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    La cattedra come altare del dono

    La storia di Matteo, un giovane professore salesiano

    Don Edoardo Gnocchini SdB

    Matteo
    C’è un suono che scandisce le giornate in ogni scuola salesiana del mondo: la campanella dell’inizio delle lezioni. Da un po’ di tempo, ogni volta che la sento trillare nei corridoi, il mio pensiero vola a diecimila chilometri di distanza. Verso una missione polverosa in America Latina, dove da qualche mese si trova Matteo.
    Matteo ha trent’anni. L’ho visto crescere in questi stessi corridoi: prima con lo zaino in spalla da allievo, poi con la maglietta sudata da animatore del Movimento Giovanile Salesiano, e infine, negli ultimi anni, con il registro sottobraccio da professore di meccanica.
    Quest’anno ha deciso di fermarsi. Ha chiesto un anno di aspettativa dalla scuola per vivere un’esperienza missionaria. A chi gli chiedeva il perché di una scelta così radicale, proprio ora che aveva trovato stabilità, rispondeva con un sorriso disarmante: «Perché quello che cerco di insegnare ai ragazzi, ora sento il bisogno di viverlo dove ce n’è un’urgenza diversa. Ma il cuore è lo stesso».
    Prima di partire, gli avevo chiesto di scrivere una piccola testimonianza sul suo modo di vivere l’insegnamento, per condividerla con la Famiglia Salesiana. Accettò, ma mi pose una condizione: «Don Edo, usa solo il mio nome di battesimo. Non mettere il cognome. Se lo fai, diventa la storia di un “supereroe” o un’eccezione. Non sono un “testimone”. Preferisco che chi legge senta che questa “anima vera” del nostro ambiente possa essere vissuta da tutti. Voglio che ogni insegnante salesiano appassionato, leggendo, possa dire: “È esattamente così che mi sento anche io”». Ho rispettato il patto. Oggi che lui è lontano, provo a prestare la voce alla sua storia, perché credo sia una delle traduzioni più belle della parola “carità” che io abbia mai visto.
    Per Matteo, cresciuto tra oratorio e parrocchia, la carità è sempre stata una parola legata al “fare”: la colletta alimentare, il turno di volontariato, il tempo speso per far giocare i più piccoli. Un’attività da incastrare tra gli impegni, un’elemosina del proprio tempo in eccesso. Ma quando ha varcato il cancello della scuola come insegnante, ha vissuto una vera e propria “conversione”. Me lo confidò un pomeriggio, seduti su una panchina del cortile, mentre l’officina meccanica si svuotava.
    «La scuola salesiana mi ha smontato», mi disse. «Insegno in un ambiente che non ti permette di essere un semplice funzionario del sapere. I muri, l’odore di gesso e di olio lubrificante che sale dai laboratori, il vociare ininterrotto durante la ricreazione... tutto qui dentro ti sollecita. Il clima di famiglia, l’informalità in sala professori, il “Buongiorno” in cui ci fermiamo cinque minuti per dare un senso alla giornata dei ragazzi. Tutto questo permea le difese. Ti impedisce di timbrare il cartellino e di chiudere la porta del cuore quando chiudi quella dell’aula».
    Qui, Matteo ha compreso che la carità non è un’attività, ma una postura dell’anima. È la scelta di concepire la propria professione come donazione assoluta. Usava un’espressione fortissima, quasi provocatoria per un giovane laico: «La cattedra è il mio altare». Non intendeva un sacrificio cupo e rassegnato, ma il suo sacrum facere, rendere sacra la vita attraverso il dono di sé. Aveva lo sguardo fisso su Gesù che lava i piedi ai discepoli e su Don Bosco che consuma la sua vita per i giovani fino a perdere la vista. «La carità pastorale ed educativa», mi ripeteva, «significa chinarmi sulle fragilità dei miei ragazzi».
    E di ragazzi fragili, Matteo ne ha incontrati tanti. Penso a Davide, un suo alunno di seconda. Il primo mese di scuola entrava in classe con il cappuccio della felpa perennemente tirato su, le cuffie attorno al collo e un muro di cinismo stampato in faccia. I suoi voti erano un disastro. Il comportamento anche peggio. La reazione istintiva di molti “professionisti” sarebbe stata sanzionarlo e passare oltre, tutelando il programma ministeriale. Ma Matteo ascoltava un’altra voce: quella del Sistema Preventivo. Ragione, religione e amorevolezza. L’amorevolezza come traduzione della carità di San Paolo: “La carità è paziente, la carità è benigna... tutto sopporta”.
    La donazione di Matteo si è concretizzata nel “perdere tempo” con Davide. Lo tratteneva due minuti alla fine dell’ora non per fargli la predica sui brutti voti, ma per chiedergli della partita di Champions della sera prima. Sceglieva deliberatamente di non vedere una provocazione, per valorizzare invece una sua intuizione improvvisa su una tematica trattata a lezione o in laboratorio. Per Matteo, la carità educativa è stata un martirio quotidiano della pazienza: credere ostinatamente che in quel ragazzo, così respingente, ci fosse un “punto accessibile al bene”.
    Il miracolo avvenne a metà anno. Davide abbassò il cappuccio, guardò Matteo dritto negli occhi e gli chiese a bruciapelo: «Prof, ma lei perché ci tiene così tanto che io impari questa roba?». Matteo non gli rispose con teorie pedagogiche, ma con la verità disarmante della sua vita: «Perché tu vali il mio tempo, Davide. Perché se tu scopri quanto sei intelligente e capace affrontando queste sfide della meccanica, la mia vita ha un senso».
    Quella donazione totale e personale richiedeva a Matteo energie immense. Eppure, lui riusciva a tradurre la gioia esplosiva respirata nei campi estivi del MGS nella fatica quotidiana della correzione dei compiti e delle spiegazioni. Era la sua “carità intellettuale”. Rendere affascinante la meccanica, fare in modo che gli ingranaggi, le forze e le macchine non fossero un peso noioso ma una chiave straordinaria per comprendere la realtà. Preparare le lezioni con cura maniacale non era per lui un dovere contrattuale, ma un puro atto d’amore. Amare i ragazzi significava offrire loro il meglio, prepararli al mondo con strumenti tecnici affilati e con un cuore capace di discernimento.
    Ma il capolavoro di Matteo è stato un altro. Forse un po’ inconsapevolmente, non voleva formare dei “consumatori di affetto”. Non gli bastava che i ragazzi si sentissero amati; voleva che imparassero ad amare a loro volta. Voleva che tutta quell’attenzione che prestava a Davide, anche Davide imparasse ad usarla verso il prossimo. Così la presenza di quel giovane professore in mezzo ai ragazzi si manifestava davvero come trasparenza del dono. I ragazzi vedevano che non si risparmiava, che rimaneva al pomeriggio per i recuperi, apriva per loro l’officina e restava in aula di disegno e CAD con loro finché era necessario. Viveva il cortile giocando con gli stessi allievi che pochi minuti dopo doveva interrogare. Parlava con la signora delle pulizie con lo stesso rispetto reverenziale riservato al preside. Loro “respiravano” il dono.
    I frutti di questa semina si raccolgono ancora oggi che lui non c’è. Li vedo quando i suoi ragazzi più grandi, quelli quinta, decidono spontaneamente di fermarsi al pomeriggio per fare da tutor scolastico ai “primini” in difficoltà. O quando, durante le compagnie (il gruppo animatori, quello vocazionale e il missionario), sono i primi a mettersi in gioco, a sporcarsi le mani. Non stanno semplicemente facendo delle attività extracurricolari; stanno restituendo, anche inconsapevolmente, ciò che hanno ricevuto come esempio. Stanno scoprendo che l’unico modo per possedere veramente la propria vita è donarla. Stanno intuendo il mistero di quel chicco di grano del Vangelo che, se non muore, rimane solo.
    Qualche settimana fa ho ricevuto una sua email. Mi scriveva da un piccolo villaggio andino, dove sta aiutando a riparare i macchinari agricoli di una cooperativa e, nel tardo pomeriggio, fa scuola ai ragazzi del posto. «Don Edo», si leggeva, «qui non ho una cattedra vera e propria. Spesso facciamo lezione seduti per terra, all’ombra di una tettoia di lamiera. Non c’è il registro elettronico, non ci sono le campanelle. Eppure, non mi sono mai sentito così intimamente un insegnante salesiano come ora. La carità qui ha il sapore denso della polvere e della farina di mais. Ma i loro occhi, quando finalmente capiscono come sbloccare il pistone di un vecchio motore o il senso di una formula tecnica, sono esattamente identici a quelli dei nostri ragazzi. Hanno la medesima, disperata fame di futuro. Qui sto toccando con mano che educare è far fiorire la vita dove il mondo vede solo scarti». Leggendo quelle righe, ho compreso fino in fondo quanto le nostre aule e il nostro cortile lo avesse forgiato. Aveva imparato ad amare i ragazzi più fragili e in difficoltà dei salesiani di Milano, e ora stava riversando quell’amore in un angolo dimenticato della terra. La sua cattedra, il suo altare, si era semplicemente allargato fino a diventare un pezzo di terra battuta.
    Penso fosse inevitabile che Matteo facesse le valigie per l’America Latina. Quel cuore, educato a donarsi senza riserve dietro una cattedra, aveva bisogno di dilatarsi ancora di più.
    Ogni tanto, quando suona la campanella della fine delle lezioni e i ragazzi escono di corsa svuotando la scuola in pochi minuti, mi ritrovo a passare davanti al laboratorio di meccanica. Nel caos di sedie spostate e cartacce sul pavimento, mi fermo nel silenzio. Guardo il Crocifisso appeso al muro e il volto sorridente di Don Bosco lì accanto. Ripenso a come Matteo mi raccontava di quei momenti: lui rimaneva lì da solo, affidando a Dio i nomi dei ragazzi, le loro paure confidate nell’intervallo, i loro talenti meravigliosi e ancora nascosti. Sentiva la pace di chi sta provando a fare della propria vita un pane spezzato per la fame di futuro e di amore dei giovani.
    Oggi sorrido, immaginandolo sotto un cielo diverso, in una baracca di lamiera o in un cortile polveroso di una missione lontana, mentre fa esattamente la stessa cosa. Con lo stesso amore, con la stessa radicale carità. Perché l’altare del dono non ha confini.

    Breve biografia:
    Laureato in Ingegneria al Politecnico, Matteo è Ex-Allievo e docente di meccanica all'Istituto Salesiano Sant'Ambrogio. Attualmente è in missione in America Latina con l'Operazione Mato Grosso.



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