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    Silenzio


    «Per te il silenzio è lode»

    Carmine Di Sante

    (NPG 2002-03-2)



    «Per te il silenzio è lode»: così suona l’inizio del salmo 65, stando al testo ebraico masoretico (il testo ebraico originale della bibbia trasmesso e vocalizzato dai maestri d’Israele nella seconda metà del primo millennio dell’era cristiana). Inizio enigmatico che le traduzioni cercano di addomesticare rendendo il testo diversamente, come fa «La Bibbia liturgica» della cei (Conferenza episcopale italiana) che traduce: «A te si deve lode»; oppure «La Sacra Bibbia Garzanti» che suona: «A te si addice il canto di lode»; o «La bibbia in lingua corrente»: «A te è dovuta la lode».

    Ma il testo masoretico dice letteralmente: «per te il silenzio è lode». Per te: cioè per Dio, per il Dio di Israele, che però non è solo il Dio d’Israele bensì il Dio di Adam e di Eva, il Dio di ogni uomo e di ogni donna, in una parola di tutta l’umanità indistintamente. Per Dio, per colui che, dal nulla, ha creato il mondo e lo ha posto in essere e ogni mattina lo ripone in essere, sostenendolo con la potenza del suo amore, il silenzio è il linguaggio per eccellenza che ne esprime la grandezza abissale. Il silenzio, per Dio, non è privazione, non è vuoto, non è assenza, ma linguaggio e il linguaggio più adeguato per lodarlo, glorificarlo e proclamarne le meraviglie. «Per te il silenzio è lode»: per Dio il silenzio è l’espressione più sublime della lode.
    Se per Dio il silenzio è il linguaggio della lode, a maggior ragione deve esserlo per l’uomo, chiamato ad esserne il soggetto: l’uomo come colui che loda Dio con il suo silenzio. Riscoprire il linguaggio del silenzio è urgente più che mai non solo perchè oggi viviamo nella società della comunicazione globale, dove il rischio dell’incomunicabilità e del «parlare tra sordi» è direttamente proporzionale alla sovrabbondanza delle informazioni che da ogni angolo del mondo invadono, come un fiume magmatico e inarrestabile, le nostre case e le nostre menti, ma soprattutto perchè viviamo in un modello sociale e culturale dove, secondo la felice espressione di Aldo Bonomi, ci si vive come «capitalisti personali» e «imprenditori di se stessi»: «Io credo che possiamo dire che la nostra società è sempre più caratterizzata dal mito e dalla forma del capitalismo personale... Mentre il capitalismo prima prendeva corpo nel padrone e la fabbrica, restando per il resto un’entità astratta, oggi il capitalismo è dentro di noi, nel senso che siamo diventati imprenditori di noi stessi per stare sul mercato e sopravvivere. e questo capitalismo personale si vede anche su come i soggetti determinano e immaginano il loro futuro. Fino all’altro ieri non pensavamo di dover essere noi i protagonisti del nostro futuro» (I capitalisti personali, in «Una città» n. 95, maggio 2001, p. 4).
    Riscoprire il silenzio come parola originaria anteriore ad ogni parola, progetto e desiderio dell’io, è decostruire «il capitalismo che è dentro di noi» e far crollare l’illusione che basti essere efficienti e vincenti per riuscire nella vita, amarla e apprezzarla.
    Il primo significato del silenzio – la ragione per custodirlo e amarlo come il tesoro più segreto – è nel suo potere sorprendente di mettere a tacere le voci che invadono l’io dall’esterno e minacciano di soffocarlo nella sua unicità irriducibile omologandolo e uniformandolo agli idola tribus, dove noi non siamo ciò che siamo ma siamo ciò che gli altri vogliono che noi siamo. La potenza del silenzio è nel sottrarre l’io alla chiacchiera del «si dice», «lo vuole la maggioranza», «fanno tutti così», «non c’è nulla da fare», e alla seduzione delle sirene che lo allettano ingannandolo e portandolo alla deriva. Secondo il racconto dell’Odissea, Ulisse, su consiglio della maga Circe, appena cominciò a sentire la voce delle Sirene, ordinò ai suoi marinai di turarsi le orecchie e, per quanto riguardava lui personalmente, diede ordine che lo legassero all’albero maestro della nave, vietando di slegarlo, anche qualora avesse chiesto il contrario. Il silenzio, liberando l’io dalla chiacchiera del «si dice», gli fa dono della forza della resistenza con cui non cedere alla seduzione delle voci esterne che lo ingannano e lo alienano.
    Dopo vari incontri con Kamala, la bella cortigiana esperta nell’arte dell’amore, Siddharta, il giovane alla ricerca dell’assoluto e assetato di ogni avventura spirituale e materiale, rivolgendosi alla sua amante, un giorno le disse: «Tu sei come me, sei diversa dalla maggior parte delle altre persone. Tu sei Kamala, e nient’altro, e in te c’è un silenzio, un riparo nel quale puoi rifugiarti in ogni momento e rimanervi a tuo agio; anche a me succede così. Ma poche persone posseggono questa dote, sebbene tutti potrebbero averla» (H. Hesse, Siddharta, Edizioni Mondolibri, Milano 2000, p. 102. Corsivo mio).
    Il segreto di Siddharta è lo stesso della donna che egli ama ed è il silenzio che ha il potere di restituire l’io alla sua unicità e singolarità («Tu sei Kamala e nient’altro!») e che dell’io è il luogo più nascosto ed autentico dove sta al sicuro e si ritrova («un riparo nel quale puoi rifugiarti in ogni momento e rimanervi a tuo agio»). Il silenzio è, per l’io, «riparo» e «rifugio» non nel senso negativo della fuga che lo spinge ad uscire fuori dal mondo per opporvisi o rinnegarlo, ma nel senso positivo e irrinunciabile del punto solido o della terraferma su cui – soltanto – è possibile costruire e da cui partire per scoprire il mondo, percorrerlo e amarlo nella sua inesauribile bellezza e ricchezza.
    Il silenzio è riparo e rifugio nel senso che protegge l’io dalla violenza esterna, custodendone l’irriducibilità al mondo rispetto a cui conserva la sua trascendenza. L’io privo del silenzio, di questo «riparo nel quale rifugiarsi in ogni momento», è come un corpo denudato, esposto al ludibrio e al controllo dello sguardo esterno: «Lo sapevano bene i nazisti che facevano della spogliazione dei deportati e delle deportate la prima, terribile violenza; obbligare qualcuno/a a mostrarsi nudo/a cosalizza il suo corpo, lo/la obbliga a una fiducia che egli/ella sa bene di non poter nutrire, lo/la sottopone alla costrizione, all’impotenza, alla vergogna» (R. Mantegazza, L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento, Città aperta Edizioni, Troina 2001, p. 73). La forza del silenzio è la stessa del pudore che, nel libro appena citato, Mantegazza definisce come la «strategia di resistenza» fondamentale, senza la quale l’io si cosifica. Se questo è vero, il modello televisivo che si va affermando dell’ostensione della propria intimità e della esibizione dei propri sentimenti (la mente non può non correre alla trasmissione televisiva del «Grande Fratello») non può non mobilitare alla vigilanza e alla resistenza interiore: perché l’io che ha paura del silenzio, di restare solo, in dialogo con se stesso, è l’io denudato, fragile, indifeso, umiliato ed esposto al dominio e alla violenza del mondo esterno: dei suoi idoli, dei suoi miti, dei suoi poteri, delle sue seduzioni e delle sue ideologie.
    Rispondendo a Kamala, per la quale le persone che posseggono la dote del silenzio sono poche per una insufficienza di intelligenza, Siddharta risponde: «No, non si tratta di questo. Kamaswami [il nome del ricco mercante suo datore di lavoro] è tanto intelligente quanto lo sono io, eppure non ha alcun rifugio in se stesso. Altri lo posseggono, eppure in quanto a ragione sono bambini. La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino» (cit. p. 105).
    Per non essere «come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo» bisogna riscoprire e amare il silenzio di cui ci fa dono non l’intelligenza ma la sapienza. Che non consiste nel conoscere molte cose ma nel sapere quell’unica cosa che costituisce la suprema lode a Dio: «Come lodarti e ringraziarti? – chiese al sole un piccolo fiore –. Con la purezza splendida della tua vita silente – gli rispose il sole» (Tagore).



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