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    Le prove dell'esistenza

    di Dio nella filosofia

    Enrico Berti


     

    «Molti credono che le cosiddette prove dell’esistenza di Dio – che sono tali, ovviamente, solo per quanti le hanno formulate o le accettano come valide – abbiano come scopo quello di suscitare la fede in una religione, in particolare in quella cristiana. Questa opinione è presente sia in filosofi non credenti, i quali attribuiscono alle prove un intento apologetico e quindi escludono a priori che esse possano essere valide, sia in filosofi credenti, o anche in credenti non filosofi, i quali – riferendosi in genere a esperienze personali – pensano che le cosiddette prove non servano a suscitare la fede, la quale ha ben altre origini e motivazioni.
    Ebbene, a parte il fatto che in qualche caso particolare – parlo di biografie personali – le prove possono avere anche contribuito a suscitare la fede, da un punto di vista rigorosamente filosofico si deve riconoscere che esse non hanno assolutamente questo scopo. Esse sono, come la storia della filosofia, se ben conosciuta, chiaramente dimostra, delle argomentazioni filosofiche interessanti, che meritano di essere comprese nella loro genuina formulazione e discusse senza pregiudizi o intenzioni particolari, perché fanno parte dell’autentica filosofia.
    Quello che mi sento di riconoscere è che, se le prove dell’esistenza di Dio hanno un qualche rapporto con la fede religiosa, tale rapporto non consiste nel suscitare la fede, ma nell’aprire uno spazio che la rende possibile (possibile, non obbligata, né necessaria). Ciò non significa, ovviamente, che chi non conosce tali prove, o non le accetta, non possa avere un’autentica fede religiosa. Significa invece che chi possiede una fede religiosa, specialmente la fede richiesta da una delle grandi religioni monoteistiche (giudaismo, cristianesimo e islamismo), riconosce almeno implicitamente che l’esistenza di Dio, cioè di un Assoluto trascendente, non è impossibile, ma è presupposta dalla stessa fede, e che dunque non si può accettare una filosofia di tipo immanentistico, la quale escluda tale esistenza.
    La fede religiosa, a mio modesto parere (non sono teologo), è una scelta. È cioè la decisione di fidarsi di alcuni testimoni, che possono essere i profeti nel caso del giudaismo, gli apostoli e gli evangelisti (cioè le prime comunità cristiane) nel caso del cristianesimo, Muhammad o gli autori del Corano nel caso dell’islamismo. Avere fede significa, a mio avviso, fidarsi, e il fidarsi deve essere una decisione libera. Se si professa una filosofia la quale esclude a priori la credibilità di quanto affermano i testimoni, perché considera irrazionale, cioè assurdo, ciò che essi affermano, non è possibile fidarsi di loro, cioè avere fede. Ciò significa che non si è liberi di decidere se fidarsi o non fidarsi, non si ha la libertà di credere. Per avere la libertà di credere, è necessario escludere quel tipo di filosofia ed abbracciarne una di segno opposto, cioè che ammetta la possibilità della trascendenza, avendo naturalmente le ragioni filosofiche che consentono di farlo. Le cosiddette prove dell’esistenza di Dio, dunque, servono – se sono accettate – a dare tale libertà. Dopo di che ciascuno deciderà, liberamente appunto, se credere o non credere, a seconda dei motivi di credibilità che, a suo giudizio, i testimoni gli presentano.
    Naturalmente questo discorso vale per chi è filosofo, cioè per chi è interessato a sapere come stanno, in ultima analisi, le cose che più interessano la nostra vita, le cosiddette “cause prime”, che si possono anche chiamare i “perché ultimi”. Di fatto, vorrei dire anche fortunatamente, non tutti sono filosofi, anzi in proporzione alla quantità degli esseri umani lo sono pochissimi (ma si può anche pensare che siano troppi). Dunque il discorso sulle prove dell’esistenza di Dio interessa solo i filosofi, e tutti gli altri esseri umani possono vivere benissimo anche disinteressandosene. Se però si è almeno un po’ filosofi, non si può – a mio avviso – non interessarsene almeno un poco.
    Con ciò non intendo sottrarmi ipocritamente alla domanda, del tutto naturale in un lettore di questo scritto, se io personalmente ritengo valide le cosiddette prove dell’esistenza di Dio. Ad essa rispondo che considero le prove storicamente formulate come altrettante formulazioni imperfette di un’unica grande argomentazione, nella quale a mio avviso si può riassumere l’intera filosofia, o almeno quella che Aristotele chiamava «filosofia prima», cioè la metafisica. Tali formulazioni sono imperfette per ragioni storiche, cioè perché espresse in una determinata epoca, in un determinato luogo, con un determinato linguaggio, entro una determinata cultura, con rapporto a un determinato tipo di scienza, tutti fattori storicamente condizionanti. Poi possono essere imperfette per ragioni personali, cioè per difetti dell’autore, per errori di logica, per ignoranza di nozioni scientifiche, o per qualsiasi altro motivo.
    Ma l’argomentazione di cui le prove dell’esistenza di Dio sono formulazioni imperfette, è quella che riconosce la totale problematicità del mondo dell’esperienza, cioè la sua insufficienza a spiegarsi interamente da sé; quella che riconosce, in altre parole, che noi non viviamo in un universo chiuso in sé stesso, per quanto infinito esso possa essere, cioè in un mondo privo di qualsiasi apertura verso l’esterno, di qualsiasi spiraglio, di qualsiasi rapporto con qualcosa di diverso, di altro, di trascendente appunto, necessario e sufficiente a spiegare l’esistenza, la persistenza e il funzionamento di questo mondo. Tale problematicità […] è improblematizzabile, cioè innegabile, perché il problematizzarla, cioè il metterla in questione, non sarebbe altro che un riprodurla, come il dubbio cartesiano è indubitabile, perché il dubitarne sarebbe, appunto, un ripeterlo.
    In tale problematicità consiste la filosofia, quindi essa non è solo la caratteristica dell’universo che ci circonda, cioè del mondo della nostra esperienza, ma è anche l’atteggiamento che noi assumiamo, o la condizione in cui noi ci collochiamo, se vogliamo essere filosofi, cioè è il domandare, «un domandare tutto che è tutto domandare». Certo, non è obbligatorio essere filosofi, si può farne benissimo a meno, la maggior parte degli uomini ne ha sempre fatto e sempre ne farà a meno. Ma chi è affetto da questo tarlo, o da questa malattia, che è la filosofia, non può fare a meno di problematizzare, cioè di domandare, e se domanda veramente, sinceramente, non per posa o per esibizionismo, non per il gusto di far vedere che è scettico o critico, ma perché desidera veramente una risposta, non può non porsi in qualche rapporto anche con le presunte prove dell’esistenza di Dio.»

    (FONTE: wwwletture.org)



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