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    Minori migranti



    Il disagio interpella la pastorale /5

    Domenico La Marca

    (NPG 2011-05-55)


    Parlare di immigrazione vuol dire porre in primo piano esigenze e bisogni legati all’inserimento, all’integrazione, all’alfabetizzazione, all’alloggio, alla sicurezza economica e sociale, alla salvaguardia della propria identità culturale.
    La Giornata Mondiale delle Migrazioni 2010 aveva come titolo «Il minore migrante e rifugiato. Una speranza per il futuro». Non solo perché l’Istat ci dice che, in risposta al nostro invecchiamento, i figli dei cittadini stranieri costituiscono una risorsa e una speranza per l’intera società italiana, ma anche per il ruolo da loro ricoperto nei processi di inclusione sociale delle loro famiglie: i minori stranieri sono spesso ponti e stabilizzatori tra le due culture.
    Se nel 2003 erano solo 300.000, nel 2009 la loro presenza è triplicata: 862.453, un quinto oramai della popolazione straniera; il 7% dell’intera popolazione scolastica. Non si può più non parlare di minori stranieri.
    Dell’immigrazione, in genere, conosciamo dati, percentuali, numeri ufficiali e meno; sappiamo anche che non è più un fenomeno nuovo, come alcuni esperti continuano a dirci, cercando di nascondere la nostra incapacità di affrontare la quotidianità sempre in affanno e in emergenza.
    Dei minori stranieri poco si parla. Essi, nel pianeta immigrazione, rappresentano certamente un tema non facile: spesso anche la fascia più debole in quanto vivono con maggior disagio l’esperienza migratoria, che li ha costretti, non solo ad uno spostamento, ma anche ad un cambiamento di stile di vita, alla perdita e alla separazione dagli amici e parenti del proprio paese di origine. Se poi i minori stranieri sono nati in Italia, con maggior disagio vivono il non sentirsi «né qui né altrove».

    Il progetto «Mohamed va a scuola» a Foggia

    Anche a Foggia, attraverso il progetto «Mohammed va a scuola», promosso dall’associazione Emmaus e finanziato dal Ministero delle Politiche Sociali, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui minori stranieri presenti nelle nostre scuole.
    È un progetto sperimentale che ha avuto come punto di partenza il contesto scolastico, quale primo laboratorio e, spesso, anche unico spazio di incontro e di socializzazione per molti minori stranieri, per coinvolgere contemporaneamente la comunità territoriale.
    I bambini stranieri, infatti, non frequentano altri luoghi di aggregazione esistenti sul territorio quali parrocchie e gruppi organizzati. Scarsi risultano essere i momenti ludici, ricreativi e, anche nei casi in cui tali momenti si creino, non mancano situazioni di esclusione e formazione di piccoli gruppi della stessa nazionalità, che di fatto non interagiscono al di fuori del gruppo di riferimento. Molto spesso inoltre le scuole si trovano da sole nel gestire la presenza di alunni immigrati. E il lavoro del mediatore interculturale si limita esclusivamente alle ore scolastiche. Questo progetto, invece, ha permesso che i bambini venissero seguiti anche al di fuori dell’attività scolastica facilitandone l’integrazione sociale.
    Obiettivo del progetto era infatti quello di facilitare i percorsi d’inserimento e di orientamento scolastico degli alunni migranti e agevolare il rapporto tra le famiglie e le istituzioni scolastiche. L’iniziativa si è rivolta nello specifico a minori stranieri dai 6 ai 14 anni di età. Presso i centri della rete Emmaus sono stati attivati il dopo-scuola multietnico, corsi di lingua italiana, laboratori interculturali, counseling educativo, attività ludico-sportive e scuole interculturali. In particolare attraverso l’attività di sostegno scolastico, è stato possibile avviare iniziative volte alla socializzazione, promuovere la partecipazione dei ragazzi a iniziative cittadine, organizzare un corso di italiano, frequentato da molte delle loro mamme.

    Realtà e strutture di integrazione

    A Foggia sono tante le realtà che operano con e per gli immigrati. Emmaus, le associazioni ad essa legate, la cooperativa sociale Arcobaleno, quelle che hanno una adesione e una vicinanza al metodo salesiano e fanno parte della Federazione SCS, operano sul territorio di Capitanata da molto tempo. Dal 2006 la Co­o­perativa Arcobaleno gestisce, per conto dell’Assessorato all’immigrazione del comune di Foggia, il Centro interculturale «Baobab – sotto la stessa ombra», che offre ai cittadini stranieri servizi informativi e animazione culturale.
    L’accoglienza dei minori stranieri infatti non comincia solo quando un bambino straniero entra in classe, con il problema della lingua, degli iter burocratici amministrativi. L’accoglienza assume sempre più le dimensioni di un progetto che deve essere condiviso, integrato; che non può riguardare nemmeno solamente il minore e la sua famiglia.
    Nella comunità territoriale deve trovare gli input necessari perché si possano attivare processi di interazione capaci di facilitare l’inclusione socio culturale dei minori stranieri e delle loro famiglie, spesso isolate, poco informate su diritti e doveri e senza alcun orientamento burocratico.

    L’identità culturale del minore straniero

    I minori stranieri, oltre a vivere le tappe normali nello sviluppo umano, devono affrontare delle sfide che diventano più difficili a causa della loro situazione di fragilità, «vulnerabilità» del dover fare i conti con la «frattura» dei genitori e con la situazione migratoria che li colloca tra due poli: «ciò che sono stati e ciò che saranno», così come emerge dagli Atti del Convegno dell’8° Meeting Internazionale dell’Immigrazione di Loreto «Figli di stranieri o figli di nessuno. I minori protagonisti nel­l’Europa di oggi e di domani» (MiM edizioni).
    Non meno importante è il problema dell’identità culturale del minore straniero. Con il passare degli anni egli compie uno sforzo continuo per «sentirsi» italiano e non vivere situazioni di esclusione. Si assiste, in questo senso, ad una sorta di rifiuto della lingua e della cultura dei propri genitori. Ma, certamente, non è nascondendo le proprie origini che si ha l’integrazione: occorre aiutare il minore straniero a prendere coscienza della ricchezza della propria cultura di origine. Il minore straniero, insomma, nel momento in cui si sente orgoglioso di essere, per esempio, africano e di far conoscere agli altri la propria identità culturale, darà il via ad un vero processo di integrazione intesa, quest’ultima, non come assorbimento ma come incontro.

    La fede nel processo di integrazione

    In questo processo un’importanza fondamentale è data dalla fede rispetto alla quale non possiamo rimanere sordi o ragionare con le logiche dell’assimilazione.
    Nella nostra esperienza di accompagnamento dei minori stranieri, l’interesse nei loro confronti non poteva limitarsi solo ad una dimensione psico-sociale, senza tenere conto dell’educazione alla fede.
    L’attenzione rivolta dalla Chiesa su questo tema è importante per quanti operano nel sociale e vivono la propria fede di cristiani. Richiama sicuramente, come ci ricorda il Papa, «il monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato a uno solo di questi più piccoli». Occuparci di loro vuol dire non solo porre attenzione a tutto ciò che riguarda i loro percorsi di inclusione sociale, ma avere anche un’attenzione all’aspetto religioso, elemento importante dell’identità di ogni persona.
    L’esperienza fatta in questi anni a Foggia, dove la presenza dei minori stranieri nelle scuole italiane è oramai un dato acquisito, ha messo però in luce un aspetto critico: poche volte ci siamo interrogati sul rapporto del minore immigrato con la Chiesa, con la comunità religiosa. Spesso ci è capitato di dare indicazioni sulla Moschea, fornire il Corano, ma, quando si trattava di un minore straniero, proveniente da famiglia cristiana, abbiamo dato per scontato che la sua esperienza cristiana potesse continuare e diventare «testimonianza e vita vissuta».
    Anche a Foggia e in provincia, anche attraverso l’esperienza del Centro Interculturale «Baobab-sotto la stessa ombra», abbiamo sperimentato percorsi, utilizzato strumenti efficaci per il loro inserimento, ma abbiamo dato purtroppo poco peso all’aspetto spirituale: alla pastorale migratoria.
    Nei mesi scorsi, in un incontro organizzato dagli Uffici Diocesani Migrantes di Manfredonia e Foggia, in presenza di una comunità polacca emergeva forte questa esigenza: nella chiesa Dio non ci dà il permesso di soggiorno, perché non ne abbiamo bisogno. Non possiamo pensare all’integrazione religiosa per i cittadini stranieri di fede cattolica in termini di assimilazioni. «Ero straniero e mi avete ospitato» vuol dire che l’accoglienza non può limitarsi alla carità, ma deve adottare nuove strategie con l’ausilio di tutti. Le parrocchie sono chiamate a diventate centri di pastorale etnica, dove lo spazio viene condiviso e diventa occasione di incontro, dove l’accoglienza sia partecipazione.
    Se si guarda in una prospettiva di reale integrazione, è necessario individuare strategie pedagogico-pastorali e sociali per rimuovere i fattori di esclusione/emarginazione, promuovendo occasioni di incontro, di confronto, non limitando gli interventi ai minori, ma coinvolgendo tutte le famiglie, il territorio, mettendo in rete non solo associazioni e organismi che si occupano in maniera specifica di immigrazione, ma anche, per esempio gli Uffici Diocesani Migrantes, le parrocchie.
    Pertanto ogni progetto che voglia contribuire alla sperimentazione di strategie di inclusione a favore dei minori stranieri e delle loro famiglie, deve farlo attraverso la realizzazione di un percorso integrato che vede protagonisti la scuola, le istituzioni pubbliche, la Chiesa locale, la comunità territoriale e che tenga presenti i bisogni di socializzazione, di identità e integrazione dei destinatari.

    (lavoro editoriale di Cristina Mustari)



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