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    Interpretazione: la corsa senza fiato e lo zoccolo duro


    Educare al pensiero /5

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2007-07-33)


    So che vittima incolpevole sono stato e assassino no;
    so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono,
    a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità;
    soprattutto è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità.
    Primo Levi, I sommersi e i salvati

    A giudicare da certi testi attualmente in voga, sembra proprio che il reale sia scomparso; perduto dietro il velo di Maja dell’interpretazione, smarrito in un gioco di specchi che sembra scimmiottare il Jorge Luis Borges della Biblioteca di Babele, affondato definitivamente dal gioco delle interpretazioni per cui non c’è mai verità se non appunto nel libero fluire delle soggettività giocosamente impegnate nel ridare un volto alla fittizia realtà.
    Sia subito chiaro che a noi questa idea di interpretazione non solo disturba ma spaventa: interpretare Auschwitz non è affatto un libero gioco del soggetto che può permettersi di alterare la realtà, almeno finché i libri di Primo Levi sono diversi da quelli di Irving e di Faurisson, almeno finché i primi sono appassionata realtà e i secondi criminale bugia.
    Se la realtà è solo interpretazione, se non esiste fondo o fondamento al libero e folle gioco dell’«io la vedo così», se abbiamo svenduto il pensiero al punto che più nulla resta della pretesa di verità oggettiva, allora tanto vale chiudere i conti con il passato e dire che è stato tutto un gioco: «Non siete più l’altra razza, l’antirazza, il nemico primo del Reich Millenario: Non siete più il popolo che rifiuta gli idoli. Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati sul fondo con noi. Siete come noi, voi orgogliosi: sporchi del vostro sangue come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello. Venite, possiamo giocare insieme».[1]
    Ma se vogliamo prendere sul serio l’idea di interpretazione e di ermeneutica senza peraltro incorrere nella tentazione della follia che nega del tutto il reale (sempre per interessi politici ed economici che si riassumono nel lasciare il reale così com’è, cioè nel non lenire la sofferenza dei poveri e degli ultimi); se vogliamo contrapporci alla miseria di un pensiero che osa diabolicamente dire che i dolori del parto non sono dolori ma ondate di emozione, che la disoccupazione non è un dramma ma una opportunità di ripensamento della propria soggettività, che il dolore non è un nemico da abbattere ma un modo di entrare in contatto con se stessi (e di solito queste cose le scrivono i maschi – ahimè non sempre! – occupati a tempo indeterminato e senza malattie se non la carie); se vogliamo tutto questo, occorre riandare all’origine dell’idea di interpretazione per scorgervi tutto l’opposto di ciò che il delirio soggettivistico nelle sue differenti forme oggi ammannisce come nuova buona novella.
    Partiamo da quella che sembra una banalità: il lavoro ermeneutico necessita di un testo; meglio, della materialità di un testo: l’ermeneutica biblica (che è la radice di tutte le altre ermeneutiche da Schleiermacher in su) nasce solamente quando il testo biblico (almeno quello veterotestamentario) è stato sistematizzato (sono stati inseriti i punti, le vocali, le interruzioni tra le parole non presenti nella scriptio continua) e canonizzato (cioè quando si è deciso in via definitiva che cosa sia testo ispirato e perciò sacro e che cosa non lo sia).
    Il testo limita e definisce l’interpretazione: le conferisce l’ambito della sua applicazione e ne frena la corsa senza fiato appesantendola con uno zoccolo duro che sarebbe presuntuoso voler evitare; la hybris di certa ermeneutica sbarazzina è dimenticare il reale, soprattutto nelle sue dimensioni conflittuali e dolorose.
    L’ermeneutica dunque non è la prima cosa: prima viene il dato, così come nella ermeneutica ebraica il lavoro ermeneutico è già contenuto nella rivelazione: anche ciò che dice uno studente davanti al suo maestro è già stato detto sul Sinai, e solo a partire da ciò che lì è stato detto è possibile interpretare. La metodologia ermeneutica ricerca così stratificazioni di senso all’interno di un reale già dato; in questo modo può davvero arricchire il reale di nuove dimensioni.
    Esiste una differenza di grado tra la materialità così come l’uomo e la donna la incontrano fin dal loro primo istante di esistenza, e la materialità conosciuta, indagata, studiata. In questo caso possiamo quasi parlare di materialità al quadrato, come se quello specifico frammento di materialità costituito dall’essere umano facesse cambiare di segno la materialità del mondo. L’uomo e la donna sono allora quelle specifiche materialità dotate della possibilità di conoscere la materialità, e ciò in un senso duplice: riflettendo su se stessi, e utilizzando la conoscenza così acquisita per riflettere sulla materialità del mondo. Se il mondo non è più lo stesso dopo la comparsa dell’uomo e della donna, è perché questi mettono in scena una ulteriore e inedita dimensione della materialità, una specie di meta-materialità.
    L’ermeneutica giudaica parte da qui per quello che solo apparentemente è un viaggio a rotta di collo nel gioco delle interpretazioni, ed è invece un ancoraggio saldo e sicuro al testo. Quattro sono ad esempio i livelli di lettura del testo sacro tradizionalmente utilizzati dall’interprete: li si ricorda con la parola-acronimo P(a)rd(e)s (Paradiso): le quattro letture sono infatti la Peshat o lettura piana, letterale, che prende il testo così com’è e non ne forza il senso; la Remez o allegorica, che invece legge il testo come rimando ad altro da sé secondo le leggi dell’allegoria che non sono così volatili come a volte si ritiene; la Derash o omiletico-soggettiva, che prende il testo a pre-testo per divagazioni omiletiche che però non possono discostarsi da quella determinata parola in quella determinata posizione in qual determinato versetto; e infine (anche in senso cronologico, nel senso che solo chi ha già attraversato le prime tre vi può arrivare), la Sod o mistico-metaforica, legata alla mistica della kabbalah e ai suoi giochi con la materialità del testo e della parola guidati da una esatta fantasia.
    In questo senso la gematria, il metodo ermeneutico tipico dei kabbalisti, può dire che due parole che presentino le stesse consonanti (Sara – sera) o che abbiano lo stesso valore numerico (in ebraico ogni lettera viene utilizzata anche come indicatore di cifra, per cui possiede un valore numerico) sono legate misticamente da analogie di significato.
    Rigorosissime infine le regole pratiche di interpretazione del testo, che vanno dalle sette regole di Hillel (tra le quali il ragionamento a fortori: «se una proprietà vale per il tutto, a maggior ragione varrà per la parte»), al ragionamento che dal generale va al particolare e viceversa, alla analogia che spiega un testo a partire da un altro testo, ecc.; fino a giungere alle trentadue regole ferree dell’ermeneutica haggadica.
    Di questa apparente vertigine che però costituisce un ordine peculiare e non perde mai di vista la materialità del testo da interpretare, è figlia l’ermeneutica freudiana, che non smette di indagare la immodificabilità del racconto del paziente; forse il sogno riferito è inventato, forse il paziente non ha sognato proprio quella cosa, forse il lavoro di censura è all’opera proprio durante la seduta: ma la sospensione del giudizio sulla veridicità non toglie nulla alla materialità del narrato, e proprio su quel testo lavorerà l’analista.
    La stessa cosa, mutatis mutandis, avviene in educazione: l’agire educativo spesso è stato definito come attività ermeneutica. Va bene: ma ermeneutica di che cosa? Se non si definisce nei particolari una scienza dell’osservazione, di che cosa si dovrebbe dare una interpretazione?
    Ci sembra che, soprattutto in campo educativo, troppo spesso si confonda l’ermeneutica con la possibilità per chiunque di dire ciò che gli passa per il cervello a proposito di oggetti o eventi che non sono stati osservati e catalogati.
    Ebbene, anche il comportamento umano è passibile di interpretazione, ma anch’esso deve essere prima codificato e osservato con attenzione (anche – non solo – nei suoi aspetti quantitativi). L’osservazione del comportamento nel suo contesto deve essere raffinata e schivare le tentazioni delle interpretazioni troppo immediate e troppo banali.
    A partire da tale osservazione e dai dati da essa desunti è possibile interpretare. Abbiamo in mente casi precisi: la scuola elementare nella quale, alla proposta di una analisi precisa e puntuale delle condotte aggressive di alcuni bambini, ci si sente rispondere che «l’aggressività dei bambini, come tutti gli altri sentimenti, non è quantificabile». È ovvio che le risposte in questo caso sono così semplici da sembrare destabilizzanti: se Matteo ieri ha picchiato 20 volte Giorgina e oggi solo 1 volta, questo dato quantitativo e registrabile (non assolutizzabile, certo, ma neppure ignorabile); avrà pure il suo senso in una analisi delle emozioni, e sarà pure fondamento oggettivo di una ermeneutica pedagogica. Se il marito che non ha mai portato regali alla moglie da qualche tempo le porta le rose tutte le sere, questa variazione quantitativa avrà pur senso in una relazione affettiva: magari significa che ha l’amante, ma un qualche senso l’avrà!
    Se interpretare significa interpretare qualcosa, allora il peso del reale deve essere sempre presente in qualunque ermeneutica: come accade alla colomba di Kant, l’interpretazione si illude se vuole eliminare la forza d’attrito dell’aria per rendere più comodo il suo volo: nella spirale delirante di una realtà che si allontana fino a vanificarsi, l’ermeneuta desolato non potrà che interpretare, forse anche felicemente, lo schianto al suolo del suo volo interrotto.

    NOTE

    [1] Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi 1985, pag. 41.





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