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    Un incontro che scatena una passione



    Educare alla preghiera /3

    Gianfranco Venturi

    (NPG 2010-05-73)


    L’incontro che cambia la vita

    Quando due si incontrano e s’innamorano avviene qualcosa che segna tutta la loro vita. Solitamente è un fatto imprevisto, improvviso, un fuori programma. Da quel momento magico cominciano il cercarsi ripetutamente, il voler stare insieme il più a lungo possibile, il colloquiare, l’abbracciarsi, il donarsi, il conoscersi sempre più profondamente senza segreti, il raccontarsi, il cambiare nome («amore mio», «tesoro»…), il lasciare tutto per stare insieme, fino ad arrivare alla scelta di rimanere e abitare insieme, vivere insieme. Nell’incontro, e in ciò che segue, c’è una gioia difficile a dirsi, si passa da una certa confusione ad una progressiva chiarezza, dalla paura e ad abbandonarsi totalmente all’altro/a; si arriva alla sensazione non solo di essere accolti in tutto, ma anche di «abitare» l’uno nell’altra, nell’intimo del cuore, fino a sentirsi «uno sola cosa», una sola persona.

    La preghiera: incontro con Dio

    Nella preghiera avviene qualcosa di simile a quanto ho appena descritto sopra. Nasce da un incontro con il Signore e si sviluppa e cresce come in una relazione segnata continuamente dall’amore. Nella preghiera c’è il cercare, l’incontrarsi, il trovarsi, il donarsi, lo svelarsi, il colloquiare, il cambiare, il raccontarsi, il sentire di non poter farne a meno l’uno dell’altro, l’interrogarsi, il voler stare insieme a lungo, il progettare, l’impegnarsi insieme… e anche il «giocare a nascondino» come spesso provano i mistici.
    All’inizio c’è sempre una scoperta coinvolgente che ti prende tutto. Il Cantico dei cantici può essere considerato la descrizione di quanto avviene nella preghiera, di questo intenso dialogo d’amore, con l’alternarsi del cercare-trovare-perdere-ritrovare, del buttarsi nelle braccia dell’uno dell’altra fino a dire: «Il mio amato è mio e io sono sua» (Cant 2,16)
    Gli specialisti parlano di preghiera di lode, ringraziamento, adorazione, intercessione, domanda di perdono (impetrazione)… Queste classificazioni tradizionali sono certamente valide e feconde e rivelano alcuni aspetti della preghiera. Preferisco partire dalla categoria dell’incontro.
    Per farci un’idea di come nasce e si sviluppa la preghiera prendiamo brevemente in esame un incontro con Gesù riportato del Vangelo di Giovanni.

    Un incontro paradigmatico

    Un giorno due giovani si trovavano con Giovanni Battista. L’uno si chiamava Andrea, l’altro probabilmente Giovanni, l’autore del quarto vangelo. Erano in attesa di ciò che tutto Israele aspettava e di cui il Battista parlava apertamente, quasi che ne avesse pregustato l’avvento. Vedendo passare Gesù, il Battista, con l’intuito che gli veniva dalla sua lunga familiarità con la solitudine del deserto, si rivolse a loro con delle parole strane che non potevano non suscitare curiosità: «Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo» (Gv 1,29).
    Al sentire queste parole si misero a seguire Gesù, il quale percepì il loro camminare, si voltò verso di loro e, come se avesse letto i loro pensieri, disse: «Che cosa cercate?». C’era in quei suoi occhi qualcosa di inesprimibile che insieme al domandare palesavano come un’antica conoscenza; percepirono che la loro domanda era anche la sua domanda; la loro ricerca, anche la sua ricerca. Davvero le loro vite si incrociavano, per cui essi gli dissero senza esitare, quasi per entrare a far parte del suo mondo, della sua casa: «Maestro, dove abiti?». Gesù li invitò ad entrare: «Venite e vedrete!». «Andarono e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui» (Gv 1,35-39).
    In questo racconto del vangelo di Giovanni (si potrebbe citare anche l’episodio dei discepoli di Emmaus: Lc 24,13-35) intravvediamo quanto avviene quando si prega: lasciarsi sorprendere da una indicazione o invito (si pensi a quanti decidono di andare a Taizè, oppure ad un incontro di preghiera), seguirla, entrare in relazione con Dio non come con un estraneo, ma con colui che già ci conosce, che fa suoi i nostri interrogativi; lì è trovarsi bene come a casa propria, dimorare. Alla fine c’è la certezza e la gioia di «avere trovato». È ciò che subito Andrea dice al fratello Pietro dopo il suo incontro con Gesù; (v.41), Filippo a Natanaele (v. 45). Pregare è incontrare, trovare, fare l’esperienza dell’amata/o del Cantico dei cantici.

    LA PREGHIERA NEGLI INCONTRI CON GESÙ

    Ogni preghiera è un incontro con Dio; talora può assumere la forma dello scontro, della contestazione, come avviene nel libro di Giobbe. Possiamo anche dire che, a guardare bene, ogni incontro con Dio ha la forma di preghiera, per cui, prendendo in esame i vari incontri di Gesù riportati nei vangeli, possiamo arrivare a dire che cosa significa pregare, che cosa produce la preghiera, come sorge e cresce…
    Seguendo questo metodo fissiamo la nostra attenzione su alcuni incontri di Gesù e scopriremo vari aspetti interessanti della preghiera; lascio poi al lettore proseguire nel¬la ricerca.

    La preghiera, incontro di innamorati

    Nei momenti di intimità i fidanzati e gli sposi si ripetono spesso, con parole e gesti, il loro amore. Qualcosa del genere avviene anche tra Gesù e i suoi discepoli. Nell’intimità dell’ultima cena Gesù ripete loro sotto forme diverse il suo amore. L’evangelista sottolinea che Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Le parole pronunciate e i gesti fatti da lui sono quelli di un innamorato, di un «perdutamente» (fino a dare la vita), «appassionatamente» (subendo anche la passione) innamorato. Egli dice ad un certo punto senza paura di essere smentito: «Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi….Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici» (15,9.13-14). L’invito è quello di rimanere nel suo amore (15,10) e un discepolo, quasi icona di questo rimanere nell’amore, viene ritratto con il capo poggiato sul petto di Gesù (13,23).
    Man mano che si cresce nella preghiera si entra in questa consapevolezza di essere amati da Dio, di essere ciascuno amato di una amore particolare, unico. Questo amore però ci interpella personalmente, chiamandoci per nome, come è avvenuto nell’ultimo incontro di Gesù con Pietro, in riva al lago:

    «Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,15-17).

    La preghiera ci immette in questa «corrente alternata» di amore che porta ad una unione profonda di noi con Dio, a quell’unità di cui parla Gesù: «Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a prendere dimora presso di lui» (Gv 14,23).

    La preghiera, incontro di assetati

    Uno dei temi ricorrenti nella preghiera è quello della sete. L’uomo ha sete di Dio, di ciò che solo lui può dare:

    «Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
    così l’anima mia anela a te, o Dio.
    L’anima mia ha sete di Dio,
    del Dio vivente:
    quando verrò e vedrò il volto di Dio?
    (Sal 41,2-3)

    O Dio, tu sei il mio Dio,
    dall’aurora io ti cerco,
    ha sete di te l’anima mia,
    desidera te la mia carne
    in terra arida, assetata, senz’acqua
    (Sal 62,2).

    «Apro anelante la mia bocca,
    perché ho sete dei tuoi comandi»
    (118 131).

    Però anche Dio ha sete. Per rendercene conto esaminiamo brevemente l’incontro di Gesù con la Samaritana. In un primo momento è Gesù che ha sete, provocando lo stupore della donna:

    (Gesù) giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere» … Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». (Gv 4,5-9).

    In un secondo momento Gesù rivela di essere lui il pozzo a cui lei dovrebbe attingere l’acqua che disseta completamente, per cui allora è la donna che ha sete e domanda da bere.

    Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.
    Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,10-15).

    Il prefazio della III domenica di quaresima, seguendo i commenti dei Padri e, in particolare, di s. Agostino, sintetizza bene questo incontro di assetati:

    «Egli (Gesù) chiese alla Samaritana ¬l’acqua da bere,
    per farle il grande dono della fede,
    e di questa fede ebbe sete così ardente
    da accendere in lei la fiamma del tuo amore».

    Per completare l’analisi di questo brano facciamo due rilievi. Il primo: Gesù è il vero pozzo, ma la samaritana, che attinge al suo pozzo, diventa lei stessa pozzo-sorgente; Gesù infatti le dice: «l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (v. 14).
    Il secondo rilievo ci porta sul Calvario dove Gesù dice dalla croce ancora per l’ultima volta: «Ho sete» (19,28); lui, l’«asssetato», diventa però la sorgente a cui dissetarsi (Gv 19,34).
    Nella preghiera si realizza questo incontro della nostra sete con la sete di Dio; la sete che Dio ha di noi suscita la nostra sete; i mistici ne sanno qualcosa, ma, nel suo piccolo, anche ognuno di noi che con fatica cerchiamo di entrare in questo mondo della preghiera. Nella preghiera noi non solo siamo dissetati pienamente, ma diventiamo una sorgente di grazie.
    Vista alla luce dell’incontro di Gesù con la samaritana, la preghiera rivela tutta la sua insospettata ricchezza.

    La preghiera, incontro che cambia la vita

    Ogni incontro con Dio lascia il suo segno, sia in chi crede che in chi non crede. A volte avviene il cambio del nome, come è capitato ad Abramo e Sara e a tante altre persone. Quando Andrea riferì al fratello del suo incontro con Gesù e poi lo porto da lui, Gesù, «fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro» (Gv 1,42).
    Questo cambiamento di nome non è semplicemente un cambio di denominazione, ma riguarda l’identità della sua persona e della relativa missione.
    L’incontro con Gesù può portare ad una nuova nascita. Quando Nicodemo va da Gesù si sente dire:

    «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio… Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,1-7).

    Il pubblicano che va al tempio a pregare, scopre la sua realtà: «O Dio abbi pietà di me peccatore» e torna a casa giustificato (Lc 18,9-14).
    Davanti alla pesca miracolosa Pietro intuisce di trovarsi davanti a Dio, per cui percepisce con chiarezza di essere peccatore; gettandosi in ginocchio, dice a Gesù: «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore» (Lc 5,8).
    Nella preghiera, davanti a Dio, l’uomo scopre la sua vera identità che è quella di peccatore, la possibilità di rinascere, di avere un nome nuovo con un nuovo compito e una nuova missione da compiere.

    La preghiera, incontro tra conoscenti

    Quando ci si incontra per la prima volta, si è felici se si è conosciuti, ci si sente subito a proprio agio.
    Gesù un giorno parlando del buon pastore ha sintetizzato così la sua relazione con noi:

    «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore» (Gv 10,14-15).

    Egli faceva capire che conosceva personalmente colui che incontrava. È capitato a Natanaele che andando da Gesù si sentì dire:

    «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». (Gv 1, 47-48)

    Lo stesso avvenne per Zaccheo, che si sentì chiamato per nome. Altri hanno fatto l’esperienza di essere conosciuti intimamene, anche nei loro segreti, come il paralitico che gli era stato calato davanti dal tetto scoperchiato. La preghiera nasce e si sviluppa in questo clima di conoscenza reciproca.
    Innanzitutto chi prega è certo di essere conosciuto di una conoscenza amorosa e creativa, che non incute paura ma una grande confidenza; si pensi per esempio all’ardire di Abramo nel chiedere che Sodoma e Gomorra fossero risparmiate dallo sterminio (Gn 18, 16-33).
    Dall’altra parte chi prega, mentre prega, cresce nella conoscenza di Dio; Dio gli diventa familiare.

    La preghiera, incontro tra ascoltatori

    La preghiera nasce e si sviluppa in un clima di ascolto.
    Da una parte c’è Dio che ascolta perché non è come gli idoli costruiti dagli uomini che hanno orecchi e non odono (Sal 113,14); anche se talvolta possiamo domandarci come Giobbe «ascolterà forse Dio il mio grido» (Gb 27,9) o «avessi uno che mi ascoltasse (Gb 31,35), possiamo essere certi che egli ci ascolta e dire con Gesù anche davanti alla morte:

    «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la ¬gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41-42).

    Dall’altra c’è chi prega per il quale la prima cosa da fare non è tanto parlare o affannarsi, ma semplicemente ascoltare, come «Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola»: in un incontro come quello della preghiera «la parte migliore» è ascoltare (Lc 10,38-42).

    In conclusione: una ricerca da continuare

    Abbiamo fatto insieme un breve cammino di ricerca sfogliando il vangelo. Tutto quello che leggiamo in questa libro della vita, tutti quegli incontri di Gesù, noi li riviviamo nella preghiera, ora l’uno ora l’altro: Gesù infatti è sempre lo stesso, ieri, oggi e domani; è con noi, sempre, nostro Dio, che ama incontrarsi con noi. Per approfondire che cosa sia la preghiera, che cosa avviene quando preghiamo, per imparare a pregare prendiamo in mano il vangelo e impareremo a pregare da discepoli di Gesù. La frequentazione della lettura del vangelo ci porterà ad appassionarci alla preghiera, sentiremo di non poter farne a meno, come non possiamo fare a meno dell’acqua per dissetarci. Davvero l’incontro con Gesù nella preghiera scatena la passione della preghiera.

    Ecco alcuni spunti per continuare nella ricerca.
    La preghiera è:
    – un tempo per scoprire il volto del Padre (Lc 11,1-7)
    – un tempo per raccontare quanto abbiano fatto e visto (Lc 10,16-21)
    – un tempo per essere mandati in missione (Mc 16,15-18; Lc 10,1-11)
    – un tempo per fare l’esperienza della risurrezione (Lc 24)
    – un tempo per domandare e rispondere (l’identità di Gesù – professare la – propria fede in lui: Lc 9,18-22; Mt 16,13-21; Mc 8,27-31)
    – un tempo per comprendere la parola di Gesù (Mt 13,18-23; Mc 4,13-20; Lc 8,11-15)
    – un tempo per chiedere (Lc 11,1-13)




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