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    Buoni cristiani e onesti cittadini alla scuola dei poveri


     

    Storia dell’AM-MGS Lazio

    Maria Giulia Palocci

    (NPG 2007-01-67)


    Sensibilizzazione e laici, apertura mondiale e giovani, cattolicità e salesianità: queste le linee direttrici della riflessione e azione del gruppo di animazione missionaria (AM) del MGS (Movimento Giovanile Salesiano)-Lazio.
    Ma facciamo un passo indietro per raccontare la storia del gruppo.

    La storia

    Gruppi missionari, attenzione ai Paesi Poveri, partenze per esperienze estive all’estero hanno sempre fatto parte del DNA di chi si sente appartenente a un carisma che si rifà a don Bosco. Pur con modalità diverse, in maniera più o meno associata, ogni provincia (Ispettoria) sente la dimensione missionaria come parte essenziale della propria spiritualità: non soltanto ovviamente nel senso che il giovane si sente «missionario» verso gli altri giovani, ma anche nell’aspetto più tipico della missio ad gentes. L’attenzione missionaria nei vari gruppi giovanili e comunità ecclesiali e le esperienze estive all’estero sono sempre state momenti forti di crescita, di risveglio non solo cristiano ma anche sociale e politico, fino anche a scelte ideali coraggiose perché permanenti.
    Non è sempre stato facile interpretare bene il senso dell’azione missionaria giovanile, sia in sé che all’interno dell’intento di evangelizzazione, nel rispetto della cultura degli altri, nell’intesa di collaborazione con chi da tempo lavorava in loco; e riuscire a progettare e vivere questa esperienza come un’esperienza di crescita dello stesso giovane è ancor oggi difficile da capire.
    È anche vero però che le organizzazioni missionarie di un certo peso e con una lunga tradizione non hanno mai lasciato da parte la dimensione formativa dei membri: non soltanto punto di riferimento per progetti di aiuto e sostegno o di preparazione di «volontari» per così dire professionali, ma anche in quella che si può chiamare «animazione missionaria», sensibilizzazione delle comunità e del territorio, maturazione di una coscienza missionaria nei giovani, preparazione per esperienze in cui chi parte per un periodo limitato di tempo «parte» non per portare chissà quale aiuto in una logica del tutto assistenzialista, ma per «apprendere», per capire, per condividere: per fare una «esperienza» significativa per la sua vita.
    Fondamentalmente, dunque, si trattava di (ri)organizzare l’insieme di azioni missionarie delle varie opere salesiane del Lazio in un progetto che tenesse conto dei nuovi sviluppi della teologia della missione, che ripensasse i collegamenti istituzionali di appartenenza nazionale, che sviluppasse una nuova coscienza, che permettesse una vera formazione missionaria dei giovani, al di là della semplice esperienza di un mese di «avventura» all’estero.
    L’analisi della situazione in effetti, partendo dalla grande sensibilizzazione attuata negli anni precedenti a livello ispettoriale per via del legame dell’ispettoria stessa con il Madagascar e poi nei confronti dell’Albania, faceva capire che a poco a poco si era giunti a un periodo di stanca ripetizione. Le «esperienze estive» in vari casi erano ridotte ad un’esperienza personale e non comunitaria, fine a se stessa e slegata dall’animazione missionaria locale ed ispettoriale.
    Si incontrava una effettiva difficoltà al collegamento con il VIS nazionale, anche per via della mancanza di collegamenti e di partecipazione ai campi di formazione nazionali. Un’altra grande difficoltà all’animazione risultava il continuo cambio del «delegato» ispettoriale salesiano, portato dall’obbedienza a nuovi compiti.[1] 
    L’AMVIS Lazio era già stato costituito nel 1997, con i seguenti obiettivi statutari: «È composto da tutti gli aderenti e simpatizzanti, che nei diversi ambienti salesiani, e non, del Lazio, s’impegnano nell’animazione missionaria con stile salesiano: cioè cercano di vivere il volontariato come scelta di vita contagiosa, nell’ottica che la diversità è una ricchezza, e che l’incontro con l’altro è un’occasione unica ed irripetibile per mettersi al servizio del Cristo presente in colui che ci chiede un aiuto. Ciascun aderente opera nel proprio ambiente ma si confronta con gli altri, facendo un cammino formativo comune e seguendo un progetto che viene portato avanti insieme».
    Occorreva ad un certo punto però rilanciare l’azione sempre con più definita caratterizzazione: il passaggio e l’inizio di un nuovo cammino in questo senso avviene nel settembre 2001, quando il delegato salesiano e un giovane laico ricevono l’invito del superiore a individuare una via di svecchiamento e di rilancio dell’animazione missionaria.
    Entrambi ritengono che deve cambiare l’idea stessa di missione e di impegno missionario nella testa dei giovani: che è necessaria una conversione della testa e del cuore prima che della operatività; che prima di attivare una attività particolare bisogna cambiare modo di pensare.
    La necessaria «preparazione» dunque non potrà essere un’infarinatura di lingua del posto dove si vuole andare per «aiutare» e una imbottitura di motivazioni, ma una reale autentica conoscenza dell’altro e della reale situazione in cui vive, con lo studio dei fenomeni legati al mancato sviluppo. È necessaria una particolare preparazione interculturale che faccia prendere coscienza che essi possiedono tratti di umanità che sono in grado di testimoniare e di donare, che essi stessi ci aprono gli occhi sui rischi e fallimenti del nostro modo di pensare: insomma, conoscere, condividere, imparare.
    Già cenni di cambiamento si notavano nelle riflessioni di chi tornava, o anche nel numero sempre più ridotto di chi intendeva «partire», o nella fragilità degli stessi sostegni missionari che terminavano quando mancava la forza propulsiva del salesiano animatore o del missionario stesso.
    Inoltre, i giovani sentivano il disagio di mettere insieme questo atteggiamento leggermente colonialista con le idee dell’«aiuto» in un’unica direzione, e su cose donate (come se essi di questo avessero bisogno, commisurando i loro bisogni sui nostri), con le idee che la nuova sensibilità culturale faceva emergere: il volontariato, la globalizzazione, la mondialità, l’informazione...
    Attorno a questa nuova sensibilità fu facile aggregare chi negli anni precedenti aveva fatto l’esperienza estiva o ne aveva sentito parlare, laici e non.
    Ma, per esigenze di radicamento e di continuità, si intuì fin da subito che occorreva procedere verso un’organizzazione nuova che prima di tutto puntasse sull’appoggio delle comunità educative.
    Per questo, dopo aver creato un piccolo gruppetto «di riflessione», si iniziò a cercare localmente, nei vari ambienti educativi del Lazio, almeno due punti di riferimento per ogni ambiente: un religioso e un giovane laico.
    Da quel momento in poi, le comunità locali divenivano il destinatario più importante di tutta l’attività. Si iniziò quindi a distribuire molto materiale informativo e formativo, e si puntò a creare dei gruppi locali per la formazione degli «educatori».
    Era necessario far circolare le idee, creare luoghi di dibattito, di scambio, anche di scontro, per far emergere le diversità, per interrogare gli stereotipi, per allargare gli orizzonti. Non c’è stata paura di introdurre elementi tratti da scienze non usuali: la sociologia, l’economia, l’antropologia, la storia (e la storia del colonialismo), la geografia, lo studio dei sistemi politici, la dottrina sociale della chiesa...

    Come è cambiata l’animazione missionaria

    A questo scopo è stato creato un apprezzato sito web ricco di materiale informativo e formativo, il mezzo migliore per creare un contatto diretto con i giovani, e poi per far nascere un punto di aggregazione, di riferimento e di incontro, oltre che di archivio storico per tutti i documenti del passato, i libri e le videocassette «formative»: insomma, una sede virtuale.
    Il passo successivo fu la «rivisitazione» del corso per partenti che doveva e poteva avvicinare i giovani all’esperienza estiva. Fu deciso un corso biennale: una ventina di conferenze-dibattito, tenute da esperti, per una panoramica generale e interessante di tutti i temi legati all’«educazione alla mondialità», uno strumento di quella sensibilizzazione che era stata posta come obiettivo primario dell’animazione. Il corso infatti «sensibilizza» a temi di grande attualità come il commercio equo e solidale, il volontariato internazionale, la finanza etica, lo sviluppo sostenibile, l’informazione responsabile… tramite testimonianze, riflessioni e contributi di persone che oltre ad essere professionisti del settore e profondi conoscitori dello spirito salesiano, sono stati e sono convinti sostenitori dello spirito missionario in ottica cristiana.
    Al corso hanno iniziato a partecipare tanti laici di ambienti salesiani ma non solo: anche persone venute a conoscenza da amici o conoscenti oppure tramite lo stesso sito internet delle iniziative dell’AM-MGS Lazio, decidono di formarsi e spesso di proseguire la formazione-vocazione con l’esperienza estiva, punto cardine dell’esperienza educativa.
    L’esperienza estiva - punto forte di questo cammino di formazione-azione - si svolge nei Paesi in via di sviluppo (presso comunità salesiane) gemellati con il Lazio (Madagascar) e con paesi come il Guatemala o il Messico dove ci sono realtà missionarie in stretto contatto con i salesiani italiani (oggi, per l’esperienza estiva, tendiamo a prediligere il Madagascar a motivo del legame di fondazione della presenza missionaria, e il Medioriente in quanto parte della configurazione giuridica salesiana «Regione Italia-Medioriente»).
    Oltre ad essere un importante momento di cammino personale e umano per chi sceglie di farla, l’esperienza di missione ha una risonanza tale che indirettamente insegna molto anche a chi non parte. Il fatto è che chi torna è più ricco dentro delle cose che ha visto, che ha incontrato, che ha operato. Chi torna diventa così mezzo: aiuta molti a capire la vera faccia dei Paesi Poveri, e si mostra in tutti i cambiamenti che un’esperienza del genere comporta; mostra la vera missionarietà: quella nel quotidiano. Questa è la sfida alla base del nostro operato: cambiare il nostro modo di vivere oggi, e qui, in Italia. È la sfida rivolta non solo a chi parte o a chi fa parte del consiglio direttivo di questa associazione, ma a tutti i giovani che incontriamo nelle nostre esperienze pastorali.
    Quello che tutti capiscono dopo aver fatto quest’esperienza o dopo aver sentito una testimonianza è che non c’è niente di più utile e giusto nell’essere missionari che attivarsi qui e ora, per creare una mentalità più attenta all’altro nei suoi vari volti quotidiani, quelli che con tanta abbondanza sforna la città.
    Ci sentiamo chiamati a «svegliare» dal torpore della società individualista e progressista, a mettere al corrente di realtà «comodamente non manifestate», a dare e soprattutto a mostrare qual è il comportamento del «buono cristiano e onesto cittadino» di cui parlava don Bosco.
    Vogliamo formarci per divenire «onesti cittadini» del mondo, incoraggiando la progettualità e l’ingegno di chi se ne interessa.
    Riportiamo il foglietto illustrativo-programma per la preparazione di chi intende «fare» questa esperienza, traccia per la formazione dei vari incontri annuali.

    Condizioni di efficacia per un’esperienza di volontariato missionario

    1. Cosa non fa l’AM-VIS Lazio
    Non organizza campi di lavoro, ma esperienze di formazione in Paesi in via di sviluppo, vissute in gruppo per un mese, per persone maggiorenni.

    2. Obiettivi generali
    - La formazione personale umana e cristiana dei partecipanti per riprogettare la propria vita in una dimensione di solidarietà mondiale;
    - la conoscenza di culture «altre» e la strutturazione di un rapporto umano che possa continuare nel tempo per uno scambio della rispettiva ricchezza;
    - l’analisi delle cause della povertà e del sottosviluppo per individuare, insieme agli interessati, possibili progetti di sviluppo e/o per decidere la scelta personale del Volontariato Internazionale;
    - acquisire conoscenze e motivazioni per divenire, al ritorno in Italia, educatore alla mondialità e/o operatore di cambiamento sociale e politico.

    3. Spese
    Ognuno dei partecipanti paga tutte le spese: viaggio, mantenimento, assicurazione... e procura anche qualche aiuto per le attività da svolgere durante il mese.

    4. Condizioni preliminari
    - Età compresa tra i 20 e i 35 anni;
    - scelta esplicita di fede cristiana e decisione di vivere l’esperienza per partecipare al cammino di fede del gruppo;
    - il «volontario» è annunciatore di Vangelo con il suo farsi prossimo, testimonia i valori cristiani e facilita la comunione tra le Chiese;
    - scelte di vita ispirate alla tolleranza con esclusione di atteggiamenti razzisti o aggressivi;
    - riconoscimento del ruolo della guida spirituale del sacerdote accompagnatore;
    - accettazione della vita di gruppo e della programmazione concordata: orario della giornata, stile di comportamento, ritmi di preghiera;
    - conoscere lo stile e il carisma salesiano: quindi è auspicabile che abbiano già fatto esperienze di animazione in ambienti giovanili;
    - l’esperienza è essenzialmente di gruppo: quindi l’appartenenza al gruppo deve essere una realtà che precede, accompagna e segue questo mese di formazione nei Paesi in via di sviluppo, in modo che permetta di trasformare le conquiste personali in ricchezza per tutta la comunità;
    - dovrebbe essere compito di ogni comunità educativa locale segnalare la persona candidata all’esperienza estiva. La comunità la «invia» perché si sente rappresentata da lei. La persona inviata vive l’esperienza come contatto umano tra la sua comunità che ha scelto di lavorare per i poveri e la realtà concreta di questa povertà nei Paesi in via di sviluppo. La continuità al ritorno, la comunicazione dell’esperienza ha certamente bisogno di un gruppo di riferimento che per qualcuno deve diventare gruppo di appartenenza. Da questa appartenenza e dall’esperienza diretta la singola persona può decidere quale responsabilità assumere per una solidarietà che continua nel tempo;
    - la preparazione con un corso specifico, il reinserimento al ritorno, le attività di animazione, di educazione allo sviluppo, alla mondialità, alla missionarietà esigono un gruppo stabile locale di animazione missionaria che sia punto di riferimento per tutti coloro che fanno questa esperienza.

    5. Preparazione
    - È indispensabile partecipare almeno all’80% del corso che viene organizzato a livello ispettoriale dall’AM-VIS Lazio e che in genere comincia a ottobre;
    - i corsi prevedono anche lo studio personale della lingua internazionale necessaria per comunicare nel paese di destinazione;
    - partecipazione costante alla vita del gruppo nella sede di appartenenza e partecipazione alle riunioni «ispettoriali»;
    - precedenti esperienze di volontariato in Italia, sul territorio dove ciascuno abita;
    - preparazione specifica per essere in grado di svolgere le attività previste durante il mese di esperienza.

    6. Modalità di realizzazione dell’esperienza estiva
    La giornata tipo dovrebbe comprende sempre questi elementi:
    - preghiera e celebrazione dell’Eucaristia come approfondimento di un cammino di fede personale e comunitario;
    - attività con i missionari in favore della gente del posto: normalmente si tratta di animazione dei giovani e delle loro attività;
    - incontri con i protagonisti della vita sociale locale: autorità civili e religiose, operatori sanitari, educatori, commercianti, agricoltori, artigiani, ecc.

    7. L’attività vissuta come strumento per l’incontro culturale
    - L’incontro con le persone avviene necessariamente mediante attività di servizio condivise;
    - se prevale il fare o l’efficientismo ne soffre l’ascolto e il rispetto della cultura locale: ci illudiamo di essere benefattori e siamo portati facilmente a giudizi negativi sugli abitanti del posto perché meno efficienti.

    8. Lo stile di vita
    - La presenza di un gruppo di cristiani che provengono dall’Italia assume, agli occhi della gente locale, un’importanza eccezionale: è occasione per capire che cos’è la Chiesa e come si possono vivere determinati valori umani ma con spirito cristiano e nell’ottica salesiana;
    - la nostra testimonianza di fede vissuta diventa annuncio di Vangelo, ed è per questo che lo stile del nostro comportamento ha grande importanza.

    9. Risultati attesi
    - Formazione personale: umana e cristiana;
    - conoscenza e interazione con una cultura «altra»;
    - costruzione di un rapporto umano tra le comunità italiane e le comunità locali; un ponte, che permetta uno scambio di ricchezze nella comunione;
    - formazione degli animatori locali;
    - interventi tecnici di aiuto e/o di trasferimento di competenze, passando dalla buona volontà e generosità occasionale alla professionalità;
    - raccolta di elementi-dati-informazioni per lo studio di progetti di sviluppo;
    - orientamento vocazionale delle singole persone;
    - maturazione di personalità che scelgono la solidarietà come impegno costante, costitutivo del loro essere adulti;
    - sentirsi parte di un organismo come concretizzazione storica della propria cooperazione allo sviluppo e come volontariato;
    - capacità di comunicare l’esperienza come educazione allo sviluppo in Italia;
    - preparazione al volontariato sociale in Italia o internazionale per più anni.

    Riportiamo alcune testimonianze di coloro che hanno vissuto l’esperienza estiva.

    * Sono partito pensando di essere un bravo ragazzo, che qualche opera di carità potesse bastare. Sono tornato avendo sperimentato che c’è gente che il Vangelo lo vive davvero, con semplicità e naturalezza nonostante l’incertezza per il futuro. Ho potuto constatare che bambini e adulti, tutti ci superano in amore. Sono tornato con la coda tra le gambe, come chi va orgoglioso del suo sapere e torna vergognoso della sua ignoranza e della sua superbia (Maurizio C.).
    * I ricordi si affievoliscono col tempo… la mente li cancella inesorabilmente, ma il cuore no, non cancella nulla. Racchiusi e custoditi gelosamente nel mio cuore ci sono i ricordi di un’esperienza che mi ha dato i brividi. L’ospitalità gioiosa di chi non ha nulla da offrirti, il sorriso dei bimbi, la voglia di vivere delle persone… Ecco il mio Guatemala (Romano G.).
    * Mi ha colpito il donare gratuito della gente che ho incontrato nella foresta. Nella mia vita occidentale a chi mi chiede qualcosa, qualcosa do, ma del mio superfluo, di ciò che non mi serve. Alcuni dei miei piccoli amici guatemaltechi mi davano tutto quello che avevano, anche se il loro tutto non arrivava al di là di un sorriso e un biscotto (Lorenzo C.).
    * Sono una ragazza «precisa», programmo ora dopo ora le cose da fare… sono quasi assillante. Là, in Guatemala, ho vissuto invece alla giornata, accogliendo tutto quello che mi capitava e come mi capitava, senza pormi domande, senza i soliti «perché», rispondendo acriticamente sì. E mi sono accorta di aver vissuto giorni meravigliosi (Chiara A.).
    * Un’esperienza così non poteva essere vissuta che abbandonandosi nelle mani di Dio, fidandosi di Lui e confidando nel sostegno del proprio gruppo. Proprio il gruppo è stato il vero e proprio sostegno. Mi ha fatto scoprire quanto sia facile, bello e fruttuoso vivere in armonia seguendo una sola regola: volersi bene (Emanuele DM.).
    * Travolto da sensazioni e immagini: la città, la foresta, i villaggi, gli indigeni. Guardo i loro piedi nudi sulla terra e le mie scarpe imbottite. Tocco i loro capelli ruvidi, la pelle secca e pensi al profumo del tuo bagnoschiuma… Poi ti accorgi che non smettono mai di sorriderti, e pensi che loro sono più felici di te (Alessandro T.).
    * L’ho sentita come una chiamata e ho risposto superando mille dubbi, mille domande… Ed ho incontrato Dio negli occhi dei tanti bambini, l’ho toccato quando ti prendevano la mano per fare un giro tondo, l’ho coccolato quando ti mettevano in braccio il loro fratellino più piccolo per dirti che si fidavano di te. L’ho sentito vicino quando loro volevano starti vicino (Arianna C.).
    * Quale emozione. Chi non la vive non la può capire. Nella foresta a contatto coi poveri ho riscoperto l’essenziale: mi hanno insegnato, senza saperlo, che si può vivere senza lusso ed essere straordinariamente felici. Ci si può emozionare per un palloncino colorato, per un disegno sul pavimento (Daniela R.).
    * Vivere 24 giorni in condizione precaria, lontanissima dal mio normale stile di vita mi ha fatto riflettere non poco. Mi ha rimesso in discussione. Ho ripercorso la realtà della mia vita che scivola via quasi senza che mi accorga di ciò che mi circonda. Il Guatemala mi ha ridato la capacità di stupirmi delle piccole cose, delle facce pulite, del cibo, dell’acqua, dei tramonti (Vanessa S.).

    Un po’ di numeri

    Nell’estate del 2004 sono partiti per le terre di missione più di quaranta ragazzi verso tre diversi paesi con quattro diversi progetti: Guatemala, Messico e Madagascar. Varie sono le iniziative per raccogliere fondi in tutto il Lazio: tombole di beneficenza, spettacoli, pesca di beneficenza, lotteria, vendita di artigianato…
    Tre progetti al momento sono al varo: informazione nelle scuole della nostra attività e sensibilizzazione del territorio, promozione di concerti abbinati a testimonianze, partecipazione a feste cittadine nel periodo primaverile.
    Il gruppo di coordinamento è formato da una decina di laici e un salesiano, con i seguenti incarichi:
    - la segreteria con il compito dell’organizzazione, della comunicazione tra i membri e gestione delle attività;
    - l’animazione delle scuole e il coordinamento dei gruppi locali, con l’intenzione di radicare nel territorio la proposta formativa e di creare sempre più «responsabili» capaci di gestire situazioni di animazione locale e di organizzare proposte di raccolte fondi o iniziative culturali in senso di «mondialità»;
    - la gestione dei contatti con i missionari per essere più vicini alle realtà di cui parliamo;
    - il rapporto con i media per «spargere la voce» e far conoscere con i mezzi a disposizione la nostra realtà anche fuori dai nostri ambienti;
    - l’archivio, che ha riorganizzato il materiale di formazione a disposizione e ha creato un luogo accogliente di incontro per gli interessati;
    - l’attività svolta nel Commercio equo e solidale, finalizzata soprattutto all’educazione al «consumo critico».

    Una sfida che continua

    Questi siamo noi oggi: in cammino verso nuovi orizzonti, per rispondere alle nuove esigenze che il mondo ci pone davanti agli occhi, rimanendo però con la nostra linea progettuale che tentiamo di infondere a livello educativo, come comunicazione di un’esperienza, di un’intuizione, di un compito: unire la mondialità al cristianesimo, cioè non permettere che il cristianesimo perda la forza propulsiva della «cattolicità» e dell’attenzione alla tragica realtà di miliardi di poveri. Questa la novità, la bellezza dell’impegno, che sentiamo affascinante anche per le idealità dei giovani: Cristo nelle sembianze del povero; un’attenzione nuova al mondo che cambia e che spesso scordandosi di Cristo si scorda dell’umanità stessa, e scordandosi del povero si scorda al tempo stesso di Cristo.
    Questo è certamente stato un cammino positivo, tuttora in evoluzione e non ancora concluso, come non può concludersi un’esperienza coinvolgente e maturante.
    L’idea è tradotta in condivisione, in numeri, in progetti, in risultati.
    Un cammino non senza difficoltà. Tra queste, la più grande in tutto il cammino è stata far accogliere e condividere la nuova idea di missione, oltre le modalità usuali della preghiera e del preparare qualche pacco. E questo sia nei giovani, ma soprattutto negli adulti, compresi i religiosi. Insomma, non il fare un’attività «missionaria», o creare un gruppo «missionario», ma convertirsi in una comunità missionaria mediante l’azione animatrice e trasformatrice di un gruppo.
    E non sentirsi gruppo di élite, ma fermento di missionarietà, cattolicità, attenzione agli ultimi in tutte le attività della parrocchia o oratorio o scuola o comunità educativa.
    I facili richiami degli altri sulla coerenza personale (certo, anche i richiami dei genitori: «Pensi alle missioni e non ti curi del fratellino, non aiuti in casa, sei sempre fuori...») e sul fatto che lo stesso territorio dove uno vive può essere laboratorio di quella conversione missionaria che è esigita, sono costanti richiami e sollecitazioni a non vivere senza avere i piedi per terra.
    Per tutto ciò motivazioni ce ne sono, entusiasmo pure, voglia di imparare, di mettersi d’impegno e anche di partire. Ma la costanza, la fedeltà nell’impegno, per tanti giovani non è mai così scontata; ci sono le altre appartenenze, i tempi che si vogliono liberi, gli altri impegni del vivere quotidiano (casa, ragazzo/a, studi, lavoro...). Ma non solo: quella che serve sempre di più è la costanza culturale di restare aggiornati, di non adagiarci su luoghi comuni o analisi di comodo, di pensare sempre, di individuare nuove prospettive e soluzioni, insomma di avere la fantasia della carità.

    Questa esperienza vale anche per altri?

    Quando ci hanno chiesto di stendere queste note, abbiamo pensato che non solo era un momento prezioso per una riflessione comune, per riaggiornarci sulle motivazioni, per confrontarci sulle prospettive, per analizzare i risultati (soprattutto a livello di crescita delle persone, più che di volontari che hanno fatto esperienze in loco), ma anche una buona opportunità per uno scambio con altre esperienze e per «dire la nostra».
    Allora, cosa pensiamo possa risultare utile in altri contesti, per chi vuole incominciare a trasformare se stesso e poi un gruppo e la comunità attorno in una comunità missionaria?
    Sembrerà banale e scontato, ma la prima cosa che vorremmo dire è... la preghiera e cioè la prospettiva cristiana e di fede. Rivedendo il nostro cammino, ci rendiamo conto che volevamo renderci disponibili all’invito di Gesù a essere apostoli, a testimoniare il Vangelo, a sentirci solidali, a fare della chiesa un’unica comunità di uomini e donne senza spaccature, senza particolari privilegi. Lo sappiamo che è un rischio, quello che, da buoni occidentali, corriamo, di sentirci un’élite privilegiata, per cultura, economia, benessere, ma solo a continuo confronto con il Vangelo, in un continuo sforzo di «conversione» al servizio dei poveri (ecco, la preghiera è un atteggiamento sintesi di tutto questo), possiamo e vogliamo procedere.
    Questo richiamo non è dunque la solita banale sollecitazione di una guida. È un’esigenza che noi giovani cristiani «laici» sentiamo preziosa e assolutamente vera.
    Andando ora un po’ più sul concreto... come procedere?
    Ecco alcuni «consigli» che riteniamo preziosi.

    Anzitutto operare una scelta: un gruppo-associazione giovanile o aperta a tutti?
    Il nostro suggerimento (o meglio la nostra esperienza, che ci pare funzioni) è che sia preferibile avere un consiglio gestito dai giovani, una associazione-gruppo aperta a tutti, giovani e meno giovani: sia perché essa è esperienza di chiesa, e poi perché tutte le possibili risorse devono venire impiegate, ai diversi livelli: riflessione, proposte, azione, modalità di gestione, collegamenti sul territorio e con le alte realtà, possibilità di individuare vie di accesso alle risorse.
    Importante è creare un sito internet o anche entrare in un sito locale. Questo non solo dà visibilità, ma costringe a darsi un volto preciso e coerente, sempre chiaro, sia al gruppo stesso che agli altri all’esterno. Ma è ovvio che non deve essere una fotocopia di altri siti del genere o una raccolta di soli linkaggi. Deve poter raccogliere le idee, le testimonianze e storie di vita, oltre ad offrire i materiali (di analisi e di proposte) necessari per la formazione e l’azione stessa del gruppo.
    Ancora: riteniamo importante creare uno «spazio visivo locale» interno (alla parrocchia, all’oratorio, ecc. tramite una bacheca, ad esempio) ed esterno (nel paese, nel quartiere, al comune, ecc.). È lo stesso discorso fatto per il sito internet, ma questa volta di fruizione (e visione) più immediata. La comunicazione non deve essere con manifesti infiniti, ma deve assumere la modalità di una comunicazione secondo i linguaggi dei giornali murali o delle bacheche, o del manifesto. Utile è anche uno spazio per la comunicazione con il pubblico... controllando sempre per «neutralizzare» i bontemponi!
    Promuovere la propria immagine tramite radio locali e tv locali. Anche questo è sempre nella linea della comunicazione, del farsi conoscere (quanto al farsi legittimare, questo viene da sé quando i fatti seguono alle parole).
    Un altro aspetto importante è cercare riconoscimento negli organi consultivi e decisionali nel sociale (cultura e problemi sociali). Come dire, che non si fa azione «politica» se non mediante i mezzi dell’agire politico, attraverso gli organi istituzionali costituiti. Tra l’altro, questo può diventare non solo un allargamento e un potenziamento delle proprie motivazioni e azioni, ma anche uno strumento di evangelizzazione (di coinvolgimento di altri) e di educazione politica (per apprendere a progettare, a trovare appoggi, a gestire risorse, a rispettare le regole della trasparenza e della correttezza). Anche il bene deve essere fatto bene.
    Egualmente si può dire per la necessaria partecipazione e promozione di scopi benefici nelle attività pubbliche. Quanta più gente si riesce a coinvolgere attorno al progetto, tanto più questo diventa cultura comune e anche «controllo».
    Creare un logo simbolo del gruppo diventa importante, non tanto per avere una specie di bandiera con cui presentarsi e in cui riconoscersi, quanto piuttosto perché esprime simbolicamente il progetto di gruppo, motivo di confronto e di rinnovo-purificazione delle motivazioni, tanto più quando a questo simbolo è collegato un manifesto che esprime il «credo» ideale del gruppo. Lo ricordiamo ancora: finché il gruppo non sa esprimersi in un credo (che non è la stessa cosa del progetto) costruito attorno ai valori che hanno dato origine al sogno e che esprimono la ragione profonda del perché questo gruppo esiste… si lavora a braccio, forse superficialmente, forse sollecitati solo dall’urgenza, e questo non costruisce né cultura di gruppo né persone capaci di «votarsi» a uno scopo.
    Il manifesto (il credo) non è la «costituzione» del gruppo, ma esprime la «mission», il sogno, il riferimento costante e decisivo delle innovazioni, dei cambi, delle scelte, dell’ammissione di nuovi membri. E occorre ritornarci sopra con frequenza, pena la burocratizzazione degli ideali, la caduta di tensione, la perdita di motivazioni profonde. Solo quando il credo è diventato parte integrante della propria riflessione e azione, è anche possibile mutarlo, adeguarlo, renderlo meno vago e generico, o trarre da esso nuovi orizzonti che magari sono rimasti nascosti o in ombra nel corso dell’attività usuale.
    Infine, ultimo consiglio per chi pensa di poter utilizzare questi suggerimenti che vengono dalla nostra esperienza, occorre diventare «missionari»: «entrare» cioè con coraggio nelle scuole, nei dopolavoro, nei centri anziani, nei luoghi di aggregazione giovanile tramite volantini e materiale informativo.
    Come per ogni cosa che conta e che sta a cuore, fondamentale è... credere in quello che si fa e puntare in alto, anche quando la prospettiva non è subito rosea, buttarsi anche con un po’ di rischio.
    Ma buttarsi e rischiare non appartiene ai cromosomi dei giovani?

    Per cambiare testa e cuore

    La cosa più bella che abbiamo cercato di realizzare? Creare una spiritualità caratterizzata per la carità fraterna: fatta di attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità, gioia, interessamento ai problemi degli altri senza nessuna esclusione o preferenza.
    Incontrarsi era come stare a casa. E in più ti sentivi anche più motivato a dare il meglio di te perché non ti sentivi solo/a con i tuoi limiti, dubbi, povertà, ecc. Si metteva tutto insieme.

    Da un albero così, non potevano che nascere tanti frutti e buoni. Abbiamo capito che, parafrasando don Bosco, educarsi è «cosa di cuore»… e proprio grazie al nostro gruppo di animazione missionaria ognuno di noi ha avuto tale possibilità, mettendosi in discussione ed imparando ad ascoltare quello che Dio vuole per me, per la nostra felicità piena.

    Per questo abbiamo cercato di vivere una testimonianza concreta: la missionarietà infatti non è altro che la sintesi di una domanda di «senso sulla propria esistenza» (che, più o meno esplicitamente e in forme diverse, sgorga dal cuore di ogni persona), e la risposta di Dio che sentiamo crescere nella nostra vita, attraverso tante esperienze progressive quotidiane.

    Questo abbiamo cercato di viverlo anzitutto nel nostro consiglio direttivo. Ecco qualche testimonianza specifica.

    Alcuni di noi l’ha tradotta nello stesso piano di studi universitari e della tesi: affrontando tematiche relative allo sviluppo dei paesi più poveri in vari campi, specializzandosi in argomenti come quello economico, sociologico, biologico, della comunicazione, ecc., impostati in chiave missionaria.

    Altri hanno vissuto l’impegno nel campo lavorativo, e chi è diventato docente tra i ragazzi difficili delle scuole professionali, o operatrice in un centro per rifugiati, o amministratore politico nel proprio comune…

    Altri ancora con una scelta di vita radicale nella vita consacrata a favore dell’educazione dei giovani più poveri e difficili.

    E altri ancora nel mettersi a disposizione per due mesi in una delle tante comunità del «Terzo Mondo», o per un anno nel servizio civile all’estero in uno dei progetti di sviluppo del Vis e del Vides.

    Ognuno attraverso la propria esperienza nell’animazione missionaria ha potuto rimettere in discussione i propri «testa e cuore», rischiando in scelte non sempre facili né tanto meno condivisibili da tutti. Viene ovviamente richiesto un grande coraggio, il coraggio dell’essere ogni giorno il cristiano che sentendosi servo inutile sceglie di mettersi al servizio del Cristo nudo, affamato e straniero.

    (Vanessa Savini coordinatrice dell’AMVIS-LAZIO dal 2003 al 2005)

    NOTE

    [1] Il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), promosso dal CNOS e quindi espressione ufficiale della Congregazione Salesiana in Italia, nel settore della Cooperazione con i Paesi Poveri, dello Sviluppo, del Volontariato Internazionale, dell’Educazione alla Mondialità, ha ormai 20 anni di storia.
    Esso ha scelto come suo compito primario, in sinergia con la PG e le altre associazioni educative e di tempo libero di ambito salesiano, di educare, cioè: INFORMARE – FORMARE – METTERE IN RETE tutti i giovani che può raggiungere per mezzo dei Comitati VIS sul territorio delle Ispettorie o Regioni salesiane.
    Lo specifico è l’educazione alla mondialità, alla solidarietà, all’accoglienza del diverso, all’intercultura, al volontariato.
    In questa visione il VIS diventa strumento idoneo a servizio della formazione delle persone che è il cuore dell’Animazione Missionaria. Ma è anche la struttura che aiuta a trasformare le ricchezze dei singoli e delle Ispettorie in un gioco di squadra nazionale che risponde ad una chiamata di significatività, di credibilità, di capacità di modificare la società, di efficacia politica.
    In questa prospettiva l’esperienza formativa di un mese, in gruppo, nei Paesi Poveri, di cui si parla nell’articolo, è una delle attività più significative, e viene coordinata a livello nazionale e culmina in una due-giorni nazionale di approfondimento chiamata Harambée.
    Come ONG che ha ottenuto l’idoneità dal MAE ai sensi della legge 49/87, è «uno solo» su tutto il territorio nazionale; la responsabilità di ogni azione realizzata come VIS è sempre degli organi centrali previsti dallo statuto.
    Esso agisce sul territorio costituendo appositi comitati che raggruppano e coordinano tutte le attività caratteristiche del settore: gruppi missionari, associazioni per l’aiuto ai Paesi Poveri, commercio equo e solidale, ecc.
    Esso è diventato una vera e propria «agenzia educativa», che contempla:
    - un impianto ideologico e culturale (che si esprime in documenti specifici per il settore, ma anche, per tutti, in pubblicazioni occasionali e periodiche, collane di libri, prodotti multimediali, la miniera culturale del sito, ecc.);
    - la diversificazione di momenti formativi (scuole di mondialità ispettoriali, corsi on line, settimane residenziali, giornate seminariali, Harambée, master post laurea);
    - la gradualità delle proposte operative (attività sul territorio nazionale, mesi di formazione nei Paesi Poveri, Servizio Civile Internazionale, Volontariato Internazionale di lunga durata);
    - il sostegno culturale ed economico alle scelte vocazionali che sono diventate strutture di vita e lavoro stabile per esempio nell’animazione sociale, nelle strutture di ricupero minori, nella politica, nell’insegnamento, nell’animazione oratoriana.

     



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