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    Simone Weil e il fuoco di Dio

    Paola Ricci Sindoni


     

    Non c'è forse modo migliore per fare memoria del centenario della nascita di Simone Weil se non ripensando a quella sua attitudine interiore potente, feconda, quasi ossessi va, rappresentata dall'attesa di Dio. Anche uno dei suoi concetti più cari, quello dell'attenzione, trova spazio in questa tormentata, ansiosa ricerca del Vero, che è stata per lei sempre attenzione, appunto, come la vigilanza del servo che impaziente attende il ritorno del padrone. La figura incompiuta del suo pensiero, attraversato inizialmente dall'amore per la filosofia e l'insegnamento, poi dalla scoperta della schiavitù del lavoro e della sua carica rivoluzionaria impressa dall'ideologia marxista, ed . infine dalla sua tensione ascetica verso un contatto puro con l'Assoluto, sono - tutte queste - altrettante figure dell'attesa, dell'indugiare paziente e passivo di quell'Altro infinitamente fuori della sua portata, eppure così prossimo al suo patire, al suo disperato bisogno di condivisione del male nel mondo.
    Nata in una famiglia dell'alta borghesia parigina di origine ebraica, il 3 febbraio 1909, Simone ebbe una educazione agnostica e refrattaria a qualsiasi inclinazione religiosa. Dopo ottimi studi di filosofia - a soli 22 anni si abilitò all'insegnamento -. dimostrò sin dall'inizio quella disposizione interiore a condividere con spietata coerenza le contraddizioni del pensiero e della vita con grande lucidità intellettuale, con lo sguardo che diceva ogni volta passione etica violenta, macerazione interiore portata allo spasimo, compassione concreta con il più povero di cui portava quasi l'effigie, con la stravaganza trascurata del suo aspetto, con la povertà trasparente con cui si avvicinava al povero, anzi -: come amava dire - allo schiavo.
    Ben presto il lavoro intellettuale finì con il rivelarsi incompiuto e impotente ad afferrare qualsiasi stralcio di vita sofferta, che altrimenti individuò nella scoperta delle disastrose condizioni esistenziali degli operai, dei disoccupati, con i quali divideva lo stipendio, giocava a carte nelle osterie, parlava del loro futuro nelle organizzazioni sindacali, difendeva la loro causa nelle riviste di sinistra, studiando i grandi temi della politica, soprattutto con Platone, Machiavelli e Marx per individuare le ragioni delle tendenze di forza e di oppressione nei sistemi capitalistici.
    Il tentativo più coerente e traumatico del voler vivere sino in fondo la condizione operaia venne effettuato da Simone dal dicembr3 1934 all'agosto del 1935; quando chiese al Ministero un congedo dall'insegnamento, così da maturare una esperienza difetta del lavoro di fabbrica. Condividerà la dura fatica delle presse in una fabbrica automobilistica della Renault, uscendo da questo periodo con l'animo tormentato depresso. «Nella vita operaia - così scriveva nel 1941- il pensiero si rattrappisce, il corpo è talvolta sfinito, la sera, quando esce dalla fabbrica [...]; le cose in fabbrica fanno la parte degli uomini, e gli uomini quella delle cose; questa è la radice del male».
    Incarnando l'infelicità umana, il lavoro diventa non solo marxianamente il luogo dell'oppressione capitalista; ma lo spazio in cui Dio è assente: «durante questa assenza non c'è più niente da amare. Bisogna che l'anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, sia pure con una parte infinitesimale di se stessa». Dal conflitto con questa terribile realtà sociale sorse in lei l'insopprimibile aspirazione al bene, il bisogno intimo di amore che sarebbe impossibile sradicare dal cuore dell'uomo, anche dal più depravato. Il vero problema per Simone era come far camminare insieme realismo sociale e amore per il bene, necessità e . verità: «Provo una sofferenza che aumenta senza fine, nell'intelligenza e al fondo del cuore, per l'incapacità in cui sono,di pensare insieme, nella verità, la sventura umana, la perfezione di Dio e il legame tra le due cose».
    Sono gli anni che regalano certo poca speranza: la Germania hitleriana, la Russia stalinista, l'America ossessionata dallo sfrenato capitalismo; Simone volse in quel periodo lo sguardo verso la Spagna franchista e la sua guerra civile. Il suo bisogno di giustizia non si ferma soltanto alla partecipazione morale alla lotta dei repubblicani, ma dopo un periodo di travagliata crisi di coscienza volle imbracciare il fucile per combattere contro i franchisti. Un provvidenziale incidente la costrinse invece ad abbandonare la Brigata internazionale e a ritornare in Francia. Sconfortata da questa sua impotenza del fare, effettuò alcuni viaggi, in Portogallo, in Italia, in Belgio dove finalmente alcune "illuminazioni" di carattere mistico sembrarono condurla a colmare la sua insaziabile sete di verità e di giustizia. Assistendo un giorno alla liturgia della Passione, Simone incontra «la possibilità di amare l'amore divino attraverso la sofferenza. Durante queste funzioni era naturale entrasse in me, una volta per tutte, il pensiero della passione di Cristo». Fu mentre recitava una preghiera, una poesia di un poeta inglese del '600, «che Cristo è disceso e mi ha presa. Nei miei ragionamenti sulla insolubilità del problema di Dio, non avevo mai previsto questa possibilità di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù fra un essere umano e Dio».
    Raccogliere nel Signore crocefisso il "buco nero" della sventura umana non è certo per lei un modo consolatorio e rassegnato di accettare il male nel mondo, ma - al contrario - vedere nel Cristo morto povero il riflesso degli affamati di tutti i tempi, il segno più esplicito che la realtà, nelle sue laceranti contraddizioni, rimane insolubile senza la mediazione del Crocefisso. «Il fatto di sapere che Dio è presente, non consola, non toglie nulla alla spaventevole amarezza della sventura, non guarisce la mutilazione dell’anima. Ma sappiamo con certezza che l’amore di Dio per noi è la sostanza stessa di questa amarezza e di questa mutilazione.
    Per questo la figura del "buon ladrone" è per Simone il modo a lei più consono per appartenere a Cristo mediante questa inedita via, che non fa capo a nessuna Chiesa, ma è posto dalla sorte fuori dall’istituzione, ma vicino al Crocefisso, con cui con-patire e condividere la sua paura, il suo abbandono, la sua sofferenza. La tensione ascetica di Simone Weil sta tutta in questa nuova possibilità di appartenere al mondo dei disperati , ponendosi nell’atteggiamento della con-crocifissione.
    «Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra un privilegio molto più invidiabile di essergli stato alla destra nella sua gloria». Mettersi dalla parte del Dio crocifisso è per Simone disporsi alla contemplazione di un amore che tutto ha donato e che tutto continua ad offrire nell’umiltà e nella povertà suprema. L’attiva e battagliera operaia fra gli operai, povera tra i poveri, con-fusa nell’universalità del dolore umano, trova nell’imponente e tenace presenza di Cristo nella storia la modalità del suo offrirsi in riscatto di molti. «Sono rimasta - scriveva in una delle memorabili pagine dei Quaderni - in quella precisa posizione, sulla soglia della Chiesa, senza spostarmi, immobile [ ... ], ma ora il mio cuore è stato trasportato, per sempre spero, nel santissimo Sacramento esposto all’altare».
    L’invasione nazista della Francia la costringerà ad emigrare negli Stati Uniti, ma - ancora - il suo desiderio di condividere la sorte dei diseredati la riporterà a Londra, dove chiese di combattere a fianco del governo francese in esilio per la causa della libertà contro l’oppressione hitleriana. Sono questi gli anni in cui febbrilmente scriverà le pagine più intense della sua drammatica esperienza umana, studierà le religioni orientali e scriverà intense pagine su progetti politici ed economici da attuare a fine guerra. Ricercherà spazi di luce interiore attraverso l'amicizia di Thibon e di padre Perrin, che accompagnarono questa anima tormentata sino alla fine, avvenuta nel 1943 a soli 34 anni, e giunta quando Simone sembrava come aver bruciato in un fuoco divorante tutta la sua ansia di assoluto, oltre gli accomodamenti del sacro, oltre le consolazioni del profano, verso il luogo del Santo, là dove si raccolgono con pazienza e con stupore i gesti del patire umano, divenuti per sempre Suo sacramento e Suo vincolo.

    (Avvenire 1 febbraio 2009)



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