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    La chiesa di Pietro



    Gioia Quattrini

    (NPG 1999-02-2)


    Si chiama Pietro e ha mantenuto fede alla missione che il suo nome suggeriva: ha edificato una chiesa. Bellissima, la chiesa e anche Pietro.
    Il freddo è tale da far cadere il naso eppure Pietro ha una vecchia maglietta bianca con le maniche corte. Sopra la maglia, un vecchio, vecchissimo Kway blu. Jeans stinti, niente calze, sandali di cuoio. Pietro, anzi padre Pietro è un francescano. Capelli e barba bianchi. Come le mani, sporche di polvere e calce. Dure, le unghie corte.
    La chiesa è quasi finita, luminosa, di pietre bianche. Pietre che la montagna gli ha donato e lui ha tagliato e pulito con pazienza. Le finestre a sesto acuto hanno imposte di legno buono e cardini quasi come ceselli.
    Pietro ha anche un orto dove crescono patate, carote, cipolle, fagioli, frutti grossi e succosi, frutti felici.
    Era una terra trascurata con il rudere di un antico convento che i monaci benedettini avevano abbandonato in un tempo antico per paura del lupi e dei briganti.
    Ne avevano approfittato i pastori, fin quando il posto era diventato difficile anche per loro. Sterpaglie e rovi soffocavano l’ingresso. Tetto, altare e abside erano crollati. Uno strato di letame alto un metro.
    Quando Pietro la vide, all’orizzonte di un sentiero che sfiorava l’acqua sgarbata di un torrente, fu amore a prima vista. Era il 1971. Oggi quel sentiero in equilibrio sull’orlo del torrente è divenuto uno splendido itinerario turistico nel nuovo parco dei monti Sibillini. Subito dopo le gole dell’Infernaccio.
    Nei primi anni le notti d’estate trascorse all’addiaccio e quelle d’inverno a valle, in un rudere. Per compagnia topolini di campagna. Per cibo i frutti della terra e del cuore tenero dei contadini. Le donnole e i cinghiali si sono abituati alla sua delicata presenza. Gli scoiattoli e i tassi corrono tra le sue gambe senza timore. Qualche volta, alla conta manca una gallina: è un aquila birbona – dice Pietro.
    Garbato fa strada nella sua piccola canonica: due minuscole stanze e una cucina. Niente corrente elettrica. Niente telefono. Acqua che arriva da un acquedotto rudimentale che beve ad una sorgente vicina.
    All’improvviso mi accorgo di guardarlo come probabilmente guarderei un extraterrestre, dovesse mai accadermi l’improbabilità di un tale incontro. Anzi no. Come sicuramente guarderei san Francesco, dovesse mai accadermi.
    Pietro però non ci bada. Mentre impasta la malta, senza sollevare lo sguardo dal lavoro, racconta di essersi levato alle quattro, pregare, leggere e lavorare finché la luce lo assiste. Poi di nuovo pregare e leggere.
    All’ora del pranzo ci ospita generoso e noi siamo così fieri di poter contribuire con qualche provvista a questa mensa che ha tanto sapore di comunione.
    «Sapete – sorride – a Natale, finalmente da qualche anno, posso celebrare la Messa e un piccolo fiume di luce sale fin qui. Saranno circa duecento persone della valle. Ognuna con il proprio lume. Il mio albero di Natale personale. Che meraviglia, se vedeste. Nonostante il freddo e la neve. Capite?».
    Quando padre Pietro sorride ha gli occhi di un bimbo che racconta un bel sogno.
    E io ho il sospetto di sapere già dove passerò la mezzanotte del prossimo Natale.



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