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    Profondamente santo

    Pietro Brocardo


    Q
    uando il giornalista inglese Douglas Hyde manifestò ad Ignazio Silone il proposito di scrivere una vita di don Orione, la risposta dello scrittore, che ha contribuito non poco a far conoscere la letteratura italiana di oggi nel mondo, è stata questa: «Qualunque cosa facciate, quando scriverete di lui, vi supplico di non trasformare don Orione in una specie di Beveridge cattolico (noto economista inglese). Sarebbe uno sminuirne la statura. Certo don Orione si occupò di opere caritative come molti altri, e ancora di giustizia sociale. La sua forza eccezionale è riposta, però, nel fatto che in tutto ciò che faceva egli contava unicamente e completamente su Dio».

    Non altrimenti si deve pensare di don Bosco. La sua esistenza si spiega solo con Dio; solo alla luce della sua santità che è insieme nascosta e manifesta.

    Santità nascosta

    Durante la sua vita terrena don Bosco ha occultato più che manifestato la sua santità. Molti gli passarono accanto senza avvedersene; ed anche quando la sua fama di "santo" aveva già varcato i confini d'Italia e di Europa, vi fu sempre chi lo ritenne, paradossalmente, più intrigante che virtuoso. «Don Bosco! Don Bosco è un bugiardo - parla il Card. Ferrieri - un impostore, un prepotente che vuole imporsi alla S. Congregazione [...]. Ma insomma che cosa vuole don Bosco? Non ha scienza, non ha santità. Avrebbe fatto meglio a stare alla direzione di un Ordinario, senza ostinarsi a voler fondare una congregazione». Lo si considerava troppo «furbo», troppo «ostinato», troppo «avido di denaro», troppo facile a «parlare e far parlare di sé».
    Nel mondo dei santi vige la legge della gravitazione: i santi si attirano reciprocamente, si comprendono subito. Eppure S. Leonardo Murialdo, che conobbe don Bosco verso il 1851, confessa di aver stentato a credere alla sua santità. Cambiò idea solo più tardi quando «prese ad entrare in confidenza con lui», quando si avvide che in suo favore parlavano «le sue opere che rivelavano l'uomo non ordinario».
    La fama di santità si era invece affermata nell'ambiente dell'Oratorio molto per tempo. Ma anche a quelli che vissero con lui, fin dal principio, la sua «vita - avverte il Card. Cagliero - sembrava ordinaria e comune come quella di qualunque sacerdote esemplare».
    Ha scritto E. Ceda: «Pochi uomini furono così straordinari sotto così ordinarie apparenze. Nelle
    cose grandi come nelle piccole, sempre la medesima naturalezza, che di primo tratto non rivelava in lui nulla più di un buon prete».
    Un «buon prete» certamente, ma non tale da far pensare alla grande santità, alla santità canonizzabile. «Vedevo e sapevo - confidava don Gresino - che don Bosco era un ottimo prete, che lavorava solo per noi ed era benvoluto da tutti. Ma l'idea di possibili processi o di santità canonica non mi sfiorava la mente».
    Così Filippo Rinaldi, così altri. L'essenza più vera della sua santità rimaneva nascosta dal suo fare semplice, bonario e del tutto naturale. Era volontà di non manifestare ad altri il segreto di Dio, era senso profondo dell'umiltà, ma era anche natura. Il temperamento piemontese rifugge, generalmente, dalle effusioni intimistiche. Quando il marito, ancora oggi, si rivolge alla moglie, è difficile che la chiami per nome. Le dice semplicemente "ti". Ma un "ti" detto nell'astigiano o <dà sull'alta Langa - scrive F. Piccinelli - significa: "ascolta", significa legami veri».
    Don Bosco ha sempre parlato molto dei suoi progetti, delle sue opere; si è sempre confidato con semplicità coi suoi figli: «Con voi non ho segreti»; ma la sua vita intima non la manifestava a nessuno. «Le sue pagine autobiografiche - scrive P. Stella -, i suoi ricordi personali non sono come quelli di S. Teresa di Avila, e nemmeno come quelli di Teresa di Lisieux. Sono in gran parte tardivi e rarissimamente - fugacissimamente - si riesce a sorprendere don Bosco a esprimere intimi sentimenti religiosi, le motivazioni del suo agire».
    Non era in gioco solo il temperamento: chi guardava don Bosco dal di fuori restava colpito, prima che dalla autentica santità, dalla sua attività incessante, dal suo talento organizzativo, dall'imponenza delle opere. La facciata esterna poteva così nascondere le profondità interiori, come bene rileva E. Ceda: «Diremo che negli anni della massima atti
    vità non tutti s'avvidero che uomo d'orazione fosse don Bosco; anzi , oseremmo aggiungere che non sempre neppure coloro che scrissero delle cose sue penetrarono a fondo il suo intimo spirito di preghiera, sollecitati di narrarne i fatti grandiosi».
    Anche l'apparente disordine che regnava nelle case di don Bosco, nei loro difficili inizi, non deponeva a favore della sua santità. Chi non conosceva la vita di famiglia che si viveva a Valdocco, dove fraternizzavano superiori ed alunni, dove regnavano sovrani il timor di Dio e la carità evangelica; chi aveva in mente altri modelli educativi, poteva anche dubitare che quello adottato dal Santo fosse veramente valido e formativo. «Se don Bosco avesse realmente spirito di pietà - diceva tra sé il futuro Card. Parocchi molestato dal brusio che facevano i ragazzi in sacrestia - dovrebbe impedire simili disordini».
    Mons. Tortone, incaricato ufficiale della S. Sede presso il governo, nel suo rapporto, inviato il 6 agosto 1868 alla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, sull'andamento dell'Oratorio, non nasconderà la «penosa impressione» provata nel vedere, in tempo di ricreazione, chierici e giovani «correre, giocare, saltare ed anche regalarsi qualche scappellotto, con poco decoro per parte degli uni e con poco o niun rispetto da parte degli altri. Il buon don Bosco, pago che i chierici stiano con raccoglimento in chiesa, poco si cura di formare il loro cuore al vero spirito ecclesiastico».
    Di certo don Bosco amava le cose fatte bene, ma non fu mai perfezionista. Tollerava con bontà e pazienza le esuberanze giovanili dei suoi collaboratori, pago di scorgere in essi spirito di vera pietà, amore al lavoro, moralità a tutta prova. Nessuno più di lui era convinto che le cose non nascono né perfette né adulte; lo diventano solo col tempo. «Le opere di Dio - era sua massima - si compiono ordinariamente poco a poco». I fatti gli davano ragione: le sue imprese cominciavano generalmente con un certo disordine, ma finivano nell'ordine.
    Diceva nel 1875: «Nei primi tempi dell'Oratorio avvenivano non pochi disordini esteriori [...]. Io vedeva quei disordini, avvertiva chi ne aveva bisogno, ma lasciava che si andasse avanti come si poteva, perché non si trattava di offesa di Dio. Se avessi voluto togliere i vari inconvenienti in una volta, avrei dovuto mandar via tutti i giovani e chiudere l'Oratorio, perché i chierici non si sarebbero adattati ad un nuovo regime. Spirava sempre una certa aria di indipendenza, che metteva in uggia ogni pastoia».
    Don Bonetti avrebbe voluto che nel suo collegio tutto andasse a perfezione. Don Bosco gli scriveva: «L'ottimo è quanto cerchiamo»,
    ma soggiungeva realisticamente: «Purtroppo dobbiamo accontentarci del mediocre, in mezzo a molto male».
    Di questo parere non era don Cafasso, sua guida spirituale. Un giorno, sul piazzale del santuario di S. Ignazio sopra Lanzo, discussero a lungo su questo punto, passeggiando su e giù. Don Cafasso insisteva: «Il bene va fatto bene». «Il bene - sosteneva il discepolo - talora basta farlo alla buona in mezzo a tante difficoltà». I due rimasero sulle proprie posizioni. Don Cafasso non doveva condividere in tutto lo stile di vita che si conduceva a Valdocco, se consigliò la sorella a non mandarvi i figli a studiare. Nel Processicolo, relativo alla causa di beatificazione di don Bosco, che si svolse nel dicembre 1916, l'Allamano ha confermato la verità di questo episodio: «Don Cafasso voleva maggior scelta nel riceverli
    [i giovani] e più sorveglianza e ordine. Ciò pure deduco dall'avvertimento che don Cafasso diede a mia madre, il quale avvertimento sentii dalla medesima, che io e i miei fratelli andassimo agli studi, ma non all'Oratorio, perché colà c'era poca disciplina e poco ordine». Ma la mamma non seguì il consiglio del santo fratello; gli studi ginnasiali Giuseppe Allamano li compì da don Bosco.
    La sua ricorrente affermazione: «L'ottimo è nemico del bene», interpreta realmente una delle convinzioni più radicate della sua vita. La smania del perfetto non paralizzò mai le sue iniziative benefiche. Sempre ritenne più utile alla causa del Regno fare il bene anche «alla buona», anziché differirlo in vista di un futuro ipotetico «meglio». Anche con un limone di scarto si può ancora fare una limonata passabile. Con mezze personalità il Santo sapeva fare miracoli.
    Diremo infine che certi modi di fare del Santo, arguto e disinvolto, non erano sempre tali da dare la misura esatta della sua santità.
    La signora Beaulieu di Nizza, avendo conosciuto il S. Curato d'Ars, era convinta di essersi fatta una giusta idea della santità. Rimase sorpresa quando, partecipando ad un banchetto in onore di don Bosco, lo vide alzarsi col bicchiere in mano e brindare lietamente in onore dei convitati. «È questo un santo?» pensava tra sé. Cambiò idea quando si sentì dire benevolmente: «Sia che mangiate, sia che beviate, ogni cosa fate nel nome del Signore».
    Quando il benedettino Mocquereau se lo vide davanti «lunga la barba, lunghi e spettinati i capelli, lasciati andare con grande disordine in tutte le direzioni, poi abiti logori...» ne riportò una impressione piuttosto deludente: «Quel primo istante fu per me puramente naturale».
    Realmente per le vie di Torino, come per quelle di Parigi, la nobiltà del suo spirito poteva rimanere come oscurata dalle apparenze dell'uomo dimesso e alla buona, dal portamento «un po' dondolante - secondo la testimonianza di un antico alunno - a guisa di quello dell'amico del contadino, il bue, di cui sembrò riportarne e la mitezza di carattere e la forza e la costanza nel tiro». Qualcosa della tempra dell'antico contadino rimase sempre in lui, com'era naturale che fosse.
    Chi però non si fosse lasciato sviare dalla prima impressione e lo avesse osservato più attentamente, soprattutto nell'ultimo scorcio di vita, non avrebbe durato fatica a scorgere nel suo volto «lo stampo di un uomo creato da Dio per qualche cosa [...]. Quello che in lui colpisce è la finezza del sorriso, l'occhio furbo e un'aria di bontà superiore e di volontà indomita» (Saint Genet, corrispondente di Le Figaro).

    Santità manifesta

    Santità nascosta e insieme manifesta; ecco un altro dei tanti paradossi della vita di don Bosco. Per temperamento e per deliberato spirito di umiltà, egli era portato a nascondere il suo mondo interiore, ad occultare il meglio di sé; ma la santità balenava nei suoi occhi, filtrava, come la luce attraverso l'alabastro, da tutta la sua persona, si poteva scorgere nell'insieme del suo comportamento. Come l'artista stampa la sua impronta nelle sue opere, così don Bosco aveva lasciato l'impronta della sua santità in quello che aveva pensato, detto, scritto, fatto e fatto fare: i buoni frutti indicavano la bontà dell'albero. E la conferma viene, tra l'altro, dalle migliaia di pagine degli atti processuali - che conobbero passaggi difficili - nei quali la vita di don Bosco fu scrupolosamente passata al vaglio di parametri ufficiali di santità che, a partire dall'inizio del secolo, si erano affinati, divenuti più scientifici e rigorosi.
    Studiandone la causa, consultori e giudici non tardarono a rendersi conto che, se apparentemente la sua vita sembrava dispersa in mille attività esteriori, in realtà aveva unicamente Dio, e solo Dio, conte centro di gravitazione suprema. Era vero quanto di don Bosco scriveva P. Albera: «Se lavorare sempre fino alla morte è il primo articolo del codice salesiano da lui [don Bosco] scritto più coll'esempio che colla penna, gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene mai più fu l'atto suo più perfetto».
    Era vero quanto affermava don Rua: «Quello che ho potuto continuamente scorgere fu la sua continua unione con Dio. [...] Io approfittavo molto di più ad osservare don Bosco, anche nelle più piccole azioni, che a leggere e meditare trattati di ascetica».
    Insisteva, a sua volta, il Card. Cagliero: «L'amore divino gli traspariva dal volto, da tutta la persona e da tutte le parole che gli sgorgavano dal cuore quando parlava di Dio sul pulpito, in confessionale, nelle prediche e private conferenze. Lo udii ripetere migliaia di volte: "Tutto per il Signore e la sua gloria!". Era sempre in continua unione con Dio».
    Da testimonianze siffatte, autorevoli ed attendibili, risultava, insomma, evidente che la spinta colossale che sembrava moltiplicare dal niente le sue opere benefiche saliva dalle profondità della sua vita interiore, dalla totale adesione alla volontà del Padre, a Cristo, al suo Spirito e alla Chiesa. Sgorgava, in forma via via più assoluta e trasparente, dalla sua eccezionale capacità di unione con Dio. «Una vita - si disse con immagine pittoresca di altri tempi - tutta a motore soprannaturale». La forza di esempio, di luce, di santità che, soprattutto negli ultimi dieci anni di vita, si sprigionava dalla sua persona era, a tratti,
    irresistibile.
    Per essersi incontrati, spesso solo fugacemente, con don Bosco, furono letteralmente lanciati sulla via della santità eroica - come si evince dalle loro biografie - salesiani come i venerabili Augusto Czartoryski, principe polacco, e Andrea Beltrami; i servi di Dio don Luigi Variata e Mons. Vincenzo Cimatti; i beati don Michele Rua, don Filippo Rinaldi e don Luigi Orione; il santo Mons. Luigi Versiglia, martire in Cina. Ma non sono gli unici esempi. La santità di don Bosco era veramente contagiosa.
    E stato detto che tutti i santi sono, in senso traslato, figli del periodo gotico: pieni dell'infinita aspirazione verso l'alto, per i quali il sufficiente non è mai sufficiente. Tale si rivelava don Bosco. «Sono felice scriveva il Card. Vives y Tuto ponente della causa - di aver dovuto studiare a fondo la vita di don Bosco, perché ho potuto conoscere che egli è un grande santo. L'ho toccato con mano: che tesori di virtù! Un amore alla Madonna che eguaglia quello dei più grandi santi; un amore alla Passione che gli soffocava il petto e, qual contrassegno infallibile di santità, era straordinario nell'ordinario, sicché nulla traspariva all'esterno nella vita comune. Veda, ho studiato assai la vita di don Bosco e la sua figura mi appare sempre più provvidenziale».
    «Ho sfogliato tanti processi - dirà ancora - delle cause, ma non ne ho trovato uno così riboccante di soprannaturale».
    A sua volta il Promotore della fede, il futuro Card. Salotti, avendo approfondito la conoscenza della vita di don Bosco confessava di essere stato colpito non tanto dal suo «prodigioso apostolato» quanto «dall'edificio sapiente e sublime della sua perfezione cristiana». E aggiungeva, rivolgendosi a S. Pio X: «Padre Santo, se tutti avessero una conoscenza intima e completa di questo secondo lato della figura di don Bosco, quanto sarebbe maggiormente apprezzato questo uomo, che pur gode di una estimazione così profonda e universale».
    «Dio è mirabile dal suo santuario» dice il salmo. Più mirabile e vario è però il tempio che Egli stesso si edifica con le pietre vive ed elette che sono i santi. Don Bosco è una di queste pietre, anzi pietra angolare per il suo ruolo di fondatore e capostipite di una grande discendenza spirituale. «Per rintracciare un'altra figura delle stesse proporzioni di don Bosco - afferma il Card. Schuster - occorre rifare di secoli la storia della Chiesa e raggiungere i santi fondatori dei grandi Ordini religiosi». «Forse voi salesiani - soggiungeva rivolgendosi a don Eusebio Vismara, un pioniere del movimento liturgico in Italia - non conoscete appieno tutta la ricchezza di virtù e di vita interiore che animava don Bosco». È bene ricordare che il grande Arcivescovo di Milano aveva sul tavolino un volume delle Memorie Biografiche e ne leggeva ogni sera qualche pagina.
    Paradossale è l'affermazione di Jean Guitton, accademico di Francia. Alla domanda «Che cosa sarebbe la religione senza fede?» il filosofo ha dato la seguente risposta: «La fede è l'adesione alla verità rivelata da Gesù Cristo, Dio fatto uomo: mi vengono subito in mente due testimonianze clamorose, quella di san Paolo e quella di don Bosco».
    Di don Bosco, infatti, si può sottolineare l'ardimento, l'intraprendenza, la fantasia creatrice, «ma non si possono mai staccare queste qualità così appariscenti dell'uomo don Bosco, da quella ricchezza interiore, sostanziata di rigorosa ascesi, di profondo senso di fede e anche di continua dedizione al ministero della Chiesa» (Card. Ballestrero). La sovrabbondante, ininterrotta ricchezza di vita interiore di don Bosco profondamente santo - è stata significativamente proposta all'attenzione dei fedeli in memorabili interventi dei Sommi Pontefici.
    «La sua statura di santo - ha scritto significativamente Giovanni Paolo II - lo colloca, con originalità, tra i grandi fondatori di Istituti religiosi nella Chiesa». Di don Bosco egli sottolinea «soprattutto il fatto che [il santo] realizza la sua personale santità mediante l'impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico, e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia. Proprio un tale interscambio tra "educazione" e "santità" è l'aspetto caratteristico della sua figura: egli è un "educatore santo", si ispira ad un "modello santo" - Francesco di Sales -, è discepolo di un "maestro spirituale santo" - Giuseppe Cafasso e sa formare tra i suoi giovani un "educando santo" - Domenico Savio» (Iuvenum Patris, n. 5).
    In questa breve sintesi la voce "santità" ricorre sette volte intrecciata al nome di tre santi, ai quali è sempre andata la calda attenzione di don Bosco, a sua volta uomo e santo tra i più significativi. Anche in lui si è verificata la legge spirituale secondo la quale le creature più ricolme di Dio sono anche le più assetate di Lui.

    (Fonte: Profondamente uomo, profondamente santo, LAS 1985, Capitolo IV, pp. 47-54)

     



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