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     Per una

    educazione cristiana

    dei giovani
    Cesare Bissoli

    Sono pensieri che nascono da una effettiva esperienza di lavoro in una grande città, in qualità di responsabile della pastorale giovanile

    1. Il dato di fatto è dolente. La pratica cristiana del mondo giovanile, soprattutto in ambito parrocchiale, giunge nella città dove prestavo servizio giovanile, ma si può dire per tutta l’Italia a percentuali sotto il 10%. Non che i giovani (dagli adolescenti in su) rifiutino la fede per motivi convinti, per una scelta opposta, ma per motivi, chiamiamoli così, affettivi: non ne sentono il bisogno, cui si accompagna come facile pretesto una religione percepita come fatta di obblighi coattivi della propria libertà, particolarmente in campo sessuale, così pure a motivo di un’asserita incredibilità della chiesa (del Papa, dei Vescovi, dei preti, magari di ‘questo’ preciso prete), la incomprensibilità e noia di liturgie fuori della vita... Alla fine, paradossalmente, sembra che diventare e vivere da discepoli seguaci di Gesù Cristo alieni dall’essere uomo e donna del proprio tempo, quando proprio Gesù si è incarnato, fatto uomo per ogni tempo! Come ricuperare l’incontro delle due umanità?

    2. Una risposta è subito emersa nella chiesa italiana sollecitata dalla ‘nuova evangelizzazione’ di Giovanni Paolo II e portata avanti oggi con originalità e intensità da Papa Francesco: vi è la necessità di un nuovo annuncio, anzi del primo annuncio, quello che fa da fondamento all’identità cristiana, incentrato  come è noto  nell’avvenimento di Gesù morto e risorto, nel nodo cioè esistenzialmente più decisivo: vita e morte, secondo un passaggio inaudito ‘dalla vita alla morte’ (destino ineludibile di ogni creatura) a ‘dalla morte alla vita’ (come reale possibilità offerta da Dio grazie al Gesù Cristo). Con insospettata incidenza nella vita attuale in termini di libertà, di creatività e di speranza.
    Questo ordine di pensiero è del tutto evidente nella visione cristiana. Il “come farlo” diventa piuttosto il problema. Il “come farlo” ricade decisamente in un’ottica formativa, dove non vi sono tecniche pronte all’uso come ingessare un gamba rotta, né si dà immediatezza di risultati, ma si deve instaurare un processo adeguato di conoscenza, di crescita e di scelta. In esso una componente essenziale della formazione si chiama educazione, quel tu a tu con la persona del giovane che lo aiuti a scoprire il dono grandioso che Dio vuole far a lui (la fraternità di Cristo e a tutte le persone), e lo abiliti tradurre il dono nella scelta di un compito coestensivo all’intera vita, la compagnia di Gesù appunto, in termini di convinzione affascinante, interiormente lieta, operativamente creativa.

    3. Ora, il passo che dà il via e accompagna questo cammino sta nell’offerta di una piena disponibilità dell’educatore di entrare in relazione con il giovane:
    - inteso come membro di una subcultura con pensieri, linguaggi, esperienze proprie…, mostrando di conoscerle, di capirne le motivazioni, di coglierne le istanze positive, di dare aiuto a superare gli elementi negativi;
    - inteso come questo giovane (questi giovani), che diventa il mio ‘tu’, ‘voi’, qui e ora, da incontrare con l’atteggiamento detto qui sopra.
    Senza una relazione amicale, sincera, potenzialmente lunga, oggi soprattutto, mancherebbe il segno profetico dell’amicizia, secondo Don Bosco
    La relazione poi non la si compera al supermarket, nemmeno con manuali di psicologia, ma gettando la rete, anzi ‘gettandosi in rete’. “Va alla pompa” (in classe, allo stadio, sulla strada, in chiesa, al supermarket, all’oratorio, al pub, in palestra…), diceva Don Bosco a suoi collaboratori.
    Chiaramente la relazione vive di contenuti. Si concentrano  come abbiamo accennato e riprendiamo qui sotto - sulla persona di Gesù, il Dio fatto ‘relazione’ con noi uomini, dunque anche con i giovani, come nessun altro.

    4. Stabilire una relazione per fare l’annuncio o fare l’annuncio per suscitare relazione?
    Anche questa seconda modalità (annuncio kerigmatico) ha la sua validità. Molti giovani cercano colui che ha da dire qualcosa e dunque sono disposti ad ascoltarlo senza nemmeno darlo a vedere. Ricordo in un non lontano passato Padre Turoldo, il Card. Martini nel Duomo di Milano, Roger Schutz a Taizé. Oggi a Roma, penso a Don Fabio Rosini, ‘battitore’ libero e quanto mai efficace che tramite il suo progetto “10 comandamenti” sta attirando giovani su giovani. Egli imposta la sua relazione con l’uditorio tramite le cose che dice e il modo di dirle, in quanto offre un contenuto solido, anche critico, esigente, ma positivo, volto all’esistenza quotidiana, per cui ciascuno sente che Don Fabio parla di lui, lo tocca dentro, per cui il giovane stesso lancia la sua relazione con il prete, cercandolo per parlare, ri-orientarsi, confessarsi …
    Dunque stabilire una relazione per fare l’annuncio o fare l’annuncio per suscitare relazione? Io direi fare un annuncio che sia capace di relazione; fare relazione che dica la sua qualità nell’annuncio.

    5. E intanto  per stare agli esempi  diventa sommamente richiesto che in questa congiuntura, vi siano più cristiani (preti e laici, uomini e donne) che diventino poli di attrazione e di ascolto da parte dei giovani, in ambito parrocchiale, ma anche fuori, in luoghi laici, dove in ogni caso l’accoglienza sia piena assieme al rispetto della libertà. Ciò richiede la condizione di camminare con i passi fragili dei giovani, dando amplissima possibilità di ascolto, disponibili sempre, di giorno e anche di notte, avvalendosi della parola,ma anche dello scritto, la lettera, e anche l’email….
    In tale direzione, sarebbe un sogno (ma realizzabile) poter erigere poli di attrazione, stile Taizé posti riconosciuti per il servizio che prestano: penso Loreto e Pompei. Non possiamo avere una Taizé all’italiana?
    È stato già notato che un movimento ha delle risorse relazionali che la parrocchia
    stenta ad avere. È fondamentale che i responsabili di tali movimenti, accettino una impostazione educativa, nel rispetto pieno della libertà e dunque di una maturazione progressiva, senza obbligazioni immotivate. Neanche per Dio sta il pro ratione voluntas! Ancora una volta ritengo che i movimenti in voga, giovanili o fatti anche per giovani, sono costruttivi nella misura che si fanno educativi, nel senso fin qui detto. Quanta nostalgia ho per un’Azione Cattolica rinnovata in questa direzione, perché ne ha le risorse!

    6. Perché sia un “annuncio educante”, occorre che l’educatore accetti la gradualità di cammino del giovane, sapendo che un cammino di fede non si misura soltanto dalla fine, ma anche dai primi passi, talora incerti, degli inizi. La categoria del cammino mi porta a dire che il primo annuncio, perché primo, richiama una serie successiva. Si delinea una proposta di catecumenato giovanile, serio, esigente e dunque credibile, sempre nel circuito della relazione positiva

    7. Il primo annuncio mira a proporre un cammino di fede ove prende come suo scopo, contenuto e modello l’evento di incarnazione di Gesù: ove la Parola della fede si fa umanità nel mentre che l’ umanità si apre totalmente al Signore. Essere come Gesù uomini dal volto divino e figli di Dio dal volto umano. Qui entra la giusta, necessaria dialettica tra il vangelo e l’esistenza, nell’area del personale e del sociale in tutte le sue sfaccettature (libertà, affettività, sessualità, differenze religiose, culturali…). La Bibbia diventa un codice senza paragoni, ma da decifrare e proporre bene, altrimenti annoia e delude.

    8. Per essere realisti vi è una differenza da considerare: il giovane come adolescente e il giovane adulto. Per l’adolescente richiamo il dato di fatto che oltre l’80% frequenta l’ora di religione per propria scelta. Ebbene quasi l’80% di essi sono dei battezzati, ma non frequentano la parrocchia. Aggiungo che sono all’opera i migliaia di insegnanti di religione cattolica e ancora di più sono gli insegnanti cattolici nella scuola pubblica. Non si potrebbe, fatta salva la identità della scuola di essere scuola secondo le proprie finalità, impostare una formazione che proponga una cultura aperta – non coatta!  all’umanesimo cristiano nell’ora di religione, ma ancora di più nell’insegnamento della storia, filosofia, scienze, letteratura…?



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