9. Ritratto di
giovane cristiano
Riccardo Tonelli
Questa riflessione conclude la serie di articoli in cui ho cercato di raccontare qualche dimensione dell’esistenza di un giovane cristiano.
Non so se ci sono riuscito a sufficienza. Ti assicuro che ho messo tutto l’impegno e soprattutto ho cercato di pensare e progettare in compagnia di tanti amici, giovani ed educatori, che si pongono la stessa questione.
Per concludere, ti ricordo il modo, un poco strano, con cui avevo incominciato la prima di queste riflessioni. Approfitto del mio computer per citare alla lettera: Qualche anno fa, un giovane, bravo e riflessivo, che aveva partecipato ad un incontro in cui si parlava di Gesù, mi ha aspettato quando ormai molti se ne erano andati, e a bruciapelo mi ha detto: “Senti, quello che ci hai detto su Gesù mi piace. Me l’hai fatto incontrare simpatico e importante per la mia vita. Dimmi: se io gli dico di sì e mi affido a lui, cosa mi capita? Come devo diventare?”.
Quell’incontro mi ha aiutato a pensare, molto di più dei tanti libri che in questi anni ho dovuto leggere, per dovere professionale. Sono sempre alla ricerca di una risposta, convincente e bella, che funzioni per me e… spero anche per lui: almeno per te.
Qualche riflessione l’ho già condivisa, lunga la strada che stiamo percorrendo assieme in questi veloci articoli. Adesso voglio entrarci deciso, a gamba tesa (almeno qui… la possibilità vale).
Voglio dire forte dove sta la differenza tra un discepolo di Gesù e un’altra persona, brava e impegnata, che però non lo riconosce come l’unico signore della sua vita.
Ti assicuro che è difficile e anche un poco rischioso. Ma voglio provarci lo stesso.
Il ritratto ideale
Noi abbiamo introdotto un sistema per dire a noi e agli altri chi siamo: il biglietto da visita, quel cartoncino in cui accanto al nome e al cognome mettiamo una fila di titoli, quasi non bastasse sapere il nostro nome per identificarci, ma ci volessero i meriti e i riconoscimenti. I popoli si identificano attraverso le bandiere, gli inni nazionali, i racconti gloriosi della loro storia.
Il sistema non mi piace troppo, soprattutto se riguarda la persona. Mi fa ridere immaginare che per dire chi sono non basti il mio nome ma debba essere sciorinata una litania di meriti.
Purtroppo non ci si può fare quasi nulla nel ritmo normale della vita. Possiamo però farci tantissimo per dire chi è il giovane cristiano. Non voglio distintivi, bandiere, cerimonie e manifestazioni. Il giovane cristiano si qualifica di fronte a tutti nello stile con cui vive la sua identità.
Identità significa, nella mia proposta, un sistema integrato di connessioni, come un complesso elaboratore d’informazioni in cui l’ambiente esterno, gli altri, la società, le norme, i valori sono codificati e organizzati in un sistema operazionale interno.
L’identità è così la mediazione dinamica che lega la persona al mondo. Essa è tutta dalla parte del soggetto, lo delimita rispetto agli altri e lo qualifica, permettendogli di riconoscersi e di essere riconosciuto. Nello stesso tempo è continuamente provocata a riformularsi sotto gli stimoli che provengono dal suo rapporto con l’ambiente esterno.
Tutti ci qualifichiamo sul modo con cui costruiamo e viviamo la nostra identità. Il giovane cristiano è invitato, dalla sua fede in Gesù il Signore, a realizzare la sua identità in un modo specialissimo.
Questo modo originale di costruire la propria identità nasce da quattro preoccupazioni concrete. Si tratta di quattro atteggiamenti, così legati tra loro che se ne perdi uno è come segare una gamba ad un tavolo e lamentarsi che non sta diritto.
Te li racconto, non per farti fare l’esame di coscienza, ma per restituirti il diritto di sognare la tua vita a colori sgargianti.
Prima di concludere, ti rilancio la questione di sempre: e allora, c’è o non c’è una differenza tra giovane cristiano e giovane non cristiano?
Un’esistenza in esodo verso l’alterità
Una bellissima pagina del Vangelo ci offre riferimenti importanti per pensare al tema dell’identità: la storia del buon samaritano.
«Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”».
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”» (Lc 10,25-37).
Al centro della parabola il dottore della legge e Gesù stesso collocano la «cosa» che conta di più: la verità della propria esistenza secondo il progetto di Dio.
«Cosa devo fare per avere la vita eterna?», chiede il dottore della legge con una espressione classica nelle Scritture ebraiche. Gesù accoglie la domanda e risponde, rimandando alle due condizioni fondamentali suggerite dalla Legge: l’amore a Dio e l’amore verso il prossimo.
Con questo richiamo tutto sembrava risolto. E invece qui si scatena la novità del Vangelo, che trasforma un’affermazione conosciuta e ripetuta in qualcosa che provoca, sollecitando verso una personale scelta di campo.
Il dottore della legge riprende la conversazione sul tema relativamente al quale riconosce di avere dei dubbi: chi è il prossimo? Gesù risponde capovolgendo le posizioni. Non si tratta di elencare «chi» è prossimo e chi non lo è, definendo la situazione oggettiva di partenza. La questione non riguarda gli altri, ma l’atteggiamento personale nei confronti di chiunque. Gesù chiede infatti di «farsi prossimo» trasformando la situazione fisica di vicinanza o di lontananza, in una vocazione, che interpella la libertà e la responsabilità personale.
L’invito di Gesù è molto impegnativo. L’altro è spesso senza voce: non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto. Eppure, in questa sua situazione, Gesù gli dà voce, con l’invito ad accogliere il grido silenzioso di chi soffre e ha bisogno di sostegno. Può sentire questa voce solo colui che vive la compassione. Questo atteggiamento, che rende presente la compassione di Dio verso ogni uomo, permette di interpretare la chiamata dell’altro e sollecita a farsi prossimo nei confronti di ogni persona che attraversa la nostra esistenza. Esistenza che possiamo costruire solo se accettiamo di «uscire» da noi stessi, decentrandoci verso l’altro. Nella concezione evangelica l’esistenza è quindi un esodo verso l’alterità, riconosciuta come normativa per la propria vita. Una vita decentrata nell’impegno non è dunque il banco di prova dove «applichiamo» quello che abbiamo appreso, meritandoci così il dono della vita nuova. Essa è invece l’esplosione di tutta la nostra vita quotidiana, perché esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d’amore.
La risposta di Gesù non risolve solo la questione del prossimo, ma spalanca al dottore della legge e a noi anche qualcosa del mistero di Dio.
Il dottore della legge poteva avere dei dubbi solo nei confronti del prossimo. Su Dio... pensava di sapere tutto: era un dottore della legge, un esperto di teologia con tanto di diploma ufficialmente riconosciuto. Per questo interroga Gesù solo a proposito del prossimo. Gesù invece gli cambia le carte in tavola. Dopo averlo criticato sull’idea di prossimo, gli boccia anche la dottrina su Dio che aveva in testa.
Il Dio invisibile si rende presente sia nel povero, che i ladroni hanno lasciato tramortito per strada come colui che sollecita alla compassione dell’amore, sia nel samaritano che si piega verso la sofferenza, come colui che comunica l’amore.
Noi, come il samaritano, abbiamo la vita eterna, perché nell’atto di amore ci incontriamo con Dio, l’unica ragione della nostra salvezza. Egli è il fondamento supremo di questa vocazione all’amore che viene dal silenzio dell’altro: manifestiamo, conosciamo e amiamo Dio nella misura in cui accogliamo, serviamo e amiamo il povero con tutte le nostre risorse.
Tutto questo ci riporta alla dimensione di mistero in cui la nostra esistenza è avvolta e che siamo impegnati a riconoscere nel difficile cammino verso la nostra identità.
Una identità nell’affidamento
La seconda preoccupazione riguarda il livello di stabilità da assicurare nella costruzione della personale identità.
Per chiarire cosa intendo con la formula «stabilizzazione» e per dichiarare quali sono le condizioni necessarie, parto da un esempio.
Se ci sono degli sbalzi di tensione nella corrente elettrica, per poter lavorare con macchine raffinate è urgente avere uno stabilizzatore, uno strumento che controlla i picchi e rende omogenea la corrente. Una persona è formata quando si porta dentro qualcosa che assomiglia ad uno stabilizzatore.
Continuo con l’esempio.
Per acquistare uno stabilizzatore di corrente non basta entrare in un negozio di materiale elettrico e dire: voglio uno stabilizzatore. Il tecnico ci chiede: cosa ci vuoi attaccare?
Di stabilizzatori ce ne sono mille modelli. La scelta dell’uno o dell’altro dipende soprattutto dalla macchina che ci va collegata.
Lo stesso vale per l’identità: sono diversi i modi in cui possiamo pensare ad una identità stabilizzata.
Il riferimento è dato dalla situazione culturale e strutturale. La costruzione dell’identità non si realizza infatti come in una campana di vetro che isola dai rumori e dalle tensioni. Al contrario, si costruisce in un preciso ambiente, sociale e culturale, che ci preme addosso e ci condiziona fortemente. Su questa variabile decidiamo il tipo di stabilità da ricercare e consolidare per la formazione.
Nel passato appena trascorso dominava una cultura omogenea e unitaria. In quella situazione la spinta alla stabilità era già diffusa nel clima culturale. Gli inviti alla coerenza (alla stabilità cioè tra progetto personale e azione) risuonavano frequenti e nessuno li contestava, anche quando i comportamenti giravano su altre logiche.
L’esito era generalmente un’ identità sicura e unificata, con poche possibilità di devianza dalle norme a motivo del forte controllo sociale.
Nella situazione attuale, caratterizzata invece da complessità e pluralismo, la costruzione dell’identità e la sua stabilizzazione risentono fortemente dell’influsso destabilizzante di questi tratti tipici del nostro tempo.
L’esito lo si può costatare ogni giorno. Sta sorgendo, a livello pratico e con un’ insistita giustificazione anche teorica, un modo nuovo di comprendere e vivere l’identità. Abbiamo più dubbi che certezze, più interrogativi che punti esclamativi. In genere, non usiamo parole dure e solenni; preferiamo invece esprimerci in termini relativi, incerti e fragili.
Questo modo di fare spaventa coloro che invece sono stati abituati a pensare all’identità secondo i modelli sicuri e forti che dominavano nel passato. Essi hanno nostalgia di un tipo di identità che assomigli ad un buon calcolatore, capace di realizzare, senza eccessive difficoltà, tutte le operazioni per cui era stato programmato. Quando il calcolatore s’inceppava, la ragione era sempre la presenza, più o meno avvertita, di qualche guasto. Bastava pertanto l’intervento di un buon tecnico... e tutto tornava a funzionare a puntino.
L’identità debole sembra quello che ci vuole per un tempo di crisi. Qualcuno dice, giocando con le parole, che questa non è un’identità in crisi, ma l’identità necessaria per sopravvivere in situazione di crisi.
Siamo convinti che sia possibile inventare un’alternativa ai modelli forti e a quelli deboli. Questa alternativa è data dalla capacità di affidamento.
La stabilità non è cercata né nella reattività verso l’esistente né nella sicurezza che proviene dai principi solidi e stabili su cui si vuole costruire la propria esistenza. Non è però neppure rifiutata come alienante e impossibile, in una situazione di complessità e di eccesso incontrollato di proposte. Sta invece nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato; che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare. Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza, è una decisione giocata nell’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell’esistenza.
Questa è infatti la vita cristiana: un abbandono nelle braccia di Dio, con l’atteggiamento del bambino che si affida all’amore della madre. Sembra strano: per diventare adulti, scopriamo la necessità di diventare «bambini». Ce l’ha raccomandato Gesù: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Dell’adulto vogliamo conservare la lucidità, la responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo in una speranza che sa «credere senza vedere». Del bambino, invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l’amore, la disponibilità esagerata a condividere… in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.
I valori su cui costruire l’identità
La terza preoccupazione riguarda il confronto tra identità e valori.
Il perno dell’identità sono i valori che la persona fa propri. Organizzati in un sistema coerente di significato, determinano il senso della sua esistenza e il riferimento attraverso cui sono colte, selezionate ed elaborate le stimolazioni che spingono all’azione.
Questi valori non li recuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà da cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione. Sono più oggetto di esperienza che frutto di studio e di conoscenza.
È difficile e poco praticabile immaginare un controllo selettivo sui valori attorno cui costruire e stabilizzare la propria identità. La situazione di complessità minaccia proprio questa possibilità. L’intervento formativo possibile è un altro.
La persona è formata quando si è costruita un «filtro» attraverso cui verificare e valutare cosa accogliere e su cosa reagire. Non cerca quindi mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte che sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come decisivo nella propria struttura di personalità.
La costruzione dell’identità è così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende in altre parole da una fatica che ha nella persona l’unico protagonista ed è legata intensamente al tessuto sociale in cui la persona stessa si esprime e al suo influsso e condizionamento. In un ambiente di complessità e di pluralismo la formazione esige, perciò, come condizione di possibilità e di autenticità, l’impegno di restituire ad ognuno la capacità di comprendersi e di progettarsi dal silenzio della propria interiorità.
La capacità di interiorità è così la condizione irrinunciabile di un processo formativo per un tempo di complessità. In questo spazio di esigente e indiscutibile soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, soffre la faticosa coerenza con le scelte.
In questo modo l’identità stessa cresce e si consolida, come frutto dello scambio tra la storia personale e i contributi forniti dall’esterno, che scrivono questa stessa storia.
Verso decisioni coraggiose
La nostra cultura ci spinge a decisioni mai definitive, in un’attenzione esasperata a non precludersi nessuna possibilità. L’eccedenza delle opportunità giustifica appartenenze deboli, dove sembra compatibile un orientamento e il suo contrario. Ne consegue che la persona è pericolosamente frastagliata proprio al livello della sua qualificazione.
Dobbiamo diventare capaci di decisioni forti e impegnative. In che direzione?
La Chiesa del Concilio ha riscoperto che il centro della vita nuova del cristiano sta nella condivisione appassionata della causa di Gesù. Da questa prospettiva possiamo riformulare i vecchi modelli moralistici e chiedere, nello stesso tempo, una conversione radicale di vita, grande come quella che ha costruito i santi.
La decisione è per il regno di Dio. Questa è la «perla preziosa» per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto.
Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c’è morte. È dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile d’ogni uomo di buona volontà, esigendo che ogni impegno per la vita sia realizzato «secondo il suo progetto».
A confronto con Gesù di Nazareth scopriamo l’oggetto della nostra decisione, la sua qualità e le condizioni che la rendono autentica.
Gesù ha sacrificato la sua vita, come sommo gesto d’amore, accettando le conseguenze di un’esistenza tutta protesa nell’impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, a tutti gli uomini. «Dare la vita» è la condizione fondamentale perché essa sia piena e abbondante per tutti. Chi s’impegna in questo, riconosce che l’esito della sua fatica è sempre «oltre» ogni progetto umano ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, pianta perciò la croce nel centro della sua vita. Riconosce la passione di Dio per la vita di tutti e si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo d’impegno, concreto e storico, per la vita.
Le differenze
Tutto qui?
La prima e più facile obiezione è quella che ogni tanto qualcuno mi lancia: allora il giovane cristiano non è diverso dagli altri? Non c’è proprio nessuna differenza? E ritornano gli elenchi di cose che fanno la differenza, quasi si trattasse di scegliere una squadra di calcio per cui fare tipo, stando ben attenti a non confondersi con i tifosi della squadra opposta.
La differenza c’è. Ma è una differenza speciale e profonda, da comprendere, prendere sul serio e far diventare quotidianamente lo stile con cui costruiamo la nostra identità.
Si tratta di una differenza enorme… ma così originale da sollecitare ad una compagnia piena e totale con tutti: la differenza non produce né stranezze né distacco. Chiede invece il coraggio di sedere a mensa con tutti… con uno stile che lascia tutti a bocca spalancata.
Il giovane cristiano si rende conto di condividere di fatto l'esistenza di tutti. Non possiede nulla che lo autorizzi a considerarsi un estraneo o un arrivato nella mischia della vita quotidiana. Sa che le difficoltà possono essere superate solo nell'impegno e nella solidarietà. Conosce il nome concreto degli eventi, lieti o tristi, che gli attraversano l'esistenza.
È davvero, fino in fondo, uomo con tutti gli altri uomini.
Eppure sa di vivere nella fede in Gesù Cristo come in un altro mondo. Coerente con questa coscienza credente, compie gesti che lo sottraggono alle logiche del mondo comune.
Conosce per esempio i meccanismi dello sfruttamento che allargano l'area della fame e della violenza, eppure invoca il suo Signore come il principe della pace, lo confessa come il Padre buono che manda la pioggia sui buoni e sui cattivi e si preoccupa persino dei gigli del campo.
Il servizio alla vita è duro ed esigente: perché è grande la causa da servire. Per Gesù il servizio alla vita ha comportato la croce. Solo in questo amore che perde la vita per allargarla attorno a sé, ha imbandito pienamente e radicalmente la festa della vita, per permettere a tutti - e ai più poveri soprattutto - di essere in festa. La parole e i gesti che hanno punteggiato la sua esistenza sono esplosi in verità in questo gesto sconvolgente. Esso dice la radicalità del servizio; ma dice anche che l'esito non proviene dalla forza, dalla potenza, dalla astuzia e dal consenso: è tutto dono imprevedibile.
È importante non dimenticarlo.
Non c'è congruenza tra morte e vita.
La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta.
Chi ha ucciso Gesù, l'amico della vita, l'ha fatto perché preferiva le proprie logiche (politiche o religiose). Per questo festeggiava il trionfo della morte sulla vita, convinto di avere ormai eliminato un interlocutore troppo scomodo.
Tutto apparentemente sembrava dare ragione a questa visione realistica. Gesù era fuori causa. I discepoli, impauriti e delusi, erano tornati alle loro vecchie abitudini. La folla, prima entusiasta, cercava un nuovo idolo a cui aggrapparsi.
Il progetto di Dio era molto diverso: il Crocifisso è il Risorto, il Signore della vita e della storia.
Tutta la vicenda rivela lo stile di Dio per promuovere la vita.
La vita è tanto dono suo che esplode piena quando sembra ormai tutto finito.
La croce non è la tassa da pagare ad un padrone esoso, per riacquistare il diritto alla vita. La croce è solo follia rispetto alla vita (1 Cor. 1). Qui, come segno della potenza di Dio che sa far nascere figli di Abramo anche dalle pietre, esplode la vita. Esplode per dono dall'alto, quando c'è la stessa disponibilità ad entrare in questa strana prospettiva. Ed esplode improvvisa e impensata, proprio perché è dono.
Chi vuole la vita, si pone come Gesù al servizio della vita, con la coscienza che "dare la vita" è la condizione fondamentale perché la vita sia piena e abbondante per tutti.
















































