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    Profezia di comunità

    Appunti sulla riforma familiare della Chiesa


    Postfazione a "Fare casa: giovani e vita comune" di Samuele Marelli


    Rossano Sala [1]

    Ringrazio il caro don Samuele Marelli per aver avuto il coraggio non solo di lavorare con me per la sua tesi di licenza, ma di arrivare fino all’azzardo di chiedermi la postfazione alla pubblicazione del suo lavoro!
    Questo invito, che ho accolto volentieri, mi offre l’occasione di riflettere con maggiore profondità sulla sua ricerca, situandola all’interno della riforma della Chiesa in atto e anche dentro il cammino di discernimento per il rilancio degli oratori in Lombardia, che negli ultimi anni sta impegnando vari soggetti ecclesiali.
    Proverò così a condividere, intorno al nodo generativo che nomino sinteticamente come “riforma familiare della Chiesa”, alcune considerazioni che sto maturando in questo tempo postsinodale.

    Partiamo dall’oratorio

    Sono figlio dell’oratorio. Ambrosiano per nascita e salesiano per adozione. Sempre però “figlio”: figlio della terra di Ambrogio e Carlo, figlio di don Bosco, cresciuto sulle ginocchia del Card. Carlo Maria Martini, che ha accompagnato passo dopo passo la mia giovinezza. Prima studente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e poi docente all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Questa duplice appartenenza di cui vado fiero, ma che interpreto e vivo come un doppio dono di cui essere infinitamente grato, è in me un’unica identità, che ha nell’oratorio la sua sintesi creativa, dinamica e feconda.
    Sono cresciuto in oratorio. Per noi della Brianza una delle gite classiche e immancabili dell’oratorio feriale, durante l’estate, era quella della Minitalia, a Capriate san Gervasio, in provincia di Bergamo. Si partiva al mattino in pullman e si stava lì tutto il giorno a visitare questa piccola Italia con tutti i suoi meravigliosi monumenti civili e religiosi. Era una delle gite che più ci affascinava, perché in poco tempo si poteva fare esperienza viva di un territorio impossibile da visitare in una giornata.
    Da quella gita si tornava a casa con la consapevolezza del genio italiano, della bellezza della nostra patria che è sempre diversa e sorprendente, tanto creativa quanto inimitabile. Quanta diversità: nessuna città o regione era uguale all’altra. Ma quanta unità: tutte erano a loro modo magnifiche e ci lasciavano a bocca aperta. C’era un’unità nella diversità che stupiva noi piccoli ragazzi dell’oratorio, che ci incantava e ci faceva sognare. Certo era diverso che girare realmente l’Italia, ma questa miniatura così fedele in fondo ti dava quest’impressione. Si tornava a casa soddisfatti, con il sentore certo di aver visitato tutto il Bel paese in lungo e in largo.

    L’esperienza del Sinodo

    Un Sinodo della Chiesa universale è un poco simile all’esperienza della Minitalia. È l’evento di una “Chiesa in miniatura”, dove tutte le forze e le forme dell’universalità del popolo di Dio sono rappresentate. E dove si incontrano, si confrontano e anche si scontrano. Questo è avvenuto anche al Sinodo sui giovani, così come è accaduto nei Sinodi precedenti e come certamente avverrà per quelli successivi. Il Sinodo è un modo molto serio e fecondo di attestare che la comunione nella Chiesa e della Chiesa non è omologatrice, ma ricca di tante alterità che si impegnano a camminare insieme individuando i punti condivisi da cui trarre alimento per essere segno e sacramento di salvezza per tutto il genere umano.
    Dopo un lungo cammino di preparazione, durato circa un biennio, dal 3 al 28 ottobre 2018 si è svolta l’Assemblea sinodale del Sinodo sui giovani, a cui ho avuto il dono di partecipare in veste di Segretario Speciale. Esperienza faticosa e luminosa, ricca e feconda non solo per me, ma per tutti coloro che vi hanno partecipato con cuore aperto allo Spirito del Signore. È stata per me una grande esperienza di famiglia perché, mentre i media a volte ne davano un’immagine distorta, secondo noi che ci stavamo dentro questa assemblea è stata vissuta da tutti i partecipanti come momento di incontro autenticamente familiare.
    Al termine di questo mese intenso ed entusiasmante di lavoro in assemblea e in commissioni, il 27 ottobre 2018 veniva approvato – numero per numero – il Documento finale. Si è trattato del frutto maturo del cammino sinodale, rilanciato poi in forma originale da Papa Francesco attraverso l’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit.

    La legge di ogni evangelizzazione

    Un Documento finale di un Sinodo si impegna a trovare il consenso dell’assemblea nel modo più realistico possibile su tutti gli argomenti trattati. È questo il suo scopo: creare unità pur garantendo la diversità, cercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide, invitare tutti i partecipanti a essere un cuor solo e un’anima sola nell’affrontare la missione della Chiesa nel tempo.
    Guardando alle votazioni dei singoli numeri del Documento finale possiamo certamente avere un’idea di ciò su cui tutti siamo d’accordo e anche su ciò che maggiormente distanzia. È normale che sia così e sarebbe un segno assai strano se tutti fossimo d’accordo su tutto. Sappiamo che quando e dove avviene una cosa simile siamo più o meno sotto dittatura o viviamo in un clima di intimidazione, in cui vige un immaginario sociale condiviso nel quale non è permesso esprimere alcun dissenso su nulla o perlomeno non possiamo esprimere in libertà la nostra prospettiva. Nella Chiesa in genere e nella Chiesa desiderata da Papa Francesco le cose non stanno così. Ne ho fatto esperienza in prima persona e lo posso attestare senza alcuna difficoltà. La critica, se è costruttiva e fatta secondo una retta coscienza, è sempre ben accetta e perfino desiderata.
    C’è diversità nella Chiesa universale per un altro motivo che definirei strutturale e perfino genetico, cioè per un motivo pastorale fondante. Perché la pastorale è necessariamente diversa a seconda del contesto specifico e del tempo storico in cui si colloca. Questo dipende dai destinatari del Vangelo, che sono diversi per ogni epoca storica, ma è anche differente perché la Chiesa – che è anch’essa costituita come parte dell’umanità – non è mai uguale a se stessa, ma è un soggetto vivente che cammina nella storia e come storia. E la pastorale ognuno la interpreta e la vive a modo suo, per il semplice motivo che essa non coincide con la missione della Chiesa, che è invece una e unica sia in senso diacronico che sincronico.
    La pastorale giovanile, poi, è ancora più magmatica e fluida, perché ha a che fare con il mondo giovanile, che è in un’ininterrotta e permanente evoluzione. Per tale motivo anche ai giovani va predicato il Vangelo (è questo l’imperativo della missione), ma ciò va fatto secondo la legge dell’evangelizzazione (e questo è l’imperativo della pastorale). Il tutto è ben sintetizzato in un celebre passaggio conciliare, in cui si afferma che la Chiesa,

    fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cioè, di adattare, quanto conveniva, il Vangelo, sia alla capacità di tutti sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione [2].

    La “legge di ogni evangelizzazione” apre il campo alla riflessione e alla pratica pastorale, che è il lavoro incessante di traduzione della verità del Vangelo in relazione alla situazione dei suoi destinatari. E tra il Vangelo e i giovani si pone la Chiesa, la cui forma – ovvero gli stili e le parole, i gesti e le azioni, le strutture e le istituzioni – dovrebbe essere posta interamente al servizio di questa sua missione.

    Le tante proposte dei Padri sinodali

    Entriamo ora nel Documento finale del Sinodo sui giovani che in fondo, lo abbiamo compreso, non ha altro scopo che aiutare la Chiesa ad “aggiornare” la sua forma rispetto ai giovani realmente esistenti nel nostro tempo.
    Se lo si legge bene si comprende che questo Documento finale è impostato proprio a partire dalla necessaria conversione della Chiesa, piuttosto che sulla richiesta di conversione dei giovani. In ogni Sinodo si finisce sempre così: si incomincia individuando un tema specifico, ma si finisce sempre in forma “sistemica”, cioè inserendo il tema trattato all’interno della vita della Chiesa.
    In quel documento si trovano molti consigli, tanti suggerimenti e varie raccomandazioni. Riprendendo il testo con calma nella Segreteria Generale del Sinodo del Vescovi ne abbiamo contate precisamente 88, che vanno in ogni direzione e spaziano in tutti i campi dell’agire ecclesiale [3]. Molte di quelle indicazioni, non essendo state riprese direttamente dall’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit, sono purtroppo cadute in oblio, pur essendo a mio parere concrete, attuali e alcune persino profetiche.
    Per fare qualche esempio, si va dall’invito pressante di adottare «rigorose misure di prevenzione che impediscano il ripetersi di abusi, a partire dalla selezione e dalla formazione di coloro a cui saranno affidati compiti di responsabilità ed educativi» (n. 29), ad aiutare i giovani a riscoprire «la sessualità come un grande dono abitato dal Mistero» (n. 38); dalla spinta ad avviare «processi di discernimento comunitari che includano anche coloro che non sono vescovi nelle deliberazioni, come ha fatto questo Sinodo» (n. 120) a «un ripensamento pastorale della parrocchia, in una logica di corresponsabilità ecclesiale e di slancio missionario, sviluppando sinergie sul territorio» (n. 129).
    Si invita, nei percorsi catechistici, a «offrire itinerari continuativi e organici che sappiano integrare: una conoscenza viva di Gesù Cristo e del suo Vangelo, la capacità di leggere nella fede la propria esperienza e gli eventi della storia, un accompagnamento alla preghiera e alla celebrazione della liturgia, l’introduzione alla Lectio divina e il sostegno alla testimonianza della carità e alla promozione della giustizia» (n. 133) e, provocatoriamente, «non si chiede di rafforzare la pastorale vocazionale in quanto settore separato e indipendente, ma di animare l’intera pastorale della Chiesa presentando con efficacia la molteplicità delle vocazioni» (n. 139).
    A proposito degli oratori, ancora, si raccomanda di passare «dall’idea di centri statici, dove i giovani possano venire, all’idea di soggetti pastorali in movimento con e verso i giovani, capaci cioè di incontrarli nei loro luoghi di vita ordinari, generando un nuovo tipo di apostolato più dinamico e attivo» (n. 143). Oppure, di fronte al mondo digitalizzato, «il Sinodo auspica che nella Chiesa si istituiscano ai livelli adeguati appositi Uffici o organismi per la cultura e l’evangelizzazione digitale, che, con l’imprescindibile contributo di giovani, promuovano l’azione e la riflessione ecclesiale in questo ambiente» (n. 146).
    Potremmo andare avanti a lungo nell’evidenziare la ricchezza di un Documento ancora poco studiato e poco valorizzato, ma in verità assai concreto, attuale e propositivo. Puntualizzavo in precedenza che abbiamo contato 88 tra consigli, suggerimenti e raccomandazioni. Non tutti hanno la stessa forza né la medesima autorevolezza, ma concorrono insieme – mi pare – a disegnare una mappa per la pastorale giovanile, mappa che ritengo assai feconda e generativa per il nostro tempo.

    Il Documento finale in miniatura

    Arriviamo finalmente al lavoro di don Samuele Marelli. Che ha preso sul serio non uno dei tanti consigli, suggerimenti o raccomandazioni del Sinodo, ma quella che oserei definire la proposta del Sinodo, usando l’articolo determinativo. Un testo dei tanti, come dicevo sopra, che non attinge direttamente a Christus vivit, ma non per questo da non prendere in considerazione. Lo stesso Papa Francesco, infatti, all’inizio dell’Esortazione Apostolica postsinodale del 25 marzo 2019 attestava fin da subito che «non potrò raccogliere qui tutti i contributi, che potrete leggere nel Documento Finale» (n. 4). In questo piccolo gancio letterario si legittima quindi la continuità tra la parola personale del Papa e la parola dei Padri sinodali. Continuità che, per altro, è riconosciuta anche tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale, nel momento in cui quest’ultimo afferma che

    è importante chiarire la relazione tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale. Il primo è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi [4].

    Torniamo a noi. Sono profondamente convinto che il n. 161 del Documento finale del Sinodo non sia un suggerimento/consiglio/raccomandazione tra gli altri emersi durante l’assemblea sinodale. Non è un una delle tante indicazioni del Sinodo. Per dimostrare questa tesi mi permetto di rimetterla ancora una volta all’attenzione del lettore, prima di offrirne un breve commento:

    Un tempo per accompagnare al discernimento
    Molte volte è risuonato nell’aula sinodale un accorato appello a investire con generosità per i giovani passione educativa, tempo prolungato e anche risorse economiche. Raccogliendo vari contributi e desideri emersi durante il confronto sinodale, insieme all’ascolto di esperienze qualificate già in atto, il Sinodo propone con convinzione a tutte le Chiese particolari, alle congregazioni religiose, ai movimenti, alle associazioni e ad altri soggetti ecclesiali di offrire ai giovani un’esperienza di accompagnamento in vista del discernimento. Tale esperienza – la cui durata va fissata secondo i contesti e le opportunità – si può qualificare come un tempo destinato alla maturazione della vita cristiana adulta. Dovrebbe prevedere un distacco prolungato dagli ambienti e dalle relazioni abituali, ed essere costruita intorno ad almeno tre cardini indispensabili: un’esperienza di vita fraterna condivisa con educatori adulti che sia essenziale, sobria e rispettosa della casa comune; una proposta apostolica forte e significativa da vivere insieme; un’offerta di spiritualità radicata nella preghiera e nella vita sacramentale. In questo modo vi sono tutti gli ingredienti necessari perché la Chiesa possa offrire ai giovani che lo vorranno una profonda esperienza di discernimento vocazionale [4].

    Lo spazio e l’organicità del testo non lasciano dubbio: la proposta occupa un numero intero e viene dettagliata nei particolari. Il linguaggio solenne e deciso di questo numero non si ritrova altrove nel Documento finale, tolta la parte dedicata agli abusi (nn. 29-31), dove c’è una presa di posizione chiara e forte, perfino apodittica.
    Si parte attestando che si è raccolto un invito venuto da numerose direzioni: all’inizio c’è un “molte volte”, con la raccolta di “vari contributi e desideri” e con un ascolto di “molte esperienze qualificate già in atto”. C’è poi l’ufficialità della proposta: è detto che “il Sinodo propone con convinzione”. Si evidenzia anche il raggio universale, che non esclude nessuno: è un invito destinato “a tutte le Chiese particolari, alle congregazioni religiose, ai movimenti, alle associazioni e ad altri soggetti ecclesiali”.
    E poi si arriva al nocciolo della proposta: “Un tempo destinato alla maturazione della vita cristiana adulta”, con l’esplicitazione dei suoi “tre cardini indispensabili”: la vita comune, una proposta apostolica, un’offerta di spiritualità. E infine l’obiettivo, che in fondo è quello del Sinodo: vivere con i giovani una “profonda esperienza di discernimento vocazionale”.
    Faccio notare, tra le righe, l’unità ritrovata tra adultità e vocazione: la maturazione della “vita cristiana adulta” viene fatta coincidere con il compimento del discernimento vocazionale. Come a dire che essere adulto comporta aver riconosciuto e assunto la propria vocazione, cioè il fatto di riconoscersi “una missione su questa terra”, come ci è continuamente ripetuto da Evangelii gaudium in avanti. In questo senso la vocazione e la missione coincidono, generando un circolo virtuoso che solo può contrapporsi a qualsiasi forma di narcisismo, perfino a quello di matrice vocazionale. Su questo già ci metteva in guardia il Documento preparatorio del Sinodo, nel momento in cui affermava che

    in particolare nei luoghi dove la cultura è più profondamente segnata dall’individualismo, occorre verificare quanto le scelte siano dettate dalla ricerca della propria autorealizzazione narcisistica e quanto invece includano la disponibilità a vivere la propria esistenza nella logica del generoso dono di sé [6].

    Per riprendere ancora la simpatica immagine della Minitalia, qui ci troviamo davanti al “Documento finale in miniatura”, perché in un certo senso in questo numero troviamo tutti gli ingredienti per il rinnovamento non solo della pastorale giovanile, ma della Chiesa stessa.
    La mia interpretazione è confermata dal testo di don Samuele. Egli dimostra che questo numero 161 è una scintilla generativa, da cui è scaturito uno studio scientifico e profondo sulla vita comune, sulla “pedagogia delle esperienze temporanee dei giovani nella Diocesi di Milano”.

    Un cammino di ricerca partito dal Concilio

    Tutto il Sinodo sui giovani, questo numero 161 del Documento finale e la pubblicazione di don Samuele Marelli avvengono in tempi di cambiamento rapidi e profondi. Siamo all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio [7]. La pandemia in atto, come giustamente dicono i più attenti osservatori, non ha mutato lo scenario del cambiamento, ma lo ha reso solo più rapido, radicale, inarrestabile. È un tempo nel quale si mette in discussione il Vangelo e la sua significatività di fronte alle giovani generazioni, e per questo esso domanda alla Chiesa, con insistenza, una sua riforma. Che cosa significa? In prima battuta, come dice la parola “riforma”, le si chiede una verifica e un ripensamento della sua forma.
    In realtà, mi si dirà, la cosa non è per niente nuova, perché lo stesso Concilio Vaticano II, auto comprendendosi esso stesso come “concilio pastorale” andava in questa precisa direzione della riforma ecclesiale. Effettivamente, prima che offrirci una “lettera” – ovvero dei documenti da “applicare” –, esso ci ha consegnato prima di tutto uno “spirito” e soprattutto un “metodo”.
    Mi sia consentita qui una parentesi sull’interpretazione del Concilio, fonte ancora oggi di grandi contrasti. Penso che i tempi siano maturi per tentare di chiudere la lunga e faticosa stagione del suo uso “apologetico”, qualunque sia l’esito di tale apologia. Esattamente perché in questo modo – ovvero usandone alcune “lettere” per contrapporsi ad altre sue “lettere” e dando così origine a diverse letture, talvolta opposte, del Concilio – si manca del tutto il bersaglio, perché la vera novità del Concilio stesso non sta nella sua “lettera”, ma nell’assunzione di un metodo pastorale dinamico e aperto, che si può già intravedere dal suo svolgimento in quattro sessioni e con tre momenti di pausa riflessiva: da questo punto di vista il Concilio, – pur non riuscendo esso stesso nemmeno ad accordare al suo interno le varie “lettere”, come i suoi studiosi mettono molto bene in luce – ha però affermato il metodo pastorale che si è dato. E quali sono i capisaldi di questo metodo? In sintesi il Concilio ci dice che l’evangelizzazione – cioè la missione stessa della Chiesa nel mondo e per il mondo – non può che essere pensata in modo “triangolare”: è frutto di un discernimento aperto che parte alla grazia del Vangelo, passa attraverso la condizione dei suoi destinatari e giunge a toccare la forma della Chiesa. Insomma, continuare a insistere sulla lettera del Concilio – utilizzando a dire il vero il metodo neoscolastico della “dimostrazione” che parte da un assunto precostituito e poi cerca citazioni bibliche o magisteriali a suo supporto – senza valorizzarne il metodo innovativo non fa altro che replicare logiche preconciliari chiuse, rigide e statiche, alimentando così i contrasti postconciliari.
    Torniamo ancora una volta a noi. Come sappiamo, movimenti di riforma della Chiesa in questo tempo non ne mancano. C’è la proposta del “neoclericalismo identitario”, che fa presa su una parte di giovani leviti dell’apparato ecclesiastico, convinti di risolvere la complessità attuale a partire dalla riconquista della sacralità del ministero presbiterale, creduta persa con il Concilio. C’è chi propone – a mio parere strumentalizzando alcuni aspetti di questo pontificato – un adattamento liberale della morale così da riconquistare credibilità pubblica davanti alle masse di battezzati che non condividono più il sensus fidei dell’istituzione ecclesiale e delle sue proposte, ritenute ormai irraggiungibili ai più. C’è ancora la suggestione dell’Opzione Benedetto, capitanata da Rod Dreher, che spinge i cristiani verso un manicheistico abbandono del mondo inospitale in attesa di tempi migliori. C’è chi punta maggiormente sulle nuove metodologie di annuncio legate alla digitalizzazione del mondo, e si attende a breve una Chiesa capace di gettarsi a capofitto nel mondo dei media per essere all’altezza dei cambiamenti. Altri spingono sulla centralità della carità concreta, che fa della diakonia il punto di svolta della Chiesa di Francesco, ma rischiando qua e là alcuni unilateralismi che equiparano la Chiesa alle tante ONG che operano nel mondo globale. Spuntano anche gruppi di rassegnati che si accodano alla strategia della Decrescita felice dell’economista francese Serge Latouche, e la applicano alla cristianità occidentale, nel segno laconico del “lasciateci morire in pace”.
    Insomma, di creatività non ne manca intorno all’immaginario della forma presente e futura della Chiesa. Sta di fatto che in una società non più semplicemente “moderna” né banalmente “secolare” il posto della religione e della fede è in transizione. Qualcuno direbbe di più: in completa metamorfosi. La tesi generale della finora insuperata opera di C. Taylor sul riposizionamento in atto della fede cristiana nel nostro tempo è oramai di dominio pubblico: la religione e la fede non sono destinate a scomparire – come la già superata tesi classica della secolarizzazione pronosticava affrettatamente – ma a trasformarsi, perché siamo in presenza di nuove condizioni di credenza.

    Verso una riforma familiare della Chiesa

    Esattamente qui si innesta il lavoro del Sinodo… e anche l’approfondimento di don Samuele Marelli. Dove ci spinge il suo lavoro sulla vita comune? Quale direzione di riforma ci indica? Dove ci porta la “voglia di comunità” molte volte evocata nel suo lavoro? Qui sta l’elemento che bisogna intendere e rilanciare, e che consiste – a mio modesto parere – nella proposta di una “riforma familiare della Chiesa”. Penso che il suo sforzo abbia questo come punto di fuga. E devo dire che è in buona compagnia. Perlomeno è in mia compagnia, ma credo anche che tanti altri, senza ancora una tematizzazione precisa – che in questa postfazione tento almeno di evocare e nominare – stanno desiderando e anche – senza nemmeno accorgersene – concretizzando.
    La linea sinodale che ha preso il “là” dopo il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e la repentina elezione di Papa Francesco a me pare chiara nella sua direttrice principale: due Sinodi sulla famiglia, un Sinodo sui giovani e poi, a breve, un Sinodo sulla sinodalità. Da quello che ne capisco il filo rosso lo individuo in questo: la Chiesa sta proponendo a se stessa di lavorare sulla propria riforma in termini di famiglia. Lo dice bene il sottotitolo in tre parole del prossimo Sinodo che si terrà nell’ottobre 2022: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Già alcuni passaggi dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia parlavano di questo. In un intenso passaggio così si diceva:

    La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le chiese domestiche. Pertanto, “in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana” [8].

    Nell’ascolto del popolo di Dio in vista del Sinodo sui giovani le cose erano per me assai chiare e spingevano in tale direzione. Basti, in questa sede, rileggere il un numero sintetico dell’Instrumentum laboris sulla questione, che pone l’attenzione al legame tra la riscoperta dell’indole familiare della Chiesa e la sua stessa riforma:

    Un’esperienza familiare di Chiesa
    Uno degli esiti più fecondi emersi dalla rinnovata attenzione pastorale alla famiglia vissuta in questi ultimi anni è stata la riscoperta dell’indole familiare della Chiesa. L’affermazione che Chiesa e parrocchia sono «famiglia di famiglie» (cfr. Amoris laetitia, n. 87.202) è forte e orientativa rispetto alla sua forma. Ci si riferisce a stili relazionali, dove la famiglia fa da matrice all’esperienza stessa della Chiesa; a modelli formativi di natura spirituale che toccano gli affetti, generano legami e convertono il cuore; a percorsi educativi che impegnano nella difficile ed entusiasmante arte dell’accompagnamento delle giovani generazioni e delle famiglie stesse; alla qualificazione delle celebrazioni, perché nella liturgia si manifesta lo stile di una Chiesa convocata da Dio per essere sua famiglia. Molte Conferenze Episcopali desiderano superare la difficoltà a vivere relazioni significative nella comunità cristiana e chiedono che il Sinodo offra elementi concreti in questa direzione. Una Conferenza Episcopale afferma che «nel bel mezzo della vita rumorosa e caotica molti giovani chiedono alla Chiesa di essere una casa spirituale». Aiutare i giovani a unificare la loro vita continuamente minacciata dall’incertezza, dalla frammentazione e dalla fragilità è oggi decisivo. Per molti giovani che vivono in famiglie fragili e disagiate, è importante che essi percepiscano la Chiesa come una vera famiglia in grado di “adottarli” come figli propri [9].

    Infine, per ritornare ancora una volta alla ricchezza del Documento finale del Sinodo, proprio come incipit dei sei numeri dedicati alla “Pastorale giovanile in chiave vocazionale” (nn. 138-143) c’è un chiaro richiamo alla forma familiare della Chiesa in generale e della pastorale giovanile in specifico. E faccio notare che il lessico utilizzato rimanda proprio in tutto e per tutto a un “vocabolario familiare”:

    La Chiesa, una casa per i giovani
    Solo una pastorale capace di rinnovarsi a partire dalla cura delle relazioni e dalla qualità della comunità cristiana sarà significativa e attraente per i giovani. La Chiesa potrà così presentarsi a loro come una casa che accoglie, caratterizzata da un clima di famiglia fatto di fiducia e confidenza. L’anelito alla fraternità, tante volte emerso dall’ascolto sinodale dei giovani, chiede alla Chiesa di essere «madre per tutti e casa per molti» (FRANCESCO, Evangelii gaudium, n. 287): la pastorale ha il compito di realizzare nella storia la maternità universale della Chiesa attraverso gesti concreti e profetici di accoglienza gioiosa e quotidiana che ne fanno una casa per i giovani [10].

    La leva del rinnovamento

    Penso che la pubblicazione di don Samuele Marelli espliciti con chiarezza i fondamenti e gli esiti di questa riforma familiare della Chiesa. Facendo perno sulla “vita comune” va a toccare un aspetto specifico che dovrebbe funzionare un po’ come una leva che, se ben posizionata, può sollevare molte cose.
    Primo, la vita comune così com’è presentata e proposta viene incontro al grande desiderio di fraternità che abita il cuore di ogni giovane. Le cinque sfide emergenti evidenziate nella prima parte del lavoro, che fanno da sintesi rispetto alla fase di ascolto – Essere capaci di accoglienza amorevole, Esercitare un umile ascolto, Assicurare una presenza attenta, Offrire una testimonianza autorevole, Proporre esperienze provocanti – vanno a toccare le corde della condizione giovanile che trovano solo in un’esperienza familiare della fede una risposta adeguata.
    Secondo, la vita comune così com’è indagata nei primi capitoli della seconda parte del lavoro è una dimostrazione del filo rosso familiare che non solo percorre la Scrittura da capo a piedi – dalla fatica di vivere la fraternità nelle prime pagine della Genesi fino alla forma urbana della città di Dio disegnata nell’Apocalisse, attraversando lo sfolgorante messaggio della parabola del buon samaritano e la koinonia della prima comunità apostolica – ma passa per tutta la più feconda tradizione della Chiesa. Chi non sa che il cristianesimo si è sviluppato in ambito familiare prima di diventare religione istituita, e che quando diviene istituzione burocratica perde tutta la sua attrattività? Come evitare il confronto con la madre di tutte le regole monastiche, la quale afferma con chiarezza che i giovani vanno ascoltati perché Dio volentieri parla a noi per mezzo di loro? Come dimenticare la lezione di Bonhoeffer in tempi più difficili dei nostri, quando anche lui – allo stesso modo in cui sta facendo Papa Francesco con Fratelli tutti – dice che nel cuore del tempo delle inimicizie va riscoperta la fraternità universale? Come non ricordare che don Bosco ha pensato tutte le sue realtà educative a partire dal paradigma familiare?
    Terzo, tutto questo non è campato per aria, ma affonda le sue radici in un’antropologia dei legami e in una teologia della fraternità assai attuale. Come dire, ci sono argomenti solidi che ci raccomandano di andare in questa precisa direzione, non semplicemente emozioni passeggere destinate a scomparire presto. Bisogna “affondare” le proprie riflessioni, e questo è il compito della teologia. Se si vuole costruire qualcosa di duraturo bisogna prima o poi verificare se stiamo mettendo le fondamenta su terreno solido o su sabbie mobili. E la proposta della vita comune è radicata nella solidità della fede, che è sempre esperienza condivisa di una salvezza che ci raggiunge come popolo e non solo come singoli. Don Samuele, attraverso alcuni “carotaggi” attenti e sapienti, dimostra che la vita comune che propone è radicata nel desiderio dell’umanità, perché è il cuore stesso del Dio unitrino.
    Quarto, ne nasce una pedagogia e una spiritualità adeguata al nostro tempo e a giovani concretamente esistenti. Certo non a tutti, lo sappiamo, non siamo ingenui. Non tutti sono pronti a vivere un’esperienza di vita comune. Ma la Chiesa è fatta di segni, e i segni sono insieme piccoli e chiari: non occupano tutto lo spazio disponibile, ma indicano una direzione ben precisa. Sono un orientamento, come le stelle del cielo, che fanno camminare tutti nella giusta direzione. Le riformulazioni cristiane del tempo, dello spazio e dei legami ne sono gli ingredienti fondamentali, da riannodare in una proposta concreta che rimetta al centro la nostra identità narrativa, capace cioè di ritrovare nella relazione la propria forza e la propria forma, approdando a Dio come referente ultimo della comune e condivisa inquietudine esistenziale.
    Quinto, la pastorale ne sarà edificata e riformata. Coloro che studiano il cambiamento nelle grandi istituzioni parlano a questo proposito di “principio inside-out”. Di che cosa si tratta? È molto semplice; un cambiamento strutturale avviene attraverso piccole esperienze virtuose che si allargano a macchia d’olio e pian piano permettono all’istituzione di rinnovarsi [11]. La pastorale giovanile, per sua indole, dovrebbe essere uno spazio di sperimentazione e di riforma della Chiesa, e per il bene di tutte le altre componenti della Chiesa. Molte volte nei miei scritti ripeto che la pastorale giovanile dovrebbe essere un “laboratorio permanente della riforma della Chiesa”. E ne sono sempre più convinto.

    L’anima del “nuovo” oratorio

    La parola laboratorio rimanda evidentemente all’oratorio. Sono partito dall’oratorio e voglio congedarmi rilanciando questa forma pastorale che ha attraversato i tempi con leggerezza e flessibilità. Convinto che anche questa volta la spunterà riformandosi anch’esso, come ha sempre saputo fare in questi 500 anni di esistenza [12].
    Penso che il cuore dell’oratorio ambrosiano del terzo millennio – e non solo di quello ambrosiano – debba essere un’esperienza di vita comune così come è stata messa alla nostra attenzione dal testo di don Samuele Marelli. Qui parlo di oratorio nel senso più di “centro giovanile”, cioè di una proposta significativa per i giovani e per i giovani adulti di un territorio specifico. Non parlo di oratorio come semplice spazio ludico, e neppure come spazio dedicato alle proposte estive o ambiente di accoglienza di diverse esperienze come la catechesi o le varie associazioni. Tutte cose che non dobbiamo perdere, evidentemente, ma che non sono propriamente il cuore pulsante dell’oratorio.
    Questo cuore pulsante lo vedo nel far fiorire al centro di ogni oratorio, come sua vera e propria anima, uno spazio in cui sia possibile vivere esperienze di vita comune così come sono state sognate dai Padri sinodali e raccolte nel n. 161 del Documento finale da loro approvato il 27 ottobre 2018.
    Mentre mi sto cimentando in questa postfazione, qualche giorno prima di Natale, mi hanno chiamato dalla portineria della casa salesiana in cui vivo, e una suora apostolina – con la tipica delicatezza e gratuità femminile – è venuta per portarmi gli auguri di Natale, regalandomi alcune copie del piccolo calendario da scrivania che ogni anno preparano per i loro amici e benefattori. Nella pagina di copertina c’è questa frase: “Chi sogna migliora il mondo”. Mi permetto allora di concludere con qualche sogno.
    Sogno che ogni oratorio della Diocesi di Milano – forse non proprio tutti, ma che almeno in ogni “comunità pastorale” ce ne possa essere uno di riferimento come espressione dell’attenzione specifica al mondo giovanile – offra esperienze di vita comune così come sono proposte in questa ricerca, che nella terza parte si fanno molto concrete e attuabili, proprio perché sono nate da esperienze vissute in prima persona o accompagnate da vicino da parte di don Samuele.
    Sogno che questa non sia semplicemente la sensibilità o magari il pallino di don Samuele, ma che la questione della vita comune entri nella progettualità istituzionale della Diocesi di Milano, tocchi il cuore dei Parroci, conquisti i desideri dei giovani presbiteri della Diocesi, entri nel seminario come pratica presentata, valutata e rilanciata.
    Sogno che la vita comune sia posta con forza all’attenzione di tutti da parte di chi è chiamato al servizio dell’autorità nella Diocesi di Milano. La storia dell’oratorio ambrosiano e lombardo in genere è una storia che ha avuto nel governo della Diocesi una forte spinta e un grande appoggio istituzionale, perché si tratta innanzitutto di un oratorio “parrocchiale”, prima che “carismatico”. Invece, per esempio, quello di don Bosco fu un oratorio che si è sviluppato in forma parallela – e a volte decisamente anche in contrasto – rispetto all’istituzione ecclesiastica del tempo: era parrocchia per i giovani senza parrocchia e famiglia per i giovani senza famiglia. Al contrario, l’oratorio ambrosiano ha sempre avuto nell’istituzione ecclesiale un supporto, nei suoi uomini di governo una spinta, nei responsabili locali della comunità cristiana una custodia. Certamente, ne sono certo, tutto ciò avverrà anche in questa stagione.
    Perché per concludere, mi pare, quella della vita comune – per dirla con il linguaggio dell’Avvento – è un fiore che assicura frutti, iniziativa che promette futuro, pratica che profuma di rinnovamento. Dice senza mezze parole che le cose nuove del nuovo secolo stanno finalmente germogliando. E ne siamo tutti felici.

    NOTE

    1 Professore Ordinario di Teologia pastorale e Pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana, Direttore della Rivista Note di pastorale giovanile, Segretario Speciale del Sinodo sui giovani, Consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi.
    2 Gaudium et spes, n. 44.
    3 Le 88 proposte, ordinate sia numericamente che tematicamente, si possono trovare alla pagina dedicata al Sinodo sui/dei giovani nel sito istituzionale della Rivista “Note di pastorale giovanile” (cfr. punto n. 6: Ricadute): http://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11611&Itemid=1081 (visto il 23 dicembre 2020).
    4 Documento finale, n. 3.
    5 Documento finale, n. 161.
    6 Documento preparatorio, II,3.
    7 A questo proposito si può vedere, sinteticamente, il recente Dossier del mese di gennaio 2021 della Rivista “Note di pastorale giovanile”: M. FALABRETTI (ed.), Inizia il nuovo secolo, in «Note di pastorale giovanile» 1 (2021) 13-50.
    8 Amoris laetitia, n. 87.
    9 Instrumentum laboris, n. 178.
    10 Documento finale, n. 138.
    11 Cfr. M. VOJTÁŠ, Progettare e discernere. Progettazione educativo-pastorale salesiana tra storia, teoria e proposte innovative, LAS, Roma 2015, 241-244. Il principio inside-out «proclama la logica del cambiamento diffondentesi dal piccolo al grande, dalla persona al gruppo e ai sistemi più grandi. Se non si può implementare una progettazione integrale a livello dell’opera in una logica del management dell’intero sistema, si possono creare anche strutture di apprendimento parallele che favoriscano la maturazione delle persone nelle virtù processuali con una logica della leadership delle persone» (ivi, 314).
    12 Su questo tema del ripensamento dell’oratorio rimando a un mio recente contributo che fa il punto sulla situazione: Valdocco oggi. Quale oratorio per il terzo millennio? contenuto in R. SALA, Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo. Educare ancora alla vita buona del Vangelo, LDC, Torino 2020, 519-542.



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