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    L’onnipotenza e il limite



    Educare il corpo /4

    Pierangelo Barone

    (NPG 2007-07-63)


    Sono molti i teorici delle scienze umane che negli ultimi anni sostengono che la nostra epoca è segnata dall’illusione di vivere in un tempo dell’illimitatezza e dell’infinitamente possibile. Un’illusione indotta e amplificata anche dal rapido diffondersi delle tecnologie legate all’ambito della comunicazione che oggi ci permettono di percorrere distanze che solo alcuni anni fa erano assolutamente imponderabili. Ad un livello più empirico si può osservare come il fenomeno della comunicazione globale determini la sensazione di avere a disposizione, con internet, uno strumento che rappresenta una fonte di comunicazione, di relazione, di informazione, di intrattenimento, praticamente inesauribile. Può accadere persino che di fronte alle illimitate possibilità implicate dalla navigazione nella rete, soprattutto nei casi di una fruizione saltuaria di internet, ci si senta per qualche tempo disorientati, spaesati, sperduti, finanche paralizzati, per l’immensità di un «mondo» che appare decisamente «troppo».
    Effettivamente la rivoluzione digitale che caratterizza la nostra epoca permette di parlare del complesso rapporto che l’uomo intrattiene da sempre con la dimensione dell’onnipotenza e del limite. È questo infatti un rapporto che si radica profondamente nella storia del pensiero occidentale e trova spazio nei presupposti culturali posti alla base dello sviluppo delle scienze moderne. La tensione a spingersi con la conoscenza sempre oltre il dato contingente, rappresenta certamente una delle peculiarità dell’essere umano, che in particolare ha avuto nei paradigmi scientifici dell’Ottocento e del Novecento l’espressione più alta. Il confronto con il limite e con la finitezza umana e il bisogno di provare a procedere oltre questo stesso limite, costituiscono un chiaro assunto della ricerca che è implicata nella disposizione degli uomini ad indagare e rendere intelligibili le arcane leggi che spiegano la natura stessa del mondo, risalente agli albori delle civiltà occidentali. Proprio come se attraverso la sconfinata conoscenza si potesse aggirare la condizione di finitudine esistenziale dell’uomo.
    Potremmo dire quindi che oggi, più di ieri, il nostro rapporto con il limite e con le illusioni di onnipotenza rappresenti un interessante rivelatore delle contraddizioni pedagogiche rispetto alle quali siamo esposti in qualità del nostro essere adulti chiamati a svolgere un fondamentale ruolo educativo nei confronti delle giovani generazioni. Il corpo, questo nostro corpo, istituisce ancora una volta il discrimine fondamentale attorno al quale si gioca la difficile mediazione tra il limite e il desiderio a vivere in modo sconfinato. È proprio il corpo, nella sua concretezza e contingenza materiale, che rende evidente lo scarto con l’eccedenza delle possibilità che caratterizzano il mondo contemporaneo: la molteplicità di offerte e di opportunità che riempiono gli spazi e i tempi di vita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze possono amplificare realmente l’illusione di poter realizzare ogni cosa, rispetto alla quale si traduce bene l’idea del vivere in modo smisurato e senza limitazioni; idea a cui fa da contrappeso una corporeità segnata dalla necessità e dal bisogno, con i suoi ritmi, la sua lentezza, le stanchezze o le rabbie, le fatiche e le frustrazioni che pongono costantemente il soggetto in contatto con l’esperienza del limite.[1]
    L’adolescenza si propone con forza come la condizione contraddittoria in cui limite e onnipotenza si giocano come i possibili termini di un’esperienza corporea segnata dal cambiamento doloroso. Infatti, come ho già detto in altra sede, «il corpo adolescenziale solleva la questione del dolore del cambiamento che accompagna l’esperienza esistenziale richiedendo di oltrepassare una visione dicotomica che separa il vissuto psichico dalla percezione sensoriale e fisica connessa al corpo».[2] Dal nostro punto di vista è come dire che non c’è trasformazione, non c’è cambiamento possibile senza l’incontro con il limite rappresentato dal nostro stesso corpo. Detto altrimenti, non si dà conoscenza se non a partire da ciò che possiamo cominciare a conoscere attraverso l’esperienza del nostro corpo. È stato Socrate per primo ad indicare la necessità per l’Uomo di conoscere a partire da se stesso, ma «il maestro greco non si riferisce però a un’individualità chiusa ed egoista, ma allude al contrario a quella cura di sé che si pratica in un progressivo e lento cammino di ascesi, e addita un percorso complesso verso l’universale esistente in ogni singolo uomo. Per gli educatori, l’educazione comincia con il riconoscimento dei limiti, di ciò che è possibile e di ciò che è realizzabile».[3]
    Lo scenario attuale ci propone una realtà sociale che, soprattutto a livello mediatico, disconosce ampiamente il senso e la necessità del limite accrescendo l’illusione onnipotente di poter controllare e manipolare le condizioni sottese all’esistenza corporea, spettacolarizzando la sofferenza, esorcizzando la malattia e la morte, negando l’invecchiamento.
    Essere adolescenti nella nostra epoca significa dunque dover giocare una partita più complessa con le fantasie di onnipotenza alimentate da una realtà sociale in cui tutto sembra possibile e in cui soprattutto il corpo esistenziale appare «neutralizzato» dal suo essere gettato sulla scena in modo spettacolare, attraverso il parossismo dell’esibizione che ne rende invisibili i bisogni. Proprio nell’effetto di distanziamento dai messaggi del corpo, che in particolare segna la vicenda evolutiva degli adolescenti, leggiamo un rischio e una necessità pedagogica, che ci richiamano all’importanza di porre al centro della riflessione educativa l’identità corporea del soggetto; la cura di sé rappresenta in questo senso quel passaggio formativo determinante, capace di segnare il confine tra l’ascolto del proprio corpo e la sua neutralizzazione come oggetto da esibire. Si tratta di un prendersi cura del proprio corpo come forma di conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie risorse, che permette di accedere al mondo con una differente consapevolezza identitaria; si tratta di una cura di sé che non nega la valorizzazione armoniosa dei tratti e delle forme, che pure assumono assoluta centralità nei canoni della bellezza della cultura soprattutto occidentale, ma pone questi ultimi in relazione con quelle altre «qualità interne» del corpo che integrano la «bellezza» e la «particolarità» di ogni singolo corpo. Si tratta di un’educazione alla cura di sé che permette di sfuggire alla trappola del corpo modellizzato, oggetto di culto ossessivamente perseguito attraverso pratiche di tipo autodistruttive.
    Educare il corpo, inteso anche come educare alla cura di sé, richiede di operare un ribaltamento rispetto alle dominanti della cultura in cui siamo immersi; ci pone nella necessità di scardinare l’illusione dell’onnipotenza che appare profondamente radicata nell’ideologia scientista ereditata dal positivismo, per la quale davvero tutto sembrerebbe possibile. Come afferma il filosofo di origine argentina, Miguel Benasayag: «l’esperienza della non-onnipotenza costituisce per ognuno di noi (e in particolare per i bambini e gli adolescenti) un’esperienza di limitazione positiva e fondamentale: lo sviluppo dell’essere umano non deve essere pensato come un’abolizione dei limiti naturali o culturali, ma, al contrario, come una lunga e profonda ricerca di ciò che tali limiti rendono possibile».[4]
    Le consapevolezze dei limiti, delle impossibilità, delle debolezze del nostro corpo, rappresentano altrettanti operatori straordinari nel mobilitare il soggetto alla ricerca di nuove strategie e soluzioni, favorendo la scoperta di risorse e qualità interne ampiamente scoraggiate dagli stereotipi sociali e dai messaggi culturali del nostro tempo. Educare gli adolescenti a ricercare «dentro» il proprio corpo le qualità di un’esistenza non omologabile al catalogo dell’immaginario mass-mediatico, rappresenta una sfida complessa per gli educatori, ma costituisce allo stesso tempo una necessità pedagogica inevadibile, perché, come ci suggeriscono con parole uniche Anna Fabbrini e Alberto Melucci, «l’adolescenza è imparare il limite ed abituarsi al corpo che si è. Senza questo atterraggio non c’è piacere possibile, né desiderio, né meraviglia per la vita, ma solo noia ed incapacità di darle senso».[5]

    NOTE

    [1] Si veda a questo proposito quanto asseriscono Anna Fabbrini e Alberto Melucci in L’età dell’oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Feltrinelli, Milano 1992.

    [2] Cf P.Barone, L’animale, l’automa, il cyborg. Figurazioni del corpo nei saperi e nelle pratiche educative, Ghibli-Mimesis, Milano-Roma 2004, p. 27.

    [3] Cf M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2005, p. 97.

    [4] Ivi, pp. 94-95.

    [5] Cf A.Fabbrini, A.Melucci, L’età dell’oro, cit., p. 53.



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