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    Il fragile che salva
    Un commento al Samaritano di Van Gogh


    samaritano van goghImpossibile stabilire, in questo dipinto di Van Gogh, chi stia tenendo in piedi chi. Il samaritano issa il ferito, sì. Ma il ferito, con le braccia avvinghiate al collo del samaritano, lo stringe come se fosse lui l'unico appiglio in un mondo che frana. Le loro due schiene formano un arco teso, una curva che non sa da che parte pendere. Il cavallo, sotto di loro, ha le zampe piantate a terra come se volesse resistere a entrambi.
    Questa ambiguità non è un difetto di esecuzione. È il cuore della parabola.
    Per diciassette secoli, da Clemente di Alessandria ad Agostino, da Beda a Lutero, i cristiani hanno letto questa storia non come un manuale di buone maniere, ma come il Vangelo in miniatura. L'uomo ferito siamo noi. Il samaritano è Cristo. Il sacerdote e il levita sono tutto ciò che non può salvare: la legge, i sacrifici, i profeti, i nostri sforzi. La locanda è la Chiesa. I due denari sono i comandamenti dell'amore. E la promessa di tornare è la speranza che non tutto finisce qui.
    Van Gogh, figlio di un pastore, conosceva questa tradizione. Ma la dipinge come nessuno prima di lui: non un Cristo trionfante che solleva Adamo con un gesto regale, ma un uomo con la schiena curva, la testa china, i muscoli in tensione. Un Cristo che fatica. Un Cristo che suda. Un Cristo che, per salvare, deve caricarsi addosso il peso della nostra carne livida, del nostro puzzo di sangue e di polvere. Questa è la vulnerabilità di Dio. Non una debolezza patetica. È la forza di chi decide di non passare oltre, anche se passare oltre sarebbe più comodo, più sicuro, più dignitoso.
    Ecco perché, per educare i giovani alla carità, non possiamo partire da loro. Non possiamo dire: "Siate buoni samaritani". Perché un giovane che prova a essere buon samaritano con le sue sole forze finirà in due modi: o si brucerà nell'impazienza (perché la carità è faticosa e spesso ingrata), o diventerà ipocrita (farà la carità per sentirsi buono, non per amore).
    No. Dobbiamo dire prima: "Guarda. Tu sei quell'uomo ferito. Sei stato lasciato mezzo morto sulla strada. Da chi? Dalla solitudine, dalle aspettative che non puoi soddisfare, dalle cadute che nessuno ha visto, dalla paura di non essere abbastanza. E qualcuno si è fermato. Forse un genitore che non ti ha mollato. Forse un amico che ti ha ascoltato senza giudicare. Forse, se hai fede, Cristo stesso nella forma di un samaritano che non conoscevi. Qualcuno ti ha caricato sulla sua cavalcatura. Non te lo sei meritato. Ti è stato dato."
    Solo dopo, solo dentro questa gratitudine, può nascere un gesto che non sia una prestazione. Il giovane che sa di essere stato preso su quella groppa può, a sua volta, chinarsi. Non per dovere. Per somiglianza. Perché la vulnerabilità che ha ricevuto diventa, inspiegabilmente, la vulnerabilità che può offrire.
    Van Gogh lo dipinge nel corpo del ferito che abbraccia il samaritano. Le sue braccia non sono molli, inermi. Stringono. È l'unico gesto che può fare, ma è decisivo: senza quell'abbraccio, il samaritano dovrebbe tenere il peso da solo. Invece, il ferito lo aiuta a sorreggerlo. La carità, quando è vera, è sempre reciproca. Chi riceve, in qualche modo, dà. E chi dà scopre di ricevere.
    Ecco perché la locanda finale è importante. Il samaritano non risolve tutto subito. Paga, affida, promette di tornare. La carità educativa è così: non fa miracoli istantanei. Accompagna. Lascia il tempo. Sa che la guarigione sarà lunga e che, forse, il ritorno del samaritano avverrà quando non lo aspettiamo più.
    Ai giovani, allora, non chiederei: "Cosa fai per gli altri?" Chiederei prima: "Chi si è fermato per te?" E li aiuterei a riconoscere quei samaritani nascosti nella loro vita. Perché solo chi ha imparato a ricevere impara a dare. Solo chi sa di essere stato preso su una groppa sa, a sua volta, tendere la mano a chi è caduto.
    Impossibile stabilire, guardando il cielo squarciato di blu nel dipinto di Van Gogh, se sia l'alba di una resurrezione o solo un attimo di tregua prima del buio. Impossibile stabilire se il cavallo alla fine si muoverà o resterà piantato lì per sempre. Impossibile stabilire se il samaritano tornerà davvero. Ma forse la fede, e la carità che ne nasce, è proprio questo: il coraggio di chinarsi anche quando non si hanno certezze. Perché qualcuno, prima, si è chinato per me.



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