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    Sviluppo e rivoluzione: responsabilità dei cristiani



    José Ramos-Regidor  

    (NPG 1969-11-14)

    Le parole «rivoluzione», «violenza», «sviluppo», sono tra le più ricorrenti, oggi. Se ne fa un gran parlare, a tutti i livelli. I giovani, soprattutto, sono tra i più sensibili interlocutori.
    Spesso, però, il discorso ha movenze istintive: le posizioni precostituite determinano la valutazione di liceità e di opportunità.
    Chi accetta come dato di fatto inoppugnabile un certo status quo, è spesso per il pacifismo, ad oltranza. Chi si lascia trascinare dal turbinio delle situazioni o è suggestionato da fatti, dal peso opprimente dell'egoismo sociale, vende tutto il suo cuore alla rivoluzione.
    Il problema è certo molto meno semplicistico. Soprattutto se è riportato in termini di cristianesimo, nel conflitto quotidiano tra amore e impegno per gli altri; tra il «porgi anche l'altra guancia» e «io sono venuto a portare il fuoco»; tra verticalismo e orizzontalismo.
    A noi educatori tocca il difficile compito di guidare la ricerca della verità per e con i nostri giovani, anche su questo tema. Liberi da ogni strutturalismo prefabbricato, ma disponibili ai valori oggettivi.
    Per questo, abbiamo chiesto al nostro collaboratore Gian Mario Maulo di sintetizzare per Note di Pastorale Giovanile, una serie di studi che J. Ramos-Regidor ha già altrove pubblicato.
    L'A. stesso ha curato e approvato questa stesura.

    Il tema dei rapporti Chiesa-mondo si apre oggi a nuove prospettive e acquista un'urgenza corrispondente al ritmo con cui cammina la storia. Si tratta di identificare in tale rapporto le responsabilità e verificare l'efficacia della fede dei cristiani nei confronti del mondo e della storia.
    Nella Gaudium et Spes troviamo la prima formulazione sistematica della funzione umanizzatrice della Chiesa: è il segno di una nuova volontà di presenza al mondo; volontà ripresa nella Populorum progressio, che precisa e approfondisce il tema dello sviluppo come «nuovo nome della pace». Tra i molti problemi aperti, quello della rivoluzione e della violenza attende oggi una risposta urgente dalla riflessione teologica e dalla Chiesa «esperta in umanità».
    Qual è il compito dei cristiani di fronte alla promozione dello sviluppo e alla rivoluzione?
    «Rivoluzioni in atto o situazioni pre-rivoluzionarie interessano gran parte dell'umanità e i cristiani sono spesso incerti sull'atteggiamento da assumere: mettersi dalla parte degli oppressi e combattere l'ingiustizia per costruire un mondo più umano e fraterno  -  come è loro preciso dovere -, e questo fino ad usare la violenza, se i metodi non violenti a cui essi danno la precedenza risultassero inefficaci? Oppure, rinunciare a qualsiasi ricorso alla violenza - come sembrerebbe richiesto dal comandamento dell'amore fraterno -, esponendosi così al rischio di inefficacia della loro azione in favore della fraternità umana?».
    La riflessione teologica su tale compito, che accomuna cattolici e non cattolici, appare oggi decisiva, perché la relativa soluzione condizionerà nel prossimo futuro la forma e l'efficacia della presenza al mondo de i cristiani.

    IL PROBLEMA: SVILUPPO E RIVOLUZIONE

    Progresso, sviluppo e rivoluzione

    Precisiamo alcuni termini che costituiscono i cardini della nostra riflessione, enumerando i problemi connessi.
    - Quando parliamo di storia, la caratteristica che assume un rilievo speciale è la libertà con cui l'uomo va trasformando se stesso costruendo responsabilmente nel presente il suo futuro e quello del mondo.
    - Nell'ambito della storia si iscrive il progresso come movimento della civiltà verso una direzione desiderabile: esso implica non solo l'apparizione del «nuovo» nella storia, ma anche del «meglio» e si fonda sulla fiducia che la ragione possa perfezionare la vita umana. Ma quali criteri del meglio sono atti a caratterizzare un autentico progresso? Nelle diverse sfere di valori (economico, scientifico, tecnologico, politico-sociale, artistico, filosofico, morale, religioso) il senso e l'esistenza di un vero progresso è sempre e ugualmente rilevabile? Basta il progresso nell'ambito di una o più sfere di valori, in particolare per il nostro problema il progresso tecnico-scientifico, per promuovere una umanizzazione della società? Oggi si è più diffidenti di un tempo sul valore umanizzatore del progresso tecnico-scientifico; si è più coscienti cioè della sua ambiguità: gli uomini possono utilizzarlo responsabilmente per creare una società più umana, ma anche per disumanizzare la società.
    - Il termine sviluppo, in relazione con il progresso, designa lo «sforzo di ogni società per evolversi responsabilmente verso un livello più umano et adempiere la propria missione nella storia»: implica perciò la tensione verso un futuro migliore della società, un futuro più umano, non automaticamente assicurato; che esige nel presente l'impegno libero e solidale di tutti.
    Orbene, a proposito di questi fenomeni, ci si domanda quali relazioni intercorrano tra storia della salvezza e storia umana; quale senso abbiano per la fede cristiana la storia umana, il progresso, lo sviluppo dei popoli; quale debba essere l'atteggiamento del cristiano in quanto tale nei loro riguardi. Questi problemi poi coinvolgono quello del significato cristiano della libertà come capacità dell'uomo di creare la storia.
    - Per il termine rivoluzione è forse possibile cogliere un denominatore comune sotteso alle forme più varie che esso può assumere nei diversi contesti spazio-temporali, sociali e culturali. La rivoluzione sociale è descritta da un autore come «un cambiamento radicale e rapido delle strutture della società, prodotto con o senza la violenza, in ordine all'instaurazione di un ordine sociale migliore».
    Alcuni fenomeni rivoluzionari dell'ora presente si iscrivono in pieno nella nozione esposta: in particolare la rivoluzione industriale e tecnologica operata dal progresso tecnico-scientifico e la rivoluzione che ferve nel Terzo Mondo, legata allo sviluppo dei popoli poveri, e che coinvolge nell'urgente e rapido cambiamento sociale sia le strutture sociali politiche ed economiche, sia i valori culturali.
    Come realizzare una vera rottura con i modelli economico-politico-sociali del passato senza distruggere, con la violenza, gli stessi valori che la rivoluzione vuole promuovere? Qual è il significato della rivoluzione alla luce del Vangelo? È contraria al Vangelo oppure il Vangelo stesso la esige? Qual è la responsabilità e la missione del Cristianesimo come istituzione sociale e dei cristiani come tali nei riguardi della rivoluzione? Nei confronti dell'uso della violenza? Debbono tendere a «cristianizzare» lo sviluppo, e anche la rivoluzione quando è da esso richiesta? oppure debbono impegnarsi a mantenere il carattere autonomo e mondano di questi fenomeni storico-sociali? È indiscutibile che oggi sviluppo e rivoluzione rappresentano un segno dei tempi che la Chiesa e i cristiani devono interpretare alla luce del Vangelo, e che di fatto tale segno è sempre ambivalente, potendo essere una chiamata di Dio ma anche opporsi in parte a tale chiamata, dal momento che sviluppo e rivoluzione, come ogni realtà storica, sono segnati dal peccato.
    Perché possa comprendere tale segno la Chiesa dovrà operare una trasformazione ed un rinnovamento urgente per una fedeltà più profonda alla Parola e all'evento che le hanno dato origine e per una maggiore recettività che sarà proporzionata alla capacità di rinnovare forme storiche e caduche.

    Umanesimo tecnologico e umanesimo rivoluzionario

    Fonte e radice di ogni rivoluzione attuale sembra essere la rivoluzione tecnologica con lo sviluppo della cibernetica [1] e dell'automazione. Essa infatti cambia l'ordine sociale ed esige nuove forme di vita comune. La Chiesa è chiamata a interpretare e giudicare gli effetti di questa rivoluzione alla luce della volontà salvifica di Dio, sulla traccia di alcuni interrogativi essenziali di ordine tecnico, morale, teologico.
    La rivoluzione tecnologica è un fenomeno irreversibile? Porta con sé un'umanizzazione oppure una disumanizzazione dell'uomo e della società? Per risolvere i problemi sociali che essa genera è sufficiente una semplice evoluzione progressiva o si rende necessaria un'autentica rivoluzione sociale? È un fenomeno controllabile oppure tende a sfuggire al controllo degli uomini? E, soprattutto, quali relazioni ha questo progresso tecnico-sociale con il progresso della vita cristiana, con l'avvento del Regno di Dio? Qual è la responsabilità della Chiesa e dei cristiani nei riguardi di questo fenomeno? Qual è il fondamento teologico di tale responsabilità? La presa di coscienza di questi interrogativi ha avuto una tappa decisiva nella Conferenza Mondiale «Chiesa e Società» a Ginevra nel luglio 1966, organizzata dal Consiglio Ecumenico delle Chiese. Dall'insieme risultò abbastanza chiaro che l'amore cristiano deve essere un amore efficace che si esprima non solo da uomo a uomo, ma soprattutto attraverso le strutture. Le divergenze sorsero nel valutare l'apporto del progresso tecnico-economico. Per alcuni esso, se usato con intelligenza e responsabilità, sarebbe capace di liberare l'uomo, di umanizzare la società e di superare le ingiuste strutture attuali. Per altri invece la promozione della persona umana esigerebbe il mutamento radicale dello status quo attuale e l'instaurazione di un nuovo ordine politico-sociale, mediante la rivoluzione. Ai fautori di un umanesimo tecnologico e di un'etica della società responsabile, i rappresentanti dell'umanesimo rivoluzionario rimproverarono l'impossibilità di cambiare le strutture ingiuste e oppressive mediante un'evoluzione graduale e una retta conduzione del progresso tecnico-economico, dal momento che proprio le strutture politico-sociali, entro le quali questo processo oggi si sviluppa, rendono irraggiungibile un'esistenza veramente umana alla maggior parte dell'umanità.

    RESPONSABILITÀ DEI CRISTIANI NELLA COSTRUZIONE DELLA STORIA

    Per cogliere con esattezza quale sia la responsabilità dei cristiani di fronte a questo problema, si deve innanzitutto mettere in luce la dimensione sociale - e non puramente privata - della fede cristiana e di conseguenza precisare quale sia la missione della Chiesa e dei cristiani nella costruzione della storia presente.

    Dimensione sociale della fede cristiana

    La riflessione teologica attuale mostra un vasto accordo sulla necessità di accentuare la dimensione sociale come parte essenziale della fede e del compito dei cristiani. La responsabilità dei cristiani non si può infatti limitare alle relazioni personali: l'amore del prossimo deve penetrare e pervadere le strutture economiche, politiche, culturali, e cambiarle nella misura in cui esse non favoriscono la giustizia, la pace e la libertà umana. Per questo motivo sembra necessario dare un'apertura sociale a molta teologia che ancor oggi opera soltanto con le categorie individualistiche o appartenenti alla sfera apolitica dell'incontro io-tu. Su tale apertura sociale convergono la Gaudium et Spes, la Conferenza di Ginevra del 1966 e la Populorum progressio.
    Nella Bibbia è ampiamente riscontrabile il fondamento della dimensione sociale dell'impegno cristiano. Nell'Alleanza l'amore di Dio e l'amore dei fratelli sono due aspetti inseparabili dell'unico «sì» a Dio, il quale rifiuta un culto non sostanziato di giustizia e di rispetto degli altri. Nel Nuovo Testamento inoltre il vero amore ti Dio è quello che si rende efficacemente visibile nell'amore degli altri. «Il singolo può raggiungere Dio e incontrarsi con Lui in quanto accetta l'Alleanza che Egli ha contratto con il suo popolo e che è stata definitivamente suggellata dall'evento pasquale di Cristo. La stessa nozione biblica di redenzione, come quella correlativa di peccato, ha anche una dimensione storico-sociale o comunitaria, oltre a quella personale e individuale, che è il necessario presupposto dell'altra. Infatti, l'Alleanza che Dio offre agli uomini contiene la promessa di un futuro nuovo, di una "terra nuova nella quale abita la giustizia" (2 Pt., 3,13). Promessa che si intensifica con l'avvento definitivo del Regno di Dio che include la "liberazione dei figli di Dio", la loro piena riconciliazione con Dio, con gli altri e con se stessi (cf Rom., 8,21; Col., 1,20; Ef., 2,l4-16; ecc.). Il Regno di Dio quindi porterà con sé il trionfo definitivo della vera pace, giustizia e libertà: ma si va costruendo già adesso ogni giorno nella fedeltà all'Alleanza, nella responsabilità derivante dalla speranza che ci impegna a collaborare con tutta la creazione, la quale, mossa dallo Spirito, geme e partorisce già adesso il nuovo mondo, la progressiva liberazione dalla presente schiavitù» (cf Rom., 8,18-23).

    Impegno nella storia presente e missione della chiesa

    Parallelo all'impegno sociale è l'impegno storico. L'uomo sente di essere chiamato a dominare e trasformare responsabilmente il mondo, e, in rapporto con la Signoria di Dio, a collaborare con Cristo nel portare la creazione al suo testino ancora nascosto ti nuova creazione, usando delle sue capacità per rendere più umana la vita dell'umanità e diffondere la gloria di Dio.
    È in atto oggi, alla luce della teologia della creazione, una progressiva presa di coscienza da parte dell'umanità della propria responsabilità nei riguardi del mondo, che essa è chiamata a trasformare e controllare, orientando responsabilmente la propria storia e liberandosi dalle concezioni magiche, mitiche, ideologiche e falsamente «religiose» o sacrali del mondo.
    In tale contesto la Chiesa ha il compito di appellare al senso ti responsabilità degli uomini nei confronti del futuro del mondo, di testimoniare tale responsabilità, di impegnarsi nella costruzione della storia e di impedire e allontanare, mediante l'esercizio di una funzione critica, i pericoli di un'assolutizzazione del mondo e della storia che contraddirebbe alle aspirazioni originarie di un'autentica concezione della creazione: concezione che la affranca da ogni schiavitù, affidandola all'uomo e orientandola al di là della storia e attraverso la storia a Dio.
    È vero, il compito primario della Chiesa nel monto è quello ti annunziare e testimoniare visibilmente l'Alleanza con Dio, ma essa deve anche impegnarsi nell'ordine temporale rispettando l'autonomia ad esso propria e cercando la promozione ti tutto l'uomo e ti tutti gli uomini, affinché tutti possano ascoltare liberamente il messaggio dell'Alleanza.
    La Chiesa, imitando lo stile dell'incarnazione, dovrà liberare il monto tal peccato perché il mondo possa essere veramente mondo nel suo libero riferimento alla comunione e all'Alleanza con Dio, dovrà cioè liberare la creazione perché possa essere disposta all'Alleanza. Tale compito è richiesto dalla stessa missione specifica della Chiesa, che è la testimonianza e la costruzione dell'Alleanza dell'uomo con Dio.
    - Ma come la Chiesa e i cristiani devono impegnarsi nell'ordine della creazione, nella storia, ascoltando la chiamata di Dio che passa proprio attraverso la storia concreta del mondo e interpretando i segni dei tempi alla luce del Vangelo?
    Occorre innanzitutto deprivatizzare il Cristianesimo, restituire cioè al messaggio cristiano la dimensione pubblica e sociale. In secondo luogo occorre determinare il rapporto tra Chiesa e comunità sociale, cioè tra fede escatologica e prassi sociale.
    Come operare questo accorto tra la dimensione politico-sociale della fede cristiana e la dimensione escatologica?
    L'escatologia cristiana non può essere intesa nel senso di passiva e rassegnata attesa della Parusia di Cristo. Il Cristianesimo ci impegna in una fede e in una speranza escatologica che esigono nel presente la costruzione del futuro non solo per l'individuo ma anche per il mondo; un futuro che è oggetto della promessa divina e che si va realizzando in ogni decisione del presente in risposta all'appello ti Dio.
    «L'attesa di una terra nuova, ammonisce il Concilio, non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo» (Gaudium et Spes, n. 39).
    Anche alla Conferenza di Ginevra del 1966 si è sottolineata la dimensione escatologica del messaggio cristiano, non come fonte di assenteismo dall'impegno nella storia, ma come forza ispiratrice di tale impegno, giacché è nella storia che si va costruendo, benché in forma occulta e limitata, il futuro Regno escatologico.
    La responsabilità della Chiesa e dei cristiani nella costruzione del mondo consiste in definitiva in una funzione critica nei confronti di ogni assolutizzazione dello status quo come di ogni ideologia e utopia assoluta e intramondana, giacché l'universale e completa umanizzazione si avrà solo con la seconda venuta di Cristo. Ma tale responsabilità si deve necessariamente esprimere anche in una funzione costruttiva, nel superamento delle strutture ingiuste e oppressive e nella promozione di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.

    RESPONSABILITÀ DEI CRISTIANI DI FRONTE ALLA RIVOLUZIONE

    Amore cristiano, rivoluzione e violenza

    Sulla base di tali prospettive teologiche si va oggi delineando un passaggio da un'etica sociale dell'ordine costituito ad un'etica del cambiamento: passaggio cioè da una morale sociale statica e conservatrice, che considera lo status quo nel quadro di un ordine eternamente voluto e stabilito da Dio, a una morale dinamica, fondata sulla coscienza della responsabilità, dal Creatore stesso affidata all'uomo, di completare la creazione, di costruire e trasformare il mondo e le strutture sociali, facendole sempre più umane.
    La responsabilità dei cristiani nella trasformazione delle strutture economiche e politico-sociali porta ad affermare la loro responsabilità ti fronte alla rivoluzione quanto essa appaia l'unica via possibile per il superamento ti situazioni veramente ingiuste.

    - Ma proprio qui le divergenze tra i teologi acuiscono il problema.
    Si accetta la funzione critico-negativa nei confronti delle strutture sociali e della stessa rivoluzione segnata anch'essa dall'ingiustizia, ma si è esitanti di fronte alla funzione positiva dei cristiani nelle concrete situazioni rivoluzionarie, che pure possono essere occasione e segno della solidarietà cristiana e della testimonianza efficace dell'amore di Cristo e dei cristiani per tutti gli uomini. Quali sono i criteri prossimi che possono guidare i cristiani nell'esercizio della loro funzione profetica nei confronti dell'ordine costituito e della stessa rivoluzione? Debbono fare la rivoluzione gli stessi cristiani in quanto tali? Solo i laici o anche i sacerdoti? Come possono i cristiani impegnarsi nell'ordine politico-sociale evitando il rischio di assolutizzare o sacralizzare sia la rivoluzione sia l'ordine costituito? Sono problemi ancora aperti.

    - Le divergenze aumentano sul tema della violenza.
    Nella Conferenza di Ginevra 1966, in tema di funzione rivoluzionaria dell'umanesimo cristiano, l'orientamento comune era per l'accettazione di una rivoluzione attraverso l'umanesimo tecnologico capace, se ben orientato, di liberare l'uomo, e per l'esclusione di una violenza che distruggerebbe il sistema di produzione, causerebbe un impoverimento maggiore e potrebbe portare a situazioni irreparabili nell'era atomica. Ma non si esclude il ricorso alla violenza, limitata e controllata dal fine che si persegue, quando questa può apparire come l'unica possibilità aperta a coloro che vogliono evitare il prolungamento della violenza realmente esistente nell'ordine costituito.
    Rischio di tradire il fine da perseguire e pericoli di disastri più gravi da una parte, necessità di agire e dovere di dimostrare in modo efficace l'amore verso gli oppressi dall'altra, sono le due esigenze che nella pratica non sempre è facile concordare.

    - Possono i cristiani fare ricorso alla violenza e agire veramente in nome dell'amore cristiano?
    Possono controllare la portata delle rovine che essa reca con sé? Ma d'altro lato possono dire ti amare veramente il prossimo lasciando libero corso alla violenza, aperta o dissimulata, di certe strutture, all'oppressione degli innocenti che di fatto esiste nel mondo contemporaneo?
    Occorre specificare perciò il discorso sull'esercizio dell'amore nella storia e attraverso le strutture: un amore che deve essere efficace e può giungere ad essere rivoluzionario per combattere le strutture inumane del mondo attuale alla luce delle esigenze del Regno di Dio.
    * C'è chi afferma che il pacifismo è obbligatorio per tutti i cristiani per motivi di ordine pratico e di efficacia. Altri lo difende per motivi di ordine teologico-cristologico, in quanto i cristiani solo col pacifismo possono essere testimoni concreti della loro fede nella croce e nel sacrificio di Cristo. Altri propugnano l'azione non violenta che è insieme rivoluzione, testimonianza cristiana e azione profetica.
    * Una posizione più precisa e sfumata sembra essere quella assunta da Giulio Girardi. Egli manifesta una decisa preferenza per l'azione non violenta, con l'accettazione delle sue inevitabili lentezze, ma afferma la legittimità della violenza come soluzione estrema per bloccare un'azione violenta dalle conseguenze irreparabili.
    Si tratta di un'azione con un'efficacia oggettiva, un cambiamento radicale e reale delle strutture ingiuste che può richiedere anche una certa coazione, quando una piccola minoranza continua a limitare ingiustamente la libertà di un'immensa maggioranza. Si tratta di una vera lotta, di una vera azione rivoluzionaria, animata però non dall'odio ma dall'amore. L'azione non violenta è preferita perché essa ha un'efficacia rivoluzionaria unica, raggiungendo simultaneamente le strutture e le coscienze, e assicurando così una stabile e durevole trasformazione. Mentre la violenza può raggiungere scopi immediati soltanto e per di più con gravissimi rischi, dal momento che non raggiunge le coscienze, provoca devastazioni e rovine imprevedibili, scatena odi e rivalità che potrebbero sfociare in un'alienazione maggiore e in una dittatura.
    Ma la non violenza non può essere considerata come un principio assoluto e universale. Ci può essere infatti una violenza postulata dall'amore degli innocenti ingiustamente oppressi, anche se è molto difficile e relativo il giudizio concreto su tali situazioni e sulla vera efficacia dell'uso della violenza. La violenza in ogni caso potrà essere solo una soluzione estrema ed «anche quando la rivoluzione passa attraverso la violenza, essa si realizza nonostante la violenza. Non è mai la violenza che fa la rivoluzione, sebbene talvolta possa condizionarla. È dunque urgente, per l'avvenire dell'umanità, che la dissociazione tra violenza e rivoluzione penetri le coscienze».

    Il cristianesimo in quanto tale non è né rivoluzionario né conservatore

    Dal fin qui detto appare che la Chiesa e i cristiani non possono disinteressarsi dello sviluppo e dei movimenti rivoluzionari. Ma d'altra parte la fede, la speranza e l'amore cristiano non debbono essere la sorgente diretta dello sviluppo e della rivoluzione umana, a causa dell'autonomia e dell'ambivalenza della storia umana e del mondo che Dio ha dato in mano all'uomo.
    Perciò non si può parlare propriamente di «rivoluzione cristiana» o di «cristianesimo rivoluzionario» riferendosi all'ordine politico-sociale. Il Cristianesimo in quanto tale non è necessariamente legato alla rivoluzione politico-sociale, come non lo è alla conservazione dell'ordine costituito, anche se la fede, la speranza e l'amore cristiano debbono realizzarsi nella storia e nella situazione politico-sociale, che di fatto può essere rivoluzionaria.
    Il cristiano in quanto uomo deve impegnarsi nella storia con gli altri uomini che seguono la costruzione di una società basata sul principio della dignità o valore dell'uomo; il suo essere cristiano aggiunge nuovi motivi a questo suo impegno nella dimensione sociale.
    La Chiesa come gerarchia ha una missione e una responsabilità sociale anch'essa, ma il suo intervento rispetta l'autonomia del mondo e dei laici nell'ordine politico, dando le direttive ispirate alla Parola di Dio, ma lasciando aperta la possibilità di un pluralismo di modelli di società e di programmi concreti di azione, cristianamente ispirati, secondo le diverse situazioni storiche.
    Infine osserviamo che si può parlare di teologia dello sviluppo e ti teologia della rivoluzione solo intendendola come una interpretazione teologica, elaborata alla luce della Parola di Dio, di questi fenomeni sociali considerati come segni dei tempi.

    CONCLUSIONE

    Il punto di convergenza dell'odierna riflessione teologica in campo sociale sembra dunque essere l'affermazione della responsabilità della Chiesa e dei cristiani nei riguardi della realtà sociale.
    Tale affermazione equivale a dire che la fede, la speranza e l'amore cristiano hanno una essenziale dimensione sociale e che la Chiesa ha la missione di costruire nell'oggi l'avvenire escatologico, immanente e trascendente la storia, che Dio ha promesso e definitivamente assicurato agli uomini nella Pasqua di Cristo.

    NOTE

    [1] Ramo sviluppatosi recentemente nella scienza pura e applicata, che studia la trasmissione dei segnali di comando e di controllo nei circuiti elettrici, nei sistemi meccanici e anche degli stimoli degli animali.



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