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    Capacità formativa del campo di lavoro


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    Ugo De Censi

    (NPG 1970-10-04)

    Ho letto il trafiletto di a.b. di Verona, su NPG/3.
    Credo che abbia ragione. D'accordo: il campo non è l'unica forma di esercizi spirituali. Ma ha una gran carica.
    Il campo non sarà sufficiente come campo di lavoro se «sotto» non avrà una motivazione: quel qualcosa che forza verso una progressiva e graduale scoperta di valori. Non è lecito produrre uno choc, se questo non dà il via ad una vita. Si rischia, altrimenti, di lasciare nuove delusioni.
    Lo so, succede inevitabilmente; ma si deve a tutti i costi, evitare di «fare solletico», senza mettere in moto...
    Sono dolorosamente stupito che gli educatori, nella Chiesa, non si accorgono quale crisi di fede si vada maturando, fino a lasciar veramente in chi la percepisce lo sgomento della catastrofe. La fede fa naufragio, se noi che crediamo di averla, non ci buttiamo sopra la vita!
    Chi parla ai giovani e ha appena un minimo di attenzione a lasciarli dire, non fa fatica a costatare questa sofferenza di non trovare risposte adatte alle domande più radicali; o, peggio, il gusto beffardo di farne a meno.
    Bisogna proprio prendere atto che la nostra lucerna è sotto il moggio (per i giovani, almeno).
    A testimonianza riporto qualche brano di una lettera che ho ricevuto pochi giorni fa e che mi ha fatto pensare molto.
    «Sono molto contenta di essere venuta al campo, anche se ora mi sento piuttosto scombussolata. Ma è cento volte meglio adesso che non la tranquillità apatica, indifferente ed egoista di prima.
    Al campo c'ero venuta non so nemmeno io perché, forse per conoscere gente della mia età, o per stare assieme alle mie compagne di classe, o per passare una vacanza originale, diversa dal solito.
    Ma le idee che ho sentito, mi hanno lasciato molto, come dire, pensierosa.
    Ora le sto rimuginando dentro. Mi rendo conto che esser dentro al cristianesimo è una fregatura, come scriveva quei ragazzo dal Brasile, ma adesso che ho avuto questo sprazzo di verità, non posso e non voglio più tornare indietro. Vorrei miniere In pratica la frase «rendersi poveri» e mi sforzo di vivere solo di quello che è necessario, senza ricercare niente di superfluo. Ma purtroppo debbo ammettere che non sempre mi riesce.
    Voglio spiegarmi meglio. Mentre prima ero abituata a comperare molti dischi, vestiti, scarpe, cosmetici e cose simili; adesso mi sto impegnando ad evitare tutto ciò se non è proprio necessario.
    Le difficoltà più grosse sono con i miei genitori che sono abituati a darmi tutto quello che voglio. La mamma non sembra condividere molto le mie idee e le chiama ideali bellissimi ma che saranno distrutti dalla realtà. Con papà, le cose non vanno tanto bene, continua a non capire queste mie nuove idee...».
    Leggendo questa lettera (ed è una delle tantissime) si capisce meglio quello che voglio dire.



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