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    Cartografie di un concetto nomade



    Educare l’anima /1

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2006-01-36)


    Quello di anima è un concetto pericoloso. Apparentemente appaltato dal pensiero laico a quello religioso o teologico, sembra perennemente scivolare tra le maglie di una riflessione pedagogica e filosofica che si sente a disagio quando lo deve affrontare, e dunque preferisce lasciar perdere.[1] L’anima sembra una cosa da preti, e comunque qualcosa che ci rimanda a trascendenze verticali, lontane dal nostro vivere quotidiano. E se l’anima è insufflata da Dio e da Dio presieduta, come è possibile pensare di «educarla»? Non costituirebbe questa presunzione un peccato di hybris? L’educazione dell’anima non sarebbe una prerogativa di Dio o dei suoi intermediari?
    Forse questa obiezione coglie nel segno: forse possiamo solamente balbettare qualcosa attorno all’anima, come del resto ci capita di fare attorno ad altre dimensioni di mistero che ci circondano o meglio che penetrano dentro di noi, impastando la nostra forza e la nostra debolezza umane. Perché l’anima non è un problema ma un mistero: Gabriel Marcel definì «problema» un quesito rispetto al quale l’osservatore rimane esterno (una equazione matematica, per esempio), mentre il «mistero» si caratterizza per il fatto di coinvolgere direttamente colui o colei che se lo pone; un mistero ci comprende come parte della questione e della soluzione; il che significa che non vi sarà mai soluzione completa e definitiva perché i termini del mistero si sposteranno con noi così come si sposta la linea dell’orizzonte. Di fronte al mistero l’Occidente sembra tacere: ma non di un silenzio rispettoso e pieno di meraviglia, come capita di constatare in altre culture; il silenzio dell’Occidente di fronte al mistero è il silenzio arrogante del conquistatore di fronte a un oggetto che intralcia la sua marcia trionfale, o perlomeno le fa perdere tempo. È il silenzio di chi non si cura, non si occupa. «I don’t care», l’opposto di Barbiana, l’opposto di un atteggiamento che si china su tutte le dimensioni del reale per capirle, abbracciarle e farsene abbracciare. E se la scienza positivistica dichiara sprezzante che le affermazioni sull’anima sono «inverificabili» e perciò false, perché non corrispondono ai criteri di verificabilità che essa stessa ha prodotto (caso di arroganza forse unico al mondo), la risposta della new age o di una certa modalità di diffusione delle religioni orientali sembra riempire il vuoto solamente di qualche chiacchiera o di qualche altrettanto vuota ritualità. Il rischio per entrambe queste posizioni è l’appiattimento su quanto richiede il mercato: che è privo di anima per definizione perché tutto spalmato sull’orizzontalità della conquista, sul sempre uguale della forma merce.
    Questa alternativa si ritrova sostanzialmente inalterata all’interno del dibattito pedagogico (e questo la dice lunga sulla presunta autonomia delle scienze pedagogiche, in realtà sempre a ruota di altri nelle loro definizioni e concettualizzazioni): da un lato infatti le tecnologie dell’educazione sembrano dare per scontato che un discorso sull’anima non le riguarda, e semplicemente continuano nel loro lavoro di adeguamento dei soggetti ai contesti sociali (contesti nei confronti dei quali non fanno più valere alcun elemento di critica); dall’altro l’approccio alle dimensioni interiori e profonde dell’educazione si riduce molto spesso a una estetizzazione dei concetti, a una ricerca di immagini e metafore suggestive, alla richiesta impudica di mettere in piazza i mondi interiori degli educandi e delle educande con un utilizzo spesso perverso dei concetti di narrazione, storia di vita, autoanalisi, ecc. Posizioni che si alimentano a vicenda e soprattutto alimentano il mercato e che testimoniano di quella che è forse la crisi finale del pensiero pedagogico.[2]
    Ma la dimensione occupata e descritta [3] dal concetto di anima non è certo ignorata da altri campi del sapere e del fare contemporanei. Per esempio, le nuove tecnologie che presiedono alla divisione e all’organizzazione del lavoro, così come le nuove modalità di formazione aziendale o professionale, aggrediscono propriamente questa dimensione [4] e la fanno diventare il centro di un discorso atto all’adeguamento dei soggetti alle immutabili condizioni di lavoro: il lavoratore e la lavoratrice non sono più asserviti tramite il loro corpo, ma sono le dimensioni di identità, di proiezione di sé nel mondo e nel futuro, di progettualità di vita, di emozione e sentimento a costituire i nuovi gangli della catena di montaggio.
    Questa rubrica rivendica allora lo spazio per un discorso laico sull’anima. Che definiamo provvisoriamente come spazio interiore che non è ancora riflessione e non è più emozione, spazio popolato di vuoti e di pieni, di immagini e di abbozzi di pensiero, vera e propria cintura di trasmissione che porta le emozioni al concetto: uno spazio dell’interiorità che è però potentemente illuminato dalle luci del mondo di fuori; uno spazio del prepolitico, del prereligioso, del precategoriale, che si smarca dall’animale (forse) senza necessariamente ricalcare la presunzione di monopolio dell’intelligenza propria dell’homo sapiens sapiens; uno spazio che può essere o meno occupato dal discorso religioso (che nella mistica per esempio ha avuto la straordinaria intuizione di non riempire a tutti i costi il vuoto col quale si identifica l’anima, dimodoché proprio un pensiero del vuoto che rimane tale può essere utile per parlare di questa dimensione) ma può e deve essere trattato anche da un pensiero laico che voglia essere realmente alle altezze dei bisogni dei soggetti nel XXI secolo.
    Procederemo per opposizioni dialettiche, cercando di lasciare aperte le questioni piuttosto che di chiuderle. Un fabbro cinese affermava di costruire le migliori lance e i migliori scudi del mondo: ma la lancia del fabbro cinese (che è la migliore) perfora lo scudo del fabbro cinese (che è il migliore)? Non possiamo applicare a questo quesito la logica dell’aut/aut o semplicemente liquidarlo come «questione mal posta». La logica dell’et/et potrà esserci di aiuto affrontando un concetto come quello di anima che, proprio nel poter pensare e sentire l’una cosa e l’altra, sfida la logica classificatoria cui siamo adusi.
    Partiremo dall’opposizione tra il vuoto e il pieno per definire gli spazi dell’anima, per iniziarne la cartografia: passeremo poi al lento e il veloce per entrare nella temporalità dell’anima e per coglierne i ritmi, le pause, i rallentamenti e le accelerazioni. L’opposizione tra silenzio e parola ci introdurrà a studiare e capire i codici dell’anima, che non sono sempre opposte rispetto ai linguaggi verbali ma che in essi non possono esaurirsi. L’anima si emoziona e conosce, è fatta di affetti e di conoscenza; eliminare il primo di questi elementi significa tornare a una teoria della mente (che è utile ma è altra cosa), eliminare il secondo significa consegnare l’anima al luna-park della cura e della libera narrazione così di moda oggi: parleremo dunque degli affetti dell’anima (il coraggio e la paura) così come delle conoscenze dell’anima (il noto e l’ignoto); e saremo così proiettati oltre l’anima: l’ascolto e la preghiera ci porteranno al di là dell’anima in dimensione verticale (non solo in excelsis ma anche verso il profondo); lo sfondamento delle barriere dell’Io ci condurrà invece verso le anime, in una dimensione interpersonale, interreligiosa e interculturale senza la quale il discorso sull’anima si riduce a consolazione per il singolo o ad apologia di una delirante «superiorità» del modello occidentale.
    Iniziamo dunque il nostro percorso alla ricerca di un concetto nomade. Che come suo solito già si è spostato anche da queste pagine e ci sfida a riprendere il viaggio e a cercare di delimitarne i provvisori confini. Come la linea dell’orizzonte che da bambini ci ha spinti a non restare, a levare le tende, perlomeno a sognare di andare via.

    NOTE

    [1] Una felice eccezione è costituita ad esempio da Umberto Galimberti, cf Gli equivoci dell’anima, Milano Feltrinelli 20032.
    [2] Cf Raffaele Mantegazza, La fine dell’educazione. Una utopia (anti)pedagogica, Enna, Città Aperta, in corso di pubblicazione.
    [3] Vedremo in seguito che l’idea di descrizione non è adatta al concetto di anima, che sfida le scienze descrittive e positive; forse sarebbe più adatto qualcosa come una cartografia, tenendo conto però che si tratta della mappatura di una zona tellurica e vulcanica, che muta continuamente e richiede continui e tenaci aggiustamenti da parte del geografo.
    [4] Cf Andrea Marchesi, Le fabbriche dell’anima, Milano, Ghibli, 2001.


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