Qoèlet: Il filosofo disincantato
Alla ricerca del senso in un mondo assurdo
La voce nell'aria silenziosa
Non inizia con una preghiera o con una promessa. Inizia con un sospiro che sembra gravare su ogni parola che seguirà. Una voce, un tono, un respiro profondo che precede un verdetto: "Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità".
Questa non è la voce di un profeta che tuona dal deserto, né di un sacerdote che istruisce dal tempio. È la voce di un uomo che siede forse su un trono – "Figlio di Davide, re in Gerusalemme" – o forse è solo una finzione letteraria. È la voce di un pensatore che ha osservato la vita da ogni angolazione possibile, ha sperimentato ogni piacere, ha accumulato ogni sapere, e ha tratto una conclusione sconcertante: tutto è hevel.
Hevel. La parola ebraica che le nostre Bibbie traducono con "vanità" è sfuggente, come il suo significato. Significa vapore, soffio, alito. Qualcosa di evanescente, inafferrabile, che appare per un istante e svanisce. Inutile, assurdo, effimero. È la parola-martello con cui Qoèlet frantuma ogni certezza.
L'esperimento totale
Qoèlet non è un cinico che parla a caso. È uno scienziato dell'esistenza. Il suo metodo è l'esperienza diretta, la ricerca sul campo. Si è dedicato a un esperimento totale, ha messo alla prova ogni strada che l'uomo ritiene possa condurre alla felicità e al senso.
• La saggezza: "Io, Qoèlet, sono stato re d'Israele in Gerusalemme e ho deciso di investigare e esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo". Ha accumulato conoscenza, ha studiato, ha categorizzato. Conclusione? "Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, accresce il dolore". La conoscenza non placa l'ansia di vivere; anzi, acuisce la percezione dell'assurdo.
• Il piacere e l'edonismo: "Ho detto in cuor mio: «Su, ora ti metterà alla prova con la gioia: gusterai il piacere!»". Si è costruito palazzi, si è procurato cantanti e cantatrici, ha accumulato ricchezze, ha bevuto vino in abbondanza. Non si è negato nulla. Conclusione? "Ma ecco, anche questo era vanità". Il piacere è fugace, satura, lascia un retrogusto di vuoto. È un "correre dietro al vento".
• Il lavoro e il successo: "Io ho intrapreso opere grandi: mi sono costruito case, mi sono piantato vigne... ho accumulato argento e oro". Ha lavorato con fatica immane, ha costruito un impero. Conclusione? "Poi mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto e la fatica che avevo durato per realizzarle; ed ecco, tutto era vanità e un correre dietro al vento". Ciò che costruisci, un altro lo erediterà. Forse un saggio, forse uno stolto. Non sta a te deciderlo. L'ansia del risultato è un peso insopportabile.
• La ricchezza e il potere: Ha osservato che sotto il sole non conta la giustizia, ma il caso. Il potere spesso è dalla parte del torto. "Ho visto ancora sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra... ma il tempo e il caso governano ogni cosa". L'uomo non è padrone del suo destino. La ricchezza può svanire in un istante, e chi l'ha accumulata se ne va come è venuto: "Nudo uscì dal seno di sua madre, e nudo vi ritornerà".
Ogni strada si rivola un vicolo cieco. Ogni certezza si dissolve. Qoèlet demolisce sistematicamente i pilastri su cui l'uomo costruisce la sua vita: il successo, il sapere, il piacere, la giustizia. Tutto è hevel.
Il tempo e la morte
Al centro della sua riflessione c'è l'orologio inesorabile del tempo e l'ombra onnipresente della morte. Il celebre poemetto del capitolo 3 ("C'è un tempo per nascere e un tempo per morire...") non è un inno alla bellezza della vita, come spesso viene frainteso. È un elenco glaciale, quasi meccanico, di opposti che si annullano a vicenda. C'è un tempo per ogni cosa, sì, ma questo tempo non è nelle mani dell'uomo. È un ordine cosmico che ci sovrasta e ci rende burattini.
E sopra a tutto, la morte, il grande livellatore. "La sorte degli uomini e la sorte delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; hanno tutti uno stesso soffio... Tutti vanno in un unico luogo: tutti vengono dalla polvere e tutti ritornano alla polvere". Per Qoèlet, questa è la tragedia suprema. La saggezza non ti salva dalla morte. Il lavoro non ti salva dalla morte. Il piacere non ti salva dalla morte. Tutto è reso insignificante dall'unico fatto certo: finirà.
La gioia possibile nel "nulla"
Se Qoèlet fosse solo questo, sarebbe il più cupo dei nichilisti. Ma non lo è. La sua genialità sta nel trarre, dalle macerie di ogni certezza, un invito sorprendente alla gioia. Poiché tutto è hevel, poiché nulla è nelle tue mani, poiché il domani è incerto, l'unica saggezza possibile è abbandonare l'ansia di controllo e godere dei piccoli doni semplici che Dio elargisce qui e ora.
È un invito che risuona come un ritornello liberatorio:
• "Non c'è nulla di meglio per l'uomo che mangiare, bere e godersi il frutto della sua fatica".
• "Ecco, quello che io ho visto di meglio è che si mangi e si beva e si goda del bene in tutta la sua fatica".
• "Va', mangia con gioia il tuo pane e bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere".
Questa non è l'esortazione di un edonista. È la conclusione profondamente religiosa di un uomo che ha capito che il senso non sta nel risultato finale (che è la morte), ma nel gesto quotidiano, santificato dall'accettazione della sua precarietà. Il mangiare, il bere, il godersi il lavoro, l'amore per la propria moglie ("Godi la vita con la donna che ami") non sono più "corse al vento", diventano atti di ricezione grata di un dono. L'unica risposta all'assurdo è la gratitudine per il momento presente.
Cosa dice Qoèlet a un giovane di oggi?
Qoèlet è incredibilmente moderno. Parla alla generazione che ha smantellato le grandi narrazioni, che vive nel "disincanto" postmoderno, sommersa dall'ansia da prestazione e dalla paura del futuro.
• Alla generazione dell'"burnout" e della "performance": Qoèlet è il terapeuta che ti disintossica dal mito del successo. Smaschera l'ansia da curriculum, la trappola del "diventare qualcuno", la tirannia del merito. Dice: "Tutta la tua fatica per cosa? Per accumulare cose che non potrai portare con te?". Invita a un rapporto più sano con il lavoro: non come idolo che dà identità, ma come attività il cui frutto va goduto nel presente.
• Alla generazione dell'"FOMO" (Fear Of Missing Out): Ha provato tutto per te. E ti assicura: il piacere fine a sé stesso non sazia. La corsa all'esperienza estrema, al divertimento continuo, è un inseguimento di vento. La vera gioia è più semplice, più quieta, più quotidiana.
• Alla generazione dell'incertezza e dell'ansia climatica/sociale/economica: Qoèlet legittima la tua sensazione che il mondo sia assurdo e ingiusto. "Sotto il sole" – nel regno dell'umano – la giustizia spesso non trionfa. I malvagi prosperano, i giusti soffrono. La sua non è una rassegnazione passiva, ma un realismo che libera dall'illusione di poter controllare tutto. Invita a concentrarsi non sul cambiare il mondo intero (impresa hevel), ma sul vivere con giustizia e godimento nel proprio piccolo ambito.
• Alla generazione della ricerca spirituale: Qoèlet non è un ateo. È un credente disilluso. Il suo è un grido a Dio partendo dall'assurdo dell'esistenza. La sua fede non è fatta di risposte facili, ma di domande brucianti. Onora l'intelligenza del dubbio. Dice che si può avere fede nonostante il non-senso, accettando che la mente umana non può comprendere il disegno totale di Dio ("Non puoi capire l'opera di Dio"). È un invito a una fede più matura, meno infantile, che si fa spazio dentro il mistero.
• All'influencer sempre connesso: Il suo messaggio è rivoluzionario: "Godi della luce del sole". Disconnetti. Guarda il mondo. Assapora il pasto. Sii presente. L'unico momento che hai è adesso. L'unico dono che hai è questo. Non sprecarlo inseguendo un futuro che non ti appartiene.
Qoèlet, in definitiva, è il maestro del desiderare meno per godere di più. La sua non è una filosofia della disperazione, ma della liberazione. Libera dall'idolatria del successo, del sapere, del piacere e del controllo. Ci consegna nudi e tremanti di fronte all'enigma della vita, ma con un unico, potentissimo consiglio: poiché tutto è soffio, affida il tuo soffio a Dio e impara a godere, con umile gratitudine, dei semplici, splendidi doni di ogni giorno. È la più antica e potente ricetta per la pace interiore.




















































