Alcuni modelli neo-testamentari
per l’incontro con Gesù Cristo
Joseph Gevaert
A prima vista il titolo potrebbe apparire in qualche modo paradossale. Infatti, gran parte del Nuovo Testamento, specificamente i quattro Vangeli, non è altro che testimonianze circa vari e differenziati incontri di Gesù con tante persone diverse e di persone che incontrano Gesù Cristo e il suo Vangelo. Tutti questi incontri hanno indubbiamente una funzione nell'annuncio del Vangelo e nell'istruzione orale alle persone che dimostrano interesse per la grande storia di Gesù di Nazareth.
Ciononostante è difficile passare accanto al fatto che alcuni di questi incontri sembrano essere trattati dagli stessi evangelisti con una più attenta considerazione, e presentati ai candidati cristiani come una specie di specchio dell'itinerario che essi stessi sono chiamati a percorrere o stanno percorrendo per diventare discepoli di Gesù Cristo. I testi evangelici, infatti, non sono soltanto il ricordo e l'autorevole testimonianza riguardo a Gesù Cristo, ma riflettono anche l'utilizzazione di questi racconti e ricordi nelle attività di primo annuncio e catechesi durante almeno tre o quattro decenni a partire dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo.
La presentazione è limitata a tre modelli. Il primo sembra più tipicamente di primo annuncio del Vangelo (l'incontro di Gesù con una donna samaritana). Il secondo (del Vangelo di Marco) è un tipico modello di incontro di primo annuncio con elementi che più tardi (III secolo) saranno considerati di «catechesi». Il terzo (i discepoli di Emmaus) si situa prevalentemente a livello di una formazione al discepolato (che a partire dal III secolo sarà specificamente il tema del periodo che noi oggi indichiamo come catecumenato, e che allora era indicato come catechesi o entrata in discepolato).
I diversi modelli sembrano segnati dal genio dei diversi Evangelisti e dalle diverse situazioni culturali e religiose in cui i testi sono stati usati. Questi aspetti vanno tenuti presenti, quando si tratta di valutare la possibilità di usare questi modelli come fonte ispiratrice per la catechesi in ambienti fortemente segnati dalla cultura secolare dell'Occidente.
Attualmente il più citato di questi modelli è quello dei discepoli di Emmaus. Il catecheta J. Bulckens, per esempio, è uno dei numerosi catecheti che prendono il racconto dei discepoli di Emmaus come paradigma dell'agire catechetico.[1] Una parola significativa per molti catecheti oggi è «accompagnamento». Altri guardano al Vangelo di Marco come un modello specifico per l'incontro con Gesù Cristo.
Il termine «modello», usato in un significato piuttosto ampio in questo paragrafo, richiede un breve chiarimento. Intende semplicemente sottolineare che serve come riferimento ed ispirazione per l'agire catechetico. Non è affatto da intendere nel senso stretto e tecnico che si riscontra nelle diverse scienze e nella didattica. [2] Non è certo il caso di parlare di «bozze» o primi schizzi di un futuro manuale di catechetica e tanto meno come un filo conduttore per una serie di lezioni. Questi testi lasciano però intravedere che presso i primi evangelizzatori (Apostoli ed Evangelisti) e catechisti c'era già una riflessione pratica o un'idea pratica sul percorso del non cristiano che desidera diventare cristiano, e ovviamente la consapevolezza delle principali difficoltà che il non cristiano incontra.
È importante notare che ognuno di questi modelli fa anche leva su problematiche umane che giocano un ruolo particolare nell'incontro fecondo con il Vangelo di Gesù Cristo.
In riferimento alla prassi catechetica contemporanea, sembra pure importante sottolineare la pluralità di modelli neo-testamentari, che fanno leva su problemi di fondo dell'esistenza umana. A seconda della condizione particolare del destinatario, o del contesto religioso e culturale, può essere preferibile un modello piuttosto che un altro.
Un'ultima annotazione. Pur limitandosi ad esperienze soltanto sommariamente evocate, i modelli citati sono comunque importanti, dato che non disponiamo in alcun modo di protocolli (annotazioni o registrazioni dirette) di primo annuncio del Vangelo o di insegnamento catechistico a un determinato gruppo di futuri cristiani. È più che probabile che l'attenzione ai singoli modelli segnalati non era uguale in tutte le Chiese locali del primo secolo. Ad ogni modo il fatto che sono esplicitamente documentati nei Vangeli è segno che erano usati in qualche comunità.
Dato che i catecheti solitamente conoscono i testi che qui sono avvicinati come «modelli», la presentazione può limitarsi ad indicazioni molto concise.
1. L'incontro con una donna samaritana
L'evangelista Giovanni (Gv 4,1-42) racconta l'incontro di Gesù con una donna della Samaria e l'annuncio del Vangelo a questa donna. Il racconto è presentato a coloro che per la prima volta fanno l'incontro con Gesù Cristo, si mettono nell'ascolto del messaggio evangelico e si propongono di diventare cristiani. Il racconto doveva avere una grande rilevanza nelle comunità di Giovanni, data l'ampiezza con cui è svolto e documentato. Per coloro che mostravano qualche interesse per Gesù e il suo Vangelo, il racconto doveva apparire come uno specchio del proprio itinerario di avvicinamento e dei principali problemi umani, etici e religiosi che a loro si presentano in questo itinerario verso l'accoglienza del Vangelo di Gesù Cristo. [3]
Questo racconto, a differenza di altri, è collegato con molteplici realtà umane che vanno dall'incontro con una eccezionale personalità religiosa, alla sete di felicità e di vita che ognuno porta in sé (l'uomo non vive di solo pane...), alla problematica etica, alle polemiche sull'unico luogo di culto (tempio di Gerusalemme), fino al dono gratuito della misericordia di Dio e la chiamata alla vita eterna.
Per gli occidentali non è facile percepire subito la forte carica di simbolismo che circonda oggetti, parole e gesti che appaiono in questo racconto. L'inizio del racconto è evocativo di grandi esperienze dell'Antico Testamento e dell'intera tradizione fino a Gesù Cristo: il pozzo di Giacobbe. Per i nomadi del deserto, come per i patriarchi (sceicchi, nomadi anch'essi) i pozzi segnavano le tappe di un lungo viaggio, a sua volta segno per il cammino della vita umana, intesa anche questa come viaggio verso un destino non ancora raggiunto (cfr. la figura di Abramo). La «sete» non fa soltanto riferimento ad un bisogno fisiologico dell'uomo e del bestiame, ma diventa simbolo della profonda insoddisfazione del cuore umano e del bisogno di Vita duratura e di felicità piena e duratura. All'orizzonte si profila ovviamente — in chiave cristiana — anche la fonte battesimale...
È in questa cornice profondamente simbolica, facilmente nota alla gente di quel tempo in Israele, che Gesù (in cammino verso Gerusalemme) si siede accanto a quel pozzo di Giacobbe.
La prima domanda che Gesù rivolge alla donna si colloca sul piano dell'itinerario terrestre: «Dammi da bere». L'acqua è necessaria per colmare la sete durante il viaggio, e necessaria per vivere. Senza acqua non c'è vita.
Gesù passa poi a mettere in evidenza la portata simbolica della sete e dell'acqua. Il passaggio è provocato da un dato di fatto: i Giudei consideravano eretici i Samaritani, gente sciagurata staccata dalla «Vita» (che sarebbe il privilegio dei soli Giudei a condizione di osservare scrupolosamente la Legge). Di là la grande sorpresa della donna, quando un Ebreo, un non Samaritano, si rivolge a una donna, per di più una Samaritana, chiedendo acqua da bere.
Gesù evoca esplicitamente il senso simbolico della sete, che comunque è già presente nel tema del pozzo e dell'acqua: «Se tu conoscessi il dono della vita e chi è colui che ti dice: dammi da bere, tu stessa glielo avresti domandato ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva» (Gv 4,10).
Il seguito del racconto è noto e passa attraverso l'accenno al comportamento etico e le vicende matrimoniali della donna, alle religioni e al luogo di culto, per approdare alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo, e alla autentica religione non più legata al Tempio dei Giudei e alla politica dell'unico santuario. Tutto ciò è superato nel Vangelo di Gesù Cristo, in cui tutti sono chiamati ad adorare Dio in Spirito e Verità. Appare come un annuncio esplicito del Vangelo ai Samaritani, anticipo dell'annuncio evangelico a tanti pagani sparsi nel mondo, e di cui molti lo accoglieranno.
Non sembra quindi difficile scorgere in questo racconto l'intenzione di prospettare l'itinerario da percorrere da parte del non cristiano per incontrare Gesù Cristo ed entrare nel Vangelo.
Si noterà pure che questo racconto, a differenza degli schemi kerigmatici di Pietro negli Atti degli Apostoli, non accentua l'adempimento delle promesse fatte ai profeti riguardanti il futuro messia. Al contrario, si fa il dialogo evangelico a partire dal bisogno di salvezza che è vissuto da ogni persona umana.
2. Chi è costui? Il modello del Vangelo di Marco
Esistono certamente diversi modi di leggere l'impostazione e la finalità del Vangelo di Marco. Quello preferito qui è soltanto uno tra molti.
Ritenuto il più antico, il Vangelo di Marco è spesso considerato come primo modello di kerygma/catechesi del Nuovo Testamento. Secondo una interpretazione accettabile, il filo rosso o filo conduttore kerigmatico di questo Vangelo sarebbe la domanda: Chi è costui? Marco lo indica esplicitamente nel cap. 8: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27), seguita da: «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,28). Pietro rispose: «Tu sei il Cristo». [4]
Non si tratta qui soltanto di un procedimento letterario o didattico (domanda retorica), [5] ma la domanda è simile all'espressione che si incontra nel Vangelo di Matteo, nell'episodio della tempesta sul lago: «I presenti furono presi da stupore e dicevano: "Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?"» (Mt 8,27). Marco fa leva su una vera esperienza umana, che spesso è presente nelle persone che incontrano un uomo religioso straordinario, affascinante, talvolta sconvolgente, che opera cose meravigliose di bontà, di guarigione, di ricupero di persone ossessionate e senza speranza..., insegna un altissimo senso dell'amore di Dio e del prossimo, e richiede una profonda trasformazione della pratica religiosa e degli atteggiamenti verso Dio e verso il prossimo. La gente si domanda: Chi è costui? Vale a dire: Che cosa c'è dietro questa persona? La domanda non riguarda la sua carta d'identità (abitante di Nazareth, nato da Giuseppe, fabbro o falegname, e da Maria, casalinga...), ma il mistero religioso che egli porta in sé, e di cui tutto dà testimonianza.
Per il resto, dentro questa inquadratura molta larga, l'ascoltatore viene pure a contatto con tutti i grandi problemi dell'esistenza umana riguardanti la vita e la morte, il peccato e la riconciliazione, la salvezza e la speranza di vita eterna, il mistero di Dio e la sua misericordia verso l'uomo peccatore..., e anche il problema più scandaloso, quello cioè del Messia sofferente e del cristiano che deve seguire Cristo su questa strada...
Manifestamente la domanda «Chi è costui?» è adoperata dall'Evangelista per condurre il candidato cristiano alla prima e fondamentale professione cristiana: la fede in Gesù Cristo Signore, figlio di Dio: «Tu sei il figlio di Dio!». D'altronde, l'evangelista Marco sembra attribuire un valore fortemente simbolico al fatto che, al termine del suo Vangelo, è proprio un pagano che pronuncia le parole: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).
Da altri testi evangelici è noto che la finalità del primo annuncio di Gesù Cristo e dell'insegnamento che l'accompagna è precisamente la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. La finalità dell'annuncio di questi fatti e parole di Gesù è appunto che l'ascoltatore possa giungere alla confessione fondamentale: Gesù è veramente il Figlio di Dio.
3. I discepoli di Emmaus
L'episodio dei discepoli di Emmaus è oggi il modello che riscuote maggiore interessamento. [6] Avendo già in precedenza accennato ad esso possiamo essere sobri nell'evocazione del modello.
Interlocutori umani dell'annuncio evangelico sono in questo caso due persone che hanno frequentato la predicazione e l'insegnamento di Gesù di Nazareth. Certamente avevano già fatto un lungo cammino di apprendimento positivo, tanto da essere considerati «discepoli» e presentati come tali. Il loro cammino di discepolato si è bruscamente e drammaticamente inceppato di fronte al problema della sofferenza, concretamente di fronte alla passione e morte di Gesù Cristo. Il problema del Messia sofferente sembrava loro radicalmente impensabile e impossibile. Ora stanno tornando a casa, perché non possono immaginarsi discepoli di Gesù attraverso la via della sofferenza e della morte.
Annotiamo che si tratta di una delle maggiori difficoltà incontrate nell'annuncio del Vangelo agli inizi del cristianesimo, sia presso gli Ebrei che in ambienti ellenistici. S. Paolo parla dello «scandalo della croce», espressione che presto diventerà termine tecnico nel mondo cristiano. I Giudei e i pagani ellenisti provavano estrema difficoltà a comprendere che la via della salvezza e del regno di Dio passa attraverso la via della sofferenza e della morte, che è la via di Cristo e di ogni uomo che intende essere suo discepolo. Non riuscivano a comprendere che il servitore di Dio per eccellenza è prefigurato nel modello del servitore sofferente.
Il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) non è solo il resoconto di un fatto di cronaca, ma rispecchia fondamentalmente il passaggio più delicato e difficile dell'itinerario kerigmatico-catechetico praticato nel Nuovo Testamento. Esso tocca d'altronde il tema più difficile che gli Apostoli incontrano predicando il Vangelo: cioè riuscire a vedere e ad accettare che la via della salvezza operata da Cristo passa attraverso la partecipazione alla via della sofferenza e morte di Cristo. Il vero Messia è il servitore sofferente, rifiutato dagli uomini, che passa attraverso la passione e viene ucciso, ma che Dio ha risuscitato dai morti ed ha esaltato ed elevato alla sua Destra.
Attiriamo l'attenzione sul fatto che anche questo episodio si svolge sulla via. Nella Bibbia e tra i cristiani delle prime generazioni il termine «Via» è carico di simbolismo. Bisogna comunque ricordarsi che «Via», in quella cultura e più in là in altre culture, è indicazione di una determinata religione (religione è un termine latino). La Torah è la Via dei Giudei. Anche il cristianesimo è indicato come «via», «questa via», «la via». Gesù definisce se stesso: «Io sono la Via» (Gv 15,6), s'intende la via verso la Vita e la salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo, e che si può raggiungere soltanto percorrendo la via di Gesù Cristo, non solo quella insegnata con le parole, ma anche quella effettivamente vissuta. La via scelta da Gesù è quella del servitore sofferente di Isaia, come è chiaramente indicato da uno degli inni cristologici più antichi della Chiesa (Fil 2,5-11). Il fatto che pure i due discepoli erano sulla via, indica che si tratta di persone che sono in cammino, però sulla via del ritorno, profondamente frustrati e delusi per il fatto della passione e morte di Cristo: al male, alla sofferenza e alla morte non riescono a dare un posto nella loro rappresentazione del Messia.
Si tratta veramente di un esempio di catechesi che parte da esperienze umane molto concrete per giungere all'esperienza fondante del Nuovo Testamento: l'incontro con il Cristo morto e risorto. L'esperienza umana dei discepoli di Emmaus riguarda anzitutto il proprio tempo e la società di allora. Probabilmente sognavano la liberazione dall'occupazione romana e quindi in concreto una liberazione politico-religiosa. Probabilmente erano orientati, diremmo oggi, verso una specie di messianismo politico. Ma gli avvenimenti storici (l'esecuzione di Gesù, motivata dall'accusa di bestemmiare Dio e di disprezzare la Legge e le Tradizioni) fanno crollare totalmente il sogno che questi discepoli speravano vedere realizzato in Gesù di Nazareth.
Attraverso la richiesta di dialogo da parte dell'ignoto compagno di viaggio i due discepoli vengono messi nella possibilità di esprimere la propria esperienza e le loro perplessità di fronte al Vangelo. Non si può dire che avevano un atteggiamento superficiale di fronte alla vita. Al contrario erano idealisti che cercavano qualcosa di grande e di assoluto ed erano anche disposti a fare qualche sacrificio. Ma certo non vedevano ancora la vita umana alla luce pasquale, cioè alla luce della morte e risurrezione di Gesù.
Il discorso passa dai discepoli allo sconosciuto che è venuto con loro sulla via. Un lungo discorso critico, con etichette che solitamente noi non ci permettiamo nella catechesi: «Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Le 24,25). Egli mette, anzitutto, in questione il loro modo di vedere. Poi espone la visione evangelica, che certamente vede la realtà in un modo diverso rispetto al sogno e all'interpretazione dei due discepoli. Si richiede loro una profonda conversione nel modo di vedere e di giudicare.
Il terzo momento è la nuova impostazione della loro vita, in seguito alla conversione e alla fede nella risurrezione. I loro occhi si aprono (v. 15) in seguito ad un lungo ed intenso dialogo. La lettura della fede del medesimo evento permette loro di impostare in modo nuovo evangelico) la loro esistenza. [7] I loro occhi si aprono e lo riconoscono nella frazione del pane.
A questo proposito si può citare il parere di L. Ridez, ricavato da un articolo sulla catechesi degli adulti: «È a quel punto che si realizza vera catechesi, quando cioè, nell'ambito della comunità dei credenti riuniti nel nome di Cristo (Mt 18,20), le esperienze fondatrici vengono ad illuminare, in una correlazione critica e costruttiva, le esperienze di oggi, aprendo la via a nuove esperienze di fede». [8]
In sintesi, da questi semplici modelli biblici si può vedere come l'apertura al Vangelo passa spesso attraverso un intenso dialogo con alcune problematiche fondamentali della vita. È probabile che la catechesi di oggi debba fare la stessa cosa, o per lo meno che tali forme di dialogo debbano avere un posto reale nella catechesi. Non pare sia particolarmente intelligente o prudente restare molto indietro alle forme di dialogo praticate dallo stesso Gesù Cristo.
Si potrebbe anche fare un passo più in là e dire che i riferimenti strutturali a realtà fondamentali dell'uomo di fronte alla vita e di fronte a Dio sono vie già programmate negli stessi Vangeli, ed appropriate affinché il Vangelo possa essere compreso ed accolto da persone appartenenti a culture diverse, ma confrontate con gli stessi problemi fondamentali della vita umana.
Nel loro insieme questi diversi modelli possono essere considerati in qualche modo come «paradigmi» per una catechesi che fa un dialogo sostanziale e continuato con problemi fondamentali che si affacciano o sono presenti nella vita umana. Non si trovano però mai come entità autonome, ma figurano sempre ricollocati nella grande iniziativa dell'amore misericordioso di Dio in Gesù Cristo, che va verso ogni uomo. I riferimenti alla problematica umana sono integrati nel discorso su ciò che è assolutamente prioritario: l'amore salvifico di Dio in Gesù Cristo verso ogni uomo che lo accoglie nella fede.
Annotiamo ancora che non si tratta anzitutto di un particolare «metodo» didattico, che viene preconizzato come migliore rispetto ad altri metodi. Qui non si è a livello dei metodi didattici (che per sé sono numerosi e si possono combinare e associare tra loro). Si tratta di una struttura di fondo, di una impostazione di fondo, e pertanto non semplicemente opzionale. È la struttura stessa del messaggio cristiano che si rivolge alla problematica della salvezza nell'uomo. Tralasciando questo riferimento la catechesi trascura una dimensione fondamentale del contenuto evangelico.
NOTE
1 Cfr. J. BULCKENS, Zoals op de weg naar Emmaus. Handboek voor catechetiek [Come una volta sulla via di Emmaus. Manuale di catechetica], Leuven, ACCO, 1994, p. 21-33.
2 Cfr. M. PELLEREY, art. Modello, in J. M. PRELLEZO - C. NANNI - G. MALIZIA (a cura di), Dizionario di scienze dell'educazione, Leumann (Torino), Elledici / Torino, SEI / Roma, LAS, 1997, p. 705-706.
3 Sull'attuale attenzione a questo testo, cfr. A. CLERICI, Sete di Cristo e sete della samaritana (testi patristici sull'incontro di Gesù con la Samaritana), in «Via Verità e Vita», 52 (2003) n. 195, p. 19-20. TH. TARHEMBE, Jesus and the Samaritan Women. A Model of Dialogue with the «Other», in «East Asian Pastoral Review», 40 (2003) 1, p. 44-61.
4 Per un'autorevole introduzione e commento al Vangelo di Marco, cfr. R. PESCH, Il vangelo di Marco. Introduzione e commento, 2 vol., Brescia, Paideia, 1980-1982. Nell'Introduzione è appunto sottolineato il carattere non letterario del procedimento.
5 Va quindi nel senso di una espressione simile che si incontra nel Vangelo di Matteo, nell'episodio della tempesta sul lago: «I presenti furono presi da stupore e dicevano: "Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?"» (Mt 8,27).
6 Cfr. C. BENEDETTI, Il Vangelo di Emmaus, una piccola grammatica per i catechisti, in «Via Verità e Vita», 38 (1989) n. 121, p. 50-59. C. BISSOLI, «Tu solo sei forestiero in Gerusalemme», in «Note di Pastorale Giovanile», 34 (2000) 7, p. 45-53. J. BULCKENS, Zoals op de weg naar Emmaüs, p. 21-33. R. HOUTEVELS-MINET, Il nous parlait en chemin, Bruxelles, gd. Lumen Vitae, 1999, 160 p. R. OCHS, Die Emmaus Erzählung als Beispiel-erzählung füR das pastorale Handlungsmodell der Begleitung, in «Katechetische Blàtter», 122 (1997) 2, p. 107-109. L. RIDEZ, La corrélation en catéchèse: expériences de la tradition et expériences d'aujourd'hui, in A. FOSSION - L. RIDEZ, Adultes dans la foi. Pedagogie et catéchèse, Bruxelles, Lumen Vitae, 1987, p. 116-117. W. Ruspi, Cristo e i discepoli di Emmaus. Suggestioni bibliche e proposte pastorali in ordine alla catechesi degli adulti, in «Via Verità e Vita», 34 (1985) n. 104, p. 6-13.
7 Per il difficile problema del rapporto tra l'esperienza umana e l'interpretazione della Bibbia si possono consultare alcuni studi sulla teologia biblica, per esempio: L. GOPPELT, Teologia del Nuovo Testamento, Brescia 1982. G. von RAD, Teologia dell'Antico Testamento, 2 vol., Brescia 1974.
8 L. RIDEZ, La correlation en catéchèse, p. 118.
(FONTE: Il dialogo difficile. Problemi dell’uomo e catechesi, Elledici 2005, pp. 84-91)
















































