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    La prassi di Gesù di Nazaret per la causa del Regno di Dio (cap. 3 di: Gesù di Nazaret)


    Luis A. Gallo, GESÙ DI NAZARET. La sua storia e la sua grande causa per la vita dell'uomo. Elledici 1991


    1. La strada da percorrere

    L'abbiamo visto nel capitolo precedente: se si vuole riscoprire ciò che occupa il centro delle preoccupazioni di Gesù di Nazaret, occorre trovare il senso che aveva per lui questo "regno di Dio" che egli si portava dentro come la causa alla quale dedicò con passione tutta la sua vita.
    Ora, in nessuno degli scritti che ci tramandano la sua vicenda troviamo che egli si sia preoccupato di chiarire in forma concettuale ciò che intendeva per "regno di Dio". La sua mentalità semitica era lontana dalla preoccupazione di forgiare delle definizioni chiare e distinte. I semiti erano gente di una mentalità piuttosto legata all'azione.
    Non ci resta dunque altra strada per arrivare a cogliere ciò che ci interessa, che quella di rivisitare la sua prassi per cercare di scoprire in essa cosa egli abbia inteso esprimere con quella formula.

    2. La prassi di Gesù

    Che il Gesù dei vangeli sia un uomo eminentemente attivo, non ci vuole molto a scoprirlo. C'erano dei momenti in cui, stando al racconto di Marco che sembra molto attendibile, egli non aveva neppure il tempo di mangiare a causa dell'attività in cui era impegnato in favore della gente (Mc 6,3).
    Le sue azioni hanno come destinatari sia gli individui del suo popolo, sia la società in cui essi ed egli stesso vivono e agiscono. Le prendiamo in esame successivamente.

    2.1. Azioni in favore degli individui

    Nell'ambito del suo agire nei riguardi degli individui, spiccano soprattutto le guarigioni da malattie corporali, gli esorcismi e il perdono dei peccati.
    I vangeli sono pieni di narrazioni di guarigioni, anche straordinarie, realizzate da Gesù: lebbrosi che vengono purificati dalla loro terribile malattia, ciechi che ricuperano la vista, sordi che cominciano a sentire, muti a cui viene sciolta la lingua, paralitici che si mettono a camminare, ecc. Sarebbe snaturare gli scritti evangelici negare la storicità sostanziale di queste narrazioni, pur ammettendo l'influsso esercitato su di esse dalla fede nata dopo la Pasqua.
    Attraverso tali narrazioni si percepisce con chiarezza che Gesù è mosso dal desiderio di espellere dai corpi degli uomini e delle donne con cui è a contatto, appartenenti in genere a quelle folle povere che accorrono a lui da ogni parte (Mt 3,23-25 e par.), ciò che li rende sofferenti e infelici.
    E che lo fa come sprigionando verso di essi l'energia vivificante che sente di avere dentro di sé.
    C'è tra gli altri un racconto molto trasparente a questo riguardo. È quello della guarigione a Cafarnao, in Galilea, della donna che da dodici anni pativa emorragie di sangue (Mc 5,25-34; Mt 9,20-22; Lc 8,43-48).
    Oltre ad essere ammalata fisicamente, questa donna era anche vittima di una dolorosa forma di emarginazione sociale che quella perdita di sangue le creava. Secondo le ordinanze della legge di Mosè, essa viveva in uno stato di impurità legale che le interdiva una serie di azioni nell'ambito sociale e religioso. E non era essa sola ad essere impura, ma rendeva anche impuri quanti la toccavano o la sfioravano, consciamente o inconsciamente.
    Secondo il racconto evangelico, quando quella donna, piena di fede e di speranza, ebbe toccato l'orlo del mantello di Gesù, egli si accorse "che una forza era uscita da lui" (Mc 5,30). "Qualcuno mi ha toccato -dice a Pietro che, pieno di buon senso, gli fa osservare che la folla lo circonda strettamente-, mi sono accorto che una forza è uscita da me" (Lc 8,46).
    Quella forza seccò la fonte dell'emorragia, e la donna fu guarita.
    Era la stessa forza con la quale poco dopo Gesù agì nei confronti della giovane figlia di Giairo, il capo della sinagoga della stessa Cafarnao, restituendola alla vita e all'affetto dei suoi (Mc 5,41-42).
    Così succede sempre che Gesù guarisce. Dalla sua persona emana come una forza vivificante (Lc 6,19) che sottrae uomini e donne al regno dalla morte e li restituisce alla vita. Ognuno di questi suoi interventi è come una piccola risurrezione parziale. È un'immagine delle risurrezioni che, secondo le narrazioni evangeliche, egli realizzò in tre circostanze diverse: quella già menzionata della dodicenne figlia di Giairo, quella del giovane figlio unico della madre vedova di Naim (Lc 7,11-16), e quella infine del suo caro amico Lazzaro (Gv 11,1-44).
    In queste tre risurrezioni la forza guaritrice di Gesù arriva alla sua massima espressione: egli vince letteralmente la morte.
    La sua attività esorcistica non è meno presente nè meno impressionante nei racconti evangelici. Anch'essi sembrano sostanzialmente innegabili dal punto di vista storico.
    È risaputo che gli antichi attribuivano a degli spiriti cattivi, nemici dell'uomo, certe manifestazioni sconvolgenti e negative che si producevano, saltuariamente o stabilmente, in alcune persone. Pensavano che certe forme di malattie -soprattutto quelle che oggi chiameremmo funzionali, e non organiche- erano il risultato della presenza di tali spiriti nei corpi o negli spiriti di coloro che ne portavano i segni.
    Ciò faveva parte di una visione più ampia delle cose, secondo la quale il mondo degli uomini era come un campo di battaglia. In esso combattevano da una parte Dio, quale Spirito che dà vita, e dall'altra gli spiriti cattivi, impuri, che producevano morte.
    Si capisce in questo contesto l'intensa attività da esorcista svolta, secondo i vangeli, da Gesù. Egli vi appare come "il più forte" che vince gli spiriti maligni e strappa loro le armi (Lc 11,22).
    Anche in questo contesto c'è un racconto emblematico nei vangeli, quello che riguarda la liberazione dell'uomo indemoniato di Gerasa, al di là del lago di Genesaret (Mc 5,1-20; cf, con alcune varianti, Mt 8,28-34; Lc 8,26-39). È veramente una narrazione molto elaborata, che riflette in realtà una fede già chiarita dalla Paqua, ma non per questo priva di un nucleo di fondamento storico.
    Si tratta di un uomo alienato da se stesso. Ha perso ogni rapporto normale con gli altri, vive tra i sepolcri, dà segni di una forza straordinaria ma completamente incontrollata. Ha, dentro, una "legione" di spiriti maligni.
    Gesù, con sovrana serenità, dà ordine a questi spiriti di lasciare quell'uomo.
    Segue una scena alquanto strana, ma che serve, nell'insieme della narrazione, a far capire la formidabile forza di morte che quest'uomo si porta dentro: gli spiriti maligni chiedono ed ottengono di entrare nel corpo dei duemila porci che pascolano nei dintorni. Il risultato è che i duemila porci si precipitano nell'abisso del lago. La morte li divora.
    A conclusione della scena, colui "nel quale prima c'erano molti spiriti maligni", se ne sta seduto ai piedi di Gesù, vestito e mentalmente sano. È stato restituito alla sua umanità.
    Anche in questo caso la forza vivificante che è in Gesù agisce vittoriosamente, restituendo un uomo alla sua integrità.
    Ci sono poi tutti gli interventi di Gesù in ordine al perdono dei peccati: il paralitico che gli amici calano dal tetto scoperchiato della casa di Cafarnao, la donna che gli lava i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli in mezzo a un banchetto, l'altra donna sorpresa dai farisei nell'atto di commettere un adulterio, ecc.
    Tra tanti risvolti che ebbe il peccato nella coscienza del popolo d'Israele, uno si era consolidato ampiamente ai tempi di Gesù: quello del peccato come debito nei confronti di Dio. Chi pecca è un debitore, come appare chiaramente dalla parabola del servo crudele che non vuole perdonare al suo compagno il piccolo debito che aveva verso di lui (Mt 18, 23-35); ed è tenuto a pagare.
    Ora, per sdebitarsi con Dio, ci volevano dei riti molto precisi stabiliti dalla Legge. Molta gente povera del popolo non poteva praticarli. Se ne stava con i suoi peccati e i suoi intensi sensi di colpa. E non è da escludere che alcune delle malattie funzionali (paralisi, mancanza di parola, ecc.) fossero effetto di una tale situazione. Questo, senza considerare ancora l'aspetto sociale della situazione, a cui faremo riferimento più avanti.
    Gesù, stando ai racconti evangelici, perdonava i peccati della gente, della povera gente. E lo faceva in nome di Dio. Nella mentalità dei giudei, l'unico che poteva farlo era precisamente Colui nei confronti del quale si era debitori. Ciò provocava lo scandalo di coloro che in Israele erano i "maestri della Legge", ma produceva un senso di profondo sollievo in coloro che venivano perdonati. Non per niente, dopo uno di questi interventi di Gesù, la folla si riempie di stupore e loda Dio per quanto è accaduto (Mc 2,12).
    In questo contesto spiccano per la loro incisività le narrazioni delle due donne peccatrici sopra ricordate a cui Gesù perdona i peccati.
    Anzitutto, quella della donna peccatrice che osa avvicinarsi a lui durante un banchetto, in casa di un fariseo, e lavare i suoi piedi con le proprie lacrime e asciugarli con i propri capelli cospargendoli di profumo (Lc 7,36-50).
    "Se costui fosse proprio un profeta saprebbe che donna è questa che lo tocca: è una prostituta!", pensa tra sé il fariseo. Aveva ben di che scandalizzarsi, dal momento che uno che si riteneva inviato da Dio, quale era Gesù, non avrebbe dovuto mai permettere a una donna di quel genere di toccarlo. Ne restava egli stesso come contagiato d'impurità. Era una specie di profanazione.
    Ma egli non ci bada. Gli interessa la donna e la sua terribile condizione di emarginazione e di infelicità.
    Dopo l'incalzante dialogo con il padrone di casa, egli, rivolgendosi alla donna, le dice: "Donna, io ti perdono i tuoi peccati... La tua fede ti ha salvata. Va' in pace".
    Siamo in presenza di una autentica risurrezione. Il peso di morte che opprimeva la coscienza di questa donna fino a provocarne l'asfissia viene rimosso, ed essa può ora respirare. Dio ha perdonato il suo debito, un debito che da se stessa ella non avrebbe mai potuto saldare, data la sua condizione di pubblica peccatrice. Gesù le ha ridato la vita.
    C'è poi la seconda narrazione, quella del episodio avvenuto nel Tempio di Gerusalemme e narrato da Giovanni, sulla donna sorpresa proprio nel momento di commettere un atto di adulterio (Gv 8,1-11). Ci sono dei problemi circa l'autenticità letteraria e circa la storicità di questo racconto. Ad ogni modo, quello che a noi interessa è la dinamica del medesimo, sostanzialmente la stessa del precentente. La scena è forse ancora più impressionante. All'incalzante richiesta di condanna della donna da parte dei suoi accusatori, si contrappone la maestosa manifestazione di magnanimità dell'unico che avrebbe avuto il diritto a condannarla. "Nessuno ti ha condannata? ... Neppure io ti condanno. Va', ma da ora in poi non peccare più!".
    La donna si aspettava la morte per lapidazione. Era la punizione che corrispondeva al suo peccato. Gesù la restituisce alla vita e le apre un cammino alla dignità.
    In tutti questi interventi, come si vede, Gesù produce degli effetti veramente straordinari. È comprensibile che le folle, quelle folle povere e disprezzate, ne restino stupefatte. "Non abbiamo visto mai niente di simile" (Mc 2,12), è la frase che spesso gli evangelisti mettono nella loro bocca in presenza delle sue azioni.
    Molte volte, nel corso dei secoli, tali interventi sono stati interpretati, da una determinata mentalità cristiana, come "miracoli"; ossia, come azioni poste contro le leggi della natura o al di sopra di esse, e fatte da Gesù per provare o la sua divinità, o la sua divina figliolanza, o la sua messianicità. Si pensava, infatti, che egli aveva voluto dimostrare questa sua condizione divina o messianica mediante l'operazione di azioni che richiedevano la potenza divina. Come se dicesse: vi dimostro io chi sono, e ve lo dimostro producendo degli effeti che solo Dio, o un inviato da Lui, può produrre.
    Ora, da quel che si vede nei vangeli, Gesù era troppo preso dalla causa che aveva abbracciato perché queste cose lo preoccupassero.
    Un altro era l'oggetto delle sue preoccupazioni: la venuta del regno di Dio tra gli uomini.
    Alla luce di questa sua centrale preoccupazione vanno anche visti, quindi, sia le sue guarigioni corporali e psichiche, sia i suoi esorcismi, sia il perdono dei peccati.
    E in questa luce essi appaiono come espressioni della sua profonda capacità di compassione verso la gente, verso la gente più povera e bisognosa, verso il "popolino" disprezzato che si aspetta solo da Dio un po' di aiuto e di sollievo, quell'aiuto e quel sollievo che non gli viene da nessuna parte. Più di una volta gli evangelisti lo sottolineano nei loro scritti (Mt 9,36; Mc 6,36; ecc.).
    Il denso racconto del lebbroso che lo avvicina chiedendo di essere liberato dalla sua terribile malattia (Mc 1,40-42) è emblematico: Gesù "si commuove fino alle viscere" davanti alla situazione di quell'uomo, e spinto da questa commozione lo tocca e lo guarisce.
    Ma proprio realizzando questi gesti di profonda compassione egli pone dei segni che permettono di capire cosa intende quando parla di regno di Dio.
    È come se dicesse che il regno di Dio irrompe, almeno parzialmente, quando questi uomini o queste donne sono sottratti alla loro triste condizione di malattia, dalla quale nessuno li sottrae. O quando dall'interno di quel povero uomo di Gerasa vengono scacciate quelle forze negative che non lo lasciano essere se stesso. O ancora quando dal cuore del paralitico o delle donne peccatrici viene rimosso il peso terribile che significa il senso di colpa e di debito nei confronti di Dio.
    Sono tutte forme di morte che vengono spazzate via per dare luogo alla vita. Così irrompe il regno di Dio: eliminando la morte da questa gente, povera e schiacciata, con cui è a contatto, e facendo sorgere al suo posto la vita.

    2.2. L'agire sociale di Gesù

    Oltre ad agire nei confronti di singoli individui, nei racconti evangelici Gesù appare spesso agendo anche nei confronti della società del suo popolo.
    Da ciò si può dedurre che egli aveva chiara coscienza del fatto che gli individui non vivono isolati ma che, viceversa, realizzano la loro esistenza immersi nella matassa di rapporti che la convivenza umana crea. E anche che la vita e la morte concreta della gente, soprattutto di quella gente povera ed umile a cui si rivolge di preferenza, ha a che vedere con tale convivenza.
    I suoi interventi in ordine alla venuta del regno di Dio tra la gente prendono quindi di mira anche, e in maniera molto decisiva, le situazioni sociali. Da questi interventi possiamo pure ricavare quale sia il suo modo di pensare, il progetto che gli brucia in petto.
    Ora, gli interventi di Gesù in questo ambito sono condizionati in larga misura dai conflitti che attraversavano la convivenza collettiva del popolo d'Israele ai suoi tempi. È importante conoscerli, per poter anche sapere come egli si sia comportato nei loro riguardi. Studi fatti in questi ultimi decenni ci hanno resi più consapevoli al riguardo di quanto non si fosse prima.
    Un primo conflitto globale era quello esistente tra centro e periferia.
    Il centro era Gerusalemme. Lì si trovava il Tempio, punto di riferimento indiscusso della vita del popolo; lì si trovavano i grandi sacerdoti che, insieme agli scribi e agli "anziani", governavano il paese; lì si trovava la corte del re Erode.
    La Galilea era invece alla periferia. Essa era ritenuta una zona quasi-pagana d'Israele. La chiamavano, per motivi storici che non è il caso di ricordare, "Galilea dei pagani", già al tempo del profeta Isaia (cf Is 8,23). E questo nome mette in evidenza anche il disprezzo di cui essa era oggetto da parte del centro.
    Ora, Gesù era un galileo. Non solo, ma dai racconti evangelici si coglie che egli scelse anche di annunciare il regno di Dio proprio nella periferia, lontano dal centro del potere e della santità. Dai dati che ricaviamo da tali racconti si può dedurre con abbastanza sicurezza che egli si recò solo qualche volta al centro, probabilmente per adempiere da buon giudeo le prescrizioni rituali. Egli svolse la sua attività prevalentemente in quella disprezzata e malfamata terra della Galilea. Lì scelse, come vedremo, i suoi principali collaboratori, lì proclamò il suo progetto, lì soprattutto operò i segni del regno. E quando decise di andare al centro, ci andò a smascherare l'azione di dominio e di sfruttamento esercitato da esso verso la periferia. Gli costò la vita.
    Un secondo conflitto aveva luogo nell'ambito delle relazioni tra i "giusti" e i "peccatori".
    Si trattava di un conflitto a sfondo religioso, ma con risvolti sociali molto facilmente percettibili.
    Si ritenevano "giusti", infatti, coloro che osservavano fedelmente la legge di Mosé e gli innumerevoli precetti elaborati a partire da essa. Essi si consideravano gli amati da Dio, coloro che erano degni della sua benedizione e, secondo quanto abbiamo precedentemente segnalato, gli eredi del suo regno futuro.
    Tra i "peccatori", invece, venivano elencate molte categorie del popolo. Senz'altro i pubblicani, che riscuotevano le tasse per l'impero romano, e le prostitute che facevano vita pubblica di peccato. Ma poi anche i ciechi, gli zoppi, i pastori, i figli illegittimi fino alla nona e decima generazione, e infine tutto il popolino che, ignorando la legge, era incapace di osservarla.
    Tutta questa gente veniva emarginata dai cosiddetti giusti. Era ritenuta oggetto della maledezione di Dio, esclusa dall'eredità del regno futuro a causa dei suoi peccati.
    Naturalmente questi poveretti non potevano partecipare a certi atti importanti della vita del popolo, quali le celebrazioni del culto nel Tempio, se non a patto di purificarsi precedentemente dai loro peccati. Cosa che la maggioranza di essi non poteva assolutamente fare, a causa della povertà in cui si trovava.
    Un grosso steccato separava quindi i giusti e i peccatori. Chi ne soffriva più pesantemente le conseguenze erano certamente questi ultimi.
    E Gesù, davanti a una tale situazione conflittuale, agisce in un modo molto sconvolgente: salta lo steccato e se ne va dalla parte dei perdenti.
    "Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori" (Mc 2,17) è la frase che egli avrebbe detto in risposta alle mormorazioni dei sedicenti giusti che lo vedono a tavola con i pubblicani e i peccatori a casa di Levi, un pubblicano che di recente egli aveva invitato a seguirlo. Ed è piena di significato.
    Questo mettersi a tavola con i peccatori è un gesto carico di senso e di conseguenze, che egli ripeterà spesso nella sua attività, suscitando sempre lo stesso scandalo nei giusti. Questi non riescono a capire come un uomo che pretende di venire da parte di Dio e in suo nome, possa fare comunione di mensa con gente che Dio ha escluso dal suo regno. Gente paragonabile, in questo senso, ai pagani e incirconcisi.
    Luca lo ha messo molto bene in risalto più di una volta nel suo vangelo.
    A un certo punto di esso inserisce una narrazione nella quale i farisei e i maestri delle legge criticano Gesù dicendo: "Quest'uomo tratta bene la gente di cattiva fama e li riceve a casa sua" (Lc 15,2); egli allora, per dare risposta a queste critiche, raccontò loro una triplice parabola: la pecora smarrita, la moneta perduta, il figliol prodigo (Lc 15,4-7.8-10.11-32).
    Delle tre, è certamente quest'ultima quella che si armonizza più chiaramente con le frasi con cui vengono introdotte, e che le conferiscono un carattere di risposta alla critiche fatte. In essa è il figlio maggiore quello che viene criticato perché egli, disprezzando il fratello minore, dimostra di non aver capito nulla del cuore di suo padre. È l'immagine dei "giusti" che stanno giudicando Gesù.
    In realtà, con queste parabole e specialmente con quella finale, egli vuole giustificare la sua condotta appellandosi a Dio stesso. Come se dicesse: "Se io faccio così, se io accolgo i peccatori che voi disprezzate, se io li ammetto alla comunione di mensa con me, è perché Dio è così, è perchè il Dio che vuole regnare tra gli uomini è così; Egli non vuole le emarginazioni e gli steccati, vuole invece la fraternità generatrice di vita e di felicità, vuole che questo conflitto da voi creato sia risolto, e sia risolto in favore principalmente di coloro che ne soffrono più duramente le conseguenze. Voi dovreste fare festa per i vostri fratelli ricuperati alla vita. Invece vi rattristate. Non avete capito chi è Dio e quale è il suo modo di regnare".
    Il terzo conflitto sociale a cui fa fronte Gesù nei vangeli è quello esistente tra i ricchi e potenti del popolo, quelli che hanno in mano le ricchezze e il potere di decisione, e i poveri, che ricchezze e potere non hanno.
    Studi sociologici realizzati sul tema hanno portato a precisare con abbastanza sicurezza quale fosse allora la situazione in Israele da questo punto di vista.
    Tra i ricchi si contava un numero relativamente piccolo di persone, appartente a tre gruppi sociali diversi.
    C'era, anzitutto, il re Erode e la sua corte. Vivevano nel lusso e nella sontuosità, insensibili alle necessità degli altri, e specialmente dei poveri.
    È probabile che la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro che alle porte della sua casa aspettava le briciole che cadevano dalla mensa dei banchettanti (Lc 16,19-31), rifletta il modo di pensare di Gesù su di essi.
    C'erano poi le famiglie dei sommi sacerdoti del Tempio. Esse si arricchivano grazie specialmente alle offerte che la gente faceva per il culto, secondo le prescrizioni della legge di Mosé.
    La narrazione dell'episodio della vedova che dà al Tempio anche i due spiccioli con cui poteva provvedere alla sua sussitenza (Lc 21,1-4), e che Gesù loda per la sua estrema generosità, è come una spia della situazione.
    C'erano infine gli "anziani" del sinedrio. Costituivano questo gruppo per di più i "latifondisti" di allora, coloro cioè che avevano la proprietà delle terre. Quando lo ritenevano opportuno, specialmente al tempo della raccolta e della vendemmia, prendevano operai a lavorare in esse. Naturalmente, stabilendo loro stessi lo stipendio da dare.
    Anche qui c'è una parabola evangelica che lascia intravedere sullo sfondo la situazione. È quella degli operai chiamati alle diverse ore della giornata a lavorare nella vigna del padrone (Mt 20,1-16). Pur narrata probabilmente da Gesù allo scopo di illuminare un tratto fondamentale del volto di Dio, essa riflette bene la situazione dal punto di vista che stiamo considerando.
    Il resto del popolo, eccetto una piccola frangia di quella che oggi chiameremmo "classe media bassa", viveva nella povertà. Non proprio nella miseria, ma nella grande precarietà. Viveva praticamente alla giornata, aspettando, come Lazzaro, le briciole che cadevano dalla tavola dei ricchi. Briciole che non sempre erano lasciate cadere per saziare la loro fame.
    Anche davanti a questo conflitto Gesù prende chiara posizione: si mette dalla parte dei poveri.
    Lo attestano per esempio le beatitudini. La redazione lucana (Lv 6,20-23), ritenuta da molti come l'originale, non lascia spazio al minimo dubbio nei confronti dei suoi destinatari.
    Ma ci sono moltissimi altri indizi nei vangeli che rivelano questa sua scelta.
    Non si può dire, leggendo i vangeli, che egli non dia segni di volere la vita e la salvezza anche dei ricchi e potenti. Certamente li dà, ma lascia intravedere che questa sua volontà è condizionata al superamento di questo conflitto in favore principalmente di coloro che ne soffrono più duramente le conseguenze.
    C'è il racconto della conversione di Zaccheo quale lucida conferma (Lc 19, 1-10). Cosa sia avvenuto storicamente al riguardo è difficile stabilirlo, ma la narrazione permette di cogliere l'atteggiamento di Gesù in casi come questo.
    Zaccheo è, da una parte, vittima della emarginazione creata dai sedicenti giusti. Lo è per il fatto di essere un pubblicano, e addirittura un capo dei pubblicani. Da questo punto di vista Gesù si mette dalla sua parte autoinvitandosi a pranzare a casa sua.
    D'altra parte, però, egli è un ricco. E non solo ricco, ma anche uno strozzino, come si può dedurre dalla promessa che egli fa, verso la fine del pranzo, di cambiare di vita. In questo senso egli è un oppressore e uno sfruttatore: si arricchisce succhiando il sangue dei poveri. Gesù lo chiama a conversione, con la stessa intensità con cui chiama coloro che si scandalizzano per il fatto che egli vada a pranzo da lui. E la conversione di Zaccheo consiste nel dare la metà dei suoi beni ai poveri e nel restituire il quadruplo di ciò che ha ottenuto frodando gli altri.
    Alla fine del pranzo Gesù sentenzia: "La salvezza è entrata oggi in questa casa".
    L'ultimo conflitto sociale del quale facciamo menzione è forse meno conosciuto, ma sta oggi venendo sempre più chiaramente in luce. È il conflitto tra uomini e donne.
    La società d'Israele era fortemente patriarcale e maschilista. Come lo erano d'altronde in genere tutte le società di quel tempo.
    La donna, benché trattata probabilmente meglio che in altri popoli, era in realtà ridotta alla condizione di un oggetto. Oggetto delle decisioni dell'uomo-maschio specialmente per la sua sopravvivenza.
    C'è una narrazione evangelica nella quale ciò è palese. È quella in cui i sadducei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova. Essi non credono nella risurrezione finale e gli propongono il caso dei sette fratelli che, non avendo avuto discendenza, prendono successivamente per moglie la stessa donna (Mt 22,23-33 e par.).
    Era la legge del levirato quella che giustificava una soluzione simile. Una legge nata precisamente per sopperire alla situazione dell'uomo maschio morto senza figli.
    Pur essendo orientata a rilevare altri aspetti del messaggio evangelico, questa narrazione fa vedere tra le righe quale era allora la situazione della donna: uno strumento a mercè dell'uomo.
    Così, le donne erano vittime di una umiliante emarginazione da parte degli uomini. La loro dignità fondamentale non veniva rispettata. Anzi, veniva praticamente negata dal fatto di precludere loro la possibilità di essere veramente soggetti all'interno del popolo. Pativano tutte le conseguenze di una sorta di cosificazione, che in alcuni casi, come quello delle prostitute, era pesantemente raddoppiata.
    Lavorando sui dati che i vangeli ci hanno tramandato si può concludere che le prese di posizione di Gesù in questo conflitto sono nette: egli si mette dalla parte della donna, che ne fa le spese più pesantemente.
    Sia nell'episodio già accennato del suo incontro con i sadducei, sia in quell'altro in cui viene interrogato sul divorzio (Mt 19,1-9), possiamo leggere fra le righe questa sua presa di posizione.
    Nel primo, infatti, egli sostiene che quando il regno di Dio sarà compiuto, non ci sarà più un tipo di rapporto come quello che egli vede nelle coppie sposate del suo popolo. La donna non sarà più moglie "di qualcuno", come le cose che appartengono al loro padrone. Esse, come pure gli uomini, saranno "figlie di Dio", soggetti quindi della loro propria dignità.
    Nel secondo episodio egli risolve la questione appellandosi alla volontà originale di Dio.
    Mosè aveva permesso all'uomo di dare il libello di ripudio alla donna che aveva sposato, per alcuni motivi ritenuti ragionevoli. Col passare del tempo i motivi si erano andati moltiplicando fino all'infinito. Nella lista ce n'erano anche di futili e senza consistenza. In fondo, chi ne faceva le spese era la donna, condannata così a una situazione di precarietà, a mercè delle decisioni anche capricciose dell'uomo.
    "All'inizio non fu così", è la sentenza di Gesù secondo gli evangelisti. "Dio li fece maschio e femmina". E con queste parole permettono di capire che egli intende ribadire l'uguaglianza in dignità fondamentale dell'uno e dell'altra.
    E ciò che dice con le parole lo confermano i suoi modi di comportarsi riportati nei vangeli: mai egli si avvicina a una donna come a una cosa, sempre la tratta come un essere degno di enorme rispetto. Per lui -diremmo oggi- le donne sono soggetti, non oggetti o cose.
    Basta rifarsi alla narrazione dell'episodio, storico o simbolico che sia, del suo incontro con la Samaritana accanto al pozzo di Giacobbe, a Sichem (Gv 4,1-42). Vi si dice che i discepoli, tornando dal posto dove erano andati ad acquistare qualcosa da mangiare, si stupiscono nel vederlo parlare con una donna. E avevano buoni motivi per farlo, stando ai parametri della cultura giudea del tempo. Quella era una donna, e nessun "rabbi" si sarebbe permesso di intavolare un dialogo con una donna. Le donne erano ritenute incapaci di sostenere conversazioni di una certa consistenza con coloro che insegnavano.
    Quella donna, poi, era samaritana e, per di più, peccatrice: stava convivendo con un uomo che non era suo marito.
    Tutte queste circostanze creavano una molteplice barriera tra Gesù e lei. Ma egli non dà segni di badare a queste cose. E la sollecita a un dialogo che la fa crescere fino a diventare apostola del Messia.
    Anche nei confronti di questo conflitto sociale, quindi, Gesù si comporta in un modo molto caratteristico: si mette dalla parte di chi perde di più, di chi ne soffre più duramente le conseguenze. Egli vuole che il conflitto venga superato, per il bene di tutti, ma dalla parte dei più deboli. Solo così può regnare Dio tra gli uomini.

    3. Cos'è dunque il regno di Dio?

    Tutta la prassi di Gesù è quindi una risposta alla domanda che ci siamo posti: cos'è per lui questo regno di Dio per il quale è disposto a bruciare tutte le sue energie? Da essa cogliamo il suo modo di pensare al riguardo.
    Per lui, il regno di Dio non è una realtà che riguardi solo Dio, malgrado la formulazione con cui viene espressa; essa riguarda, e molto strettamente, anche gli uomini e le donne concreti con cui è a contatto, quegli uomini e donne soprattutto che sono più poveri, emarginati, oppressi, esclusi e sfruttati dagli altri.
    È interessante osservare al riguardo che, mentre l'annuncio suo e quello di Giovanni Battista sono, nelle narrazioni evangeliche, esattamente uguali nella loro formulazione (cf Mt 3,2 e 4,17), il modo di realizzarli è molto diverso.
    Tra l'altro, Giovanni viene presentato come uno che vive nel deserto della Giudea, lontano dalla convivenza degli uomini, vestendo e mangiando in forme totalmente diverse dagli altri uomini, e che fa venire la gente da lui per battezzarli; Gesù invece è descritto come uno che vive costantemente immerso tra la gente del popolo, soprattutto del popolo povero della sua Galilea, partecipando da vicino alle loro gioie e alle loro preoccupazioni, fino al punto che alle volte non ha nemmeno il tempo di mangiare a causa delle richieste che lo incalzano (Mc 3,20).
    Il fatto è che ciò che egli cerca per il suo Dio e Padre si realizza tra la gente e in favore di essa.
    Questo regno non è neppure una realtà puramente spirituale, interiore, un qualcosa che ha che fare solo con le anime o con i cuori, ma è anche corporale.
    Per Gesù sono gli uomini e le donne nella loro integralità i destinatari di questa nuova situazione di vita che egli vuole che si instauri.
    Il regno di Dio non è neppure una questione puramente individuale, ma è anche sociale. Dato che questi uomini e queste donne non vivono la loro esistenza da soli, ma nella convivenza con gli altri a diversi livelli, anche la loro sorte concreta dipende in gran parte dal modo in cui viene vissuta tale convivenza. E Gesù, appassionatamente interessato alla vita degli uomini, non può non prendere in seria considerazione questa situazione.
    Oltre a coinvolgere gli individui e la convivenza ad ogni livello tra di essi e tra i diversi gruppi sociali, il regno di Dio proclamato da Gesù coinvolge anche le strutture in cui tali rapporti si cristallizzano. Esse danno solidità ai modi di convivenza, sia negativi che positivi, e in tale modo favoriscono o ostacolano l'integrità vitale degli uomini.
    Gesù non si dimostra insensibile neppure a questo aspetto della realtà. Lo si vede chiaramente nei suoi atteggiamenti e nei suoi interventi riguardanti, per esempio, il Tempio di Gerusalemme.
    Luogo santo per eccellenza del popolo, struttura socio-religiosa di primissima importanza nella sua vita, esso era diventato ai suoi tempi uno strumento di oppressione e di sfruttamento ad opera delle famiglie dei sommi sacerdoti. Questi avevano trasformato il luogo del culto al Dio liberatore e vivificante, del Dio che si era autodefinito come "colui che ti ha strappato dalla schiavitù dell'Egitto" (Es 20,1), in una "spelonca di ladri" (Lc 19,46).
    L'azione intrapresa da Gesù nei confronti del Tempio poco prima dell'epilogo tragico della sua vicenda, permette di dedurre quale fosse la sua intenzione. Voleva purificare questa struttura perché tornasse ad essere casa del suo Padre, dove i figli potessero radunarsi a ringraziarlo, benedirlo, supplicarlo.
    E fu quest'azione, stando ai sinottici, ciò che scatenò definitivamente le ire dei suoi avversari.
    Volendo ora sintetizzare quanto abbiamo raccolto analizzando la prassi di Gesù per il regno di Dio e al fine di racavare ciò che egli pensa di tale regno, possiamo rifarci a una sua espressione riportata nel vangelo di Giovanni.
    Il quarto evangelista, a parecchia distanza dei primi tre vangeli e con un linguaggio diverso dal loro, condensò in queste parole del Buon Pastore ciò che in essi viene presentato come la preoccupazione centrale di Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa" (Gv 10,10).
    Non bisogna togliere questo discorso dal suo contesto. Esso si colloca dopo l'espulsione dalla sinagoga, da parte dei capi religiosi del popolo, del povero mendicante cieco dalla nascita che Gesù aveva guarito spalmando del fango sui suoi occhi e inviandolo a lavarsi alla piscina di Siloe (Gv 9,6-7). È allora che Giovanni introduce questo discorso, nel quale Gesù smaschera i falsi pastori quali "ladri e briganti" pronti a "rubare, ammazzare e distruggere" e quali "mercenari" a cui non interessano le pecore (Gv 10,1.8.10.13). Essi non sono preoccupati della vita, e specialmente della vita dei più bisognosi. Pensano solo ai propri interessi, ai quali sono disposti anche a sacrificare la vita dei poveri.
    Egli invece è il "vero Pastore". Egli, da autentico figlio del Dio Vivente, di quel Dio che "risuscita i morti e li fa vivere" (Gv 5,21), non ha altro desiderio che questo: strappare dalla morte i fratelli per farli vivere, vivere pienamente; fare vivere tutti e ognuno, a cominciare da quelli che di vita ne hanno di meno: i piccoli, i deboli, gli emarginati, i disprezzati, quelli che non contano, gli ultimi. Egli vuole che si tocchi con mano chi è Dio per l'uomo.



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