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    Dietrich Bonhoeffer

    Dalla nonviolenza al complotto.

    L’impegno per la pace

    bonh

    Nel campo di concentramento di Flossembürg, dove fu impiccato il 9 aprile 1945, otto anni dopo fu posta una targa dedicata a Bonhoeffer con la dicitura: “un testimone di Cristo tra i suoi fratelli”. Ebbene il locale vescovo evangelico rifiutò di prendere parte alla piccola cerimonia, adducendo che, in fondo, Bonhoeffer era solo un martire politico. Questo episodio spiega quanto poco Bonhoeffer sia stato compreso dai suoi stessi correligionari. Profondamente contrario al nazismo, aveva aderito alla chiesa confessante, una minoranza tra gli evangelici, e in questo ambito era alla testa della minoranza più intransigente, che non temeva di perdere vantaggi e privilegi per non scendere a patti con quel regime totalitario, strumentalizzatore persino dei pregiudizi religiosi e della pigrizia mentale che albergano in tutti noi.
    La conversione alla nonviolenza è avvenuta all’inizio degli anni ’30. Ecco cosa diceva ancora nel febbraio del ’29: “Quando in guerra l’amore per il mio popolo e l’amore per il nemico si escludono l’un l’altro, sceglierò l’amore per il mio popolo: difenderò mio fratello, mia madre, il mio popolo. So bene che questo accadrà solo in modo cruento con spargimento di sangue, ma l’amore per il mio popolo santificherà l’omicidio e la guerra”. Vi si possono individuare due costanti che, a livello più o meno inconscio, permangono ancora oggi in noi: l’immagine positiva della guerra (che può essere riscontrata nella letteratura antica e che può avere radici risalenti fino alla caccia dei nostri progenitori dell’era glaciale) e l’appello al sacro per poter rendere lecito, o addirittura doveroso, quello che altrimenti sarebbe ignominioso, come l’uccisione dei propri simili (anche nella nostra costituzione il termine “sacro” appare soltanto all’art. 52, riferito al dovere di difendere la patria). La conversione da queste posizioni fu la conseguenza della meditazione biblica, in particolare di aver preso sul serio il discorso della montagna. “Il pacifismo cristiano, che anche poco prima avevo combattuto animosamente, improvvisamente mi risultò cosa ovvia”(2). Quella abbracciata da Bonhoeffer fu una nonviolenza radicale, che giunge a negare la necessità di armarsi in quanto segno di sfiducia negli altri e quindi occasione di divisione e conflitto. Il perseguimento della sicurezza viene considerato pertanto contrario alla pace. La scelta nonviolenta, che non abbandonerà più, non gli impedisce di aderire alla cospirazione per uccidere il tiranno. È significativo che non abbia mai tentato di giustificarsi (con teorie del male minore o simili) né di negare la colpa insita in questo gesto, come altri teologi. Ne ha assunto in pieno la responsabilità su di sé, lasciando il giudizio finale all’unico titolato a darlo: Dio. Ecco in termini sintetici e approssimati come potrebbe essere argomentata questa decisione (certo complessa e travagliata): chiunque, vicino a un guidatore impazzito che sta portando i passeggeri nel baratro, non può far altro che fermarlo, con ogni mezzo, anche ucciderlo. È un gesto di pura solidarietà umana, da lasciare alla responsabilità del singolo e non alle dotte disquisizioni dei teologi.
    Etica della responsabilità. A quei tempi in Germania l’obiezione di coscienza contro la guerra veniva punita con la morte. Soltanto due cristiani espressero l’obiezione di coscienza in nome della loro fede e furono uccisi: cosa che certo non passò inosservata nell’opinione pubblica. Se invece di due soli, si chiede Bonhoeffer, tutti i cristiani avessero obiettato alle armi, quale sarebbe stato l’impatto sulla storia? Ecco la responsabilità delle chiese, le quali, secondo Bonhoeffer, non devono limitarsi a curare le ferite e consolare i sopravvissuti, devono gettare sabbia negli ingranaggi della macchina di morte, cercando con ogni mezzo di farla inceppare o di fermarla prima che si metta in moto. Ma solo se operano unite tra loro e assieme a chiunque sia contrario alla guerra potranno essere ascoltate. Da qui nasce l’ecumenismo di Bonhoeffer: giunge persino ad affermare che l’offesa di una chiesa ad un’altra è un offesa diretta a Cristo.
    Cosa farebbe oggi Bonhoeffer? È una domanda che dobbiamo porci alla fine di queste brevi considerazioni. Al suo tempo individuò nella guerra il pericolo maggiore per la sua chiesa e il suo paese. Oggi forse è minore il rischio di guerre che nascono, come allora, dalla pazzia dei dittatori, ma in compenso ci sono pericoli forse ancor maggiori e che investono tutto il pianeta. Accanto alle alterazioni climatiche – ormai certe e attribuibili in prevalenza al consumismo energetico – da cui potrebbe conseguire la desertificazione anche di aree densamente popolate, si nutrono molti timori nel terrorismo. Questo di solito viene liquidato come semplice effetto di fanatismo religioso. La meditazione biblica potrebbe suggerire che, come nel passato, la causa più profonda è l’ingiustizia: gli squilibri stanno in effetti accentuandosi ovunque, nei paesi poveri come in quelli ricchi; le maggiori possibilità conoscitive ne accentuano l’insopportabilità. Ovunque poi si impone la precarietà. “Non essendovi nulla di durevole, viene meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene…”(3) Pace, giustizia, ambiente, ecumenismo sarebbero probabilmente ancora al vertice degli impegni intellettuali e pastorali di questo profeta cristiano di mezzo secolo fa, di cui forse non si è ancora scoperta tutta la rilevanza e l’attualità.

    flossen

    * Scheda tratta in prevalenza dagli interventi di Antonella De Bernardis alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
    (2) D. Bonhoeffer, Gli scritti (1928-1944), Queriniana, Brescia 1979, pag. 489.
    (3) D. Bonhoeffer, Etica, Bompiani, Milano, 1969, pag. 91.


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