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    Luigi Zulian

    (NPG 1968-03-63)

    5. «DATECI QUALCHE COSA DA FARE»

    È una cosa scontata. Quando si parla in generale della gioventù moderna, si finisce sempre col dire che i giovani oggi sono scontenti, vuoti, senza ideali; cercano evasione nelle cose più strampalate, proprio perché non hanno niente dentro...
    Non sono giudizi del tutto sbagliati, ma hanno un solo difetto: generalizzano un po' troppo. Certo ci sono dei giovani scontenti, vuoti, che non hanno niente dentro (e anche questi andiamo adagio a giudicarli: spesso l'apparenza inganna; il giovane ci tiene a farsi vedere in una certa luce: non è forse vero?...). Ma possiamo dimenticare tutte le migliaia di giovani (che «non fanno cronaca») impegnati duramente nel prepararsi il loro avvenire? che dormono poche ore per notte perché, dopo compiti, studiano lezioni fino a tarda notte?
    E anche i giovani «vuoti e scontenti» spesso sono così perché nessuno ha saputo presentar loro un ideale che li agganciasse, un qualche cosa che li impegnasse.
    Ognuno di voi può darmi atto che quando è riuscito a trovare un'occasione per impegnare in modo efficace le sue energie, si è buttato a pesce, non badando a sacrifici e rinunce.
    E visto che quando si vuol giudicare duramente i giovani d'oggi ci si appella alle cronache di ogni giorno (fattacci, furti, omicidi, vigliaccate...), spulciamo anche noi dalla cronaca recente.
    In diverse città d'Italia l'estate scorsa si sono visti gruppi chiassosi di ragazzi e ragazze spingere carretti carichi di stracci. Era venuto l'Abbé Pierre e aveva galvanizzato questi giovani che aspettavano solo di fare qualche cosa di utile. «Io sono l'ambasciatore della miseria» – diceva. «Ho bisogno che qualcuno venga ad aiutarmi»... «Insieme possiamo fare qualche cosa di buono»... «Se siete annoiati, stufi di vivere, venite da me. Non vi lascerò più il tempo di perdervi in queste stupidate»... «Ci sono dei poveri più poveri di voi che possono ricominciare a vivere se voi gli donate un briciolo di amore con la vostra opera»... E i giovani si erano trasformati in straccivendoli per amore.
    In molte regioni si sono costituiti campi di lavoro. Giovani di ogni credenza offrono generosamente il loro lavoro per aiutare gente bisognosa. Anche loro aspettavano solo qualcuno che desse loro qualche cosa da fare.
    Sempre l'estate scorsa una trentina di giovani (ragazzi e ragazze) ha rinunciato alle vacanze per andare a lavorare in un paese miserabile, per aiutare della povera gente che vive nella più assoluta indigenze. Sapevano di non andare ad un viaggio di piacere. E ci sono stati quattro mesi. Le giornate erano lunghe, il lavoro massacrante. Gente che a casa sua non spostava nemmeno una sedia, là trasportava terra, assi, mattoni tutto il santo giorno. Mani delicate abituate a ricevere settimanalmente le prestazioni della manicure si screpolavano nel pelare montagne di patate o nel lavare indumenti fetidi. Signorine abituate a frequentare locali eleganti si intrattenevano con ragazzi pidocchiosi o prestavano i più umili servizi agli ammalati.
    Casi eccezionali? Sì, questi hanno fatto rumore per la loro novità; ma ce ne sono un'infinità di altri che non raggiungono l'onore della cronaca perché troppo «ordinari».
    Spirito di avventura? E beh? È forse male? Quando l'avventura è bella e utile... Del resto non so se dico un'eresia, ma penso che Giovanni quando decise di seguire Gesù ci abbia visto anche un po' di «avventura».
    Sta di fatto che tutti questi giovani erano entusiasti, «soddisfatti». Avevano trovato la strada giusta per dare un senso alla propria vita. L'istinto messo da Dio Creatore in ognuno di noi di fare, di agire efficacemente, di costruire qualche cosa di valido, aveva avuto il suo appagamento nell'indirizzare tutte queste energie verso gli altri. E l'appagamento di un istinto dà sempre un senso di benessere. Ecco spiegata la loro soddisfazione, mentre altri, che pur la cercano spasmodicamente in altro, non lo trovano.
    Un giornalista inviato all'inaugurazione di un Piper a Torino faceva queste considerazioni:

    «... questo locale ha impressionato soprattutto chi scrive: cronista appena tornato da una provincia veneta massacrata dall'alluvione. Il contrasto colpiva con violenza... Chi scrive ha visto ieri sera i giovani «yé-yé» nel loro «paradiso». Tutto sommato non sembravano troppo felici, comunque si sforzavano di essere o apparire allegri. Ci siamo ricordati di un pullman targato Como fermo a Val-stagna, sopra Bassano del Grappa. «Cosa fa qui un pullman di Como?» avevamo domandato. Ci avevano risposto: «È arrivato il giorno dopo l'alluvione. Era pieno di studenti e studentesse che si sono offerti di aiutarci». Abbiamo visto quei ragazzi che da due settimane spalavano fango dalle cantine e dai piani terreni, che spingevano carrette di detriti. Avevano mani callose e labbra screpolate dal gelo. Il comune offriva una minestra calda, pane e formaggio. Dormivano nel loro pullman avvolti in una coperta. Ci sono sembrati ragazzi davvero felici. Abbiamo visto boy scouts smuovere massi che riempivano la strada per Gosalto e segare i grossi tronchi che la ostruivano. Erano nel fango, erano nel ghiaccio, erano felici di fare qualcosa di utile».

    Ognuno di noi ha la possibilità di fare questa meravigliosa esperienza: è il dono di sé che arricchisce, che espande, mentre l'egoismo non fa che avvilirci e renderci miserabili.

    6. RIUSCIRE NELLA VITA!

    Siamo figli di Dio Creatore, dicevamo. II nostro Padre Celeste ha posto in noi questo istinto profondo: realizzare qualche cosa, io, con le mie capacità, poter dire di qualche cosa, in qualsiasi campo: l'ho fatto io!
    Ma anche a questo proposito dobbiamo ripetere quello che abbiamo constatato riguardo alla sete di amore e di conoscere: ad un certo punto incontriamo degli ostacoli insormontabili, dei limiti: non riusciamo a realizzare quello che vogliamo.
    E allora può sorgere in noi lo scoraggiamento, un senso di frustrazione: avere tanti bei progetti in testa e poi non riuscire a tradurli in realtà; tanti sogni che rimangono solo sogni...
    Si parte in quarta da giovani, decisi a conquistare il mondo: ce la farò, riuscirò, voglio spuntarla... Poi la vita con le sue difficoltà ridimensiona, riduce lo slancio, a volte lo spegne. C'è chi continua testardamente, supera gli ostacoli, e si ritrova più forte; e c'è chi cede le armi, si arrende, si appiattisce, si rassegna, oppure si dispera.
    Ma anche nei casi più felici in cui la «riuscita» è brillante, l'uomo non è mai completamente soddisfatto. Aspira sempre a qualcos'altro, vorrebbe fare ancora, e sempre i limiti dell'umano ad un certo punto lo bloccano.
    Ritorna allora il solito interrogativo: Dio ha posto nell'uomo un'aspirazione che egli non riuscirà mai ad appagare? Sarebbe crudele da parte sua, quindi impossibile. Infatti non è così.
    Dio ha creato l'uomo con le dimensioni dell'infinito. Perciò solo lo sfociare nell'infinito lo appagherà.
    Ora la fede mi dà questa certezza: io agisco per l'eternità. Nulla di ciò che faccio va perduto. La mia «riuscita» nella vita è assicurata, comunque siano le mie capacità e possibilità, se mi metto nella scia di Cristo Risorto. Persino gli insuccessi umani possono venire valorizzati e trasformati in guadagni, vittorie, elementi di ascesa. Perché l'essenziale, mi dice sempre la fede, non è ciò che faccio, ma lo spirito con cui lo faccio, e questo (data la grazia di Dio che non manca mai) è sempre sotto il mio controllo. Spirito di fiducia, abbandono, obbedienza al Padre, accettazione perché è Padre; spirito di collaborazione all'opera di Cristo Salvatore, spirito di fraternità verso coloro che Dio mi ha messo accanto per «fare strada» insieme: in una parola, amore a Dio e ai fratelli.
    Forse è un discorso un po' ostico questo. Quando parliamo di «riuscita» nella vita, siamo soliti farlo in termini di guadagno, danaro, buona posizione, buon stipendio, sicurezza, confort, successo, carriera...
    Ora non si dice che sia male tendere a queste cose, ma non dobbiamo farne lo scopo primo della nostra vita: pena la squalifica, le disillusioni, quindi la scontentezza, l'insoddisfazione.
    Nella precedente conversazione abbiamo portato la testimonianza di giovani che hanno saputo «trovare la strada giusta». La soddisfazione, la gioia che esprimevano dipendeva appunto dallo aver «trovato la strada giusta» nell'impostare la loro vita, nell'organizzare la loro attività, nell'incanalare le loro energie: dare qualche cosa di sé, fare per gli altri, donarsi.
    Ed è spiegabile: è un'imitazione (ridotta a dimensioni umane) del modo di agire di Dio. Ne verrà quindi una compartecipazione (sempre ridotta a dimensioni umane) alla felicità divina.
    Diceva un giorno l'Abbé Pierre ai giovani dell'India: «Se voi siete dei giovanotti e delle ragazze che vogliono "la mia gioia", "la mia ricchezza", "la mia riuscita", allora sarete i più disgraziati tra gli abitatori della terra... Ma se voi comprendete che la gioia di ogni essere umano è di essere il servitore della gioia di tutti, allora voi sarete la più felice di tutte le generazioni».
    Un'ultima considerazione, che, se ben capita, è semplicemente inebriante e può diventare uno stimolo potente per un impegno di vita veramente cristiana.
    Agendo così, io divengo collaboratore di Dio nel suo disegno di costruzione del Regno. Dio, che mi ha dato tutto, mi chiede qualche cosa, io posso donare qualche cosa a Dio. Per costruire il suo Regno di salvezza ha voluto aver bisogno di me. Agirà attraverso di me; sarà presente dove io, con la mia testimonianza di vita, lo porterò; salverà con le mie mani, la mia parola, la mia vita.
    Così la fede ha il suo compimento logico: scoperto l'amore di Cristo, messomi alla sua scuola, mi viene istintivo passare all'azione. «La fede senza le opere è morta». Una fede che non mi spinga ad agire con Dio, con la mentalità di Dio, è falsa.
    Ecco delineata allora la mia vocazione di laico cristiano: immerso nella realtà terrestre, mi impegnerò a fondo in quelle che sono le mie occupazioni di ogni giorno (studio - lavoro - relazioni sociali...), animandole di uno spirito di fede, di speranza, di amore, cosciente di contribuire ad un'impresa meravigliosa (l'opera divina della redenzione e la costruzione del Regno), nella certezza che in tal modo la mia vita potrà dirsi pienamente «riuscita».

    Questionario

    1) Quando parliamo di «riuscita» nella vita, cosa intendiamo?
    2) Ci dicono spesso nelle prediche che quelli che sembrano aver avuto più successo nella vita in fondo sono sempre insoddisfatti. Ma sarà proprio vero? Esaminiamo spassionatamente fatti e persone concrete.
    3) Nel mondo d'oggi, teso all'edonismo e al facile guadagno, è pensabile un impegno altruistico?
    4) Quali sono le idee, le aspirazioni dei giovani d'oggi a questo riguardo?
    5) Come può «concretizzarsi» la nostra collaborazione all'opera di Dio?



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