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    Fidarsi di Dio

    Riccardo Menini *

    riccardo


    Nelle brevi note biografiche qui sotto riportate accenno a quanto sto facendo adesso, oltre a studiare sodo e sudare sui libri le proverbiali sette camice: sì, sto facendo l’esperienza del Prenoviziato, quel periodo di discernimento (almeno sei mesi) durante il quale posso confrontarmi con la vita salesiana per vedere se lei piace a me (e io a lei): quasi una specie di “iniziale frequentazione” affettiva prima di una eventuale scelta (reciproca) più impegnativa e duratura.
    Come è avvenuto questo contatto, quanto mi ha coinvolto e convinto, tanto da credere che qui dentro in qualche misterioso modo Dio mi chiama?
    La storia della mia fede è abbastanza lineare, nessun colpo di fulmine come a volte si sente in questo tipo di racconti. Vengo da una famiglia normale, abituata a vivere una fede semplice e concreta, quotidiana, come ancora tante famiglie che conosco. Ho avuto ovviamente periodi in cui sono stato più vicino e altri più lontano, ma sono cresciuto con l’abitudine della preghiera prima di andare a letto e della messa alla domenica. Mi ci dunque sono trovato “dentro” la vita cristiana, per le radici profonde che essa ha nella mia terra e nella mia famiglia, non ho dovuto fare delle scelte personali particolari.
    Fino alle superiori tuttavia questa vita di fede non andava oltre una normalità di vita per me data per scontata e neanche troppo difficile (difficile sarebbe forse stato fare scelte diverse): diciamo che in effetti non si distingueva da tutto il resto, allo stesso livello del frequentare gli amici, andare a scuola, fare le vacanze coi miei. Ma dalla terza superiore ho iniziato un percorso “speciale”, in un’esperienza di convivenza che si faceva all’interno della scuola. Io, che già in parrocchia ero stato tanto attratto dall’animazione, avevo trovato un gruppo di persone con la mia stessa passione. E qui qualcosa è cambiato: l’accompagnamento di una guida spirituale e alcuni “amici dell’anima” con cui condividevo le cose personali della mia vita mi hanno portato a un cambiamento anche della vita di fede. Da una cosa limitata alla preghiera alla sera e la messa domenicale è mutata in una esperienza che iniziava a coinvolgere e motivare tutti gli altri ambiti. Prendendo a prestito (ma facendolo mio) uno slogan del tempo, ho capito (e sentito come intensamente vero) che con Gesù o senza Gesù non era la stessa cosa ma la vita aveva tutto un sapore diverso.
    Durante gli anni della laurea triennale questo cambiamento si è ulteriormente approfondito. Continuavo il mio percorso formativo e di animazione e man mano che procedevo sentivo che non tutto tornava. Andavo all’università, avevo buoni amici, continuavo a fare animazione e vivevo una vita che mi sembrava ordinata, ma qualcosa dentro mi diceva che non mi bastava, che proseguendo su quella strada non sarei stato felice.
    I miei amici erano tutti assolutamente certi di cosa avrebbero fatto una volta finita l’università… io non ne avevo la minima idea. Questa cosa della “vocazione” mi metteva molta ansia e non riuscivo assolutamente a capire in che modo avrei dovuto capire a cosa il Signore mi chiamava. Avevo una tremenda paura di indagare in merito e quindi un po’ malvolentieri accettai la proposta della mia guida di partecipare ad alcuni incontri vocazionali. Ricordo che ad uno di questi incontri abbiamo ascoltato una canzone di Francesco Gabbani, intitolata Magellano, che nel ritornello dice: “Magellano, nella terra del fuoco non lo sapeva mica che si andava di là”. Mi è sempre piaciuta questa parte, perché dà le parole allo smarrimento che io provavo in quel momento della mia vita, ma anche la fatica del fidarsi di chi ti propone una strada non proprio semplice.
    Mi rendevo conto tuttavia che questi incontri non davano una risposta esauriente alla mia domanda, avevo bisogno di una ricerca più quotidiana. Da qui la proposta della mia guida di andare in comunità proposta.
    Qui ho finalmente “trovato pane per i miei denti”: la riflessione sulla mia vita coinvolgeva tutto, era intrisa di quotidianità: università, animazione, amicizie e rapporti, comunità, gioco… Potevo così verificare concretamente e direttamente ogni piccolo passo che compievo, vedere quanto Dio c’entrasse in tutto quello che facevo, e quanto in ogni cosa fosse esigente e mi chiedesse una risposta non evasiva. Non solo nel confronto quotidiano con la Parola di Dio (che ho imparato ad amare e a nutrirmene, personalmente e negli scambi con amici) ma anche in cortile tra i ragazzi, e nel mio percorso di studi e nelle mie relazioni affettive. A poco a poco ho sentito che dovevo coinvolgermi oltre il quotidiano e le esperienze fino ad allora vissute, ma in maniera più grande: ho scoperto che gratuità e totalità mi interessavano davvero, mi chiamavano come unica possibile risposta che desse senso alla mia vita e che alla fine potessi rendermi davvero “felice”. Facendo l’esperienza del sentirmi amato di un amore particolare da Dio, ho sentito che solo rispondendo con la mia vita le cose si potevano quadrare. Ricordo che alla fine del primo anno ho scritto su un foglietto: “Della mia vocazione non ci ho capito nulla, ma posso affermare con certezza che qui sono felice”.
    Tutto rose e fiori? Assolutamente no; sono ancora molte le volte in cui mi pesa davvero portare avanti alcune di queste scelte, e molte volte ho avuto dei dubbi, sentendomi come un navigante nel vuoto. Dovrò fidarmi di questa chiamata? Tutto quello che ho davanti mi spaventa molto. Allora mi confronto con qualcuno per capire se ho preso un abbaglio, se sono andato fuori di strada, se non sto idealizzando tutto… e torno “sulla strada maestra”. Ma mi fido di Dio, e so che al di fuori di Lui non esiste strada di felicità.

    * 25 anni, di Rivoli Veronese, un piccolo paesino in provincia di Verona. Studia a Vicenza dove sta concludendo la tesi per la magistrale in Ingegneria Meccatronica. Vive nella comunità salesiana di Schio l’esperienza del Prenoviziato.



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