Umberto De Vanna
(NPG 2022-02-6)
C’è chi ha esultato all’uscita del Motu proprio Antiquum Ministerium, avendola vista come un‘occasione per rilanciare la figura del catechista. In realtà poche sono state finora le occasioni significative e le decisioni prese per rifletterci e per valorizzarne la presenza nelle comunità. Tutto sembra procedere nella solita prassi consolidata e tranquilla, dopo il periodo forzato del lockdown.
Nel Motu proprio non si parla espressamente dei giovani catechisti, ma non si può negare che la forte sottolineatura vocazionale a cui i catechisti più determinati sono invitati a fare propria, può coinvolgere probabilmente più da vicino proprio i più giovani, che – al di là della scelta di accedere al ministero di catechista – sono chiamati a coglierne l’appello, quello di dare forma più continuativa e qualificata al proprio servizio nella catechesi. Afferma infatti papa Francesco al numero 8 del Motu proprio: «Questo ministero possiede una forte valenza vocazionale. È bene che al ministero istituito di Catechista siano chiamati uomini e donne di profonda fede e maturità umana, che abbiano un’attiva partecipazione alla vita della comunità cristiana, che siano capaci di accoglienza, generosità e vita di comunione fraterna, che ricevano la dovuta formazione biblica, teologica, pastorale e pedagogica per essere comunicatori attenti della verità della fede, e che abbiano già maturato una previa esperienza di catechesi». Parole che riassumono nel modo migliore le competenze e le qualità richieste ai catechisti, e che nello stesso tempo diventano un esplicito appello e l’indicazione di un programma di qualificazione per quelle comunità parrocchiali e quegli oratori che hanno scelto di mettere nelle mani dei più giovani l’impegno di formare i ragazzi alla vita cristiana e alla preparazione dei sacramenti dell’iniziazione.
ATTUALE ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA VERSO I GIOVANI CATECHISTI
Il recente Direttorio Catechistico prende atto e sottolinea in alcuni passaggi il fatto positivo che il servizio catechistico sia assunto anche dai giovani, che per una maggior vicinanza esperienziale all’età dei ragazzi si troverebbero in una posizione privilegiata. Così al numero 129: «In modo particolare è da apprezzare la presenza di giovani catechisti, che portano un contributo speciale di entusiasmo, creatività e speranza. Essi sono chiamati a sentirsi responsabili nella trasmissione della fede».
Papa Francesco sin dall’Evangelii gaudium esprimeva già il suo compiacimento nei confronti di quei giovani che si rendono testimoni della fede: «Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!» (106). Stesso entusiasmo nella Christus vivit: «I giovani sono capaci di guidare altri giovani e di vivere un vero apostolato in mezzo ai propri amici» (219).
Ancora nella Evangelii gaudium, papa Francesco fa pensare ai giovani catechisti, quando estende senza misura la fascia di quanti sono chiamati a evangelizzare, senza dimostrare particolare preoccupazione per il loro livello di qualificazione: «In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare a uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto a ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù “per la parola della donna” (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, “subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio” (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?» (120).
Riferendosi infine esplicitamente ai giovani nella Christus vivit riconosce realisticamente le qualità dei giovani e accoglie le loro competenze, orientate per lo più nell’ambito dell’animazione, in settori e modalità per così dire non esplicitamente catechistiche, ma che possono aprire al primo annuncio di un cammino di fede: «Confido nella capacità dei giovani stessi, che sanno trovare le vie attraenti per invitare. Sanno organizzare festival, competizioni sportive, e sanno anche evangelizzare nelle reti sociali con messaggi, canzoni, video e altri interventi. Dobbiamo soltanto stimolare i giovani e dare loro libertà di azione perché si entusiasmino alla missione negli ambienti giovanili. Il primo annuncio può risvegliare una profonda esperienza di fede durante un “ritiro di impatto”, in una conversazione al bar, in un momento di pausa nella facoltà, o attraverso una delle insondabili vie di Dio. Ma la cosa più importante è che ogni giovane trovi il coraggio di seminare il primo annuncio in quella terra fertile che è il cuore di un altro giovane» (210).
LA CATECHESI DEI RAGAZZI NELLE NOSTRE PARROCCHIE E ORATORI
Che la catechesi dei ragazzi oggi sia affidata quasi di preferenza ai giovani animatori dell’oratorio, non è una novità. Sin dagli anni preconciliari la catechesi in alcune associazioni e movimenti giovanili è stata condotta nella modalità associativa, pur ispirandosi sempre agli orientamenti catechistici generali. Così per esempio nell’Azione cattolica e negli Scout e in altri movimenti ecclesiali e associazioni. Una catechesi accolta e riconosciuta come cammino legittimo di avviamento alla vita cristiana e alla celebrazione dei sacramenti. In tutti questi casi è stata normalmente condotta da giovani animatori, anche se la preparazione e la celebrazione dei sacramenti veniva seguita e programmata da vicino dai parroci o dall’assistente spirituale.
Si sa che oggi la catechesi parrocchiale è in gran parte affidata a catechisti adulti, spesso non più giovanissimi, ma quando la parrocchia è dotata di un oratorio e con animatori abbastanza stabili, è diventato normale affidare a loro la catechesi dei ragazzi della seconda fascia di età, dalla quinta elementare in poi, vale a dire gli anni che seguono la celebrazione della prima Comunione. E sono loro a occuparsi insieme al parroco della preparazione e della celebrazione della Cresima.
Di fatto questa scelta è però soggetta a giudizi contrastanti. La mamma di un ragazzo che frequenta con entusiasmo la catechesi tenuta dai giovani della sua parrocchia, esprime così le sue perplessità: «Io non ho mai visto dei ragazzi andare così volentieri al catechismo! Sono impazienti di scappare di casa ogni sabato pomeriggio. Ma mi accorgo che in gran parte tutto sembra ridursi a gioco e a poco catechismo. Quanto ai loro animatori, ricordo che quando hanno organizzato un incontro in preparazione alla Cresima seguito dalle confessioni, nessuno di loro ha dato l’esempio e si è confessato».
Perplessa anche una catechista: «Nella nostra parrocchia da parecchi anni la catechesi è stata affidata agli animatori dell’oratorio, anche a causa della mancanza di catechiste/i. Però mi accorgo che questi animatori non partecipano alla vita della comunità. Sono rinchiusi nel loro gruppo, si impegnano per preparare le attività ludiche dell’oratorio, ma non si capisce se e come avvenga la loro formazione. Di fatto né loro (salvo eccezioni), né i ragazzi partecipano regolarmente alla messa, se non in occasione di qualche festa e per qualche incontro speciale della comunità».
Un parroco riassume anche lui le problematiche legate a questa scelta: «La presenza dei giovani animatori offre aspetti positivi attraverso l’animazione, che però facilmente si protrae in un tempo squilibrato, lasciando poco spazio all’annuncio catechistico, affidato poi spesso a un adulto dell’equipe. Solo pochi animatori maturano di fatto competenze in catechesi, riuscendo a coniugare animazione e annuncio, nel caso che abbiamo assimilato i contenuti dell’esperienza cristiana e vivano un cammino di spiritualità».
Ma un altro parroco esprime senza riserve la sua piena approvazione, motivandola così: «A me interessa è che i ragazzi facciano una bella esperienza di gruppo nei primi anni di catechismo, che partecipino volentieri. Avranno tempo tutta la vita, se vorranno, per ricevere e approfondire gli altri contenuti della nostra fede».
Una parrocchia di Torino con una trentina di adulti ben organizzati nell’attività catechistica, ha voluto fare consapevolmente e in modo organizzato la scelta di affidare ai giovani animatori dell’oratorio la catechesi dei ragazzi che si preparano alla Cresima e hanno realizzato dei gruppi affidati alle catechiste – che già hanno accompagnato i ragazzi nella catechesi fino alla celebrazione della prima Eucaristia – e insieme ai giovani animatori. L’esperienza ha determinato subito l’abbandono di alcune catechiste, che non hanno accettato questa gestione condivisa, ma anche l’abbandono da parte di molti ragazzi, che, forse influenzati dalle famiglie, si sono sentiti più liberi, o forse perché si vedevano meno protetti in questi gruppi gestiti prevalentemente dai giovani. L’incaricato dell’oratorio di questa parrocchia giustifica così la scelta fatta e spiega come è stata condotta l’esperienza: «L’itinerario catechistico non si risolve solo nella trasmissione di contenuti, ma si propone l’obiettivo di far crescere integralmente i ragazzi inserendoli nella comunità cristiana. Questa comunità cristiana a misura di bambino e di ragazzo per noi si chiama oratorio, ambiente in cui si può realizzare sia il cammino catecumenale che quello mistagogico del dopo Cresima. È chiaro che più i bambini crescono, più sentono il bisogno di avere come interlocutori privilegiati i giovani e alcuni di questi si sono dati disponibili. Essi possiedono competenze di dinamica di gruppo e sono inseriti anch’essi in un cammino cristiano fatto di incontri periodici, presenza all'Eucarestia domenicale e a momenti forti vissuti con giovani di altre parrocchie e altri oratori. Io poi li incontro periodicamente e presento i contenuti da trasmettere, invitandoli a vivere in prima persona quanto comunicheranno. L’équipe dei giovani si ritrova per elaborare le metodologie e i tempi dell’animazione e della catechesi. La catechista, che finora ha accompagnato i ragazzi nel cammino catechistico precedente, è inserita nell’equipe e si rende disponibile a mantenere un rapporto più stretto con i genitori, ai quali periodicamente gli animatori presentano il percorso fatto e da fare. Uno dei problemi è indubbiamente l’età degli animatori, che, se sono giovanissimi hanno la possibilità di una presenza costante, se invece sono universitari non sempre è facile per loro far coincidere gli orari di studio con quelli degli incontri dei ragazzi e non possono sempre offrire continuità.
LA FORMAZIONE DI GIOVANI CATECHISTI
Come abbiamo già detto, il Direttorio Catechistico si esprime a favore dei giovani catechisti, ma nello stesso tempo chiede che siano adeguatamente formati. Afferma: «Va valorizzato l’apporto, creativo e corresponsabile che i giovani stessi danno alla catechesi. Il servizio catechistico ai più piccoli è una provocazione alla loro stessa crescita nella fede. Ciò invita la comunità cristiana a curare particolarmente la formazione dei giovani catechisti: Come hanno detto come hanno detto i vescovi italiani nell’Assemblea ordinaria dell’ottobre 2018: “Si rende necessario anche un rinnovato impegno per i catechisti, che spesso sono giovani a servizio di altri giovani, quasi loro coetanei. È importante curare adeguatamente la loro formazione e fare in modo che il loro ministero sia maggiormente riconosciuto dalla comunità”» (255).
In Antiquum ministerium, istituendo il ministero del catechista, papa Francesco affermando, come abbiamo ricordato, la forte valenza vocazionale del servizio catechistico, delinea un quadro completo delle competenze personali e metodologiche a cui sono chiamati i catechisti: «È bene che al ministero istituito di catechista siano chiamati uomini e donne di profonda fede e maturità umana, che abbiano un’attiva partecipazione alla vita della comunità cristiana, che siano capaci di accoglienza, generosità e vita di comunione fraterna, che ricevano la dovuta formazione biblica, teologica, pastorale e pedagogica per essere comunicatori attenti della verità della fede, e che abbiano già maturato una previa esperienza di catechesi. E che siano fedeli collaboratori dei presbiteri e dei diaconi, disponibili a esercitare il ministero dove fosse necessario, animati da vero entusiasmo apostolico».
Il cammino formativo proposto dal Direttorio
Tenendo conto di ciò che si legge nel nuovo Direttorio per la catechesi al n. 113, ecco qual è il cammino formativo proposto ai catechisti:
1. Il catechista testimonia la propria fede e fa memoria della storia della salvezza.
Sperimentando la bontà e la verità del Vangelo nel suo incontro con la persona di Gesù, il catechista custodisce, nutre e testimonia la vita nuova che ne deriva e diventa segno per gli altri. La fede contiene la memoria della storia di Dio con gli uomini. Custodire questa memoria, risvegliarla negli altri e metterla al servizio dell’annuncio è la vocazione specifica del catechista. La testimonianza della vita è necessaria per la credibilità della missione. Riconoscendo le proprie fragilità dinanzi alla misericordia di Dio, il catechista non smette di essere il segno della speranza per i fratelli.
2. Il catechista è un maestro e un mistagogo che introduce nel mistero di Dio, rivelato nella Pasqua di Cristo.
In quanto icona di Gesù Maestro, il catechista ha il duplice compito di trasmettere il contenuto della fede. È chiamato ad aprire alla verità sull’uomo e sulla sua vocazione ultima, comunicando la conoscenza di Cristo e, nello stesso tempo, a introdurre nelle varie dimensioni della vita cristiana, svelando i misteri della salvezza contenuti nel deposito della fede e attualizzati nella liturgia della Chiesa.
3. Il catechista accompagna ed educa coloro che gli sono affidati dalla Chiesa.
È un esperto nell’arte dell’accompagnamento, ha competenze educative, sa ascoltare ed entrare nelle dinamiche della maturazione umana, si fa compagno di viaggio con pazienza e senso della gradualità, nella docilità all’azione dello Spirito, in un processo di formazione, aiutando i fratelli a maturare nella vita cristiana e camminare verso Dio. Il catechista, esperto in umanità, conosce le gioie e le speranze dell’uomo, le sue tristezze e angosce (cf GS 1) e sa porle in relazione con il Vangelo di Gesù.
Altri riferimenti formativi
A questi tre ruoli centrali del catechista indicati dal nuovo Direttorio, sulla stessa linea aggiungiamo altre considerazioni formative, applicandole più direttamente ai giovani catechisti.
Il catechista racconta e testimonia la propria esperienza di fede.
Il catechista parla come cristiano e dice: «Io credo» e insieme esprime la sua esperienza e la fede da cui è animato: «Io credo che Gesù è il Figlio di Dio, che è venuto a dirci qualcosa di molto importante: Dio ci ama e ci considera come suoi figli. Quando dico il Padre nostro mi rivolgo a Dio come a un Padre: sono veramente suo figlio». Spesso sono i ragazzi stessi che lo provocano a dire la sua fede: «Ma tu, in che cosa credi?».
Come i due discepoli di Emmaus, il catechista racconta ciò che gli è accaduto lungo le strade della sua esistenza, incontrando il Cristo vivente. Racconta come l’altro giorno ha visto Dio passare a casa sua e fargli visita per annunciargli una grande gioia. Racconta come ha trovato Dio sulle pagine del giornale che stava leggendo, aprendo a caso una finestra, ascoltando il racconto di un gesto coraggioso di amore.
Il catechista è un testimone qualificato di Gesù, il segno che Gesù è vivo oggi e opera ancora. Così la sua testimonianza viene accolta, proprio come afferma l’Evangelii Nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni. C’è forse in fondo una forma diversa di esporre il Vangelo che trasmettere ad altri la propria esperienza di fede? Il mondo reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscono e che sia loro familiare, come se vedessero l’Invisibile» (46,76).
Il catechista accompagna e orienta i ragazzi che gli sono affidati.
Educare non è condizionare, non è plagiare, non è imporre. Il cristiano che serve i suoi fratelli, come fa il catechista nell’azione catechistica, non è tanto uno che guida gestendo in proprio la crescita umana e cristiana dei ragazzi; è piuttosto fondamentalmente un accompagnatore. Chi guida veramente è lo Spirito Santo; il catechista, insieme con ciascun ragazzo, si lascia guidare dallo Spirito all’ascolto dell’unico grande Maestro, che abita il nostro cuore: Gesù, il Signore. Il catechista, con la sua esperienza umana e di fede, richiama alla mente le parole impegnative di Gesù, incoraggia, sostiene, accompagna. Accompagnare vuol dire andare da qualche parte insieme a qualcuno. Il catechista ha una meta condivisa con i propri ragazzi. Accompagnare comporta anzitutto e soprattutto condividere. E ciò comporta fiducia reciproca, confidenza.
Accompagnare vuol dire mettersi in cammino, non essere arrivati. Il catechista rimane un “ricercatore” di Dio ed è lui che si arricchisce per primo di ciò che scopre insieme ai suoi ragazzi.
Il catechista è un confidente. I ragazzi hanno fiducia in lei (in lui) e possono confidarle anche cose intime: situazioni delicate, preoccupazioni, problemi. «Mio fratello più grande è cattivo con me: non mi lascia più entrare nella sua camera e non vuole più imprestarmi i suoi giochi»; «Mia mamma è all’ospedale».
Il catechista è il primo amico adulto dei ragazzi. Si sente sempre vicino a loro, e li ama come un fratello o una sorella maggiore. Dice in modo convincente: «Insieme faremo un bel gruppo!».
È un amico adulto che non appartiene né all’ambito della famiglia né a quello della scuola, e con il quale essi possono stringere vincoli di confidenza: «Ciao, Adriano! Come è andata la tua partita al pallone?». «Non ho potuto vedere l’ultimo episodio di... Raccontamelo!».
Il catechista sa quindi essere vicino ai ragazzi: egli fa tifo per loro ed essi fanno tifo per lui. Incoraggia e stimola i ragazzi. Si preoccupa di avvicinare ciascuno in quello che è e che vive. Aiuta ogni ragazzo a progredire nella sua vita umana e cristiana. «Bravo, Mirko, hai letto molto bene!». «Chi sa rispondere a Sofia?». «Posso insegnarvi a trovare un passo nella Bibbia». «E tu, cosa fai per far pace con tuo fratello, tua sorella, i tuoi amici?».
Il catechista pratica la dinamica di gruppo e si coordina con la comunità.
Parlando della catechesi, quella vissuta tra i ragazzi dell’iniziazione cristiana, è sempre più forte e attuale l’esigenza che il catechista abbia anche la capacità di acquisire le caratteristiche dell’animatore. Il termine “animatore” fa riferimento all’abilità di gestire un gruppo, una comunità. Il “catechista animatore” rende vivo e partecipe il proprio gruppo e lo mette in relazione con la comunità. Per questo:
– si confronta con gli altri catechisti e collabora con loro;
– partecipa alla progettazione e al coordinamento delle attività pastorali, portando in esse la sua sensibilità catechistica;
– dialoga assiduamente con i genitori dei ragazzi coinvolgendoli progressivamente in un cammino personale di fede;
– guida e avvia i ragazzi all’esperienza di gruppo, in oratorio o in istituzioni simili.
In questo modo è possibile e anche opportuno ipotizzare una nuova figura di “catechista dei ragazzi” che riprende e integra la figura tradizionale. Essa riassume in sé molteplici funzioni, non sempre gestendole tutte direttamente e in prima persona. È normale perciò la collaborazione con altri più specializzati in particolari ambiti formativi, operando però, sia lui che gli altri, in modo convergente, in vista della realizzazione dello stesso progetto formativo. Questa nuova figura di catechista dei ragazzi non è solo un sogno, costituisce già una realtà, sperimentale e limitata nel numero, ma promettente. Allo stato attuale della riflessione e dell’esperienza, si possono indicare come capacità caratterizzanti del catechista dei ragazzi le seguenti:
– la capacità di integrare la catechesi tradizionale in un vero e proprio cammino di iniziazione alla vita cristiana;
– la capacità di coinvolgere nel cammino di maturazione umana e cristiana dei ragazzi tutte le agenzie educative: famiglia, scuola, parrocchia;
– la capacità di educare i ragazzi all’appartenenza ecclesiale e di aprirli al contesto sociale in cui trovano collocazione la loro parrocchia e oratorio.
Il catechista sa che deve conquistarsi tutto e non abbandona nei momenti difficili.
È sempre più difficile il ministero a servizio dei più giovani, plasmati come sono da un ambiente culturale e sociale che non li rende disponibili e aperti alle proposte catechistiche. È difficile stare con loro senza demonizzare o rifiutare tutto ciò che vivono, cercando nello stesso tempo di dare spazio anche ai nostri valori e a una visione della vita illuminata dal Vangelo.
Ma come comportarsi in concreto? L’atteggiamento dovrebbe essere quello del “missionario”, di chi sa che deve conquistarsi tutto, dalla accettazione della propria persona, alla sintonia educativa. Ben convinti di essere utili quanto più loro non ne sentono il bisogno o non lo desiderano. Sapendo che tutto ciò che si riesce a trasmettere, nel gioco della loro libertà, può lasciare un segno positivo. Di qui il dovere di qualificarsi, di formarsi un bel carattere, accogliente e aperto, evitando di diventare aggressivi, polemici, amari, acidi, quando sfuggono e non rispondono a ciò che si fa per loro.
Senza dichiarare troppo in fretta bancarotta o pensarsi falliti, chiudersi in se stessi e limitarsi all’ordinaria amministrazione, aspettando solo che finisca l’anno catechistico.
Il criterio non può essere aziendale e non sarebbe possibile tracciare rigorosi bilanci per verificare se sono positivi. Perché il compito del catechista è quello di seminare, e i risultati non dipendono da lui e non sempre si vedono subito. Per questo rimane sereno quando ha fatto tutto ciò che gli era possibile davanti a Dio.
Un discorso a parte merita il dovere di intervenire anche sui genitori. I ragazzi, pur con le loro piccole ribellioni, sono quasi sempre lo specchio della loro famiglia, del clima che respirano in casa. Ma ogni intervento è sempre delicato e va concordato con l’équipe educativa e con il parroco, evitando risposte improvvise o dettate dall’impulso, soprattutto in quest’epoca di chat e social…
SPIRITUALITÀ DEL CATECHISTA
Anzitutto due premesse che fanno riferimento alla chiamata alla catechesi da parte di Dio e il riconoscimento di questo servizio da parte della Chiesa.
È il Signore che chiama
Giovani o adulti, chiamati al servizio della catechesi per la prima volta o da molti anni – e in qualunque modo sia avvenuta la loro chiamata – devono essere consapevoli che è ultimamente il Signore a chiamarli e a farli dono per la sua Chiesa. Per questo – superata la sorpresa e il timore di dire di sì – chi si decide per questo servizio compie una scelta importante nella comunità cristiana. «I catechisti laici non sono semplici esecutori, casualmente incaricati dal parroco di svolgere un qualsiasi servizio. Sono invece destinatari di una chiamata divina, radicata nel Battesimo e inserita nella Chiesa» (CEI, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana, 11). «Non si tratta di ricoprire in qualche modo dei vuoti pastorali, perché “Il catechista è consacrato e inviato da Cristo per mezzo della Chiesa” (RdC, n. 185). La chiamata che il Signore fa per il servizio alla sua Parola è un dono che il catechista riceve come specifica attuazione della vocazione battesimale. Propriamente non si sceglie di diventare catechisti, ma si risponde a un invito di Dio» (ib, 12).
Il «Mandato catechistico»
A inizio dell’anno catechistico, oggi è sempre più diffusa da parte delle diocesi la celebrazione del cosiddetto «Mandato dei catechisti». Nella cattedrale, durante la celebrazione eucaristica, il vescovo affida solennemente ai catechisti l’incarico di fare catechesi. Si tratta di un gesto che rende ben visibile la dimensione ecclesiale del servizio catechistico. Lo collega alla grande tradizione della Chiesa di cui i Vescovi sono fedeli responsabili della trasmissione della fede in quanto successori degli apostoli. Ma poi in una domenica d’inizio dell’anno catechistico, anche ogni parroco presenta alla comunità i suoi catechisti e affida a loro il Mandato.
Così pure, in una celebrazione eucaristica domenicale a prevalenza giovanile, viene presentato e ufficializzato il gruppo dei giovani animatori-catechisti, e si affida a loro la responsabilità di questo servizio all’oratorio, e lo si fa alla presenza dei ragazzi e delle loro famiglie.
La dimensione spirituale del servizio catechistico
Rivolgendosi alle catechiste e ai catechisti, i Vescovi italiani concludono così la loro Lettera per la riconsegna del «Documento di base» (1988): «Voi già lo sapete, non è principalmente la quantità del lavoro che fa crescere la comunità, ma la qualità: una Chiesa non la si organizza, ma la si genera con la fecondità dei carismi. E, fra tutti i carismi, quello della santità è il più fecondo. Al vigore del linguaggio, alla forza degli argomenti, alla efficienza delle strutture, la sensibilità dell’uomo contemporaneo può anche opporre resistenza: ma si arrende facilmente davanti ai segni della santità» (n. 14).
Quello dei vescovi è un pressante invito ai catechisti (e naturalmente a quanti sono impegnati nella loro preparazione) perché mettano al primo posto la crescita nella spiritualità, che deve perciò diventare l’obiettivo più importante e urgente nella loro formazione. È un appello che suona anche come richiamo opportuno nei confronti di un effettivo rischio nella formazione dei catechisti: privilegiare un certo “tecnicismo”, che non tiene sufficientemente conto della dimensione spirituale.
Un’esigenza sempre più sentita
È significativo che tale istanza sia condivisa dagli stessi catechisti, come viene espressa nella più recente ricerca sui catechisti (Catechisti oggi In Italia, Indagine Mixed Mode a 50 anni dal “Documento Base”, LAS 2021), in cui affermano la forte richiesta di una spiritualità che sia nutrita dalla Parola di Dio. Molti catechisti considerano la «scarsa formazione spirituale» come uno dei gravi limiti che è urgente superare. Anche per superare i momenti di stanchezza e di delusione, e il rischio della frustrazione. Osserva Rinaldo Paganelli nella stessa indagine: «Sorprende positivamente l’ampia quota di catechisti che dichiarano di attribuire alla spiritualità un valore centrale nella definizione della propria identità, anche per la difficoltà di intravedere nella società e a volte anche nelle comunità dei chiari indizi di questo fervore spirituale».
La spiritualità «specifica» del catechista
C’è dunque domanda di spiritualità; ma non di una spiritualità qualunque e a sé stante, disancorata dall’esperienza catechistica. Si tratta invece di una spiritualità concepita e vissuta nell’ottica di un inscindibile rapporto tra l’”essere” del catechista e il suo “fare”. In altre parole, si vuole catechizzare (iniziare altri alla vita cristiana) lasciandosi coinvolgere nel cammino catechistico, maturando personalmente nella vita cristiana.
Qualcuno potrebbe obiettare: «Perché una spiritualità “specifica” per il catechista, una spiritualità del catechista, se c’è già una spiritualità comune a tutti i cristiani?». E qualche altro potrebbe chiedere: «È davvero possibile configurare in modo convincente una spiritualità del catechista?».
Sappiamo che essere cristiani significa vivere nella comunione trinitaria: significa vivere una vita nuova in Dio Padre, inseriti nel mistero pasquale di Cristo morto e risorto, guidati e sostenuti dallo Spirito Santo. Ogni cristiano è tale a motivo del rapporto essenziale che ha con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: rapporto che si esprime nelle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Ed è precisamente nel vivere queste virtù che consiste la spiritualità cristiana, nata dalla fede e dal Battesimo, e corroborata dagli altri sacramenti. Questa è la spiritualità di base di tutti i battezzati. Ed essa evidentemente – nella sua sostanza – è valida anche per i catechisti.
Tuttavia su questa base comune possono innestarsi ed effettivamente si innestano diverse modalità di realizzazione. Questo anzitutto perché la proposta di vita, fatta da Gesù Cristo, è talmente ricca che nessuna persona e nessun gruppo sono in grado di esaurirla; è possibile solo una sua realizzazione parziale che – pur nella fedeltà alla proposta nel suo insieme – ne accentua l’uno o l’altro aspetto, dandone una versione particolare. Queste accentuazioni sono legate a uno speciale dono di Dio (carisma), al temperamento personale, all’educazione ricevuta, all’inserimento in un certo gruppo, all’appartenenza a una determinata epoca storica e a una specifica cultura.
Com’è noto, comunemente si parla di spiritualità di ordini e congregazioni religiose, di movimenti ecclesiali del nostro tempo; così pure di spiritualità sacerdotale, monastica, laicale, coniugale... È facile riconoscere che tra le molteplici e varie spiritualità può (e deve) esserci anche una spiritualità propria del catechista. Di essa cerchiamo di individuare i tratti specifici che la caratterizzano.
Fisionomia spirituale del catechista
I tratti essenziali che delineano la fisionomia spirituale del catechista sono in sostanza atteggiamenti e comportamenti legati alla sua missione, nascono da essa e sono ad essa orientati. Per questo il catechista è uno che, oltre a vivere le virtù teologali di fede-speranza-carità, oltre a coltivare lo spirito di preghiera e a vivere un’intensa vita liturgico-sacramentale, come ogni cristiano:
- vince la sua debolezza e impotenza umana nell’incontro con Dio; supera così la situazione paradossale in cui opera, data dalla enorme distanza tra il fine altissimo a cui tende (l’educazione alla vita cristiana dei ragazzi) e il suo ruolo, debole e strumentale;
- si pone in religioso e fedele ascolto della Parola, coniugando l’esperienza interiore del profeta e quella del discepolo;
- adempie il servizio della Parola in comunione profonda con la Chiesa di cui è fedele portavoce;
- ha una profonda ammirazione per la grandezza del messaggio cristiano e lo trasmette con zelo ardente e generoso, con entusiasmo e coraggio, con disponibilità verso tutti;
- si mette in sintonia con le ispirazioni dello Spirito Santo, Maestro interiore, da cui si lascia guidare, riconoscendo che è l’«agente principale dell’evangelizzazione» (Evangelii nuntiandi, 75);
- qualifica il suo servizio vivendolo in unione con la «spiritualità ecclesiale»;
- ha un grande attenzione alla realtà dei ragazzi, alla loro esperienza esistenziale e socioculturale. Si considera – nel rispetto della loro libertà – uno strumento per accompagnarli e orientarli sulla strada della fede.
Tonino Bello invitava i suoi catechisti, consapevoli della propria piccolezza, ma anche della bellezza e responsabilità del loro compito, a pregare così: «Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore. Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita. Ho paura, Signore, della mia povertà. Regalami perciò il conforto di veder crescere i miei ragazzi nella conoscenza e nel servizio di te, uomo libero e irresistibile amante della vita».









































