Generare nella fede:
una battaglia culturale
Armando Matteo

Per quale ragione il tema del "generare alla fede" può essere definito "una battaglia culturale"? Non sarebbe sufficiente affrontare tale questione sul piano della pastorale, ovvero dell'organizzazione della prassi ecclesiale concreta, in vista della nuova evangelizzazione? Non sarebbe più logico ragionare in termini di nuova mistagogia e di ripensamento della scansione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana e dell'età più adatta per la loro celebrazione da parte dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze? Non sarebbe soddisfacente interrogarlo, quel tema, in una semplice chiave teologica, per esempio circa quale Dio, quale modello di Chiesa e quale archetipo di fede riesce oggi a testimoniare la comunità credente?
Impostare la questione della generazione nella fede e alla fede 1 sul piano direttamente culturale, non intende ovviamente sminuire il valore degli altri percorsi di riflessione pure urgenti. Pretende però di giungere ad un livello, che è in certa misura a loro fondamento. La generazione alla fede, cioè la creazione delle condizioni che rendono possibile ai giovani e alle giovani di scoprire e vivere quella verità che Benedetto XVI ha espresso in modo mirabile circa il cristianesimo – «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»2 –, è tema che richiede innanzitutto un approccio culturale.
Tale prospettiva, infatti, dischiude lo scenario più generale al cui interno è pertinente parlare di giovani, fede ed educazione, perché non si dà incontro tra giovani e fede fuori da un contesto culturale definito. Solo puntando il nostro sguardo al più ampio e complesso rapporto educativo tra le generazioni, è possibile comprendere non solo la fatica dell'attuale prassi ecclesiale (il fatto cioè che il fossato tra mondo dei giovani e mondo della Chiesa diventi sempre più largo), ma anche trovare giuste ispirazioni per impostare il nostro lavoro con i giovani, ad un livello pastorale, sacramentale-liturgico e teologico in un modo rinnovato e sperabilmente fecondo.
Qual è allora l'orizzonte cui intendiamo riferirci, quando parliamo di battaglia culturale in relazione al rapporto giovani e fede? Desideriamo esplicitamente porre in evidenza il sorgere e l'imporsi di un nuovo sentimento di vita, che ha plasmato l'esistenza delle generazioni meno giovani – quelle degli adulti, per intenderci – in direzione di una cultura della giovinezza, che di fatto e per paradosso, ad ogni livello, umano e religioso, costituisce un grosso ostacolo per l'esistenza dei giovani. Per dirlo con una battuta, viviamo un tempo in cui gli adulti amano più la giovinezza che i giovani. Ed in questo diventano, gli adulti, incapaci di quella esperienza di generazione, umana e religiosa, di cui pure sono gli attori principali.
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Un nuovo sentimento di vita
Con il termine "sentimento di vita" intendo ciò che rende pienamente umana la vita degli uomini, ciò che la rende amabile e vivibile, degna di un condiviso apprezzamento. Ebbene, è da riscontrare che con l'apparire della generazione postbellica, nei paesi occidentali, si è realizzata una vera e propria progressiva rivoluzione di tale sentimento di vita: ciò che stabilisce oggi amabile, vivibile e degna la vita degli uomini è propriamente il culto della giovinezza. Giovinezza intesa come forza, come grande salute, come vigore, come scenario sempre aperto delle possibilità di un'esistenza, come senso di libertà sempre disponibile.
«La specificità di questa generazione – ha scritto Francesco Stoppa – è che i suoi membri, pur divenuti adulti o già anziani, padri o madri, conservano in se stessi, incorporato, il significante giovane. Giovani come sono stati loro, nessuno potrà più esserlo – questo pensano. E ciò li induce a non cedere nulla al tempo, al corpo che invecchia, a chi è arrivato dopo ed è lui, ora, il giovane».3
La generazione in questione, secondo una scansione proposta da Bauman,4 è appunto quella nata tra il 1946 e il 1964. Compiendo una vera e propria rivoluzione copernicana tra le età della vita nell’immaginario collettivo, essa ha riscritto il sentimento stesso della vita.
Come le ricerche di Copernico avevano rivoluzionato e ribaltato la tradizionale posizione al centro dell’universo del pianeta terra, assegnando tale luogo al sole, così l'attuale generazione dei cinquantenni e dei sessantenni ha rivoluzionato la posizione centrale – ontologica ed etica – dell’essere adulto nell’immaginario dell’esistenza umana, assegnando quel posto all’essere giovane. Più semplicemente: se fino agli anni ’80 ogni occidentale desiderava diventare al più presto adulto, cioè titolare di una posizione di autonomia di pensiero, di denaro, di libertà di movimento, di relazioni, di affetto, di autorevolezza e di maturità, pur con le responsabilità e i limiti connessi all'essere adulto, oggi al centro dell’immaginario collettivo vige il desiderio di restare sempre giovane. E non si intende qui la giovinezza dello spirito. No: si intende proprio la giovinezza nella struttura delle sue caratteristiche, oltre i limiti dei suoi originari e inconfondibili tratti (età, capacità riproduttiva, genuinità dello sguardo sul reale). Solo se riesci a mostrare la giovinezza nel modo di vestire, nella traccia del tuo corpo, nel modo di considerare l’esistenza come possibilità sempre aperta, solo allora hai diritto ad una vita degna, ad una vita riuscita.
La giovinezza è la grande macchina di felicità degli adulti odierni, l’unica macchina di felicità. In questo modo, tuttavia, la nostra cultura sta liquidando il concetto stesso di adultità, come ha puntualmente registrato Marcel Gauchet: «A questo proposito non è eccessivo parlare di una liquidazione dell'età adulta. Siamo al cospetto di una disgregazione di ciò che significava maturità. [...] Quella dell'adulto non è ormai che un'età, senza un particolare rilievo o privilegio sociale. Nessuno deve più essere maturo [...]. Restare giovani diviene l'ideale esistenziale se si scopre di avere molto tempo di fronte a sé e si ha tutta l'intenzione di sfruttarlo, ossia di conservare per il futuro cose da fare. Una vita lunga è una vita che può essere vissuta di nuovo, su tutti i piani».5
Tra le cause principali di questo cambiamento rivestono un ruolo di primo piano l'allungamento della vita media dei cittadini occidentali, e, dalla rivoluzione culturale del Sessantotto in poi, l'imporsi di una mentalità della continua rivoluzione e di una massiccia presenza della tecnica nella quotidianità, che vive di costanti innovazioni e sperimentazioni, insomma di ricerca di cose nuove, di cose "giovani". L'allungamento della vita media ha ora comportato anche l'emergere di un nuovo atteggiamento nei confronti della vecchiaia e della esperienza della morte. La prima è diventata una sorta di grande nemico dell'umanità: nulla oggi viene venduto che non prometta in qualche misura di poter contrastare gli effetti della vecchiaia. Si stima che in Occidente si spendano ogni anno oltre 30 miliardi di dollari in prodotti antiage. D'altro canto alla struttura della giovinezza è connessa l'idea della grande salute, cui naturalmente è contrapposta l'idea della vecchiaia. Non appare dunque per nulla strano il fatto che oggi non esista alcun complimento più grande di quello di colui che ci riconosce il nostro sforzo di mantenerci giovani e che non esista, viceversa, offesa della quale non possa essere pensata una maggiore di colui che ci fa notare i segni dell'invecchiamento.
La morte, poi, è stata così efficacemente esorcizzata dal nostro universo mentale e linguistico che tra gli studiosi si è imposto il termine di "società postmortale": «La nozione di postmortalità si riferisce [...] alla volontà ostentata di vincere grazie alla tecnica la morte, di "vivere senza invecchiare", di prolungare indefinitamente la vita».6 E la prima efficace strategia all'uopo è che la morte oggi viene – afferma Luciano Manicardi – semplicemente zittita, negata, e «non avendo più parola, cessa di insegnare. E intendo 'insegnare' nel senso etimologico di 'far segno', indicare, fornire chiavi e simboli per interpretare la realtà. La morte, grande maestra, viene fatta scendere dalla cattedra e spedita con vergogna dietro la lavagna».7
A questo punto dovrebbe risultare chiara la precedente affermazione circa il sorgere di un nuovo sentimento della vita. L'esaltazione della giovinezza, la vecchiaia come nemico numero uno, la morte ridotta a ultima malattia, trasformano dal di dentro la vicenda dell'umano, il senso del suo esserci e l'orizzonte della sua destinazione. Conducono direttamente a quella liquidazione dell'età adulta, che rende praticamente impossibile qualsivoglia prassi educativa, qualsivoglia esperienza di generazione simbolico-culturale, sia sul livello dell'umano che su quello della fede.
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La generazione impossibile
Con impareggiabile chiarezza e precisione, Romano Guardini ha espresso la legge fondamentale di ogni relazione educativa: «L'educatore deve aver ben chiaro al riguardo che a incidere maggiormente non è ciò che dice, bensì ciò che egli stesso è e fa. Questo crea l'atmosfera; e il fanciullo, che non riflette o riflette poco, è soprattutto ricettivo dell'atmosfera. Si può dire che il primo fattore è ciò che l'educatore è; il secondo è ciò che l'educatore fa; il terzo ciò che egli dice»8. Ed è per questo che è così essenziale puntare lo sguardo a ciò che gli adulti (i genitori, gli educatori professionali e gli altri adulti significativi con cui i ragazzi e i giovani vengono a contatto) sono, cioè al modo con cui interpretano il loro essere uomini e donne adulte. Al loro sentimento di vita. Il giovane, che secondo Guardini è strutturalmente un "essere in divenire", quindi aperto, alla ricerca di una meta, di un punto d'arrivo, è di per sé attratto dal modo di essere degli adulti, a quel modo di essere che è suo destino e che deve pur diventare sua vocazione.
Ebbene cosa sta succedendo intorno a noi? Cosa comporta una cultura, un sentimento di vita potentemente attratti nella logica del giovanilismo? Cosa produce la ripulsa sempre più esplicita della vecchiaia? Quale effetto ottiene il silenzio cui abbiamo costretto l'esperienza della morte?
Ciò che sta succedendo è l'affermarsi dell'imperativo della educazione inutile, della cultura della non-crescita quale paradigma condiviso della felicità umana. Detto più brutalmente: l'educazione non è più di moda. Non si avverte la sua esigenza.
La relazione educativa adulto-giovane si basa su una struttura elementare, che può essere restituita così all’intelligenza: nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare inscritta questa legge: “Lì dove sono io, là sarai tu”, quindi cammina, datti da fare. Scegli questo destino. Si cresce cioè guardando gli altri davanti a noi, guardando gli adulti.9 La parola "adolescente", in verità, nulla altro significa che tempo per diventare adulti. Come? Guardando gli adulti. L'adolescente, il ragazzo, il giovane, sono di per sé alla ricerca di quel Bild, che diventa fermento della loro Bildung.
L'attuale rivoluzione del sentimento della vita, che tutto fa scommettere sulla giovinezza, comporta che, nella carne vivente di ogni adulto, il giovane trovi oggi questa disperata legge: “Lì dove tu sei, io sarò”. Insomma: non ti muovere. Tu sei nel paradiso. Tu sei paradiso. L'unico a dover uscire (educere) dal suo possibile cammino sull'orlo del non-essere della vecchiaia e della morte sono io adulto. Tu puoi star fermo. Tu sei il (mio) modello.
Negli occhi del suo (naturale) modello, l'adulto, allora il giovane scopre di essere diventato lui il modello. Ma in questa scoperta, cioè nel venire a sapere di essere modello del proprio modello, scorge un solo messaggio: non crescere!
Se per noi adulti il massimo della vita è la giovinezza e l'età adulta «è diventata il luogo del non ritorno, lo spazio-segno che prelude al non essere»10 della vecchiaia e della morte; se per noi adulti crescere è la cosa peggiore che esista (orrore per i capelli bianchi, interventi estetici, pillole, percezione falsa dell'età, ecc.), perché dovrebbe risultare una cosa bella per i giovani? Se per noi adulti il vero paradiso è nella giovinezza, perché i giovani dovrebbero allontanarsi da esso?
«Quale significato può avere il futuro e che senso ha progettarlo se nessun progetto concreto è auspicabile dal momento che, gli adulti lo insegnano, crescere vuol dire "allontanarsi da" e non "andare verso"?».11
L’educazione finisce, lì dove l’adulto interpreta la propria esistenza non più come un cammino nella potenza dell'umano che pure si dirige verso la morte, ma come un continuo vivere “contromano”, per ritornare indietro, per bloccare l’orologio biologico, per recuperare il paradiso perduto. Da qui le pratiche educative diffuse, che si caratterizzano come antitraumatiche, affettive e paritetiche. L'ideale educativo praticato, nelle famiglie occidentali, è quello di risparmiare ogni fatica e dolore ai nostri cuccioli, di impostare tutto sull'affetto reciproco e di trattarli già come nostri alleati, come nostri amici, spifferandogli tutti i segreti della vita, nostra e altrui. Con risultati a volte totalmente disastrosi per la crescita e la salute psichica dei nostri ragazzi! Non c'è nulla di più traumatico di non aver mai avuto dei traumi, non c'è nulla di più pesante di un legame con un genitore che non solo ti vuole bene, ma che pretende che tu gli voglia bene per il bene che ti vuole, non c'è nulla di più fastidioso, per un bambino, di non avere segreti da scoprire, stanze chiuse da non dover aprire, cose sulle quali poter fantasticare. Nulla di più castrante del non avere leggi e norme, scontrandosi con le quali poter decidere il proprio desiderio.12 È, questa, quella diffusa e praticata, una pedagogia psicologica, basata tutta sul capire, comprendere, parlare. Che prevede che i ragazzi a loro volta capiscano, comprendano e dicano tutto ai loro genitori. Viene dichiarata non più essenziale l'asimmetria di rapporto che è la legge base di ogni relazione educativa, sino poi al suo capovolgimento estremo, per cui «non sono più i figli a dover imparare dai genitori e a ricevere da loro norme e insegnamenti, ma al contrario sono i genitori che si conformano ai criteri e ai comportamenti dei figli, cercando in questo modo di ottenere la loro approvazione».13
Concretamente ogni generazione culturale, simbolica, religiosa, dei giovani in questo modo viene bloccata.
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La religione della giovinezza
L'attuale liquidazione della figura adulta dell'essere umano è il grande problema del futuro dell'Occidente. Senza adulti (tali non solo nel senso cronologico), non si dà educazione, non si dà generazione.
L’adulto è propriamente colui che sa che l’attende la vecchiaia, cioè l’indebolimento fisico, la malattia e soprattutto la morte. Io morirò: ecco la porta d’ingresso nel regno dell’adulto. L’adulto è colui che ascolta la voce della morte e che ha fatto un patto con questo sapere. Amare la vita, nonostante la morte.
Rispetto al ragazzo e al giovane, un adulto è ancora colui che sa della propria particolarità nel grande concerto dell'universo e perciò sopporta benevolmente le leggi della vita e quelle di cui ogni società si dota per il benessere collettivo. È così un vero testimone di ciò che attende ogni ragazzo e ogni giovane: il destino di incarnare una singolarità e di spendersi per essa. Non abbiamo che una vita. Nessuno di noi è un "potente immortale". Ciascuno è dotato di alcuni talenti che deve scoprire e portare a maturazione, fino a quando, alla sera della sua esistenza, dovrà lasciare ad altri il posto che egli ora occupa. E in tutto questo sta la bellezza e la potenza della vita. Nella quale poi nessuno può essere senza gli altri, con il carico di promessa e di impegno che un tale convivere comporta. Per questo la norma, la legge, che spesso prevede la rinuncia ad un bene privato immediato, può essere accolta, in quanto rinvia a un bene comune del quale io stesso beneficerò.
L'adulto dunque è capace di testimoniare la vivibilità e l'amabilità di questa vita a noi concessa, nonostante la sua finitezza e la sua mortalità. Di questa testimonianza si nutre essenzialmente il dialogo educativo.
La giovinezza è, a tutti gli effetti, anche esperienza simbolicamente anticipatrice di morte: a quanta energia, a quante opportunità, a quanti scenari futuri di vita, di mestiere, a quanti partner possibili un giovane, una giovane deve rinunciare per portare fino in fondo il suo cammino? Non è infatti vero che «la rinuncia è la condizione della crescita»?14 Proprio un adulto testimone della vivibilità e dell’amabilità della vita sarebbe colui che potrebbe invitare, sorreggere, incoraggiare il passo del giovane verso la de-finizione della sua energia e spinta vitale, attraverso il guado della decisione, in vista di quel poter scegliere se stesso, di quel poter incarnare la singolarità che egli di fatto è.
Ebbene tale circolarità – cardine del dialogo educativo-generativo tra gli umani – è entrata in crisi, proprio per l'assottigliamento della qualità adulta dell'umano in mezzo a noi. Il mito della giovinezza, che ha assediato l’immaginario degli adulti, li rende sempre meno all'altezza della loro essenziale vocazione educativa e generativa. Tale mito ora non è solo una questione pedagogica, psicologica, sociologica. È una questione anche religiosa. È una fede: la fede della giovinezza, la religione della giovinezza. E come ogni fede prevede anche un peccato: la vecchiaia, e le penitenze: la dieta e la palestra, e i suoi sacerdoti e i suoi libri – come testimoniano i bestseller di Pierre Dukan.
Proprio questo, in verità, rende ragione dell'attuale inefficacia della trasmissione della fede.15 Perché spesso la celebrazione del sacramento della cresima non conclude solo il percorso dell'iniziazione cristiana di numerosi ragazzi e ragazze, ma anche la loro appartenenza alla comunità cristiana?
Perché dopo tante prediche, tante ore di catechesi e di religione a scuola, e diversi anni in parrocchia e oratorio, i ragazzi vanno via? Perché c'è tanta ignoranza biblica tra di loro? Perché i sociologi dicono che il rapporto tra i giovani e la fede è nel segno dell'estraneità16 e che per molti di loro la religione è solo un rumore di fondo che nulla incide sull'identità profonda?
La risposta diretta e brutale è questa: perché la generazione degli adulti vive secondo un sentimento di vita che fa a meno della preghiera, del Vangelo e della vita sacramentaria.
I giovani, insomma, di cui i sociologi evidenziano l'estraneità alla fede, sono figli di adulti che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana: hanno continuato a chiedere i sacramenti della fede, ma senza fede nei sacramenti, hanno portato i figli in Chiesa, ma non hanno portato la Chiesa ai loro figli, hanno favorito l’insegnamento di religione ma hanno ridotto la religione a una semplice questione scolastica. Hanno chiesto ai loro piccoli di pregare e di andare a Messa, ma di loro spesso neppure l’ombra, in Chiesa. E soprattutto i piccoli non hanno colto i loro genitori nel gesto della preghiera o nella lettura del vangelo.
Hanno imposto, questi adulti, una divergenza netta tra le istruzioni per vivere e quelle per credere, una divergenza che, pur non negando direttamente Dio, ha avallato l’idea che la frequentazione della vita in parrocchia e all’oratorio e pure la scuola di religione fosse un semplice passo obbligato per l’ingresso nella società degli adulti e tra gli adulti della società. Più semplicemente: se Dio non è importante per mio padre e per mia madre, non lo può essere per me. Se mio padre e mia madre non pregano, la fede non c’entra con la vita. Se non c’è posto per Dio nell'esserci al mondo – nel sentimento di vita – di mio padre e di mia madre, non esiste proprio il problema del posto di Dio nella mia esistenza.
Si è dunque molto ridotto il catecumenato familiare, cioè quella silenziosa ma efficace opera di testimonianza della famiglia, che la nostra azione pastorale normalmente presuppone quale prima generazione nella fede.16
Colpisce al riguardo l'esortazione di Papa Benedetto XVI rivolta ai giovani, nella prefazione al catechismo Youcat: egli ha, infatti, loro raccomandato di «essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei [loro] genitori».
Noi adulti, infatti, siamo sempre meno radicati nella fede, in quanto per noi non c'è altro Dio che la giovinezza. Si è così interrotta l'alleanza tra parrocchia e famiglia: da una parte vangelo, preghiera, solidarietà, dall'altra bilancia, yogurt, diete, palestra, bisturi e creme anti-age... Da tanto tempo noi adulti chiediamo solo a queste cose la felicità...
Qui si spezza l'alleanza tra Chiesa e adulti e per questo poi la proposta della fede cattolica va ad impattare, nell'universo giovanile, su un sequestro della questione della felicità e del compimento dell'umano da parte dell'idolo della giovinezza.
La generazione nella fede, sinora garantita dall'alleanza tra casa e Chiesa, richiede allora un grande supplemento di lavoro esattamente sugli adulti, in quanto, come afferma il Documento base per la catechesi della Chiesa Italiana, «gli adulti sono in senso più pieno i destinatari del messaggio cristiano, perché essi possono conoscere meglio la ricchezza della fede, rimasta implicita o non approfondita nell’insegnamento anteriore. Essi, poi, sono gli educatori e i catechisti delle nuove generazioni cristiane. Nel mondo contemporaneo, pluralista e secolarizzato, la Chiesa può dare ragione della sua speranza, in proporzione alla maturità di fede degli adulti».17 Senza adulti nella fede, non ci può essere generazione della fede. Il punto problematico è allora proprio quella liquidazione dell'età adulta, che è la vera cifra dell'universo culturale occidentale. Non ci mancano solo adulti nella fede. Ci mancano adulti tout court.
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Una battaglia culturale
Il punto che oggi sfida propriamente la generazione alla fede è allora l'adultità in quanto tale. Generare nella fede non è solo iniziazione a una tradizione religiosa, ma è processo di crescita nell'appropriazione dei sentimenti che furono in Cristo Gesù. Quella crescita che è esattamente oggetto di censura dell'attuale cultura occidentale. Una censura che investe pure l'esperienza del limite, l'insuperabilità della malattia, e che conduce sino all'esorcizzazione linguistica della vecchiaia e della morte. Si tratta cioè di tutti quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell'umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo.
È dunque da mettere all'opera un compito culturale preciso e importante da parte della comunità credente: quello di rievangelizzare l'adultità. Si tratta di restituire e di re-istituire dignità e appetibilità alla dimensione adulta dell'esistenza.18 Non possiamo apprezzare solo la giovinezza e solo ciò che farmaceuticamente e chirurgicamente vi rassomiglia. Abbiamo assoluto bisogno di adulti: adulti come persone riconciliate con la verità della vita e della vocazione umana. Ne abbiamo bisogno per il benessere della società e della Chiesa.
Dobbiamo riaffermare e riargomentare che crescere non è il peggiore dei mali possibili, non è la più grande delle maledizioni che possa toccare ad un uomo. Che c'è vita oltre la giovinezza.
Ma è un compito davvero non facile. La cultura diffusa non aiuta per nulla, anzi vuole degli eterni giovani, disposti a spendere cifre pazzesche per questo sogno impossibile. E sembra sempre più difficile trovare risorse simboliche e culturali capaci di questo nuovo necessario apprezzamento dell'età adulta.
Ritengo però che l'ispirazione di fondo dell'annuncio evangelico sia profondamente capace di restituire dignità umana ad ogni età della vita e quindi all'età adulta, che oggi risulta particolarmente sfigurata. Provo a declinare brevemente tale assunto.
L'adulto è colui che vive una tensione profonda tra il non essere più giovane e l'attesa della vecchiaia, cioè dell’indebolimento fisico, della malattia e soprattutto della morte. È colui che sa la morte, che ne ascolta la voce e che ha fatto un patto con questo sapere. Amare la vita, nonostante la morte.
Ebbene come è possibile accostarsi a questo limite, senza una promessa di vita, senza una luce che dia chiarore a questo fondo senza fondo che è il morire?
Per il cristianesimo, in verità, la vita non è un progressivo allontanamento da quel paradiso di pienezza, come oggi è immaginata la giovinezza, ma è un cammino di inveramento e accrescimento del proprio io, che troverà la sua piena destinazione, al cospetto dell'istanza amorevole di Dio, nel giorno della nostra risurrezione. Anche nell'invecchiare, anche nel morire, secondo la speranza cristiana, c'è dunque un camminare, c'è una crescita, c'è un andare verso, c'è una sorpresa che ci spetta: l'incontro con Dio stesso.
L'adulto è colui che tiene all'altro come a se stesso. Guarda all'altro come se stesso. Lì dove scatta un tale sguardo di compassione – provare passione e interesse per l’altro –, lì dove si dischiude un tale sguardo di empatia – riuscire a fare nostri i sentimenti che l’altro vive –, lì dove emerge un tale sguardo segnato e toccato – lasciare che il grido dell’altro penetri le pareti del mio cuore –, proprio lì si dà la figura compiuta dell’adulto, lo specifico umano dell’essere al mondo. In una parola l'adulto è uno che ama sul serio l'altro: vuole il suo bene, non semplicemente o genericamente gli vuole bene.
Non dismette perciò nei confronti dei più piccoli il ruolo di autorità: uno che fa crescere, uno che autorizza gli altri a diventare autori e attori della loro vita. Uno che facilita l'altrui ingresso nel mistero della vita, un mistero venato anche da ferite, da ombre, da lotte, così come da bellezza, da tante opportunità, un mistero che è sorretto e reso possibile anche da leggi e norme. Tutto questo ovviamente va prima "sopportato" dall'adulto, perché ne possa diventare un supporter, un testimone. E che cosa troviamo al centro del Vangelo se non precisamente la legge dell'amore, della compassione, della solidarietà? Per Gesù il comandamento più grande è proprio questo: amare Dio e il prossimo come se stessi. La forma dell'adultità è la disciplina dell'amore. E ci ha lasciato un'immagine di una forza senza uguali: il buon samaritano. Ecco l'adulto in presa diretta!
L'adulto è infine uno che ha una storia, una biografia da raccontare, una passione da trasmettere. Che cosa possiamo in verità comunicare agli altri?
Penso che la cosa che davvero possiamo comunicare e poi lasciare in eredità sono le nostre ferite, le nostre sconfitte, i desideri, in una parola ciò che ci manca e che ci tiene in movimento. Per questo un adulto che si fissa con la giovinezza è una specie di statua di sale, che guarda sempre a quel magico istante che è stata la sua giovinezza e nulla ha da dare e dire a chi viene dopo. È invece bene amare il cammino della vita, l'esistenza. È bene essere stati giovani. È bene essere adulti. Dobbiamo accogliere – direi quasi benedire – le nostre ferite, le nostre sconfitte, i desideri non ancora realizzati e ciò che ci manca. Questo è lo spazio dell'incontro con le nuove generazioni, questa è l'eredità possibile.
Ora si capisce benissimo che tutto questo oggi appare "controculturale", fuori moda, e che pertanto si richiede la necessità di unire le forze, di un sostegno 13 reciproco. Ebbene la nostra è una fede comunitaria, che trova il suo apice nella celebrazione domenicale, nella sua strutturale dimensione di riconciliazione e di festa. E forse quella della festa è la più grande forza controculturale che oggi il cristianesimo è chiamato a porre in evidenza e all'azione. È il tema così caro al Pontefice della gioia della fede.
Al riguardo mi colpisce sempre e daccapo la resistenza del Faraone alla richiesta di Mosè di poter celebrare una festa con il suo popolo (Es 5,1). Non chiede grandi cose, solo la possibilità di una festa. Il Faraone dice di no: e dice di no perché sa il valore umanizzante, controculturale, politico e profetico della festa. Un uomo, una donna capaci di festa sono un uomo e una donna liberi. Un uomo, una donna capaci di festa sono un uomo e una donna che si riconciliano con la verità e fragilità della vita senza bisogno di trucchi e di pillole. Sono un uomo e una donna capaci di un debole per la vita, capaci di un debole per l'altro. Capaci di una gioia elementare di essere al mondo. Sono uomini e donne ospitali e generosi. Sono finalmente liberi, non più schiavi. Finalmente adulti, non eterni adolescenti. La festa è il luogo della nascita della propria identità adulta. La festa è pure il battesimo della comunità. Ecco il Faraone dice di no a tutto questo, anzi aumenta a dismisura il lavoro a carico degli ebrei. Non compie un banale capriccio. Non dovremmo mai dimenticarlo.
Generare nella fede è anche una battaglia culturale perché mai manchi il fuoco acceso della festa nella nostra Chiesa. Proprio intorno al quel fuoco ancora oggi può accadere ciò che il Salmo 145 descrive con parole stupende: «Una generazione narra all'altra le tue opere, annuncia le tue imprese».
(Pontificio Consiglio della Cultura, Assemblea Plenaria, 6-9 Febbraio 2013)
1 In ciò che segue utilizziamo le espressioni verbali "generare nella fede" e "generare alla fede" (e i relativi sostantivi) come sinonimi.
2 Benedetto XVI, Deus caritas est, 1. 2
3 F. Stoppa, La restituzione, Feltrinelli, Milano 2011, 9-10.
4 Cfr. Z. Bauman, Conversazioni sull'educazione, Erickson, Milano 2012, 53.
5 M. Gauchet, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e Pensiero, Milano 2010, 42-43.
6 C. Lafontaine, Il sogno dell'eternità. La società postmortale, Medusa, Milano 2009, 19.
7 L. Manicardi, Memoria del limite. La società umana nella società postmortale, Vita e Pensiero, Milano 2011, 49-50.
8 R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 2011, 31.
9 Hanno scritto i Vescovi italiani: «Esiste un nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli. L’uomo non si dà la vita, ma la riceve. Allo stesso modo, il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti. Si inizia da una relazione accogliente, in cui si è generati alla vita affettiva, relazionale e intellettuale» (Educare alla vita buona del Vangelo, 27).
10 F. Bonazzi-D. Pusceddu, Giovani per sempre. La figura dell'adulto nella postmodernità, Franco Angeli, Milano 2008, 95.
11 Ivi, 106.
12 «Quando gli adulti non pretendono niente dai giovani gli impediscono di crescere»: C. Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive, Bompiani, Milano 2001, 159.
13 G. Cucci, «La scomparsa degli adulti», in La Civiltà Cattolica 163 (2012) II, 229.
14 G. Cucci, La crisi dell'adulto. La sindrome di Peter Pan, Cittadella, Assisi 2012, 67, che cita pure M. Scheler, Il risentimento nella edificazione delle morali, Vita e Pensiero, Milano 1975, 53.
15 Il riferimento è soprattutto al contesto delle Chiese di antica evangelizzazione.
16 Per quel che riguarda il caso italiano: «La tendenza comune a ogni aspetto dell’identità religiosa è che i giovani, in particolare quelli nati dopo il 1981, sono tra gli italiani quelli più estranei a un’esperienza religiosa. Vanno decisamente meno in Chiesa, credono di meno in Dio, pregano di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno come cattolici e ritengono che essere italiani non equivalga a essere cattolici [...]. Lo scarto tra la generazione del 1981 [...] e la precedente nella propria adesione alla religione, segnatamente alla confessione cattolica e al modello che essa ha realizzato nel tempo nel nostro paese, è così forte da non consentire di rubricarlo in una sorta di dimensione piana, in un processo dolce e lineare di secolarizzazione. Accanto allo scarto generazionale va poi richiamata la riduzione sostanziale della differenza di genere. Non vi sono differenze sostanziali tra gli uomini e le donne» (P. Segatti-G. Brunelli, Ricerca de Il Regno sull'Italia religiosa: da cattolica a genericamente cristiana, in il Regno/attualità n.10, 2010, 351).
17 Episcopato Italiano, Il rinnovamento della catechesi. Documento di base per la redazione dei catechismi, 124.
18 Cfr. P. Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011, 23-27.
















































