La povertà ieri e oggi:
come riconoscerla e come combatterla
a cura degli studenti della classe 4C
del Liceo Scientifico «Leonardo Da Vinci» di Firenze
coordinati dal prof. Stefano Zani
Con il loro professore di Storia e Filosofia, Stefano Zani, gli studenti della classe 4C del Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Firenze hanno deciso di approfondire il tema della Povertà. Si sono così divisi in gruppi per analizzarne i molteplici aspetti e la diffusione nei vari paesi, prendendo spunto anche dal pensiero di un importante uomo politico italiano del Novecento, Giorgio La Pira e, in particolare, dai contenuti del suo saggio L'attesa della povera gente.
La lotta contro la povertà: unica «guerra legittima», secondo Giorgio La Pira
Secondo La Pira chi è «povero» ha bisogno di protezione sociale perché potrebbe non riuscire a sfamarsi, a curarsi, ad accedere alla cultura e migliorare le proprie prospettive per il futuro. Nel 1953 (durante l'esperienza, pensata e rivolta ai poveri, della Messa di San Procolo, a Firenze) egli affermò: «Siamo entrati nel tempo dell'unica guerra legittima, (...) quella contro la fame e la povertà». Giorgio La Pira nacque a Pozzallo nel 1904 e si distinse per il suo impegno sociale e politico; la sua vita e le sue opere sono celebri per il loro profondo senso di giustizia e solidarietà ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Egli si dedicò alla lotta per la pace e la cooperazione tra nazioni. Iniziò la sua carriera politica come padre costituente, continuò come sottosegretario al lavoro e culminò con l'incarico di sindaco di Firenze per ben due mandati, durante i quali, si impegnò nel miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini e promosse la cultura e la valorizzazione del patrimonio artistico fiorentino. Nel 1950 pubblicò un saggio dal titolo L'attesa della povera gente, dove, partendo dall'etica cristiana sostenne: «Il documento della presenza di Cristo in un'anima e in una società (...) è costituito dalla intima ed efficace propensione di quell'anima e di quella società verso le creature bisognose». La Pira compie poi un'analisi della situazione economica italiana del dopoguerra iniziando dal problema della disoccupazione e concludendo con indicazioni per la politica economica e sociale del governo. Egli auspicava la piena occupazione in applicazione delle idee dell'economista Keynes. Quest'ultimo sosteneva che domanda e offerta (le principali forze che muovono il mercato) non si incontrano spontaneamente; di qui la necessità di un intervento statale per rimettere in sesto l'economia e sanare gli equilibri del sistema: quando c'è una crisi bisogna spendere di più non di meno, investire denaro per garantire ai cittadini l'istruzione, la sanità, alloggi migliori, strade e ponti. L'intervento statale deve comunque essere temporaneo e accompagnato da altri provvedimenti, come l'abbassamento del costo del denaro, per invogliare gli imprenditori a chiederlo in prestito per poi investirlo.
La Pira elabora inoltre una riflessione profonda sulla povertà vedendola non solo come mancanza di beni materiali, ma come un appello a un cambiamento radicale nella struttura sociale ed economica della società. Per lui la risposta alla povertà non risiede semplicemente nell'assistenzialismo, ma nell'impegno attivo verso una società più equa e fraterna, che riconosca e valorizzi la dignità di ogni persona. Egli propone un modello di sviluppo comunitario basato sulla cooperazione, sulla redistribuzione delle risorse e sull'accesso universale ai servizi essenziali come l'istruzione, la sanità e l'alloggio. Vede nelle città e nelle loro amministrazioni il fulcro per la realizzazione di questa visione, incitando i governi locali a prendere l'iniziativa nella trasformazione sociale e nel dialogo tra culture diverse per combattere la povertà. La sua è una chiamata a una responsabilità collettiva dove ogni individuo, ispirato dai valori cristiani di carità e giustizia, è chiamato a contribuire alla cura della «povera gente».
Una deprivazione involontaria
La definizione attuale di povertà è stata formulata dall'economista Mahbub UI Haq e dal premio Nobel Amartya Sen, sotto l'egida del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) nel 1990. La definizione è ancorata alla cosiddetta «teoria delle capacità» descritta da Sen, che prende in considerazione ciò che le persone possono essere (per esempio ben nutrite e in buona salute, ben informate) e in che misura possono fare ciò che considerano desiderabile (ad esempio istruirsi o fare un lavoro dignitoso). Nella teoria di Sen, le azioni hanno due aspetti: in primo luogo, ciò che una persona è capace di fare (capacità) e, in secondo luogo, ciò che ha effettivamente possibilità di fare (funzionamento, realizzazione): ad esempio, una persona può avere le necessarie credenziali accademiche (come una laurea in storia e un diploma post-universitario in pedagogia) per dedicarsi al lavoro che desideri svolgere (ad esempio insegnare in una scuola), ma di fatto potrebbe non svolgerlo perché non riesce a trovarne uno (disoccupazione).
In aggiunta a ciò, bisogna specificare che la povertà intesa come deprivazione deve essere legata alla libertà di scelta. La povertà è una deprivazione involontaria. Per esempio, se una persona è disoccupata perché sceglie volontariamente di non lavorare, e non perché non riesca a trovare un lavoro, quella non potrà definirsi deprivazione. Ugualmente, non sta vivendo in povertà un individuo che soffra la fame per aver volontariamente scelto di osservare un periodo di penitenza religiosa che preveda digiuno e astinenza (Quaresima, Ramadan). D'altro canto, sarà da considerarsi una manifestazione di povertà quella di una persona che ha fame perché non può permettersi di accedere al cibo.
Povertà assoluta e povertà relativa
La povertà assoluta e relativa sono concetti distinti, ma entrambi riflettono situazioni di scarsità o insufficienza di risorse materiali. La povertà assoluta si riferisce a uno stato in cui un individuo non dispone delle risorse materiali di base necessarie per soddisfare i bisogni fondamentali, come cibo, alloggio, abbigliamento e assistenza sanitaria.
La misura più comune della povertà assoluta è il reddito sotto una determinata soglia. Le cause della povertà assoluta includono disoccupazione, mancanza di accesso all'istruzione, guerre o politiche economiche sfavorevoli. La povertà relativa si riferisce a uno stato in cui un individuo ha risorse materiali insufficienti rispetto alla media della società in cui vive. In altre parole, non è tanto la mancanza assoluta di risorse che conta, ma piuttosto il divario tra il suo livello di benessere e quello degli altri nella stessa comunità o paese. Le cause della povertà relativa includono disuguaglianze economiche, mancanza di opportunità, discriminazione, segregazione sociale e politiche pubbliche che favoriscono le élite economiche.
Se viene negata la possibilità di apprendere
Per definizione, un soggetto è in condizione di povertà culturale quando il suo diritto ad apprendere, a formarsi, a sviluppare capacità e competenze, a coltivare le proprie aspirazioni e talenti è disatteso o compromesso. Quindi, non si parla solo del diritto allo studio, ma anche della mancanza di opportunità che possono essere connesse allo studio, al gioco o alle attività sportive. In generale, si tratta di tutte quelle opportunità in grado di incidere sullo sviluppo e sulla crescita del minore.
Alla povertà culturale è legata però in modo evidente la povertà educativa. Viene definita in modo simile alla povertà culturale, cioè come «(...) la privazione da parte dei bambini, delle bambine e degli/ delle adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni», e si focalizza principalmente su quelle relative ad opportunità culturali e scolastiche, alle relazioni sociali o ad opportunità formative che devono interagire tra di loro.
Per capire il fenomeno: approccio monetario e non monetario
La misurazione della povertà è un processo molto articolato che può tener conto di diverse variabili e indicatori, ma che in linea di massima possiamo misurare utilizzando un approccio monetario e uno non monetario. Il primo si basa su una soglia convenzionale che equivale alla somma di denaro necessaria per acquistare i beni indispensabili al di sotto della quale un individuo viene considerato povero. Viene perciò definita una «soglia di povertà» che rappresenta il reddito minimo necessario per soddisfare i bisogni di base come cibo, alloggio e assistenza sanitaria. Le persone con un reddito inferiore sono considerate in povertà.
Il secondo prende in considerazione anche indicatori riguardanti la salute, la socializzazione, l'istruzione e le condizioni di vita, l'alloggio, l'assistenza sanitaria, la sicurezza, ecc. La povertà viene quindi misurata in base alla mancanza o all'insufficienza di queste risorse; quest'ultimo metodo è generalmente meno utilizzato di quello monetario perché più difficilmente calcolabile.
A livello mondiale la soglia di povertà estrema si aggira tra gli $1,90 e i $2,15 al giorno. Alcuni indici utilizzati per misurare la povertà sono: il PIL, la grandezza macroeconomica che misura il valore aggregato, a prezzi di mercato, di tutti i beni e i servizi finali prodotti sul territorio di un Paese in un dato periodo temporale; il PIL pro capite, la quantità di prodotto interno lordo ipoteticamente prodotta, in un certo periodo di tempo, da una persona; il PPA, l'indice che consente di confrontare i livelli dei prezzi tra località diverse, appartenenti ad una stessa area valutaria o ad aree valutarie diverse.
In quest'ultimo caso, l'indice introduce una relazione tra i prezzi e il tasso di cambio; l'ISU (indice di sviluppo umano), l'indice di sviluppo macroeconomico che tiene conto di diversi fattori, quali PIL pro capite, speranza di vita, tasso di alfabetizzazione ed altri.
La situazione dell'Italia
In Italia, a differenza di quello che si è portati a pensare, è presente un alto tasso di povertà. Per povertà assoluta si intende la condizione sociale che porta le persone ad avere una spesa mensile pari o inferiore 500/600€ per il Sud, per il Centro 700/800€ e infine per il Nord 750/840€. Nel 2022, in Italia, più di 2,18 milioni di famiglie erano in condizione di povertà assoluta, ciò significava che il 10% della popolazione non poteva permettersi pasti regolari. In Italia il 12,5% dei minori di 18 anni vive in condizioni di povertà assoluta, questo vuoi dire che circa 1,2 milioni di ragazzi e di giovani, di cui 500.000 solo al Sud, vive in una famiglia che non può permettersi una vita accettabile. È chiaro che il divario economico si traduce in divario educativo e culturale, infatti, uno studio dell'università Tor Vergata di Roma, condotto per conto di Save the Children sui dati OCSE-PISA, ha rilevato come i ragazzi appartenenti alle famiglie più povere abbiano fatto registrare, in lettura e matematica, risultati inferiori a quelli fatti registrare dai loro coetanei che vivono in condizioni economiche migliori. Di seguito sono riportati alcuni dati statistici riguardanti la povertà assoluta:
- in base alle zone d'Italia:
nord ovest: 8,3%
nord est: 8,8%
centro: 7,5%
sud:12,7°/0
Con una media del 9,7% - in base all'età:
fino a 17 anni: 13,4%
18-34 anni: 12%
35-64 anni: 9,4%
>65 anni: 6,3%
Con una media del 9,7% - in base al tipo di famiglia:
Single: 7,5%
Monogenitore: 11,5%
Tre o più figli: 10,7%
Due figli: 10,7%
Un figlio: 6,6%
Coppia Over 65: 4,6%
Coppia Under 65: 5,1%
Con una media del 8,3% - in base al titolo di studio:
Elementari: 13%
Medie: 12,5%
Diploma/laurea: 4%
Con una media del 9,7% - in base alla provenienza dei componenti:
Solo stranieri: 33,2%
Miste: 18,9%
Italiani: 6,4%
Con una media del 8,3%
In Italia una delle cause principali della povertà è la perdita del lavoro, nonostante questo, anche chi lo ha spesso non possiede un reddito sufficiente a sostenere la famiglia e le spese necessarie. Un'altra causa è la discriminazione delle etnie e la disuguaglianza di sesso; spesso i datori di lavoro non assumono stranieri o, se lo fanno, molto spesso danno loro una paga inferiore. Lo stesso problema si presenta con la differenza di sesso svantaggiando le donne.
Per ridurre il tasso di povertà il governo italiano ha cercato di adottare alcune misure, come ad esempio: il reddito di cittadinanza, ovvero il Paese offre un aiuto economico alle persone che posseggono la cittadinanza italiana; la pensione di cittadinanza, ovvero un aiuto economico mensile da parte dello stato rivolto alle famiglie composte da uno o più componenti di età superiore a 77 anni; la carta acquisti, ovvero una carta prepagata fornita dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, volta a sostenere le famiglie nella spesa alimentare, sanitaria e domestica; il sostegno ad inclusione attiva, ovvero un beneficio economico (carta SIA) donato alle famiglie nelle quali almeno un componente sia minorenne, sia presente un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza
La povertà in altri paesi
Dopo aver dato la definizione di povertà e averla analizzata in Italia abbiamo deciso di analizzarla anche in altri paesi; abbiamo lavorato scegliendo il paese più povero di ogni continente.
Messico. Il Messico è un Paese situato sulla punta più meridionale dell'America del Nord e ha una popolazione di circa 130 milioni di abitanti. E una Repubblica federale composta da 31 stati, ha un tasso di crescita pari a 1,06% e un tasso di alfabetizzazione di circa il 90%, con un'aspettativa di vita media di 72 anni. Il PIL pro capite del paese corrisponde a 15.400$ annui, con un tasso di occupazione del 34%. Il reddito medio del 20% della popolazione, corrispondete a quella più abbiente è di circa 59.000$, quello della popolazione meno agiata corrisponde a circa 9.000$. La moneta del Messico è il Peso messicano, che ha un valore di circa 0,058$.
L'Indice di Sviluppo Umano (ISU) è 0,758, trovandosi all'86 posto nella classifica mondiale.
Il 18% della popolazione messicana vive in stato di estrema povertà (11,5 milioni di persone), il 46,2% vive al di sotto della soglia di povertà (53 milioni di abitanti), si può infatti vedere che il 10% della popolazione più ricca possiede l'80% della ricchezza nazionale.
Romania. La Romania è uno Stato membro dell'Unione europea e dell'ONU situato in Europa Centro-orientale al confine con la Penisola balcanica con una popolazione di circa 19 milioni di abitanti. E una Repubblica semipresidenziale e la sua capitale è Bucarest. Ha un tasso di crescita del 4,7% e un tasso di alfabetizzazione del 98,8% e un'aspettativa di vita di 72,8 anni.
La Romania è considerata Io Stato più povero dell'Unione europea (UE), con il 25,4% della popolazione sotto la soglia di povertà, la maggior parte delle persone sotto questa soglia sono appartenenti all'ernia ROM, di cui il 70,8% dei componenti è considerato in una situazione di povertà. Il PIL pro capite corrisponde a 15.780$ ma a livello sociale c'è una netta separazione tra ricchi e poveri. Più ci si allontana da Bucarest, dove il reddito pro-capite a parità di potere d'acquisto è più alto di quello di altre importanti capitali europee come Madrid e Roma, più si percepisce la povertà. La moneta, pur facendo parte dell'Unione europea, è il Leu che corrisponde circa a 0,22$. L'ISU è 0,802 che lo colloca alla 50 posizione al mondo.
Papua Nuova Guinea. La Papua Nuova Guinea è uno Stato indipendente dell'Oceania nell'ambito del Commonwealth dal 16 settembre 1975. La forma di governo è la monarchia parlamentare e il capo di Stato della Papua Nuova Guinea è re Carlo III. La sua capitale, che si trova lungo la costa Sud-orientale, è Port Moresby. La metà occidentale della Nuova Guinea forma le province indonesiane di Papua e Papua occidentale. Fino al 1919, la parte settentrionale dell'attuale Stato era conosciuta con il nome di Kaiser-WilhelmsLand (Terra dell'imperatore Guglielmo), colonia dell'Impero tedesco.
In Papua Nuova Guinea la popolazione totale è di 9 311 874 abitanti (2022) (99°), la densità di 15,72 abitanti per km2 e il tasso di crescita dell' 1,86% (2022), mentre l'aspettativa di vita è di 65,3 anni (148°). Prima dell'arrivo degli europei la popolazione formava un insieme di piccole comunità politicamente frazionate,
che si dedicavano a una orticoltura molto arcaica. Dagli anni 1970 si è manifestata una progressiva tendenza all'urbanizzazione, e parallelamente all'abbandono dell'antica organizzazione sociale, ma i fenomeni di modernizzazione sono nel complesso piuttosto contenuti e non hanno comportato una decisa crescita urbana (la popolazione urbana è appena il 12% del totale). La valuta è la Kina papuana, il PIL (nominale) è di 15 134[2] milioni di $ (2012) (115°), quello pro capite (nominale) di 2 217$ (2012) (131), il PIL (PPA) pari a 18 677 milioni di$ (2012) (131), quello pro capite (PPA): 2 736$ (2012) (141), l'ISU (2021) è pari a 0,558 (medio) (156) e il tasso di fecondità di 3,2 (2021). Afghanistan. L'Afghanistan è uno stato senza sbocco al mare, con capitale Kabul ed ha una popolazione di 44,5 milioni di abitanti. Confina a Ovest con l'Iran a Sud, a Est con il Pakistan, a Nord con il Turkmenistan, l'Uzbekistan e il Tagikistan e con la Cina nella regione più ad Est della nazione. La situazione politica del paese è frammentata: il governo riconosciuto dalla quasi totalità del mondo è quello della Repubblica islamica dell'Afghanistan, che tuttavia, è ormai ridotto ad un governo in esilio, in quanto di fatto l'Afghanistan è un emirato sotto il dittatoriale e totalitario controllo dei talebani dal 15 agosto 2021. L'Afghanistan è uno dei paesi più poveri al mondo e il più povero dell'asia. Ha un tasso di crescita del 2,34% e un tasso dell'alfabetizzazione tra i più bassi al mondo con una percentuale pari al 57%. Il suo PIL pro-capite è pari a 355$ annui. Il reddito medio dell'Afghanistan è al di sotto dei 200€ mensili. La sua moneta e l'Afghani che ha un valore pari a 0,013 euro. L'ISU (indice di sviluppo umano) è pari a 0,478 ed è uno tra i più bassi al mondo, infatti, si trova centottantesimo nella classifica mondiale. Dei suoi 44,5 milioni di abitanti più della metà vive al di sotto della soglia di povertà (57%). Viste queste fragili condizioni economiche la popolazione in insicurezza alimentare acuta continuerà ad aumentare nel 2024 raggiungendo circa 15,8 milioni di persone.
Burundi. Il Burundi, ufficialmente Repubblica del Burundi, è uno Stato africano di 27830 km2 di superficie che si trova nella regione geografica dei Grandi laghi ed è uno Stato senza sbocco al mare. Dal 1966 è una Repubblica presidenziale e l'attuale capo di Stato è il presidente della repubblica Évariste Ndayishimiye. Il Burundi è il Paese più povero del mondo in base al PIL nominale pro capite, con un reddito annuale di 625 dollari statunitensi al 2023, e uno dei paesi con l'indice di sviluppo umano più basso del pianeta, che è di 0,426, trovandosi al 187 posto nella classifica mondiale. Ha un tasso di crescita pari al 3,7% e un tasso di alfabetizzazione del 85,6%, mentre l'aspettativa di vita è di 64 anni. La moneta è il Franco del Burundi, che oggi vale circa 0,00032€. L'economia del Burundi si basa su un'agricoltura di sussistenza, tuttavia la mancanza di risorse, la scarsità di terreni fertili e le condizioni climatiche imprevedibili ostacolano la capacità del paese di produrre cibo sufficiente per combattere la povertà.
Un altro fattore che causa questo persistente stato di povertà sono i conflitti interni, infatti anni di instabilità politica e violenza hanno lasciato il paese con istituzioni indebolite, infrastrutture distrutte e un'economia già precaria ancora più danneggiata. La corruzione ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo difficile per il popolo burundese accedere a servizi essenziali come l'istruzione e l'assistenza sanitaria.
Il Burundi aveva nel 2021 un PIL di 2,78 miliardi di dollari statunitensi. Una cifra incredibilmente bassa, considerato anche che il Burundi ha una popolazione di 12,5 milioni di abitanti. Se volessimo fare un paragone, la Lombardia ha circa 10 milioni di abitanti e 365 miliardi di euro di PIL.
Alcuni suggerimenti
In estrema sintesi, ci sembra di poter dire che due sono i punti essenziali sui quali si dovrebbe intervenire per combattere efficacemente la povertà: il primo riguarda la necessità di un cambio di mentalità sulle tasse, grazie alle quali permettiamo al nostro Stato di fornirci servizi migliori. Partendo da ciò, da una legalità finanziaria di massa, potremo fare in modo di migliorare le condizioni economico-sociali del Paese.
Un secondo importante punto riguarda la ricostruzione di uno Stato sociale più efficiente al fine di favorire un uso oculato delle risorse finanziarie della nazione. Se fossimo capaci di creare più posti di lavoro, finanziare le aziende locali e aiutare le fasce di popolazione più povere potremmo risolvere almeno in parte il problema.















































