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    Tutto è perdonabile

    bonfanti abbraccio della croce

    Maurizio Bonfanti - Abbraccio della croce

     

    (cf il sussidio: L'umanità sovversiva di Gesù, a cura di Massimo Maffioletti - Luciano Manicardi)


    Massimo Maffioletti. C’è un altro tratto inequivocabile dell’umanità di Gesù: il perdono. Per come l’ha esercitato sembra in linea con lo psicanalista Massimo Recalcati quando parla di “perdonabilità dell’imperdonabile” [53] (anche se poi aggiunge la possibilità dell’“imperdonabilità dell’imperdonabile”).

    Luciano Manicardi. Prima ancora di Recalcati è Jacques Deridda a parlare della “perdonabilità dell’imperdonabile” [54]. A partire dalla croce di Gesù tutto è perdonabile, anche l’imperdonabile. Il perdono – comprendiamo l’espressione – è onnipotente, cioè si può estendere radicalmente a tutto. Detto questo, il perdono è anche radicalmente impotente. Innanzitutto, non lo posso imporre. Il perdono ha tutto il suo valore nella misura in cui è un atto di libertà. Secondo, il perdono può benissimo essere rifiutato; l’altro potrebbe dirmi: del tuo perdono io non so che farmene. Il perdono, poi, può benissimo non cambiare nulla nel cuore dell’altro. Il perdono non è ancora riconciliazione, che può esserci solo alla fine di un lungo cammino. L’espressione verbale “io ti perdono” prevede un processo che vale per me ma che è tale anche per colui che arriva ad accogliere il perdono. Non è detto che ci si arrivi subito perché quando io formulo la frase “io ti perdono” so che probabilmente anche l’altro deve fare un percorso. La frase “io ti perdono” corrisponde al sincero atto in cui il male, che l’altro mi ha fatto e che tale resta, viene assunto come qualcosa di passato cercando così di ricucire la relazione, di riconciliarmi con l’altro: la ferita resta ma, nonostante tutto, qualcosa potrebbe cambiare nel nostro rapporto. Non si torna a quello che c’era prima, ma io desidero che tra di noi prevalga un rapporto di grazia sul quel sentimento di vendetta che tende sempre a rinfacciare e ripagare il male subìto. Quindi, tutto può essere perdonabile, anche l’imperdonabile.
    Tutto è possibile, perfino una madre che perdona l’assassino del figlio. Ma c’è anche qualcosa che può non essere perdonato. Il perdono non è un obbligo. È un evento di libertà che, nello spazio cristiano di fede, richiede un processo, un lavoro interiore – anche psicologico – sulla rabbia, la collera, il desiderio di vendetta per ciò che è avvenuto, sull’addomesticare il sentimento di rivalsa e di ripicca.
    È sempre possibile prevedere la scelta di non vendicarsi e di recuperare la relazione perché quello che più mi interessa è salvaguardare la relazione con l’altro, anche se è stata offesa, piuttosto che perpetuare il dolore vissuto cercando solo la vendetta. La vendetta è fissare il tempo al passato.

    Qual è la differenza tra perdono e vendetta?

    La differenza è tutta sulla temporalità. Nella vendetta io resto ancorato a ciò che è avvenuto l’altro giorno o vent’anni fa. E non me ne libero più. Anzi, per me quel passato è talmente bruciante che ancora oggi è come se fosse presente, attualissimo. Non è mai realmente passato, non l’ho elaborato e, dunque, finché non mi vendico in qualche modo non sono soddisfatto. Il perdono invece apre le porte al futuro, accetta che ciò che è avvenuto sia confinato nel passato. Certo, è una ferita e va detto chiaramente; il perdono non è dimenticare, perché chi dimentica ripete, ci ricorda Freud. Perdonare è essere più forti del male subito. Non è forse questa una prassi di resurrezione? Non è un far vincere le energie della resurrezione sull’indiscutibile potenza del male?

    In che senso il perdono è già un atto di resurrezione?

    La resurrezione, cuore della fede cristiana, trova concretezza e attualizzazione nelle prassi di perdono che sono davvero un far vincere Dio sopra le potenze disgregatrici, diaboliche, divisive del male. Ripeto: dal vangelo deriva la possibilità di perdonare tutto. Tutto può essere perdonato. Al tempo stesso devo percepire che questa enorme potenza del perdono si accompagna a una enorme impotenza.
    È la logica stessa della croce: è potentissima e debolissima. Noi ci situiamo sempre in questo ossimoro che ci segnala un contrasto tra i due termini. Se apriamo il vangelo di Marco scopriamo che Gesù è potentissimo e debolissimo, placa il mare in tempesta e crolla nel sonno, si addormenta sulla barca. Gesù, potente in azioni e parole, è mostrato anche in tutta la sua debolezza. Il perdono, che non è solo un atto etico, sul piano prettamente della fede è avvento del Regno di Dio: dove c’è perdono c’è l’azione dello Spirito: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,22-23).
    Ma se c’è lo Spirito Santo, vuol dire che lì noi stiamo condividendo l’agire stesso di Gesù di Nazareth.

    Ci sono limiti al perdono?

    Sì, per esempio, io non posso perdonare per conto terzi. È la vittima che può perdonare o, al massimo, qualcuno profondamente legato a quella vittima, a tal punto che colpendo la vittima colpisci anche lui. E, poi, c’è sempre la libertà dell’altro che non sente alcun bisogno di essere perdonato. Bisogna stare attenti affinché il perdono non diventi una giustificazione del male, una complicità con esso o un favorire il perpetuarsi del male stesso. Siccome Dio mi perdona sempre io continuo a compiere il male. Tanto poi…

    Éric-Emmanuel Schmitt in un racconto parla di “vendetta del perdono”, altro bell’ossimoro: il perdono è la “vendetta” più sottile. In un’intervista alla domanda “cos’è per lei il perdono?” lo scrittore francese risponde: “Dire all’altro: non ti riduco al male che mi hai fatto. Restituirgli la vera umanità, ma anche a me stesso, perché entrambi siamo capaci del peggio e del meglio, fino alla fine dei nostri giorni” [55].

    Con l’atto di perdonare io faccio un atto di fiducia nella persona.
    Chi è colui che ha fatto del male? Un fratello che il male ha allontanato da me, ma io riconosco comunque il volto dell’altro e non lo lascio distruggere o offuscare dal male che lui stesso ha commesso.
    Continuo a considerare l’altro come persona. Insomma, il perdono è far fiducia più alla sua umanità che al male che ha commesso e di cui si è macchiato (e che tale rimane). È credere maggiormente alla potenza della vita che non a quella della morte. E noi diciamo tutto questo contemplando un crocifisso, uno che è morto. Per questo il perdono è la più convincente espressione della potenza della resurrezione, della fede nella resurrezione. Hannah Arendt, che ha usato molto la categoria del perdono anche sul piano politico, scrive che “il perdono è l’unica reazione che non si limita a reagire, ma che agisce nuovamente e inaspettatamente non condizionato dall’atto che l’ha provocato e che quindi libera dalle sue conseguenze sia colui che perdona sia colui che è perdonato” [56]. Il perdono libera anche colui che perdona. Non sei più costretto a vivere in ostaggio del tuo passato.
    Con il perdono tu non solo reagisci a qualche cosa che è avvenuto, ma agisci in modo nuovo, imprimi qualche cosa di nuovo nella storia: l’altro può essere liberato – “Vai, e d’ora in poi non peccare più” dice Gesù all’adultera (Gv 8,11) – ma così facendo di fatto liberi anche te, perché rinunci a rimanere ostaggio del passato e del male che hai subito. Secondo me questo è straordinario.


    NOTE

    53 Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Raffaello Cortina editore 2014.
    54 Jacques Deridda, Perdonare, Raffaello Cortina editore 2004.
    55 Éric-Emmanuel Schmitt, La vendetta del perdono, ed e/o 2018. L’intervista allo scrittore è stata pubblicata da Tutto libri de La Stampa il 21 aprile 2018 (https://www.edizionieo.it/ review/7634).
    56 Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 200310, pp. 177- 178.



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