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    C’è un fuoco da custodire

    perché nell’individualismo

    si muore di freddo

    Enzo Bianchi


     

    Viviamo in un tempo che non solo è posto sotto il segno della crisi epocale, ma che da più parti è letto addirittura come tempo della “fine”: fine della civiltà occidentale (Jacques Derrida); fine della modernità (Gianni Vattimo); fine della cristianità che porta a definire le società occidentali post-cristiane. È un’epoca caratterizzata dal senso della precarietà del presente e dell’incertezza del futuro, un tempo in cui l’incognito che ci sta davanti spaventa per la sua imprevedibilità e, insieme, per gli orizzonti asfittici che lo caratterizzano: il nostro è un «mondo in fuga» (Anthony Giddens), che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando. Questa situazione provoca un’angoscia profonda, che pare confermata anche da un rapido sguardo alle situazioni di guerra, miseria, oppressione migrazioni di massa. Si assiste impotenti al trionfo di una cultura dell’individualismo radicale che disumanizza.
    Non può che suonare come coraggiosa e drammatica la domanda: che cosa possiamo sperare? Il problema non si riduce alla semplicistica scelta tra sperare e disperare, o – peggio – tra essere ottimisti e pessimisti, bensì alla necessità di trovare fondamento alla speranza, così da giungere alla consapevolezza di che cosa si può realisticamente sperare, qui e ora. Cosa sperare? In chi sperare? Come sperare? E per chi crede, in quale Dio porre la speranza?
    I molti che da tempo si pongono queste domande posso trovare ora un tentativo convincente di risposta nel recentissimo saggio di Luigi Maria Epicoco, Per custodire il fuoco. Vademecum dopo l’apocalisse, edito da Einaudi nella collana Vele. Epicoco è sacerdote, teologo e filosofo, autore di testi tradotti in diverse lingue. Molto conosciuto nel mondo cattolico si sta meritatamente facendo apprezzare anche nell’ambiente laico come dimostra questa prima pubblicazione presso Einaudi. Di fronte ad un pianeta destinato a un futuro apocalittico e a un’umanità interiormente fragile e spaesata Epicoco coglie oggi da parte di tutti il bisogno di qualcosa che riscaldi nuovamente la vita, dal momento che “nella religione dell’individualismo si muore di freddo per solitudine”. La vita umana sembra aver perso il fuoco, ovvero aver perduto il senso della vita, quel significato autentico e profondo dell’esistere, dello stare al mondo insieme agli altri e per gli altri. Ma in questa situazione esiste ancora una speranza? Per l’autore esiste certamente perché “c’è un fondamento, un motivo grande per cui vivere la vita, ma non dobbiamo più cercarlo nei posti che conosciamo”. Dio stesso va cercato altrove, perché “il problema non è se esista Dio (che è propriamente un nome del Senso). Il Problema è forse cercarlo nei luoghi sbagliati, perché sono i luoghi della consuetudine”.
    Le pagine di questo libro seguono il filo del romanzo La strada (2006) del grande scrittore americano Cormac McCarthy (1933-2023). Un racconto che conduce al ribaltamento dello sguardo, che dice una parola nuova, una parola di resurrezione per il nostro tempo. Nella tenebra del più buio pessimismo il padre protagonista del romanzo custodisce in sé il desiderio di felicità: suo figlio è il fuoco che lo anima, che brucia in lui.
    Per custodire il fuoco è necessario essere custodi del senso della vita ma oggi “siamo esseri malati di Senso. La nostra vita non è vita finché non si aggrappa a un significato”. Se è vuoto il cielo è vuota anche la terra ma, “se il cielo è vuoto allora dove trovare redenzione e salvezza?” Affermare “Dio c’è” significa riconoscere che esiste qualcosa che salva la vita che va cercato non fuori ma dentro alla realtà: “Il cristianesimo ha intuito fin dall’inizio questa rivoluzionaria prospettiva, per poi forse dimenticarsene. È il grande tema dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. L’annuncio cristiano dell’incarnazione di Dio, “un bambino è nato per noi … ci è stato dato un figlio” della profezia di Isaia e il bambino del romanzo di McCarthy rivelano che “nella delusione generale della vita, quando nessun sistema ideologico, morale, politico, filosofico, e persino religioso sono riusciti a esserci di aiuto, ecco che la presenza di un fragile bambino consegnato nella mani di un padre diventa il motivo per cui il buio non ha definitivamente l’ultima parola”.
    Se nel racconto di McCarthy il bambino è portatore di compassione, di bene e di attenzione all’altro nella sua fragilità, e non solo è ciò che separa il padre dalla morte, ma anche ciò che separa il padre dal perdere la propria umanità, allo stesso modo la parabola evangelica del Buon Samaritano indica che “non si può delegare agli altri la prossimità”. Il sacerdote e il Levita vedono l’uomo morente a terra ma passano oltre, perché – osserva acutamente Epicoco – “la loro familiarità con le cose di Dio sembra non aiutarli a compiere ciò che andrebbe fatto senza se e senza ma. Costatano ma sono incapaci di fare qualcosa”. L’eretico Samaritano, invece, “si sente ferito dall’uomo ferito” e avverte il dovere di fare qualcosa. Come nella trama della parabola, la prossimità e i medicamenti hanno bisogno di una locanda, vale a dire di un luogo dove la prossimità e la cura diventano puntuali e permanenti. Fuor di metafora, la non indifferenza di fronte al dolore che si incontra deve poter contare su una società (locanda) capace di estendere la compassione nella durata del tempo. Infatti, “se la società non si struttura sulla logica della compassione, cioè sulla logica del rimettere al centro la vita reale dell’altro, il suo volto concreto, allora essa da luogo di umanizzazione diventa solo proiezione delle istanze dell’individuo ripiegato su se stesso. Anche una società può essere egoistica”.
    Epicoco intreccia sapientemente il romanzo di McCarthy con il Vangelo di Gesù Cristo e altre pagine bibliche (seguendo la traduzione della Bibbia Einaudi), traendone suggestive assonanze e segrete armonie. Così l’affermazione di Gesù “sono venuto ad appiccare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato” (Lc 12,49), racchiude e svela la consapevolezza che il fuoco rappresenta la più segreta forza che muove la vita in avanti, l’occulta passione che rende la vita viva. “Dire, come Gesù, che egli è venuto a portare il fuoco sulla, significa dire che ci sono momenti della vita in cui sentiamo che la nostra esistenza brucia per qualcosa”. Finché c’è il fuoco, la vita è al sicuro
    Il libro di Epicoco è una perla di senso che guida a comprendere che la speranza è un fuoco di passione che porta l’essere umano a sperare senza evadere dall’impegno e dalla responsabilità. La speranza – tanto come virtù umana quanto come virtù cristiana – non è unicamente protesa verso l’al di là né oppone schematicamente presente umano e futuro oltre la storia, ma è “passione per ciò che è possibile” (S. Kierkegaard). La speranza è una fattiva e realistica ricerca nell’oggi di ciò che domani sarà realtà piena, ma che già ora può fare capolino nel tessuto della nostra quotidianità. La speranza si nutre di convergenza di orizzonti, di desiderio e progetto di comunità, di compassione per l’altro, di pratica del dialogo in vista della comunione. Resistere alla barbarie che cresce indisturbata, significa già preparare un domani segnato da una miglior qualità della convivenza umana; lottare per la giustizia e la pace attraverso la pratica della riconciliazione tra popoli e gruppi in conflitto, significa già rendere altra la terra che oggi abitiamo.

    (La Stampa-Tuttolibri - 23 settembre 2023)



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