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    Gesù

    nostro contemporaneo

    Maurizio Schöpflin


    A
    più riprese, in occasione del recente convegno "Gesù nostro contemporaneo", è stato citato il nome del filosofo danese Søren Kierkegaard, il quale affermò con grande chiarezza che la vera fede implica la decisiva avvertenza della piena contemporaneità di Cristo. Strettamente collegata con questa certezza, il pensatore di Copenaghen ne ebbe un’altra: Gesù di Nazaret non vuole ammiratori, ma imitatori.

    Queste due convinzioni kierkegaardiane stanno in fecondo rapporto fra loro. Se la contemporaneità non permette al cristiano autentico di relegare Cristo in un passato che non incide sul presente, così l’imitazione gli rende impossibile fare di Lui una sorta di innocuo personaggio da ammirare da lontano.
    All’imitatore è richiesto un coinvolgimento pieno, un impegno in prima persona, mentre all’ammiratore può bastare uno sguardo freddo e impersonale. Kierkegaard parla di reduplicazione: si tratta, a suo giudizio, di un elemento essenziale della fede cristiana, di un personale raddoppiamento esistenziale del Verbo salvifico, realizzato obbedendo al comando di Gesù: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi». L’imitatore aspira a essere come l’originale, l’ammiratore, sostiene Kierkegaard, «rimane personalmente fuori». Nell’ammirazione manca la compromissione personale, il rischio connesso con il vivere nella contemporaneità con Gesù.
    Scrive ancora il pensatore danese: «Quando non c’è alcun pericolo, quando regna la calma e quando tutto sta in favore del cristianesimo, è fin troppo facile scambiare l’ammiratore con l’imitatore e con tutta tranquillità può accadere che l’ammiratore muoia nell’illusione d’aver scelto la strada giusta. Attenzione quindi alla contemporaneità». E rincara la dose, rammentando che a Giuda non fece certo difetto l’ammirazione per Gesù: anzi, egli «divenne traditore proprio perché era ammiratore». Kierkegaard intende spingere il vero cristiano verso un’imitazione che viene testimoniata dalla coerenza della vita e che dunque è nemica di ogni accomodamento interiore ed esteriore.
    Facendo appello alla fondamentale idea della contemporaneità, egli propone un’immagine della fede cristiana imperniata sulla vitale vivacità di una persona da seguire, piuttosto che sulla mera accettazione della lettera di una dottrina quanto si vuole ammirevole, ma pur sempre incapace, nella sua aridità, di muovere la persona verso una profonda adesione esistenziale. L’ammirazione finisce per condurre a un atteggiamento di distacco, mentre l’imitazione spinge fino all’assimilazione, come attestano le celebri parole di San Paolo contenute nella Lettera ai Galati: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».
    Dunque, a giudizio di Kierkegaard, i concetti di contemporaneità e di imitazione si richiamano a vicenda e, in certo modo, si implicano: essi fanno sì che, se vuole essere autentico, il cristiano debba prendere molto sul serio la scelta di seguire Gesù Cristo.

    (Avvenire - 18 febbraio 2012)



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