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    Bontà



    “Buono è il Signore” (Sal 103,8)

    Carmine Di Sante

    (NPG 2003-08-2)



    Nell’alterità del volto è presente Dio come comandamento che svela all’uomo la via della saggezza, come abbiamo visto nel segnavia precedente dove erano incise le parole del salmista: “Il tuo precetto mi fa saggio” (Sal 119,98). Se attraverso il volto Dio comanda, egli comanda non per imporsi e sottrarre all’uomo la sua autonomia, ma per fargli dono della libertà dall’io ed elevarlo alla saggezza. Quale saggezza?

    Se il pensiero umano da sempre è stato e vuole essere ricerca della saggezza, di ciò che rende l’esistenza felice e ordinata, quello greco lo è stato per eccellenza con la sua “invenzione” della filo-sofia che vuol dire, etimologicamente, “amore per la saggezza”. Filo-sofo è colui il cui amore (filo-) è per la saggezza (sofia) che ricerca più di ogni altra cosa; saggezza che consiste nel contemplare e rappresentarsi con la mente tutto ciò che esiste, penetrando al di là delle cose e intus-leggendole, cogliendone la trama o forma entro cui splendono. Per il pensiero greco la saggezza, intesa come accesso alla pienezza dell’umano, è la saggezza della conoscenza e della comprensione, la saggezza dell’io intelligente, intus-leggente, che, al di là della molteplicità delle cose e della loro apparenza, coglie la luminosità della bellezza dalla quale emergono e della quale risplendono.
    Per questo il vertice della saggezza greca – della sua filosofia – è il raggiungimento della bellezza, del to kalon, di ciò che è bello, come fissa Socrate nel Simposio di Platone attraverso la voce di Diotima, la sacerdotessa di Mantinea: “La giusta maniera di procedere da sé o di essere condotto da un altro nelle cose d’amore è questa: prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere quel Bello, salire sempre di più, come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli a tutte le attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il bello in sé. È questo il momento nella vita, o caro Socrate – disse la straniera di Mantinea – che più di ogni altro merita di essere vissuto da un uomo, ossia il momento in cui un uomo contempla il Bello in sé. E se mai ti sarà possibile vederlo, ti sembrerà ben superiore all’oro, alle vesti, e anche ai bei ragazzi e ai bei fanciulli, vedendo i quali, ora, tu ne rimani turbato, e sei disposto e tu e molti altri, pur di poter vedere solo l’amato e stare sempre insieme a lui, se fosse possibile, a non mangiare e bere” (Simposio 211,C-D).
    Se per il pensiero greco la saggezza è la ricerca dell’assoluto con cui l’io si compie e si soddisfa, per la bibbia è la relazione con l’altro in quanto altro dove l’io depone ai suoi piedi i suoi sogni e ideali per accoglierlo e servirlo nella nudità del suo volto che comanda e invoca misericordia. Saggio, per la bibbia, non è chi sa, ricerca ed ama ciò che lo riempie, compie e appaga, bensì chi accede alla dimensione oltre e altra dalla soddisfazione: la dimensione della bontà con cui l’io non pensa a sé ma all’altro, non si preoccupa del suo sé – bisogni, desideri o ideali – ma dell’altro in quanto altro. A differenza della saggezza greca, che è amore per il sapere, per ciò di cui l’io ha bisogno per essere se stesso, felice e appagato, la saggezza biblica è amore per l’altro in quanto altro, nella sua unicità, singolarità e irriducibilità e, per essa, l’unico sapere o conoscenza che si voglia veramente tale, al di là dell’apparenza e dell’inganno, non è quello che si dischiude all’io nel cerchio della sua identità dove, incatenato a sé, permane e persiste nel suo io, bensì quello che gli si dischiude nell’uscita o esodo da se stesso per pensare all’altro in quanto altro.
    Nel salmo 103, tessendo le sue lodi a Dio, il poeta ne racchiude le ragioni nella parola umile e semplice della bontà: perché “buono è il Signore” (Sal 103,8).
    “Buono è il Signore” innanzitutto perché crea un mondo in grado di rispondere a tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, essendo l’uomo un essere di bisogno che, per essere, ha bisogno di ciò che è al di fuori del suo essere, cioè del mondo. Quando, nel Genesi, si legge che, riguardando e ammirando ciascuna delle sue opere, Dio commenta che ogni cosa era “buona”, il primo significato dell’aggettivo è la dimensione di utilizzabilità cui esso rimanda. Secondo questa prima accezione, Dio è buono perché il mondo che egli crea è, per l’uomo, fonte di piacere e di godimento. Non quindi un carcere in cui sentirsi prigionieri, né un deserto in cui sentirsi gettati, ma una casa in cui sentirsi accolti.
    In secondo luogo “buono è il Signore” perché offre all’uomo il mondo non solo come fonte di godimento, ma rivestito anche di perfezione e di bellezza suscitatrici di ammirazione e di stupore. Utilizzabile, il mondo non si esaurisce nella sua utilizzabilità, ma in esso splende un al di là dell’utilizzabile, che è il to kalon, il bello, il “ciò che è bello”, come colgono i Settanta i quali, traducendo il versetto del Genesi in cui Dio constata che “tutto era buono”, rendono il termine ebraico tob con kalon. Dio è buono non solo perché il mondo che crea risponde ai bisogni umani, ma perché esso risplende della potenza della bellezza di fronte alla quale l’intelligenza, stupefatta, rinuncia a prenderlo e a comprenderlo per ascoltarne la voce e ricrearlo poeticamente.
    In terzo luogo “buono è il Signore” perché il mondo che egli crea non solo è utile e non solo è bello, ma soprattutto è proveniente da una volontà buona o benevolenza, di cui è il linguaggio e la trascrizione o l’epifania. Delle tre accezioni, questa è la più importante, fondamento anche delle due precedenti: in tanto infatti, per la bibbia, il mondo risponde ai bisogni dell’uomo ed è bello in sé, in quanto Dio ama l’uomo di un amore personale e singolare e se ne prende a cuore la sorte. Di qui il concetto di creazione alternativo a quello di natura, termine che, nella bibbia, neppure esiste e, rispetto alla quale, costituisce una differenza irriducibile. Mentre con il termine “natura” si intende infatti l’esserci del mondo come realtà ultima, in sé conclusa, cioè come totalità intrascendibile e immanente, il termine “creazione” introduce, nella natura, una rottura svelando un al di là della natura, l’amore di Dio come la stessa sua ragion d’essere. Al di là della sua dimensione fruitiva e al di là della sua dimensione estetica, per la bibbia il mondo è buono soprattutto perché luogo ed espressione della sollecitudine con cui Dio ama l’uomo essere di bisogno.
    In quarto luogo infine “buono è il Signore” perché donando il mondo all’uomo, non lascia quest’ultimo destinatario del suo amore, ma lo eleva – vuole elevarlo – all’altezza del suo stesso amore, trasformandolo da ricettore di amore, che vive in quanto amato, a soggetto di amore, chiamato ad amare con lo stesso amore con cui è amato. Per la bibbia è questa la dimensione radicale e ultima della bontà di Dio.
    Per essa “buono è il Signore” perché colloca l’uomo in un mondo fruibile e bello, espressione della sua volontà di bene, ma soprattutto perché la sua volontà di bene è potenza di trasformazione dell’uomo da essere di bisogno a soggetto responsabile, convocato ed elevato alla bontà o santità come Dio. Incise indelebilmente come segnavia, queste parole – “buono è il Signore” – additano nella bontà recettiva e attiva il vertice della saggezza umana o filo-sofia, intesa non più come l’amore per il sapere, bensì come il sapere dell’amore: il sapere che, nel mondo, ogni io è avvolto dalla bene-volenza divina gratuita e donante, ed è chiamato alla stessa bene-volenza altrettanto gratuita e donante.



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