdonando: ma chi lo direbbe a persone lacerate dall’angoscia e dal dolore? Sono invece necessarie le parole che nascono dalla grazia della fede e della speranza, e che ci immergono nel mistero insondabile dell’amore che è l’anima del perdono.
    Sulla scia di queste ultime parole mi è possibile giungere ad altri orizzonti spirituali. Consolare, essere dotati della virtù della misericordia, è (anche) perdonare: un gesto interiore di indicibile coraggio e di immensa generosità che cambia il mondo di chi è perdonato, e anche di chi perdona. Il perdono, vorrei ripeterlo, non può nascere se non dal cuore che è capace di provare pietà e compassione, e di sacrificare il proprio io, la propria individualità, il proprio egoismo, e in particolare le proprie pulsioni. Nel perdono insomma ci allontaniamo dal male, dal male delle ritorsioni, delle vendette, e dal passato; e a chi è perdonato, ma anche a chi perdona, si aprono un altro futuro e un’altra speranza. Solo nel perdono rinascono possibilità di redenzione che sigillano la vittoria del bene: di un bene che sorpassa ogni dimensione naturalistica della vita, e diviene trascendenza. Ci sono state, e ci sono, mirabili testimonianze umane che hanno saputo sciogliersi dalle catene del risentimento e della vendetta dinanzi a oltraggi crudeli; e nondimeno noi tutti siamo chiamati a perdonare, al di là delle nostre fragilità e delle nostre debolezze, delle nostre paure, se la preghiera, e il mistero dell’agonia del Signore, vivono nel nostro cuore.

    Il perdono è dovere morale
    Vorrei ora avviarmi alla conclusione del mio cammino alla ricerca di parole che aprano il cuore al perdono, ricordando alcune considerazioni sul perdono di Romano Guardini, grande filosofo e grande teologo tedesco, anche se nato a Verona. Egli dice che perdonare può essere difficile, e anche molto difficile, ma è un dovere morale che non si comprende se non alla luce della fede in Dio; e dicendo ancora che la persona oltraggiata dalla ingiustizia deve fare in modo che essa non esista più: cosa, certo, difficilissima da fare propria se non alla luce della fede e della speranza. Il perdono non può se non tendere alla conversione del cuore, alla creazione di una nuova ideale relazione, che unisca il tu e l’io in un noi; dando inizio a una vita nuova che riscatta le ingiustizie subite, e ne lascia il giudizio ultimo a Dio. Ma, se non di giungere a queste vertiginose altezze spirituali, a ciascuno di noi (direi) è dato di fare lievitare dalla nostra interiorità gli slanci del cuore che ci consentano, questo è un impegno etico al quale non si dovrebbe venire mai meno, di perdonare le offese: se queste sono lievi, il perdono non può non essere possibile a ciascuno di noi, ma se sono gravi, certo, non resta se non pregare, e confidare nell’aiuto del Signore.

    * Eugenio Borgna (1930-2024) è stato primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università degli Studi di Milano.

    FONTE: https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-perdonare-le-offese-uno-sguardo-psicologico-6675.html



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