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    Una proposta di

    accompagnamento spirituale:

    il cammino di Emmaus

    Anselmo Tomé Ríos


    "Alla fine del cammino mi diranno: Hai vissuto? Hai amato? E io, senza dire nulla, aprirò il cuore pieno di nomi".
    (Pedro Casaldaliga)

     

    Il racconto del cammino di Emmaus è un episodio biblico appartenente al Vangelo di Luca (Lc 24, 13-35). Si tratta di un brano fondamentale che illustra in maniera vivida il concetto stesso di accompagnamento spirituale: in effetti ci imbattiamo in vari elementi chiave che stabiliscono una profonda relazione tra il racconto biblico e la pratica dell'accompagnamento spirituale.
    Accompagnare spiritualmente nel contesto del cammino di Emmaus significa essere un supporto e una guida spirituale per chi sta attraversando un periodo di confusione, scoraggiamento o crisi nella pratica della sua fede, proprio come capitò a Gesù che “accompagnò” i discepoli nel loro viaggio. In questa chiave, il brano di Emmaus è un quadro preciso di riferimento per realizzare un percorso di un accompagnamento spirituale.
    Ho scelto questo testo fondamentalmente per due ragioni. Da un lato, tale proposta si trova nel CG23 della Congregazione Salesiana, dove si studiò la modalità di accompagnare i giovani nella fede (e sento che continua ad essere attuale anche oggi); in secondo luogo, per parecchie estati ho potuto vivere come animatore l’esperienza del Cammino di Santiago con diversi gruppi. L'immagine di un cammino, di un pellegrinaggio mi è servito come linea base e stimolo per queste riflessioni.
    Da vari anni sta aumentando il numero di persone che chiedono di essere accompagnate spiritualmente e si è anche verificato un aumento della domanda (libri, articoli, giornate formative, corsi di accompagnamento, master...) nel campo formativo riguardo all'accompagnamento spirituale. Sono momenti importanti, e anche di grande rilevanza e utilità. Ma un altro modo di apprendere l'accompagnamento spirituale è fissare lo sguardo su Gesù. E uno degli esempi più belli di accompagnamento lo possiamo trovare e imparare nella storia dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35).
    Per sviluppare questa proposta metodologica di accompagnamento, mi concentrerò direttamente sul testo per fare una riflessione che presenti modelli sull'accompagnamento spirituale, proprio partendo dal questo cammino.

    IL CAMMINO DI EMMAUS: INDICATORI PER UN ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE

    1 Mettersi in cammino con ognuno

    "Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto" (vv. 13-14).
    Innanzitutto stiamo parlando di discepoli di Gesù, non sono gente qualunque. Sono persone che possono avere più o meno fede, che possono avere lacune, dubbi, momenti di incertezza, persone che forse non hanno chiara quale sia la loro vocazione nella vita. Tuttavia, queste persone vanno camminando, si sono messe in cammino, e non meno importante, vanno parlando di Gesù e denotano una certa preoccupazione per lui.
    La vita dell'uomo è come un cammino. Di fatto, possiamo comprendere l'uomo come essere in relazione, cioè, aperto verso una diversità o pluralità di direzioni. Così sono le persone che incontriamo nell'accompagnamento: persone che vanno facendo un cammino nelle loro vite e che in determinati momenti cercano risposte per il loro vivere. Le persone a cui si rivolgono in cerca di aiuto e di supporto, molto probabilmente, non hanno esperienza di accompagnamento spirituale, ognuno ha un'esperienza sociale, lavorativa, ecclesiale diversa, con esperienze ed età diverse. L'atteggiamento fondamentale è quello di mettersi in cammino. I discepoli hanno abbandonato il cammino di Gesù, poiché non avevano visto soddisfatte le loro aspettative.
    Emmaus, filologicamente significa "paese brutto", orribile, luogo di "gente disprezzata o confusa". Si tratta di un racconto dove prevale uno sguardo ai fatti accaduti nella loro fattualità materiale, e all'inizio quanto loro accade viene interpretata da una chiave umana.
    Il racconto evangelico mette subito in evidenza l'esperienza di quanto importante sia il trovare un compagno di cammino con cui poter condividere le pene e le tristezze che albergano nel più profondo del cuore. L'accompagnatore deve mettersi a camminare accanto alla persona accompagnata, avendo chiara la finalità di questo cammino: conoscere la meta anche se non il cammino concreto per ognuno.
    La presenza del Risorto avviene per i discepoli nella vita quotidiana: in questo caso non come un fatto in più, ma come un'esperienza che si fa presente nella loro realtà.
    Essi parlavano, ed è in quel conversare che “avviene” la presenza del Signore, nel dialogo che avevano su di loro (e su di Lui).
    Penso che, in relazione all'accompagnamento spirituale, sia necessario creare una cultura dell'incontro e del dialogo, dove la parola che si condivide sia la protagonista dell’esperienza stessa. Il dialogo si presenta come il contesto più adeguato alla presenza del Signore Risorto e – a volte – diventa lo strumento più opportuno per la comunicazione dello Spirito (principale protagonista dell'accompagnamento spirituale) che conferisce spazio a una nuova realtà. E così, cominciano a interpretare quanto stanno al momento vivendo: concretamente, la perdita della fede in Gesù per lo scandalo della croce.

    2 Gesù va incontro

    "Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo" (vv. 15-19).
    I due discepoli avevano vissuto un'esperienza drammatica, ed erano delusi. Il dolore, il senso di fallimento e la frustrazione dei discepoli di Emmaus si manifestano in quanto da loro vissuto e si esprimono nelle domande più profonde che un essere umano può porsi. Il loro sguardo si trova prigioniero di altre realtà, e per questo i due discepoli non possono riconoscerlo. Gesù in persona li raggiunge nel cammino, si converte in un altro viandante e li accompagna, col suo modo amichevole, proprio a partire dalla loro situazione di disillusione.
    Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.
    La presenza del Signore Risorto non si pone “al di fuori” della realtà, al contrario, si fa presente come un viandante, un accompagnatore solidale, per poter conversare con i discepoli e ricondurli alla vita e alla speranza.
    Accompagnare spiritualmente qualcuno è la stessa cosa: accettare di percorrere il cammino assieme, mettersi insieme all'ascolto dello Spirito, che è l'unica guida vera nel cammino che porta all'incontro con Dio. Cioè: accompagnare nel cammino interiore di ricerca che sta realizzando, senza perdere di vista che chi prende l'iniziativa è la persona dell'accompagnato. L'accompagnamento è terapeutico, ma fa un passo in più quando introduce il dato della fede, l'azione di Dio nella persona, e questo suppone un nuovo orizzonte e una diversa ampiezza di vedute.
    L'accompagnatore agirà come Gesù, camminando umilmente accanto alla persona accompagnata, nell’aiuto al giovane a scoprire e interpretare l'azione di Dio nelle esperienze che vive. Si potrebbe dire che l'accompagnatore è l'amico del quale parla Albert Camus quando dice: "Non camminare dietro di me, potrei non guidarti. Non andare davanti a me, potrei non seguirti. Semplicemente cammina al mio fianco e sii mio amico".
    Una prima sfida pastorale è dunque il saper captare la situazione in cui i giovani vivono, il prendere l'iniziativa dell'incontro, mettersi al loro fianco e camminare con loro come Gesù, ascoltando e condividendo le loro inquietudini. Nel cammino di Emmaus, Gesù appare come un modello di ascolto attento. Emerge come il dialogo si presenti come un aspetto chiave nei processi di accompagnamento e di discernimento. Ciò implica apprendere a situarsi tra i giovani, accoglierli così come sono, camminare con loro dalla situazione in cui si trovano.
    Nell'arte dell'accompagnamento spirituale ha molta importanza il saper fare domande sul “senso”. E Gesù, come buon accompagnatore sa fare domande (anche se lui già sapeva il motivo della tristezza e il tema di conversazione dei discepoli di Emmaus). L'accompagnatore di Emmaus è una persona che più che dare informazioni, interroga, pone questioni in forma aperta e lascia l'iniziativa ai discepoli.
    Gesù, come buon accompagnatore, non ha fin dall’inizio un piano previsto che intende far seguire ai due discepoli. Al contrario, si lascia guidare da loro, dalla loro esperienza, da ciò che hanno vissuto: Gesù inizia il dialogo con loro interessandosi alla loro realtà. E mostra interesse per ciò che sta succedendo loro: "«Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?»" (v. 17). Questa maniera di mostrare interesse per le loro preoccupazioni mostra quanto i due discepoli siano importanti per lui.
    Sarà difficile accompagnare qualsiasi persona se non mostriamo il nostro interesse per loro, se non facciamo vedere e sentire che ci si preoccupa per loro e che essi sono importanti per noi. E questo, più che di parole, necessita di gesti che esprimano la nostra disponibilità, vicinanza, affetto, ascolto e dedizione. Davanti alle domande di Gesù i discepoli smettono di camminare, fanno una pausa. Non possono più nascondere i sentimenti. Riconoscerli ed esprimerli è molto importante. Le "pause" hanno un grande valore nei processi umani.
    Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?»
    I due discepoli si meravigliano che egli sia l'unico non conoscere ciò che era accaduto. E si aprono a lui. Proprio come succede nell’accompagnamento, si cominciano a narrare le proprie esperienze. Come a n medico si raccontano i propri problemi di salute.
    Questa domanda dei discepoli – un pochino sorpresa e quasi “accusatoria” mette in rilievo che Gesù sa ascoltare al di là delle parole, capta perfettamente la sofferenza, delusione, apatia dei due discepoli. Per poter ascoltare profondamente, bisogna avere prima la possibilità di saper tacere.
    Come dice il padre cistercense Bernardo Olivera: "Tacere per cominciare ad ascoltare; ciò che è evidente; ma si dimentica con frequenza. Fare silenzio per raccogliersi, porre attenzione e concentrarsi sull'altro... Lasciar parlare, manifestarsi, esporre le situazioni, cercare le soluzioni. Sentire ciò che l'altro sente".
    Lo stesso autore, in relazione all'ascolto e alla comprensione, dice: "Ma l'ascolto e la comprensione non sono meramente atteggiamenti intellettuali. Qui è dove entra in gioco l'empatia, l’armonia e compenetrazione di sentimenti ed esperienze. L'empatia è la comprensione per esperienza, soprattutto affettiva, di ciò che è stato vissuto emotivamente dall'altro. È la chiave maestra per entrare nel mondo dell'esperienza di colui che si accompagna".
    Tuttavia, gli occhi dei discepoli di Emmaus non potevano riconoscere Gesù risorto. Lo hanno conosciuto come compagno di cammino, come accompagnatore e guida. Possiamo dire che lo vedevano, ma non lo riconoscevano. I discepoli non erano in difficoltà a vederlo, ma a riconoscerlo.
    Ma di nuovo Gesù domanda loro: "Che cosa è accaduto?" (v. 19). Più che una domanda, è un invito da parte di Gesù, che indica così quale debba essere il nostro atteggiamento iniziale.
    Le domande lasciano la persona in una situazione di libertà perché possa rendersi conto della propria situazione. Optare per l'accompagnamento comporta lasciare alla persona che liberamente e volontariamente si lasci aiutare.
    L'accompagnamento spirituale parte dall’esperienza di Dio che sta vivendo la persona, esperienza comunitaria, con il contesto in cui vive, con se stessa. L'importante è aiutare la persona a che possa esprimere le proprie emozioni, sentimenti, atteggiamenti vissuti. Curiosamente, questo è ciò che fa Gesù quando dà ai discepoli la possibilità di parlare di speranza e di scontento, di incredulità e sconforto.
    Oggi chi lavora nella pastorale giovanile deve continuare a uscire incontro ai giovani, nella loro necessità di vita, di risposte e di senso. Deve percorrere insieme ai giovani un cammino che li porti alla scoperta interiore, far loro vedere un cammino che li faccia ritrovare la speranza, e anche alla scoperta di Gesù.

    3. Un compito dell'accompagnamento spirituale: il discernimento

    Non sai "come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto» (vv. 20-24).
    Insieme all'atteggiamento di cui abbiamo detto (aiutare le persone ad avere un atteggiamento di domanda), occorre sottolineare anche come un compito vitale dell'accompagnamento quella di saper ascoltare.
    Senza dubbio, ciò che mostra questo testo biblico è la lunga e dettagliata informazione che i due discepoli danno a Gesù. E concludono il loro racconto dicendo che erano sconvolti perché alcune donne avevano raccontato loro che il sepolcro era vuoto all'alba della domenica.
    Le speranze dei discepoli riposte in Gesù erano rimaste frustrate. Era necessario uno sguardo speciale per riconoscere il risorto. La fede dei due discepoli solo arriva a vedere Gesù come un profeta di Dio. La loro mancanza di fede entra in contrasto con la fede delle donne. Per loro la croce si era convertita nella fine di ogni speranza.
    L'atteggiamento di Gesù ci richiamo a un passo ulteriore nell’accompagnamento: il suo ascolto attento, tranquillo e paziente permette un certo margine e distanza alle persone, perché esse possano “adeguare” il proprio cammino. Devono dunque poter esprimere e prendere coscienza di tutta la ridda di sensazioni, emozioni, aspettative che si agita dentro. Con assoluta trasparenza. Così succede per i due discepoli: non hanno paura di fare brutta figura, ma tirano fuori tutto, per nella incomprensione profonda dei fati. "Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo" (v. 16) o anche: "Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute" (v. 21).
    Probabilmente hanno questo coraggio perché hanno giù fiducia nel pellegrino, si sentono in sicurezza, perché il suo ascolto non è di curiosità ma di partecipazione, di “verità” che promette: Cristo risorto in effetti aprirà i loro occhi perché possano contemplare il suo vero senso nel piano di Dio.
    Lo stesso di quanto avviene all'interno dell'accompagnamento personale e spirituale: mettere l’altro in una buona disposizione per il discernimento, ascolto profondo (della persona verso il suo mondo interiore nei diversi stati d’animo, interpretazioni e attese), per imparare poi a discernere le mozioni dello Spirito.
    L'accompagnamento spirituale deve situarsi nel cuore di queste esperienze per aiutare a discernere la voce di Dio in mezzo alle altre voci che risuonano nel nostro mondo e nel cuore degli uomini e donne.

    4 L'accompagnatore spirituale: educatore, pedagogo e maestro della fede

    "Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (vv. 25-27).
    Ci sorprende la risposta di Gesù. Tuttavia succede davvero nella vita qualcosa di simile, anche in riferimento ai processi di accompagnamento: occorre confrontarsi, con solidare, correggere, ripulire, incoraggiare…
    Ancora una volta, Gesù pone una certa “distanza” sé e i discepoli e Lui, per vincere le loro resistenze e poterli confrontare con la Parola di Dio. Lo fa mostrando le qualità e virtù di un buon accompagnatore spirituale. Con rispetto, dedica loro il tempo che considera necessario, e riprendendo l'esperienza di ciò che è successo fa con i discepoli una rilettura dei fatti alla luce della Parola di Dio.
    Gesù Risorto è il vero Maestro che richiama l'attenzione dei discepoli perché comprendano il senso di ciò che loro stessi hanno trasmesso senza capirne bene il senso. Egli opera una “rilettura”. E mostra che anche nei fatti più paradossali della sua sofferenza fino alla morte bisogna fare un'interpretazione più profonda per scoprire nella storia il piano di Dio Padre.
    Questo dovere di “correzione fraterna”, che è comunque evangelico, costa abbastanza sia per essere accolto che per essere esercitato: da parte dei primi rimane sottofondo il timore del giudizio, e da parte del secondo il ritegno il fatto di dover correggere qualcuno. Ma l'esempio ancora una volta lo troviamo in Gesù: egli opta per confrontarli con loro stessi, a vedere oltre ciò che attualmente stanno vedendo, vuole che escano dalla loro cecità perché possano scoprire colui di cui le Scritture parlano.
    Il vero accompagnatore ha comunque l'obbligo di praticare la correzione fraterna quando lo crede conveniente e opportuno. L’esperienza insegnerà quale possa essere il momento più adeguato e il modo di farla. Qualcosa di questo succede nella vita tra padri e figli, quale padre non corregge i suoi figli?, e quale figlio non deve aspettarsi di essere corretto da suo padre? Non è certamente facile affrontare le resistenze, ma sempre prima o poi l'accompagnatore dovrà farsi carico e lavorare con queste situazioni e decidere se vuole affrontarle o no. A volte poi l'accompagnatore non si limita a rispondere, ma a volte anticipa o previene la richiesta di confronto con la realtà, secondo le esigenze del Vangelo. Egli si presenta nel ruolo di un maestro della fede, che va orientando l'esperienza che la persona vive, e pone le linee guida per una corretta interpretazione della vita alla luce della Parola di Dio
    Se l'accompagnamento che facciamo è di tipo spirituale, non possiamo lasciare da parte la Parola di Dio e come questa illumina le esperienze di entrambi., per scoprire e vedere Dio in tutte le cose: nella Sacra Scrittura, nelle persone e nelle situazioni della vita quotidiana.
    Qualcosa di questo fa Gesù, che non solo “rimprovera” la lentezza di quei discepoli, ma annuncia loro l'interpretazione e il senso di ciò che era successo: " E, cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. " (v. 27). È decisivo che in questo processo di accompagnamento, si dia da parte di entrambi spazio all'ascolto della Parola di Dio, perché la Parola è fonte di illuminazione, ispirazione, alimento e crescita.
    Non dimentichiamo che stiamo parlando di discepoli. Essere discepolo è la meta, la sintesi del camminare e del pellegrinare in chiave cristiana. Essere discepolo implica il seguire Gesù: " Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? " (v. 26). Si tratta che la persona accompagnata sappia leggere la sua propria vita, in forma integrale e globale, come storia di salvezza.

    5 Un accompagnamento che arriva a farsi esperienza di Dio

    "Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»" (vv. 28-32).

    In anni di esperienza personale ho potuto constatare la diversità delle situazioni, quando sei tu quello che domanda e propone, e quando è l’altro che lo fa: allora risulta più facile poter rispondere alle sue domande, orientare nel processo di ricerca, richiedere l’ascolto attento: qui si vede davvero se ha attecchito il lavoro di accompagnamento.
    "Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto»" (v. 29).
    Furono loro, i due discepoli a chiedere e insistere perché restasse con loro. Emmaus si converte in un luogo di ospitalità e di accoglienza, di vicinanza con il viandante straniero. Ne avevano ancora bisogno, anche se non lo manifestavano espressamente. Senza saperlo stavano accogliendo Gesù Risorto.
    E il viandante, Gesù, accetta la loro richiesta, si lascia di nuovo condurre da loro. È lì per aiutarli, per servirli, per dedicare loro il tempo necessario e farlo senza fretta.
    L'accompagnamento spirituale è un'arte che porta la persona dell'accompagnato a essere capace di ricevere, accogliere, dare ospitalità e accompagnare altri.
    Certamente, si percepisce qui come il viandante aveva conquistato i loro cuori. Non volevano che se ne andasse, si trovavano a proprio agio con la sua compagnia, gli piaceva ascoltarlo... è allora che " Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista" (vv. 32).
    Gesù ripete con loro il gesto che aveva realizzato con i discepoli prima di morire, gesto che, secondo Giovanni, mostra come "avendo amato i suoi, li amò fino alla fine". In Lc 24, 30 si descrivono i gesti propri dell'eucaristia che portano i discepoli a riconoscere e identificare Gesù il Signore. I due discepoli hanno scoperto il senso di ciò che era successo.
    Per questo Gesù li lascia, perché intuisce che la relazione di accompagnamento è terminata. Il processo dell'accompagnamento è stato lungo. Gesù scompare ma resterà nel cuore dei suoi discepoli. L'importante della vita si custodisce nel cuore. Il fatto che Gesù scompaia dalla loro vista è perché, a partire da ora, sarà presente nella parola e nel cibo. Sarà accessibile solo per mezzo della fede.
    Questa risulta una buona disposizione perché si sviluppi l'accompagnamento spirituale. È il momento chiave per orientare verso Cristo, è il momento opportuno per porre la persona nell'ascolto profondo del suo interiore e di ciò che gli va chiedendo lo Spirito Santo: nella forma della preghiera e di partecipazione ai sacramenti.
    E cosa ha fatto Gesù “accompagnandoli”? Gesù ha pregato con loro, ha mostrato loro la centralità della Parola di Dio, dei sacramenti e, più in concreto, dell'eucaristia, per la crescita e la maturazione spirituale.
    Il racconto in effetti vuole rispondere a una domanda che si facevano i membri della comunità lucana: Se Gesù è risorto ed è vivo, dove possiamo trovarlo? Perché è questo il momento propizio e non un altro? Tenendo conto del percorso che portiamo nel nostro cammino di accompagnamento, si è prodotto rispetto alle tappe anteriori un fattore nuovo: la persona accompagnata è capace di captare da sé sola la presenza di Dio, come la captarono i due discepoli di Emmaus. Questa è la novità: la capacità contemplativa.
    Aiutare a camminare nell'integrazione di una serie di binomi che si presentano nella vita (fede-vita; fede-cultura; azione-contemplazione; koinonía-diaconía...) è un buon compito di ogni accompagnamento.
    " Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? " Non è una funzione propria dell'accompagnatore, e più ancora all'inizio di una relazione, offrire ricette, consigli, interpretazioni e – ancora meno – offrire immediate e facili soluzioni. L'accompagnatore si caratterizza per praticare un certo ministero della Parola, come Gesù. Egli investe tempo nel fare il cammino con loro, ascolta, spiega, illumina "mentre parla lungo il cammino". E Così facendo essi stessi cominciano a capire, e chiarirsi alla luce della Parola sull'esperienza vissuta e sulla relazione della persona accompagnata con Dio, con gli altri e con se stessa.

    6 Di ritorno a Gerusalemme: un accompagnamento che sfocia nella vita

    " Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. " (vv. 33-35).
    Siamo giunti alla fine del cammino. L'accompagnamento di Gesù lungo il cammino di Emmaus porta i discepoli a intraprendere con gioia ed entusiasmo la loro missione.
    Ci troviamo di fronte a due situazioni importanti e ineludibili. Da un lato la comunità: "In quello stesso istante si misero in cammino e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli undici e tutti gli altri..." (v. 33). I discepoli affrontano una nuova situazione, passando dalla fuga dalla comunità al ritorno ad essa, dal non credere al credere ed essere annunciatori della Buona Notizia.
    Dall'altro, la testimonianza, o anche, l'impegno personale: " Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. " (v. 35).
    Possiamo dire che i discepoli hanno scoperto la verità e il senso delle loro vite e, senza ulteriori indugi, si mettono in cammino per convertirsi in testimoni della Buona Notizia e "raccontare ciò che era successo". Un impegno e testimonianza personale che arriverà a ogni persona nel momento preciso, tenendo conto della sua realtà e contesto, della sua situazione personale, della sua età, lavoro, tappa nella quale si trova...
    "L'accompagnamento aiuta alla maturazione integrale del credente quando si fa nel quadro di una comunità di appartenenza, comunità che offre appoggio, consola, promuove e segue le tappe di un processo di crescita (...) Non solo bisogna avere presente la comunità di riferimento per ogni accompagnamento che si dica cristiano, ecclesiale, ecc., ma anche riconoscere nella comunità uno spazio per la comunicazione di esperienze e per promuovere, da lì, l'annuncio del Vangelo. L'accompagnamento fa crescere la persona anche nella comunicazione di esperienze e nella capacità di vedere il soggetto di annuncio del kerigma nella Chiesa" (Bruno D’Andrea).
    La persona non è un'isola solitaria, ma si inserisce e vive in una comunità nella quale sviluppa un lavoro, presta dei servizi, si manifesta disponibile, ha delle relazioni, partecipa e celebra con essa...
    Ci si apre alla testimonianza nel momento in cui si produce la scoperta del: " Davvero il Signore è risorto " (v. 34). Nasce qui il desiderio e la necessità di raccontare a tutti ciò di cui si è stati testimoni, ciò di cui si è avuta un’esperienza trasformatrice.
    Cioè, dove c'è testimonianza e testimoni è perché previamente si è prodotto l'incontro con Dio. Ecco allora il perché del ritorno a Gerusalemme e alla comunità, come conseguenza ed esigenza di chi si riconosce discepolo e seguace di Gesù Cristo.
    "Il cammino di Emmaus, come quello dell'accompagnamento personale, segna la direzione della vita stessa. L'incontro e il dialogo rilanciano alla vita; e dalla realtà di ogni giorno, luogo teologico della fede, si ritorna all'accompagnamento. In questa spirale non si ripetono i movimenti senza che ci sia un minimo di avanzamento" (Julián G. Barrio).


    FONTE: Misión joven, n. 567, 2024, pp. 57-66



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