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    Riconoscenza


    “È bello al mattino lodare il tuo amore”

    Carmine Di Sante

    (NPG 2003-02-3)


    Se l’universo è l’immenso manto della grazia con cui ogni mattina Dio torna a coprirci e avvolgerci, l’unico possibile atteggiamento dell’uomo nel mondo è quello della riconoscenza, come intuisce il salmista il quale proclama: “È bello dar lode al Signore, e cantare al tuo nome, o Altissimo, annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte, sull’arpa a dieci corde e sulla lira, con canti sulla cetra” (Sal 92, 2-4). Se amato, la risposta dell’amato all’amante è la riconoscenza, nel duplice significato del termine di nuova coscienza o conoscenza (la coscienza di essere amati) e di gratitudine o ringraziamento che ne consegue e che, per la bibbia, si formula nella lode. Riconoscenza come coscienza che tutto è grazia e che, per questo, tutto deve trasformarsi in grazie: questo, per la bibbia, il sesto segnavia per orientarsi nell’esistenza.
    Il 28 marzo 1967, E. Cioran, uno dei più grandi pensatori francesi, scomparso nel 1995, annotava in uno dei suoi quaderni: “La grazia è quella gioia che, senza che noi sappiamo da dove venga, s’impadronisce di noi un’ora o due. La gioia, quella che ci sommerge e alla quale nessuno potrebbe resistere, come ammettere che proceda dai nostri organi e che non abbia la sua fonte in Dio? Come non assimilarla alla grazia? Si capisce benissimo come sia potuto avvenire lo slittamento, come dalla fisiologia si sia passati alla teologia. È uno slittamento assolutamente naturale e legittimo. Non capirlo e non accettarlo significa una prova di grande vanità. Ogni gioia ci viene da Dio, come ogni tristezza dal Demonio. La gioia è dilatazione partecipe del Bene. La tristezza invece è contrazione. (Se credessi davvero che la gioia ci è donata da Dio, gli rimprovererei di concedermela così raramente; ma anche se emanasse solo da me, è talmente carica di sostanza, di realtà che mi farebbe credere in Dio per bisogno di gratitudine, perché questa gioia è così densa, così piena, così divinamente pesante, che non la si può sopportare senza un riferimento a qualcosa di supremo” (E. Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi, Milano 2001, p. 542).
    La riconoscenza è coscienza di un’anteriorità che precede l’io (“come ammettere che proceda dai nostri organi e che non abbia la sua fonte in Dio?”), lo ama, lo accoglie gratuitamente e gli dà gioia (“la grazia è quella gioia che, senza che noi sappiamo da dove venga, s’impadronisce di noi un’ora o due… così densa, così piena, così divinamente pesante, che non la si può sopportare senza un riferimento a qualcosa di supremo”). Anteriorità o grazia celata e rivelata in ogni cosa, ad esempio nel canto di un uccello, come annota sempre Cioran in un’altra pagina dei suoi quaderni: “L’altro giorno mi sono alzato verso le cinque e mezzo del mattino e sono uscito a fare un giro. Verso le sei e mezzo, in avenue de l’Observatoire, sento un uccello che si esercita al canto prima dell’arrivo della luce. Quell’uccello, sicuramente il primo ad essersi svegliato, mi aveva gettato in uno stato di grande esaltazione, quando a un tratto udii lì vicino dei grugniti spaventosi. Impossibile rendersi conto da dove venivano. Poi, capii: due barboni dormivano per terra tra il bordo del marciapiede e una macchina. Uno di loro doveva avere un incubo, visto che nessuno dei due sembrava sveglio. In place Saint-Sulpice mi aspettava uno spettacolo ancora più atroce. Nel vespasiano che c’è lì vedo una vecchietta, probabilmente una barbona, che sta facendo… Ho lanciato un grido di orrore furente, sono entrato… in chiesa, dove un prete gobbo, dall’occhio furbesco, stava spiegando a una quindicina di diseredati le meraviglie del cristianesimo, assicurando che il Signore, nell’imminenza della fine del mondo, non ci abbandonerà mai, sarà con noi, qualunque cosa accada. Devo riconoscere che la sua dimostrazione pareva convincente a giudicare dall’aria compresa degli astanti” (ivi, pp. 270-271).
    La grazia che, per Cioran, è l’apparizione di un istante, per la bibbia è il tratto costante del credente la cui coscienza è coscienza di essere in forza di ciò che gli è fatto e non in forza di ciò che egli fa o pensa, come vogliono il cogito cartesiano e l’homo oeconomicus postmoderno.
    In un articolo intitolato Il cielo, la terra e la letteratura, recensendo il romanzo di P. Citati, Il male assoluto e osservando che il tratto specifico di questo autore è di essere un lettore-scrittore che, a differenza del critico accademico e del critico militante, non si lega al testo per spiegarlo e giudicarlo ma per il gusto di gustarlo e riecheggiarlo, Nadia Fusini scrive: “È vero: volendo si potrebbe dire che questo critico [P. Citati] è un parassita: vive della vita d’altri, dipende dalle parole di altri. È un servitore, sì” (In “La Repubblica” 26 ottobre 2000, p.44). E subito aggiunge: “Io confesso la mia simpatia per questo essere anfibio, sospeso, sottomesso, che dipende da altri e lascia che siano altri a dargli lo spunto. E mi chiedo: l’indipendenza non sarà per caso un mito, l’istanza del padrone, un sogno del servo? Il discorso del maître trasuda di vanità immaginarie. La verità sta piuttosto altrove; nel dover attendere tutto dagli altri, ad esempio. Questa è la verità di quella specie di critico che ho chiamato lettore-scrittore. La condizione di minorità è la sua coraggiosa scoperta, che riverbera barlumi di luce su un’esperienza della realtà su cui sarebbe bene riflettessimo, alcuni di noi però resistono più di altri” (ivi).
    La definizione paradossale che Nadia Fusini dà di Pietro Citati, per la bibbia è la definizione stessa dell’umano: un umano dove l’io non è sovrano ma parassita, nel senso positivo del termine che vuol dire: “nutrirsi del cibo che è presso l’altro e dall’altro” e che, per questo, non è, né può essere, conquista, dominio e possesso ma grazia, dono, riconoscimento ed evento. Narrando di un Dio che è amore e che ama l’uomo gratuitamente, la bibbia istituisce l’umano come grazia, dove dire, pertanto, è bene-dire e dove, secondo un gioco di parole reso possibile solo dalla lingua tedesca, denken (pensare) è danken (ringraziare). La riconoscenza è la presa di coscienza che, nell’esistenza, tutto è grazia e che, di fronte alla grazia, l’unico possibile atteggiamento è quello del dire grazie, benedire e ringraziare. Il termine che la bibbia privilegia per esprimere la riconoscenza è la lode, l’atteggiamento con il quale il credente si decentra dal proprio io, riconoscendo in Dio la fonte della propria gioia e della propria vita: “È bello dar lode al Signore, e cantare al tuo nome, o Altissimo, annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte, sull’arpa a dieci corde e sulla lira, con canti sulla cetra” (Sal 92, 2-4).
    Per la bibbia vivere è lodare Dio e lodare Dio è proclamare il suo amore, è annunciare, a se stessi prima che agli altri, che il mondo non è una landa deserta dove ciò che conta sono i segni che l’uomo vi iscrive con la sua fatica, ma un luogo accogliente dove risuona l’amore del Padre che ama ogni creatura gratuitamente e disinteressatamente. La rivoluzione più profonda da operare prima che nel cambiamento del mondo esterno consiste nel cambiamento dello sguardo soggettivo con cui l’io guarda il mondo. Per la bibbia la vera rivoluzione, la più radicale, è quella della fede: il passare dall’io che si vive e si vuole signore e padrone del mondo all’io che si sa amato gratuitamente e chiamato ad amare allo stesso modo gratuitamente.
    Si legge nel vangelo di Matteo un episodio paradossale: che una mattina Gesù, rientrando in città, ebbe fame e che, vedendo un fico sulla strada ricco solo di foglie ma non di frutti, lo maledisse: “Non nascano più frutti da te”. “E subito quel fico si seccò. Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: ‘Come mai il fico si è seccato immediatamente?’. Rispose Gesù: ‘In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà’” (Mt 21,18-21).
    Avere fede, che vuol dire cambiare lo sguardo sul proprio io, convertendolo da io sovrano e padrone a figlio del Padre celeste al quale tutto è donato, è una rivoluzione tale capace di capovolgere l’ordine stesso naturale e di spostare le montagne. La riconoscenza – il sapersi amati e l’essere grati perché si è amati – non è sentimento sterile soggettivo ma potenza di trasformazione del mondo.



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