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    Storia di P.

    (e anche storia nostra)

    Chiara Simondo - Armando Vuksanaj

    storia p

    Vogliamo raccontare la storia di un incontro, all’interno di una Comunità Educativa Territoriale di Genova, con P., una ragazza nigeriana di 15 anni. È una storia che ci ha profondamente coinvolti, per così dire “ha svelato noi a noi stessi”, non solo nella nostra “professione” di educatori, ma anche a livello personale. Ma prima ci presentiamo, mettiamo sul tavolo la nostra “carta di identità”.
    Siamo due giovani membri dell’équipe educativa della comunità per minori “Casa Don Bosco”, che è inserita all’interno della grande e accogliente Opera Don Bosco di Genova Sampierdarena.

    Io, Chiara, sono del 1993, mi sono laureata in Educazione Professionale, e lavoro al Don Bosco dal 2020. Ho scelto la strada dell’educazione grazie ad un anno "sabbatico", dopo le scuole superiori, caratterizzato dall’indecisione sul da farsi della mia vita, e dietro consiglio di una persona a me cara intraprendo un percorso di volontariato all’interno dell’Opera Benedetto XV (comunità residenziale femminile).
    Visto l’interesse maturato in quell’esperienza, l’anno successivo ho deciso di fare domanda per il servizio civile, in un centro diurno ad Oregina, “Il sentiero del movimento ragazzi”. È stato un anno molto intenso e prezioso, ricco di fatiche ma anche di tante gioie e gratificazioni.
    Successivamente inizio gli studi universitari in Educazione Professionale (professioni sanitarie).
    Dopo tre anni di studi mi laureo e dopo vari lavoretti come baby sitter e ripetizioni, inizio il “vero” lavoro c/o l’opera G. Signori a Genova Pra, un centro per disabili psichiatrici femminile. Dopo un anno di quella intensa e molto toccante esperienza rimango incinta di un bimbo (Federico), che ora ha 5 anni.
    Successivamente al covid, dopo aver letto un annuncio su un social, ho fatto domanda all’Opera Don Bosco, per una comunità per minori stranieri non accompagnati maschile, dove lavoro per un anno. Intanto la comunità per minori stranieri cambia e diventa Cet. “Apro” – per così dire – questo servizio insieme ad altri due educatori e accolgo i primi minori inseriti nella struttura.

    Io, Armando, a 24 anni entro nella grande famiglia salesiana di Genova Sampierdarena con un anno di servizio civile presso il Cnos–fap. Durante questo servizio, conosco i giovani che frequentano la scuola e li aiuto in classe nelle loro difficoltà scolastiche. La svolta arriva quando l’opera don Bosco apre la comunità per minori stranieri non accompagnati: i primi minori accolti e ospitati nella comunità sono proprio di origine albanese, così come me, e così da subito inizio un lavoro di mediazione e traduzioni tra i minori accolti e gli educatori della comunità.
    Terminato il servizio civile vengo assunto nel 2020 dalla comunità salesiana. Ancora oggi svolgo il mio lavoro presso la comunità, che nel frattempo è evoluta da comunità per minori stranieri non accompagnati a comunità educativa territoriale.

    Eccoci presentati… ma i protagonisti non siamo noi, siamo probabilmente solo “mediatori di accoglienza ed educazione”. Ecco allora il vero (la vera) protagonista di questa storia.
    All’interno della Cet (appunto, Comunità Educativa Territoriale), quasi due anni fa, è stata inserita in regime residenziale P., una ragazza di 15 anni che attualmente frequenta la prima superiore. Vorremmo dunque presentare l’esperienza di questo incontro e tracciare qualche passo del percorso intrapreso con lei.
    P. ha origini nigeriane, vive a casa con i genitori e i due fratelli più piccoli.
    I genitori hanno da sempre difficoltà nella gestione dei ragazzi, per questioni economiche, ma anche e soprattutto per problemi fisici della madre. Questi, e non solo, i motivi che portano la ragazza a vivere una fase della sua adolescenza in comunità; ma nonostante tutto, al suo arrivo in comunità la minore risulta essere anche più matura rispetto a quella che è la sua età, mostrando così come i genitori abbiano trasmesso importanti valori ai loro figli. P. ha infatti sempre fatto da “mamma” ai suoi fratelli, è molto “adultizzata” e non riesce a ritagliarsi del tempo di qualità per lei; quasi sempre infatti dedica più energie alla gestione dei due fratelli più piccoli che alla cura di sé.
    Come molti giovani che crescono senza adulti visti come punto di riferimento, P. è dovuta crescere presto e si è trovata attratta da “cattive” compagnie, prendendo anche strade sbagliate. Si è trovata persa e sola a dover risolvere, a suo modo, anche situazioni poco piacevoli, come quando fu sorpresa a compiere un furto all’interno di un negozio di souvenir.
    Inizialmente non accetta di buon grado l’inserimento in comunità e non ne comprende le reali motivazioni; non è costante nei suoi impegni e tanto meno nello studio.
    Alza spesso un muro nei confronti dell’équipe educativa. Ma una svolta sta avvenendo nella sua vita.
    Trascorsi pochi mesi dal suo ingresso in comunità, P. appare più serena e aperta al dialogo con gli educatori, perché sembra aver compreso e accettato le motivazioni che hanno portato al suo ingresso in comunità e quindi la possibilità di un lento e graduale cambiamento di vita.
    Come molti giovani, P. si dedica allo studio in maniera discontinua, ma certamente anche qui ha fatto notevoli passi avanti riuscendo a trovare l’equilibrio, difficile per ogni minore, tra studio, sport e vita privata.
    Con il passare del tempo in Cet, al termine della scuola partecipa all’Estate Ragazzi organizzata dall’Opera Don Bosco. Vi si è dedicata appieno come “animata” e pian piano matura l’interesse di partecipare da protagonista al gruppo animatori che si riunisce ogni sabato mattina all’interno dell’Opera. Raggiunta l’età richiesta, si inserisce in quel gruppo quasi come una meta desiderata e ora raggiunta.
    Mettersi in gioco durante il centro estivo le ha fatto capire le difficoltà, comuni anche agli educatori che la seguono, della gestione di gruppi di ragazzi più piccoli. Organizza con loro giochi e laboratori. I bimbi suddivisi in gruppi si dedicano al ballo, al disegno o al giardinaggio o più semplicemente P. dedica il suo tempo e le sue energie ad ascoltare, e spesso anche risolvere, le normali controversie o semplici discussioni che possono nascere tra bimbi, e quando succede lo fa sempre con il sorriso.
    Questa realtà dell’animazione e del gruppo animatori, per lei nuova, fa talmente appassionare P. da suscitare interesse anche verso i campi-animatori e le gite, e partecipa spesso e molto volentieri ai vari momenti di preghiera e ascolto.
    Nella quotidianità di casa P. ha capito e interiorizzato non solo l’importanza della comunità e delle sue regole, ma anche la bellezza dell’aiutarsi, fidarsi e confidarsi con chi si ha fiducia e a cui si vuole bene. Ha scoperto e apprezzato il piacere di un ordinato pranzo in famiglia, le camminate insieme, i compleanni festeggiati con tanti sorrisi e allegria: ha scoperto la bellezza di ciò che è (o dovrebbe essere) normale in ogni famiglia, quando c’è l’impegno e la partecipazione di tutti, ciascuno con la propria sensibilità.
    P. tramite il suo impegno e il suo sacrificio dimostra tutti i giorni il suo cammino di crescita, valorizzando e sviluppando atteggiamenti e comportamenti appresi, sia in famiglia che al di fuori, in un accumulo di esperienze vive e vitali, che consolidano la sua personalità e la arricchiscono.

    È davvero bello per noi educatori constatare come l’accoglienza, la fiducia e la responsabilità siano il contesto, non solo di autentiche relazioni, ma anche della crescita nel bene dei giovani, attraverso un lavoro educativo che porta frutti, forse lenti, ma certamente duraturi.



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