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    “Come scudo mi copre la tua grazia”

    Carmine Di Sante

    (NPG 2002-08-1)



    Non abbiamo che l’amore sulla terra, cantano i poeti, e l’amore è Dio, celebra la bibbia dalla prima all’ultima delle sue pagine. È quanto abbiamo meditato nel precedente segnavia dedicato appunto all’amore. Ma per quanto i poeti lo invochino e i testi religiosi lo cantino, è difficile sfuggire alla domanda inquietante se esso davvero esiste o non sia piuttosto un vano desiderio, conato o inganno, uscita dell’io da sé solo apparente che subito torna a sé carico di bottino, come il cacciatore che esce dalla sua tenda e va incontro alla preda per catturarla.

    In uno dei suoi stupendi testi, il grande poeta persiano del 1300, Hafiz (pseudonimo di Shams al-din Muhammad, uno degli autori più letti e amati da Goethe), parla dell’amore come dimensione eterna del cuore umano: “Mai si cancellerà l’amore per te dalle tavole del mio cuore e della mia anima, /Mai uscirà dalla memoria questo cipresso ambulante. /Sì fortemente ha preso dimora nel cuore e nell’anima mia l’amore per te, /che non sparirà neanche se io dovessi perdere la testa. /E non lascerà la mia mente distratta il pensiero di te. /Sotto il gioco del destino e dell’afflizione, impostomi dal mondo affannato. /Il cuore può abbandonarmi, ma non lo abbandonerà il fardello della nostalgia di te. /Fin da principio il mio cuore fu legato da un capello del tuo capo. /E fino alla fine non sfuggirà al suo voto” (Testo in Pavel Florenskij, “Non dimenticatemi”, Mondadori, Milano 2000, p. 194). Ma in un altro passo il poeta riconosce che l’amore è un enigma così difficile da risolvere per cui è meglio ubriacarsi: “Coppiere, dammi la coppa del vino. Perché l’amore appariva facile e invece s’è aggrovigliato”.
    Alla fine del 1600 il filosofo e moralista François Lamy scriveva: “Questo nostro cuore ha un’estensione così vasta, vi sono talmente tante terre e tanti mari da scoprire; in queste terre tanti sentieri secondari, tanti recessi, tante strade senza sbocco, tanti labirinti inestricati e inestricabili; in questi mari tanti temporali e tante tempeste, tanti scogli e tanti abissi… che sarebbe temerario proporsi di intraprenderne una carta topografica esatta”. Se il cuore umano, come descrive Lamy, è un labirinto inestricato, lo è soprattutto nel suo andare incontro ad un altro cuore umano, come vuole il libro dei Proverbi per il quale la misteriosità dell’amore sfugge alla comprensione: “Tre cose ci sono che mi superano/e una quarta che non comprendo:/il cammino dell’aquila nell’aria;/il cammino del serpente sulla pietra;/il cammino della nave per il mare;/il cammino dell’uomo nella fanciulla” (Pro 30, 18-19). Secondo questo splendido testo sono quattro le cose misteriose che la mente umana non può spiegare ma solo accogliere nell’apertura dello stupore e della responsabilità: la libertà (“il cammino dell’aquila nell’aria”); il male (“il cammino del serpente sulla pietra”); l’infinito (“il cammino della nave per il mare”) e l’amore appunto (“il cammino dell’uomo nella fanciulla”).
    Cosa cerca il nostro cuore andando incontro all’altro? Cosa chiede l’amore amando l’altro? Perché, con la sua forza travolgente, porta l’io fuori da se stesso e lo spinge verso l’altro come il suo bene più prezioso e ricercato? La risposta a questa domanda è che l’io va incontro all’altro perché gli è indispensabile e necessario, più della luce degli occhi e più dell’oro. L’altro, per l’io, non è un ostacolo alla sua sovranità o un limite alla sua volontà di potenza ma colui senza il quale vivere non è più vivere ma morire. L’io va incontro all’altro perché non può vivere mai senza l’altro, secondo il bel titolo che Michel de Certeau, storico antropologo francese e viaggiatore instancabile, ha dato alla raccolta di alcuni suoi saggi (Mai senza l’altro, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano VC 1993). Mai senza l’altro: non perché l’altro è un oggetto di cui appropriarsi per appagarsi e soddisfarsi bensì perché è colui che, altro dall’io e irriducibile all’io, fa essere l’io riconoscendolo e confermandolo. L’io che, nell’amore, invoca l’altro, ne invoca il riconoscimento e la conferma senza cui non è possibile essere. Essere è essere confermati da una anteriorità o esteriorità che precede l’io e lo introduce nello spazio dell’essere. L’evento della nascita è l’evento dell’anteriorità o estraneità come grazia: di ciò che, prima dell’io (anteriorità) e fuori dell’io (estraneità), fa dono all’io del miracolo della vita. È paradossale che, come vuole Hanna Arendt, il pensiero occidentale abbia dimenticato il mistero della nascita, chiamando gli uomini mortali, i destinati alla morte, piuttosto che natali, gli apparsi alla vita, e non si lasci sorprendere dal fatto che, se un bambino parla, è perché prima qualcuno gli ha parlato istituendolo, con la sua parola, capace di parola. Noi siamo – e noi parliamo – perché un Altro ci ha fatto essere e ci ha parlato.
    L’amore è attesa, ricerca e invocazione dell’alterità o anteriorità che ci fa essere. Amare è uscire da sé e riconoscere che se l’io vive, vive non in forza di sé ma in forza dell’altro da sé. Amare è attestare e invocare la gratuità o grazia – dal sole che sorge e riscalda con i suoi raggi, all’acqua che disseta e riempie i nostri laghi ed oceani, alla terra che “produce diversi fructi con coloriti fiori et erba”, al volto che ci riconosce e conferma – in forza della quale l’io vive. Se amare è dire all’altro: “amami”, l’amore che l’io chiede amando è il riconoscimento della propria identità e la conferma come terra “ferma” su cui sostare. In ogni amore risuona la gratuità originaria che, per la bibbia, è il nome stesso di Dio che, per questo, il salmista celebra come grazia: “come uno scudo mi copre la tua grazia” (cf Sal 5, 13).
    La grazia di Dio, il suo amore gratuito, il suo agire per pura grazia che non chiede nulla in cambio se non la restituzione della stessa grazia, è il quinto segnavia della bibbia per non perdersi nei meandri dell’esistenza. Siamo avvolti dalla grazia, come da una veste che abbraccia il mondo intero, come da un mantello che si estende dal cielo alla terra. Vivere è essere ammantati da questa grazia cogliendola e intravedendola in ogni cosa, nel volto che ci sorride e ci ama e in tutti i volti che ci vengono incontro con il loro appello e la loro invocazione.
    Si diceva dell’ambivalenza dell’amore e del suo essere, come vuole Hafez, “aggrovigliato”. Ora ciò che rende l’amore ambiguo e aggrovigliato è il suo essere abitato da una contraddizione che può essere così formulata: se per un verso esso è il movimento con cui l’io esce da sé e incontra l’altro (suo bisogno, desiderio, ricerca e passione), per l’altro – ecco la contraddizione – è il movimento con cui l’io torna a sé e nega l’altro nel momento stesso in cui lo invoca, trasformandolo in oggetto dei suoi desideri, delle sue aspettative, dei suoi bisogni e dei suoi progetti. La contraddizione sembra quindi essere la seguente: l’amore è dualità che sembra negarsi come dualità per ricomporsi in unità; è relazione che sembra negarsi come relazione per ricostituirsi in egoismo o egoismi a due; è uscita dell’io da sé che sembra negarsi come uscita da sé per riconvertirsi in ritorno a sé; è incontro con l’alterità e la differenza – la radicale alterità e differenza che è il volto dell’altro – che sembra negarsi come alterità e differenza per riaffermare il primato dell’identità; è dialogo che sembra negarsi come dialogo e rivelarsi nel suo vero volto di monologo. Questa contraddizione o tensione non può non portare alla domanda radicale: esiste davvero l’amore come uscita da sé e incontro dell’altro o l’amore, che tutte le letterature vogliono e cantano come il vertice e il senso stesso dell’umano, è illusione, e che uscire da sé e raggiungere l’altro non è possibile per l’io, essendo l’io perdutamente autocentramento, egoismo intrascendibile, incatenamento di sé a sé? In altre parole: è davvero possibile l’amore per l’altro, oppure l’amore per l’altro è esso stesso una modalità dell’amore per sé, come vogliono i “cinici”, la cui voce di realismo e di disincanto ha trovato in Panurge (uno dei personaggi di Rabelais, il grande umanista francese prete e scrittore) una delle sue espressioni più amare: “Così va il mondo”, disse Panurge, “basta un piccolo intoppo e saltano all’aria le promesse, i giuramenti, l’amicizia, la generosità. Quando ne va della propria pelle e del proprio ventre non c’è morale che tenga. Fate scegliere ad un affamato tra un atto di bontà e un coscio di manzo ben arrostito e bene annaffiato e capirete subito da che parte tira il vento”.
    Affermando che Dio circonda l’uomo “con la sua grazia come uno scudo” la bibbia afferma che l’amore non è illusione ma reale possibilità e che il segreto o punto di Archimede che ne scioglie la contraddizione o ambiguità è la gratuità. Il mistero dell’amore è il mistero della gratuità. Gratuità donata che apre alla bellezza dell’essere amati e gratuità da ridonare che eleva alla responsabilità dell’amare.



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